Archive for Novembre, 2018

Qui vive un ebreo e massone

L’iniziato alla massoneria riceve una semplice toga bianca. In seguito, scalando i gradi, gli abiti si fanno più ricercati. Giuseppe Ivan conserva il suo, associato al 33esimo grado Sovrani Ispettori Generali, in una valigetta di pelle.

Uno

«Per prima cosa ti chiudono in questa cameretta tutta dipinta di nero. C’è una luce fioca, sufficiente a vedere solo qualche elemento disposto all’interno: un pezzo di zolfo, un gallo, una clessidra, un teschio. Il gallo è di porcellana. C’è una scritta: “V.I.T.R.I.O.L.”. Il tono è misterioso, ma basta riprodurla su Google: “Visita Interiora Terrae Rectificando Invenies Occultum Lapidem”, Scavando in profondità e setacciando la terra troverai la pietra nascosta. Un’altra scritta appena sotto: “Se sei venuto qui per curiosità, vattene”».

È la mattina del giorno dopo il sabato. Appartamento su due piani, sito in Milano 3, Residenza dei Salici. Io reggo tra le mani un softbox, quella specie di ombrello collegato al flash che usano i fotografi per illuminare il soggetto senza rendere la luce troppo accecante e artificiale. Lo punto su di lui: si chiama Giuseppe Ivan Lantos, nato a Tangeri il 18 novembre 1942. È completamente nudo, fatta eccezione per una bombetta nera che gli copre e contiene pene e testicoli, il resto è un corpo di un settantaseienne esposto alla luce morbida che io gli indirizzo contro, per agevolare il lavoro al fotografo che è venuto con me qui. Ogni tanto si sente il click dello scatto e parte il flash. Giuseppe Ivan Lantos pare a suo agio, anche con il culo fuori, mi sta raccontando con grande abbondanza di particolari com’è avvenuta la cerimonia di iniziazione nella loggia massonica di cui fa parte da 35 anni.

«Lo stanzino nero si chiama, tecnicamente, gabinetto di riflessione. Quando entri, ti danno un foglio con tre domande. 1. “Chi sei?” 2. “Cosa è per te la patria?” 3. “Cosa è per te l’umanità?”. Le risposte costituiranno il tuo testamento massonico».

Gli chiedo quanto tempo ti danno per rispondere a quelle tre domande.

«Un quarto d’ora. Dopo di che arriva un tizio incappucciato, vestito di nero. Tu aspirante vieni bendato, e quello ti mette un cappio al collo e ti trascina come un animale all’interno del Tempio. Entri. Senti delle voci. Che si alzano di tono e si trasformano in un frastuono assordante. Poi si attenuano. Infine il silenzio. Che viene rotto da una domanda, pronunciata con tono poderoso: Perché nome-e-cognome vuole entrare a far parte della nostra loggia eccetera-eccetera-eccetera?»

La loggia di cui è membro Giuseppe Ivan è la Gran Loggia d’Italia degli ALAM, distaccatasi dal Grande Oriente d’Italia nel 1908. Sede centrale a Roma in via San Nicola de’ Cesarini, 3; sede milanese – quella che frequenta Giuseppe Ivan – in via del Progresso, 3. Alcuni personaggi celebri ad essa affiliati nel corso dei decenni: Curzio Malaparte, Hugo Pratt, Gabriele D’Annunzio, Antonio de’ Curtis meglio noto come Totò.

«A quella domanda risponde il tuo accompagnatore. E la risposta è fissa: Perché è un uomo libero e di buoni costumi».

Gli anelli con simboli massonici si possono acquistare su Amazon. Ma anche nello shop della Freemason’s Hall di Londra, dove li ha acquistati Giuseppe Ivan.

Potrebbe mettersi una mano davanti agli occhi? Chiede il fotografo. Io resto immobile attento a non deviare il fascio di luce dal corpo di Giuseppe Ivan, che continua a raccontare, guardandosi il palmo della mano.

«Sempre lo stesso tizio, che poi è il Maestro Venerabile, pone un’altra domanda al tuo accompagnatore. E cosa chiede a noi nome-e-cognome? Altra risposta fissa: La mezza luce. A quel punto vieni sbendato. Il Tempio è semibuio. Sono tutti incappucciati. Segue una trafila di altre domande, fino all’ultima. Arrivati alla fine di questo percorso, cosa chiede a noi nome-e-cognome? E l’accompagnatore: Chiediamo per lui la piena luce. Tutti si tolgono il cappuccio, l’accompagnatore ti toglie il cappio dal collo, si accendono le luci, parte una musica trionfale. Sei diventato “apprendista”. A quel punto puoi partecipare alle riunioni di loggia, ma standotene zitto per un anno. Quando vieni elevato al grado di “compagno” puoi iniziare a parlare durante le sedute. I gradi nella mia loggia li ho ricoperti tutti, fino al 33esimo, l’ultimo».

Io sono a posto, grazie. È il fotografo. Io depongo il softbox. Giuseppe Ivan mi sfila a lato, diretto verso la sua camera da letto, ben attento alla bombetta, ma disinvolto, a suo agio. Va a rivestirsi.

Due

Lunedì.
La strada che dal mio appartamento, nella periferia nord della città, porta al tempio milanese della Gran Loggia d’Italia degli ALAM costeggia il naviglio della Martesana. Cammino con le cuffie nelle orecchie, ho il file con le registrazioni che ho fatto ieri a casa di Giuseppe Ivan nella memoria dello smartphone. Play.

«Per iniziare la narrazione della mia famiglia devo partire da quando attraversammo il mar Rosso. C’è questo Mosè, un ragazzo di ottime speranze allevato alla corte del Faraone, che a un certo punto si trova costretto a fuggire: probabilmente si sarà trombato qualche sorella del sovrano; ma questo è gossip, non è nelle Scritture. Fa le valigie, raduna il suo popolo, attraversa il mare, si ferma ai piedi del monte Sinai, allestisce una sorta di camping. Ha l’urgente necessità di organizzare religiosamente e socialmente questa banda di disperati: ecco le Tavole della Legge. Poco dopo prende una tribù più o meno a caso e dice loro: Voi sarete la casta dei sacerdoti, e vi chiamerete Cohen! Fino a quel tempo gli ebrei avevano solo nome e patronimico, nessun cognome. Poi prende un’altra tribù e dice loro: Voi sarete gli assistentigli addetti alle pulizie! Vi chiamerete Levi. La storia della famiglia Lantos inizia lì: noi, in realtà, siamo Levi. Il cambio di cognome è avvenuto nel Settecento, sotto gli Asburgo, per ordine dell’Imperatore; poi ti racconto.
Salto qualche manciata di secoli e arrivo alla diaspora: noi ebrei perdiamo la Terra Promessa e ci disperdiamo nei quattro angoli d’Europa. Nel Cinquecento ci chiudono nei ghetti. Intanto ci facciamo la fama di essere intelligenti. Niente di genetico, semplicemente avevamo uno strumento di aumento dell’intelligenza: la lettura. Qualsiasi ebreo, di qualsiasi condizione sociale, deve imparare a leggere e scrivere in ebraico, perché la prima cosa che dovrà fare alla sua presentazione in sinagoga sarà leggere un passo delle Scritture. Questo, nel corso delle generazioni, ha contribuito a una certa apertura mentale; che porta sempre con sé qualche vantaggio nell’ambito del commercio e della cultura».

