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Il contadino di Babele

“Fondo Librario Documentario Riccardo Bertani” recita la targa sulla porta. È una piccola casa di cemento a Caprara, una frazione di Campegine, un paese di seimila abitanti vicino a Reggio Emilia. Di fronte alla casa c’è un orto in cui spuntano zucchine, pomodori e lattughe. E poco più in là un’aia su cui un tempo hanno scorrazzato oche e galline.

Secondo un articolo che ho letto recentemente su un quotidiano nazionale, Riccardo Bertani è un contadino di 88 anni che nel corso della sua vita ha imparato da autodidatta più di cento lingue. Ha redatto vocabolari di dialetti remoti e studiato lo sciamanesimo siberiano. Senza allontanarsi mai da questa casa. Com’è possibile?

Quando viene ad aprirmi la porta, Bertani indossa i pantaloni di una vecchia tuta e un maglione sgualcito. Con lui c’è Domenico, un signore del paese di una decina d’anni più giovane, che si occupa dei convenevoli. Tra loro, si parlano in dialetto. Con me, parlano italiano. Distratto, Bertani mi stringe la mano, prima di fare marcia indietro e imboccare un corridoio stretto. Cammina lentamente, aiutandosi con un bastone. I suoi piedi sono avvolti da ingombranti bendaggi. Senza preoccuparsi di verificare se lo stiamo seguendo o meno, scompare dentro una stanza.

Dopo pochi secondi lo raggiungo dentro al suo studio, uno stanzino di una quindicina di metri quadrati. Tre delle quattro pareti sono occupate da librerie. Sulle mensole (a quanto pare un tempo reggevano forme di formaggio) ci sono statuette di divinità pagane e qualche foto di Bertani, un po’ più giovane, intento a ricevere un premio o a mangiare con gli amici. Inchiodato a un palo della libreria c’è un foglietto con una citazione di Tolstoj. Poco più in là un castello di medicine impilate l’una sull’altra.

Riccardo Bertani è un contadino di 88 anni che nel corso della sua vita ha imparato da autodidatta più di cento lingue. Ha redatto vocabolari di dialetti remoti e studiato lo sciamanesimo siberiano. Senza allontanarsi mai da casa sua.

Al centro della stanza troneggia una grande scrivania di noce, con un leggìo che regge un libro aperto. Bertani ci si accomoda dietro e mi fa cenno di sedermi su una delle tre sedie che stanno disposte lì davanti. Improvvisamente solleva la testa e mi trafigge con i suoi occhi azzurri: “Allora, cosa vuoi sapere?”

Non sembra abituato alla compagnia. Da quando il Comune ha trasformato la sua casa in un Fondo, delegazioni di linguisti e curiosi sono venuti a trovarlo, ma evidentemente lui non è ancora riuscito a superare l’imbarazzo di rispondere alle domande dei suoi ospiti, e tantomeno quello di farsi fotografare: “Mi farebbe piacere che mi conoscessero per le mie