Kippah e taled che Giuseppe Ivan ha comprato durante un viaggio in Isreale.

Il naviglio scorre lento e torbido alla mia destra. Cammino e ogni tanto incrocio lo sguardo concentrato di qualche runner che corre nella direzione opposta alla mia.

«Per iniziare la narrazione della mia famiglia devo partire da quando attraversammo il mar Rosso»

«Il cambio di cognome della nostra famiglia è imputabile a Giuseppe II d’Asburgo-Lorena, imperatore del Sacro Romano Impero – di cui i miei avi erano sudditi – dal 1765 al 1790. Era un buon uomo, anche se un po’ sprovveduto. Pensò: Gli ebrei sono identificabili come tali dai loro cognomi e questo non va bene; anche per il loro bene, devono asburgicizzarsi. Se non hanno cognome, che se ne prendano uno. Per cui inviò per tutte le province dell’Impero dei funzionari dell’anagrafe, che vendevano i cognomi. C’era una sorta di listino prezzi, fondato sulla gerarchia delle pietre preziose: si andava da Diamant, diamante, il cognome più costoso, fino a Liverstein, il calcolo renale, quello più economico; e in mezzo c’erano i vari rubini, oro, argento, ferro, RubinsteinGoldsteinSilversteinEisenstein. Non so per quale ragione i miei avi hanno scelto Lantos, che in ungherese significa sia “suonatore di liuti” che “costruttore di liuti”… Forse volevano risparmiare ulteriormente».

Stop.

Tre

«Da piccolo avevo un’idea ben chiara in testa: non avrei fatto il dentista come mio padre. Mi piaceva molto la chirurgia, però. Passavo ore a tagliare, disinfettare, mettere i punti a una bambola di pezza di mia sorella. Poi al liceo mi appassionai di letteratura e filosofia: così scelsi la facoltà di Lettere, all’università di Genova, la città dove abitavamo».

Giuseppe Ivan Lantos si è rivestito e ora indossa un abito comodo da casa. Sta caricando pizzico per pizzico il tabacco nella pipa. Mi chiede se sto apprezzando la sonata per pianoforte in sottofondo, composta da Felix Mendelssohn, imparentato con i Lantos attraverso il ramo della famiglia di sua madre.

«1967: ho terminato gli esami e mi manca solo la tesi. Vengo a sapere che Ugo Mursia sta cercando dei redattori per la sua casa editrice, a Milano. A novembre parto per sostenere il colloquio con lui, mi chiede la storia del mio strano cognome, mi assume, e io mi trasferisco. Contemporaneamente mi iscrivo al Partito Socialista e inizio a lavorare come ufficio stampa per il senatore Francesco Fossa. Il giorno dopo la strage di piazza Fontana sono a casa con la febbre, mi chiama il figlio del senatore: Papà è stato nominato sottosegretario del governo, vuole che tu vada a lavorare con lui a Roma. Un attimo, calma, ho la febbre, devo riflettere. Sta arrivando un motociclista della prefettura al tuo indirizzo, ti consegnerà un biglietto del treno: è per domani, vagone letto. Dopodomani devi essere a Roma».

Giuseppe Ivan Lantos è in partenza. Sua moglie Giusi è morta da pochi mesi, dopo quarantanove anni di matrimonio. Forse andrà a ritirarsi alle Canarie, un amico gli ha indicato una buona casa con vista sull’oceano. Forse opterà per Londra, dove abita sua figlia e dove suo figlio – che è arbitro internazionale nei tornei di golf – lavora per metà della settimana (l’altra metà a Firenze). È ancora indeciso, mi dice.

Nel frattempo il piano inferiore della sua abitazione ha l’aspetto di un’enorme valigia gonfia e disordinata; si raggiunge con una scala a chiocciola. Su una sedia imbottita c’è una foto di un sorridente Bettino Craxi, che giace sdraiato, arreso, su un lato. Sepolta da qualche parte tra souvenir di viaggio e pile di libri ammonticchiati uno sull’altro c’è una valigia che Giuseppe Ivan ha ereditato dallo zio paterno, zeppa di fotografie di famiglia, pranzi di Natale e di Shavuot, l’ultima festa di compleanno di una zia di seconda grado che poi venne deportata ad Auschwitz – cinquantaquattro sono i membri della famiglia allargata Lantos che sono morti nei campi di concentramento nazisti – documenti di matrimonio, passaporti, diari, lettere censurate dei tempi delle due guerre, una foto del lago Balaton che il padre dello zio di Giuseppe Ivan è riuscito a stampare, con un qualche ingegnoso primo-novecentesco metodo, su una conchiglia raccolta sulle rive dello stesso lago Balaton.

Il piano inferiore della casa.

Arriverà un’azienda di traslochi, impacchetterà tutto – sedie, scrivania, mobili, ritratto di Craxi, valigetta con ricordi, souvenir, libri, tutto – spedirà alle Canarie o a Londra, quando la scelta sarà stata fatta. Avrei voluto guardare dentro quella valigetta. Ma sono anni che è chiusa; e Giuseppe Ivan la riaprirà fra qualche giorno – mi ha detto – prendendosi il suo tempo, forse riordinandone il contenuto. Non ho insistito.

«Due giorni dopo la chiamata del figlio del senatore – era il dicembre del 1970 – ho preso il treno per Roma da solo. Io e Giusi eravamo sposati da un anno e mezzo. Il lavoro era precario, se il governo cade te ne torni a casa, e i governi cadevano spesso. Ma lo stipendio era ottimo. Incentivi ogni sei mesi. Avevo l’autista. Tessere di vari spacci della città. Dopo quindici giorni mi ha raggiunto mia moglie: sono andato alla stazione a prenderla, e abbiamo concepito Isabella quel mattino, la seconda figlia, nell’albergo dove stavo. Al governo c’era Mariano Rumor. Cadde, e al suo posto venne eletto Emilio Colombo: Fossa restò sottosegretario, io continuavo ad avere un lavoro. Cadde anche Colombo. E nel 1972 fu il turno di Andreotti. Con Andreotti non si va, decisero i vertici del PSI. Tutti a casa, Fossa compreso, io compreso, mia moglie e i due figli compresi. Facciamo le valigie, torniamo a Milano. Io passo da un lavoro all’altro nell’editoria, mia moglie inizia a intrufolarsi qua e là, nelle produzioni dei programmi televisivi RAI e poi Fininvest. Un giorno sono a Padova, su incarico del settimanale Gente: devo incontrare una tizia che si è schiantata a bordo di un Range Rover – la macchina una poltiglia di lamiere, lei uscita perfettamente illesa – e scriverne la storia. Faccio l’intervista e poi il fotografo mi riaccompagna in stazione; prima, però, si ferma in edicola, mi dice che vuole vedere se c’è la rivista che dirige sua moglie. Che rivista è?, gli chiedo io. Una rivista di cultura ferroviaria. Quando sono tornato a casa da Giusi, quella sera, le ho detto: Ho un’idea, facciamo il giro del mondo in treno. Aiutami a trovare dei finanziamenti».

I finanziamenti li hanno trovati. Hanno messo insieme una piccola troupe. Sono stati sui treni di Svizzera, Lapponia e Finlandia, Bretagna, Canada, Giamaica, Giordania, Bali e in un mucchio di altri posti. Hanno venduto i documentari a Hobby & Work per una buona cifra.

Macchina da scrivere portatile Underwood 315, con cui Giuseppe Ivan redigeva articoli e comunicati stampa fino alla fine degli anni Ottanta.

Quattro

Un piccolo salto e il naviglio della Martesana si tuffa sotto l’asfalto di via Melchiorre Gioia, e lì sotto continua a scorrere. Play.

«Seconda metà dell’Ottocento. I miei bisnonni fanno le valigie, e dalla regione dei Sudeti, dove abitavano, si trasferiscono a Budapest. In breve tempo al mio bisnonno materno, orologiaio, affidano la cura di tutti gli orologi municipali. Il mio bisnonno paterno apre il primo salone di automobili dell’intera Ungheria.

Poi c’è un salto della famiglia dalle attività commerciali a quelle intellettuali. Mio nonno Emilio si iscrive all’università, prima si laurea in Matematica, poi in Lettere; diventa insegnante a scuola e sposa una ragazza ebrea con cognome asburgicizzato, Heim, che significa casa. Lei era diplomata in pianoforte, di famiglia ricchissima ma in completa rovina per via di un padre stronzo che si era bruciato tutto al gioco, si era fatto la fama di baro, e si era suicidato al confine tra Yugoslavia e Ungheria per sfuggire al processo. Così mia nonna non divenne concertista come sognava, ma insegnante di pianoforte. Mise al mondo due bambini: Andrea e Paolo Ludovico, mio padre».

Modellini di autobus da tutto il mondo: altra passione collezionistica. Insieme a treni, calamite, fari d’avvistamento, bastoni da passeggio.

A questo punto, nella mia registrazione, attacca l’Inno alla Gioia; è la suoneria del cellulare di Giuseppe Ivan Lantos. Risponde. La chiamata è breve. Poi continua a raccontare, discendendo lungo i rami del suo albero genealogico. Io continuo a camminare, guardo a sinistra, guardo a destra, attraverso la strada e proseguo su via Melchiorre Gioia.

«Scoppia la prima guerra mondiale. Crolla l’Impero austroungarico. Il 1919 e il 1920 sono gli anni del biennio rosso. Poi viene nominato reggente d’Ungheria l’ammiraglio Miklós Horthy che, per prima cosa, promulga delle leggi razziali. Non pesantissime. Ma includono il divieto per gli ebrei di frequentare l’università. Mio padre voleva fare il medico: così prende un treno per l’Italia – in quegli anni Mussolini cercava di attrarre il maggior numero di cervelli dall’Europa centrale – insieme a un amico, un certo Cohn. Insomma, un Levi e un Cohen si ritrovano, con i cognomi un po’ mutati, coscia a coscia nello stesso scompartimento di un treno; scendono e si iscrivono a Medicina a Padova, la prima città universitaria in cui s’imbattono lungo il percorso. Poi mio padre si trasferisce a Genova, poi a Milano, poi a Torino, diventa dentista e medico condotto a Gassino Torinese. Infine torna a vivere a Genova. Guadagna bene, si compra la prima automobile, fa le vacanze sulla riviera ligure. Nell’estate del 1938, il regime fascista promulga le leggi razziali».

Stop.

Cinque

È il turno dell’ultimo set fotografico. Giuseppe Ivan Lantos esce dalla camera in calze filo di Scozia, un completo spezzato (pantaloni antracite, giacca nera), camicia bianca, papillon di seta giallo, fazzoletto bianco con trama floreale nel taschino della giacca, giacca su cui è appuntata una spilla in oro giallo che rappresenta un rametto d’acacia (simbolo massonico poco noto), gilet in tartan, anello con incisione di squadra e compasso (simbolo massonico molto noto), occhiali. Prima di mettersi in posa sfila un bastone da passeggio, che stava sull’attenti dentro una sacca da golf che ha tutta l’aria di essere molto costosa; si appoggia a quello. Io mi rimetto al mio posto, softbox in mano, e luce puntata sul soggetto ora sontuosamente vestito.

«La signora che attualmente riposa in quella cassettina» e col bastone da passeggio indica un’urna cineraria di legno sopra un tavolino, su cui giace una rosa rossa «l’ho conosciuta a Genova. Frequentavamo lo stesso circolo culturale americano. Io ero lì per imparare l’inglese».

In un angolo del salotto c’è una telecamera montata su un treppiede: Giuseppe Ivan e la moglie Giusi l’hanno comprata per le riprese del loro giro del mondo in treno. Durante quei viaggi hanno acquistato anche diversi cappelli.

Deglutisce, sorride, non si scompone, prende una boccata di pipa, il fumo esce dalla sua bocca e si porta dietro un sentore gentile di vaniglia. Continua dicendomi che il sabato e la domenica il circolo organizzava delle gite in montagna, sulle piste da sci. Che in primavera si andava a vedere la fioritura dei narcisi: era una cosa che andava di moda. Durante una di queste uscite era seduto sul pullman in una delle prime file: stava mollando una ragazza, litigavano e urlavano. Quella seduta sul sedile davanti, si gira, lo guarda e gli dice: Scusate, se dovete litigare, potreste accomodarvi in fondo? Qui vorremmo cantare. Grazie. Che faccia di culo che ha questa, pensa lui. Va bene, senz’altro, si figuri, ha ragione, risponde. Questo è stato il primo contatto di Giuseppe Ivan con Giusi.

Riesce a sbuffare del fumo verso l’obiettivo? Chiede il fotografo. Lui esegue, una due, tre, quattro, cinque sbuffate di fumo denso, che poi si dissipa nel salotto.

«Qualche mese dopo l’episodio del pullman, sto lavorando alla drammaturgia di uno spettacolo teatrale, un racconto poetico sull’amore, dai trogloditi fino ai giorni nostri. Faccio dei piccoli casting: e a uno di questi si presenta una ragazza. La stessa delle prime file del pullman. Naturalmente le ho dato subito la parte. E sono partito con un corteggiamento spietato, un lavoro ai fianchi durato sei mesi. Poi un giorno lei mi dice: Devo parlarti. E ci diamo appuntamento in un caffè di Genova. Non funziona Giuseppe. E credo non funzionerà. Forse è meglio se la finiamo qui.
Incasso il colpo. Poi viene il mio turno: Bene, tu hai parlato. Fai parlare me, ora. Le dico che avrei voluto sposarla. Diventammo marito e moglie il 15 aprile 1968. Due anni dopo».

“La Massoneria si avvale di un simbolismo muratorio-architettonico, tramite il quale invita i suoi iniziati alla conoscenza di se stessi attraverso una progressione di cerimonie rituali e un luogo di confronto, ove si ricercano i principi morali universali, al fine di operare per la costruzione di un mondo migliore” (dal sito web della Gran Loggia d’Italia degli ALAM).

Potremmo fare uno scatto sulla porta di casa? Poi abbiamo concluso. Sempre il fotografo. Io mi porto dietro il softbox, lo punto, e ricominciano i flash.

La porta è blindata. Sull’altro lato, quello che dà sul pianerottolo, c’è un grosso stemma con squadra e compasso che Giuseppe Ivan si è comprato su Amazon. Poco distante, fissata allo stipite con un chiodo, c’è la mezuzah. Un oggetto rituale che gli ebrei affiggono alle loro porte. Ricorda il segno che, durante l’ultima notte in Egitto, Dio intimò a Mosè di tracciare sugli usci della gente del suo popolo. Quella notte sarebbe giunto l’angelo della morte a prendere con sé tutti i primogeniti della terra d’Egitto. Avrebbe risparmiato solo le case segnate col sangue d’agnello, quelle dei figli d’Israele.

«Mia madre e mio padre, hanno vissuto tutta la loro vita dopo la guerra, in Italia, assediati dal complesso del profugo. Come se qualcuno sarebbe potuto sbucare all’improvviso, bussare alla loro porta, prendersi tutto quello che avevano costruito, e distruggerlo, di nuovo. A me non piace nascondermi. Ti basta dare un’occhiata alla mia porta per capire che qui vive un ebreo e massone».

«A me non piace nascondermi. Ti basta dare un’occhiata alla mia porta per capire che qui vive un ebreo e massone.»

Giuseppe Ivan Lantos pronuncia queste ultime parole in tono bonario. E senza rabbia o risentimento mi dice che, una settimana fa, qualcuno ha tracciato una stella di David sul cofano della sua auto con delle chiavi. Ha sporto denuncia. Secondo lui è stato il gesto di qualche ragazzotto idiota, niente più, niente di cui avere paura. Così mi ha detto, ci ha riso sopra. È passato ad altro. Io con lui – un po’ titubante – ho cambiato argomento, sono tornato sulla massoneria, gli ho chiesto come avvengono le riunioni, concretamente. «Niente di speciale». Ha risposto. «L’incontro base avviene in un locale apposito, detto Tempio, disegnato, all’incirca, sul modello del tempio di Salomone. Ci sono due ordini di sedie. Una cattedra sopraelevata, a cui si accede tramite tre gradini, su cui siede il Maestro Venerabile. Poi ci sono due aiutanti, i sorveglianti, seduti di fronte. Un segretario che redige il verbale. E un oratore che fa una sintesi finale dei discorsi pronunciati».

Giuseppe Ivan ha iniziato a giocare a golf, su spinta del figlio primogenito, oggi arbitro del circuito internazionale.

E di cosa si parla, ho chiesto: «Dipende. C’è un ordine del giorno deciso dal Maestro Venerabile di volta in volta. Non è un dibattito o una discussione. Si interviene uno alla volta e non si ribatte al discorso precedente. Quando tutto è finito si esce fuori, si va al ristorante – abbiamo una convenzione con una trattoria in zona – e si continua a discutere, molto più liberamente».

E come arrivano le convocazioni alle riunioni? «Un tempo via posta, raccomandata con ricevuta di ritorno. Da qualche anno via mail. Nella convocazione c’è l’ordine del giorno».
E l’età media, più o meno? «Ci sono molti giovani».
E si può assistere? «Se non si è iniziati no; in nessun caso. Ma facciamo molti eventi aperti al pubblico. La massoneria, da dentro, è molto più normale di come appare da fuori».

Grazie. Io qui ho finito. Aiuto il fotografo a smontare il softbox e inserirlo nella sua valigetta. Salutiamo. Ringraziamo. Chiudiamo la porta.

Sei

Svolta a destra su via del Progresso!, mi intima la voce femminile del navigatore.

«1938. A casa di mio padre si presenta un ufficiale della milizia, accompagnato da altri due uomini. Signor Paolo Ludovico Lantos, lei ha 48 ore per lasciare il paese. Può portarsi solo gli effetti personali. L’unica, a quel punto, era tornare in Ungheria. Il viaggio durò un paio di mesi: a mio padre venne un terribile mal di denti, che lui ritenne di curarsi con abbondanti sciacqui di cognac. Arrivò in piazza Oktogon, a Budapest. Gli mancava solo l’ultima tappa del percorso, in tram. Era alticcio, si mise a cantare arie di opere liriche italiane. Il caso volle che di lì, in quel momento, passò una ragazza, che doveva prendere lo stesso tram. La ragazza conosceva già mio padre: le loro famiglie erano amiche. Ma era la prima volta che lo sentiva cantare. Lì in piazza Oktogon nacque il lungo e travagliato amore tra mio padre e mia madre».

“Quando mio padre ha capito che con Giusi facevo sul serio, mi ha detto: La prima cosa che devi dire quando ti presenti ai suoi genitori è che sei ebreo. L’ho fatto davanti a una pizza. Il padre di Giusi, mi ha guardato per un attimo, e mi ha risposto: E chi se ne fotte?”.

Sei arrivato! La tua destinazione si trova sulla sinistra!

«A Budapest mio padre ritrova anche Cohn, l’amico con cui era partito per l’Italia, anche lui costretto ad andarsene. C’era già stata l’annessione nazista dell’Austria. Nel 1939 l’invasione della Cecoslovacchia. In Ungheria l’aria si faceva sempre più irrespirabile. Il posto non era più sicuro. Bisognava partire. Una sera a cena, Cohn dice a mio padre che ci sono solo due posti sicuri, in quel nuovo mondo, per gli ebrei. Uno è Shanghai. L’altro è Tangeri. Mio padre gli domanda: E tu dove vai? Cohn: A me piacciono i cinesi, vado a Shanghai. Mio padre: E come si arriva a Shanghai? Cohn: Si va in un porto, si prende un battello; un mese e mezzo o due di navigazione e si arriva. Mio padre soffriva di mal di mare anche solo a guardare le barche al cinema. Per Tangeri, invece? Cohn: Passi dall’Austria, se ti fanno passare i tedeschi. Svizzera. Francia. Spagna. E arrivi fino a Lisbona: tutto in treno. Lì puoi prendere un aereo. E andò così. Mio padre salutò mia madre, la sua fidanzata, le disse che lei era libera di decidere quello che voleva fare. Partì. Venne fermato al confine tra Austria e Svizzera: aveva due valigie, in una i libri, nell’altra gli strumenti chirurgici. I tedeschi gli sequestrarono qualcosa ma lo lasciarono passare. A Lisbona – per via di quel fermo – verrà arrestato, in attesa di accertamenti. Una settimana in carcere. Poi lo liberarono. Aereo per Tangeri, dove trovò un posto come assistente chirurgo all’ospedale francese della Charité. Nel febbraio del 1940 lo raggiunse mia madre. Ad aprile si sposarono».

«Dai racconti fatti molto sottovoce nella mia famiglia, ho scoperto che mia madre rimase incinta, ma decise di abortire. Mio padre, però, pian piano la convinse che un figlio ci voleva. Così il 18 novembre 1942 nacqui io»

Sono arrivato al Tempio della Gran Loggia d’Italia, sede di Milano. Da fuori è un parallelepipedo alto quattro o cinque metri, con le sbarre alle finestre, completamente anonimo. Potrebbe essere una piccola ditta familiare che produce qualcosa di non troppo ingombrante.

Mi avvicino. C’è un citofono senza alcun nominativo. Una targa che recita “Centro sociologico italiano”, Giuseppe Ivan mi aveva anticipato che quello è il nome legale della parte di struttura che si occupa dell’amministrazione. «Un po’ serve anche come copertura, mica puoi scrivere “Tempio Massonico della Gran Loggia d’Italia degli ALAM. Anche se c’è poco da coprire: i nominativi di tutti gli affiliati sono depositati regolarmente in questura». Un’altra targa avverte che l’area è sottoposta a video-sorveglianza. Ci sono due telecamere puntate sull’ingresso. Tutto qui.

Il muro di fronte è scalcinato, qualcuno con una bomboletta nera ha scritto: “Curva Nord, Padroni di Milano”; gli interisti. A lato hanno ribattuto i milanisti con la bomboletta rossa: “Curva Sud”. E sopra quella scritta qualcuno ha tracciato una stella di David, in nero, e sotto: “Ebrei”. Nel gergo ultras i milanisti sono “ebrei” perché hanno una curva di destra troppo poco estrema, secondo le tifoserie rivali.

«L’eliminazione degli ebrei ungheresi fu una cosa rapida, perché nell’inverno del 1944 a Budapest arrivò Eichmann. I primi morirono nel Danubio gelato. Venivano disposti in fila sugli argini, legati l’uno all’altra con il fil di ferro. I soldati sparavano alla testa dei primi tre, che si trascinavano nel fiume gli altri dieci. Poi furono organizzati i treni. I miei nonni riuscirono a mettersi in salvo in alcune case protette di Budapest gestite da uno svedese. A mia madre e mio padre le notizie da casa arrivavano a singhiozzo, tramite qualche lettera che riusciva ad attraversare l’Europa. Dai racconti fatti molto sottovoce nella mia famiglia, ho scoperto che mia madre rimase incinta, ma decise di abortire. Mio padre, però, pian piano la convinse che un figlio ci voleva. Così il 18 novembre 1942 nacqui io.
Finì la guerra. Nel 1947 nacque mia sorella. Nel 1948 tornammo a Genova. La città era distrutta. Al posto della nostra casa c’era un cumulo di macerie. Siamo ripartiti da lì, e ci siamo ricostruiti una vita».

Stop. Mi tolgo le cuffie. Suono al citofono senza nominativo. Aspetto. Non risponde nessuno.

Sette

“Ho fatto delle cose strane nella vita, mi sono divertito, non ho mai creduto nei ruoli cristallizzati. Volete che posi nudo? Va bene”.

Un qualche cosa l’uomo avrà
In tutta la pena sua di sotto il sole?
Un vaevieni di generazioni
E la terra che sta nel tempo
Sole si leva
Sole tramonta
Corre laggiù
Di là riappare
Andato a Sud gira a Nord
Il vento nel suo andare
Dopo giri su giri
Il vento ricomincia il suo girare
Si versano nel mare tutti i fiumi
Senza riempire il mare.

[Qohélet, I, 3-7]

Viaggio al termine della torre

«Dove ci porti?»
«Voglio farvi una sorpresa».
La luce gialla comincia ad alzarsi, e con lei i nostri menti. Numeri diversi si illuminano ogni due secondi, uno alla volta. Due secondi, il tempo che scorre passando da un piano all’altro. 3, 5, 10, 12, 15. Il 18 prende luce. La porta dell’ascensore scorre facendo uscire noi e l’odore dolciastro di umanità che contiene. Da quassù il cortile è ampio come il palmo di una mano, e sembra che gli alberi abbiano perso la propria spinta verticale.

Saber estrae dalla tasca un mazzo di chiavi, piccolo rispetto alla sua altezza e alla vastità di porte che può aprire. La porta di sicurezza arancione oppone una prima resistenza, ma Saber è uomo che non ha fretta. Ecco finalmente la luce del sole, e la grande terrazza.
«Ho pensato che sarebbe stato bello farvi vedere Brescia da qua. Ogni tanto salgo per stare tranquillo, per pensare, si sta bene. Spero vi piaccia».

Saber estrae dalla tasca un mazzo di chiavi, piccolo rispetto alla sua altezza e alla vastità di porte che può aprire.

Saber è nato a Tunisi, ha 47 anni, e da meno di uno lavora come portinaio alla torre Cimabue, nel quartiere San Polo Nuovo, Brescia. A chiamarlo è stato Jamel, presidente del Centro Culturale Islamico della città, che aveva bisogno di un sostituto per un mese. Una persona di fiducia. Scaduto il periodo gli inquilini hanno chiesto che rimanesse, e così è stato. Qui alla torre sono in cinque a fare i portinai, di cui uno ciclicamente al turno di riposo; ogni turno dura cinque ore, e insieme coprono la fascia oraria dalle 5 del mattino all’1.30 di notte.

La sua parlata è lenta e morbida, e riflette la sua pacatezza d’animo. Le mani danzano in movimenti accoglienti, e quando si allontanano dal suo torace indicano il panorama che ci circonda. Da qui si vede tutto: la città e le sue Prealpi, le cave, l’autostrada, le industrie, l’acciaieria, il campo rom; la metro, le villette a schiera di San Polo, i suoi parchi, le torri Tiziano, Michelangelo e Raffaello più in giù.
La torre Tintoretto invece svetta di fronte a noi in modo egocentrico, diversa dalla Cimabue per le strisce colorate che nel suo caso sono orizzontali con i toni dell’arcobaleno, e per essere completamente disabitata. Per il resto, due torri di case popolari con nessun balcone, un ingresso, due ascensori, diciotto piani e 196 appartamenti.

San Polo è il quartiere più popoloso di Brescia con quasi 20.000 abitanti. Si trova a sud-est della città, e in sé racchiude San Polo nuovo, zona di urbanizzazione pubblica e parte di quel laboratorio sperimentale di urbanistica attuato dall’architetto Leonardo Benevolo, ispirato dalle tecniche europee in voga nei primi anni Settanta. Il disegno era semplice: un quartiere di villette a schiera di edilizia agevolata, ordinate, circondate da parchi, sovrastate dalle due torri esplose dalla terra, dal nulla. “Un’anomalia” la chiamano qui.

Inizialmente il comune assegnò gli appartamenti a moltissime famiglie della città; in seguito, a immigrati. Cinque anni fa la torre Tintoretto è stata svuotata e i suoi abitanti spostati al quartiere Sanpolino, in vista del prossimo abbattimento. Ora la torre è ancora qui – gigantesca, maledetta, stinta – nel suo limbo apparente, almeno fino a quando non verrà aperto il prossimo bando che deciderà la sua rinascita o la fine definitiva. Nel frattempo rimane tema utile politicamente, come simbolo di disfatta delle precedenti amministrazioni o punto programmatico di campagne elettorali.

La mano di Saber smette di indicare e arriva alla nuca, mentre la schiena si poggia al parapetto. «Ho conosciuto Brescia vent’anni fa. Dopo un po’ sono venuto a sapere che quelli che erano nel Carmine e da altri quartieri con dei problemi sociali, beh, la maggioranza di loro sono stati portati qua nelle torri. Perché proprio qua? Perché unire…».
Di slancio si abbassa, e con un dito delinea sul pavimento i contorni di una mappa che di tratto in tratto avanza dal suo stato invisibile.

«Ti racconto una cosa della Tunisia. Qua c’è la costa marittima – il dito si muove verso nord est – qua trovi i paesi e le città con imprenditoria, persone benestanti – rientra a sinistra – poi una serie di alberghi, i quartieri dei poliziotti e dei militari. Poi qua – ancora più a sinistra, iniziando a scendere – c’è il cuore del potere dove ci sono strutture pubbliche e industriali, poi il vuoto perché costa tanto, vanno solo certe persone. Poi qua – ancora un poco più giù – c’è una cintura, ci sono tutti i quartieri poveri. Questi la mattina si svegliano alle 5 e vedi una specie di invasione verso queste zone qua – risale verso destra – verso le aree industriali. Allora vedi, è una cintura di povertà fatta per proteggere in realtà tutto quello che è il cuore del potere. Capisci, io credo che qua sia una cosa simile, un esperimento sociale. Ed è stato un problema, un grosso problema, la miccia che ha fatto finire in questo modo le due torri. Dicono che buttano giù la Tintoretto ma non la buttano giù, perché dovrebbero farlo scusa, è a posto! E perché questa Cimabue no, visto che sono identiche? Sono in questa torre da solo un anno ma ho tante domande».

Una delle risposte sembra risiedere nella proprietà delle torri: la Tintoretto è nelle mani dell’ALER (Azienda Lombarda per l’Edilizia Residenziaria), mentre la Cimabue del Comune. E di nuovo, affari politici, arresti, giochi di tangenti.
«La gente ha paura di queste torri, se ne dice di ogni, e potrei raccontare tanto anche io. Ma bisogna sempre toccare, conoscere, vivere la gente che ci abita. Adesso si parla del touch, il touch è così, se non tocchi cosa è? Seguitemi, iniziamo la nostra discesa».

«La gente ha paura di queste torri, se ne dice di ogni, e potrei raccontare tanto anche io. Ma bisogna sempre toccare, conoscere, vivere la gente che ci abita. Adesso si parla del touch, il touch è così, se non tocchi cosa è?».

Dagli oblò entra molta luce, e il caldo – nonostante sia piena estate – non si sente troppo. Sui muri scritte in italiano, arabo, in francese elementare, rimandano ad amori appena nati o terminati; il tratto dell’indelebile, lo scorrere del tempo.

Je mourai por toi/autant 2 fois/qui sera necessaire/tu n’aura qu’as dire et je le farais.

Gli appartamenti iniziano al 16° piano; il 17° è per le cantine, e il 18° il balcone. All’ingresso di ogni pianerottolo una targa indica il numero di piano per non smarrirsi in questa verticalità del tutto identica: sedici livelli uguali a sé stessi, dodici appartamenti ciascuno, un corridoio a piastrelle bianche, piuttosto largo, porte grigie dalle quali provengono voci, rumori di passi, di tv e del vivere quotidiano. Qualcuno lascia la porta aperta, con il solo cancelletto basso per bambini a dividere l’ingresso dal corridoio.

«Sei qui con la tua famiglia?»
Saber tentenna, e apre con un “mmm”.
«Sono separato. Adesso sono solo qua, ma la famiglia c’è, ci sono anche i figli, però non viviamo insieme. Hanno 20 anni, poi 4 e 6. Sai, non faccio solo il portinaio. In Tunisia faccio il giornalista, lo faccio anche qui, scrivo di notizie d’interesse geopolitico, è anche per questo che mi faccio domande. Ultimamente mi sto interessando di storie di immigrati di provenienza araba. Però ho studiato geologia spaziale, una cosa del genere. È stupido, lo so!» dice scoppiando in una grossa risata.

La placca indica il numero quindici. Una nuova porta antincendio si apre sotto la spinta di Saber, che ci anticipa accogliendoci come un maître di sala, e ci introduce a Souad. Qui il nome di tutti è seguito dal piano di appartenenza; così si è presentata Souad, e così l’amica: «Baria, nono».

Entrambe frequentano il corso di sartoria tenuto nella Casa delle Associazioni al piano terra, accanto alla ludoteca; è stato avviato per fare uscire di casa le donne arabe, dopo aver notato che il loro compito si limitava alla cura di casa e famiglia. Souad è marocchina ed è in questa torre da sei anni, con marito e tre figli; Baria tunisina, in Italia dal 2005, anche lei ha seguito il marito fin qui dopo quasi vent’anni dalla partenza. Entrambe parlano un buon italiano, imparato sempre grazie ad un corso; l’hanno studiato per trovare lavoro, anche se ammettono che tra loro ogni tanto «scappa l’arabo».

«All’inizio non volevo venire a San Polo, avevo sentito parlare male del posto, ma ho voluto vedere, poi mi è piaciuto». A parlare è Baria, il volto circondato dal velo verde e nero, schiarito dalla veste floreale. «Il quartiere è bellissimo, ci sono i parchi, la metro, la scuola materna. L’unica cosa è che la casa è piccola, prima non avevo figli. Per questo non so se starò sempre qua. Al massimo ritornerò in Tunisia. Poi, per quello che si dice della torre, personalmente non ho niente problema. Esco di casa per lavorare, porto i bambini a scuola. Non ho problemi perché non vedo. Entro alle sei del pomeriggio perché sono stanca devo occuparmi del bambino, casa, compiti, non sento non vedo nessun problema. Rapporto con vicini benissimo, mio vicino non lo vedo, quindi. Non sento e non vedo – ripete – vivo la mia vita, non vedo».

«Anche per me all’inizio è stato difficile, perché abitavo vicino agli Spedali Civili», aggiunge Souad. «Ma qui c’erano problemi anche quando non c’erano gli stranieri».
Insieme parlano di episodi di vita comune in torre, dall’incontrarsi a lezione e di quella nuova famiglia che si è creata tra loro. I parenti veri li sentono via Skype, e sono contente così.
«Sì, di positivo è l’aver trovato amiche. Di negativo lo sporco, non so. Qui ci sono persone che non vogliono portare da basso la spazzatura, quindi la lanciano dalle finestre e una volta per poco non sono stata colpita da una bottiglia di vetro».
Baria annuisce.
«Pensa, l’altro giorno ero sul portone di casa, avevo poggiato la pattumiera poco lontano e sono tornata a chiudere a chiave. Sono tornata a prenderla e non c’era più, l’avevano lanciata giù. Questo è brutto, sì». Scale seguono scale, più si scende e più i piani si fanno più bui. Nei pianerottoli dei carrelli della spesa sono parcheggiati a ridosso del muro. Anche il fresco aumenta, così il viavai di gente e il rimbombo dei rumori.

«Gli inquilini si confidano tanto con me», dice Saber. «Mi era successa una cosa, non so se bella in realtà». Parla di una famiglia con un figlio bipolare e il padre assente. Quando ha il turno di notte il ragazzo raggiunge Saber in portineria, così non rischia di uscire con i coetanei e ubriacarsi: l’alcool altererebbe le funzioni dei suoi medicinali, causandogli crisi epilettiche. Una notte la madre s’era scordata che il portinaio era di riposo, ed ha lasciato uscire il figlio; il caos, la telefonata e il “devi venire subito” nel mezzo della notte.

«Alla fine cosa sono, non un portinaio, sono semplicemente una persona. Le ho chiesto perché ha chiamato me. Mi ha risposto perché il figlio si fidava solo di me. Questo è un’altra busta paga, basta. E lì dici ok, non prendo molto perché sono in una cooperativa sociale, ci sono lavori in cui posso venire pagato molto di più, ma almeno ho tempo di vivere, parlare, e c’è spazio per queste cose. Succedono».

I numeri indietreggiano. S’apre il sesto piano.
«Vi porto da una signora di 95 anni, bresciana. Speriamo di trovarla nella giornata giusta».
Svoltiamo a sinistra e percorriamo quella metà di corridoio in tutta la sua lunghezza. Nello spazio di quei metri scruto il pavimento alla ricerca di sporco, ma non ne trovo: «è martedì», mi interrompe Saber quasi capisse la mia intenzione, «quelli delle pulizie mandati dal comune sono passati ieri. Vieni tra due giorni, e non lo senti più questo odore di sapone».
L’edificio è asettico, freddo, ospedale senz’anima apparente: porte antincendio, maniglie a spinta, muri neutri, nessuna decorazione. Un’opera architettonica che affascina gli amanti del minimal, delle linee.

La porta è di fronte. Al campanello risponde un «Chi sif?» che anticipa Domenica e il suo deambulatore, il suo “compagno”. L’appartamento occupa il lato della torre che ne forma la sua larghezza, il suo fianco. Un rettangolo che per estremità ha due stanze da letto e il bagno, al centro la cucina, la finestra/oblò e il grande salone. L’arredamento dev’essere quello che ha portato qui ventitré anni fa, nel giorno della festa della donna, quando si è trasferita con la famiglia. In un angolo del salone la tv, di fronte la poltrona reclinabile adorata da Domenica, soprattutto mentre guarda film serali o ascolta il rosario alla Madonna di Lourdes, che dice essere uno spettacolo. L’italiano non lo parla, il bresciano è la sua lingua madre.

«Prima roba vi dico: sono ignorante, vecchia, ma leggo sempre il giornale, anche se lo chiamano “bugiardino”. Ho cominciato a 12 anni a lavorare, ho finito pochi anni fa di cucire a macchina perché la famiglia ha bisogno. A 95 anni ho la soddisfazione di non aver mai chiesto un prestito! Se avevo i soldi mangiavo, altrimenti mangiavo la minestra senza burro!».

Termina le frasi alzando il mento, con il fare di chi, in questo modo, riesce ad ottenere ragione. Mostra la fede che ha sul dito, “la era”, ricavata da 50 centesimi di lire dati al fabbro; non voleva iniziare una famiglia con i debiti per un anello. Sul muro un articolo di giornale celebra i cent’anni di sua madre; una targa invece “la nonna migliore del mondo”.

Domenica è una donna ferma nei suoi valori: risparmio, religione, lavoro. Oggi Saber non le ha portato il giornale, e la innervosisce. Racconta di aver avuto tre figli, uno morì a 18 anni a causa di un cortocircuito di una macchina su cui stava lavorando. Aveva trovato il lavoro in due giorni, appena uscito da scuola, e per questo gli avrebbero comperato un fucile per andare a caccia. «Dopo quindici giorni è morto. Pace. Ho guardato il mio Severino sul tavolo, l’ho ammirato e toccato, bravo com’era. Poi ho detto Signore, me l’hai dato e me l’hai tolto, tu sai il motivo, basta». Il caffè è pronto, e al ritorno dalla cucina l’argomento è cambiato, svoltato, come la morte stessa.

«A me piace vivere qui, sai? Voglio bene a tutti, e loro altrettanto: neri, bianchi, vecchi, bambini, mi chiamano nonna, sono dei gioielli. Prima quando riuscivo a camminare senza problemi facevo le punture a tutti, bisogna fare del bene nella vita. Una volta un signore giù in cortile mi ha chiesto se avessi intenzione di volere bene a tutti, anche ai neri – vedeva che mi dicevano ciao nonna. Diceva che lui li avrebbe bruciati tutti insieme ai vecchi. Non c’ho più visto. Io rispondo, sempre con rispetto ma rispondo sempre, e gli ho ricordato quel detto “scarpa grossa cervello fine”, e le sue scarpe erano belle, marroni e di pelle. È preso e se n’è andato. Ma cara te, ho la carogna addosso!».

I giornali locali scrivono di una situazione di altissimo degrado in torre, dai problemi personali, di convivenza, alla sporcizia esterna alla droga e prostituzione. In Casa delle Associazioni dicono che si tratta solo di spaccio “fisiologico”, e che questo non è un grosso problema; il disagio è dato dalla fermata della metro vicina, luogo di ritrovo dei ragazzi della zona che facendo tardi recano fastidio alle villette, dove risiede la maggioranza degli associati. Un contrasto evidente, paradossale, più o meno colpevole, più o meno conveniente.

«Per me c’è un’energia che tiene unito ‘sto posto».

«Da portinaio ne ho viste di cose sconvolgenti. Ma non voglio raccontarti di chi becco a farsi le pere, nemmeno del viavai di uomini, bisogna anche andare oltre. Per me c’è un’energia che tiene unito ‘sto posto. Io credo sia questo il segreto. Ho vissuto a Milano per due anni e non ho mai conosciuto nessuno dei miei vicini, capisci? La comunità. Bisogna conoscere le persone, entrare nelle case, scoprirle, non guardare e aiutare solo dall’esterno. Una notte ho guardato tutti i cognomi dei campanelli e ho fatto delle ricerche. Pensa, ci sono quarantacinque lingue diverse qua. Dall’Africa ci sono venti nazioni minimo, Senegal, Congo, Ghana, Tunisia, Egitto, Marocco… capisci? Dall’Europa Germania, Kosovo, Macedonia; e poi serbi, bosniaci, albanesi, russi, brasiliani, argentini, peruviani. Un mondo. Questo produce energia. Tra un’ora e mezza se vai ai piani inizi a sentire gli aromi, capisci la vita di cosa è fatta: aromi, colori. C’è un detto arabo che fa parla con ogni uomo, con la sua lingua. Secondo me lì consiste il segreto, ognuno viaggia sull’onda. Sali!».

«C’è un detto arabo che fa parla con ogni uomo, con la sua lingua. Secondo me lì consiste il segreto, ognuno viaggia sull’onda. Sali!».

Burkano è del secondo, lo incontriamo mentre sta trasportando la sua bicicletta a mano, su dalle rampe. Ha 14 anni, è serbo, ma vive nella torre da quando ha 3 anni. La nonna vive con la sua famiglia, tre fratelli e due sorelle, mentre lo zio in un altro appartamento della Cimabue. Racconta che era bello giocare a panchine in giardino, o a calcio con tutti gli altri ragazzini, ma anche che di sera i senzatetto dormono qui fuori e aprono i rifiuti lanciati dalle finestre. Per questo i bambini ora hanno paura di scendere a giocare.

Mentre parliamo un gruppo di ragazzi rientra da una gita in piscina organizzata dalla ludoteca. Burkano si vanta, scuote i suoi capelli castani e lancia vive occhiate. «Mi chiamano perché sono qui con voi, mi riempiranno di domande. Qui in realtà ci sono più vecchi che ragazzi, ma la gente mi piace, mi trovo d’accordo. È solo che alcuni sono un po’ matti. Una volta un tipo ha lanciato una bicicletta dall’undicesimo, io l’ho schivata per poco, sono scappato. Lo sai che non vanno nemmeno le telecamere? Sono negli alberi, dicono che sono controllate dalla polizia ma non è vero nulla».

Ci racconta poi di quello che vorrebbe fare da grande, il bodyguard, anche se ammette di dover lavorare molto a livello muscolare. Per il momento pensa alla scuola. «Ora vado a baita», e riprende la sua risalita verso casa, la “baita” in bresciano, mentre noi continuiamo verso la fine.

Al piano terra le piastrelle assumono toni diversi di grigio creando un’enorme scacchiera; le pareti sono tinte d’azzurre tagliate da grandi finestre a forma di mezzo cuore, un modo più eclettico per donare un po’ di luce in questo fine corsa così buio. Le caselle postali si susseguono, si rincorrono dentro e fuori dall’edificio; uno specchio stradale è appeso di fronte alla postazione di Saber, in modo da poter vedere chi entra e chi esce senza per forza scomodarsi.

Prima di chiudere l’ultima porta – quella che divide il suo mondo da quello degli abitanti della torre – ci parla di un documentario che ha in mente di fare, nella speranza di poter essere d’aiuto a chi intende trasferirsi in Italia; poi riprende posto nella sua scrivania come farebbe un giornalista, circondato da faldoni, carte, post-it, serrato in un quadrato di vetro, dietro gli schermi di vigilanza.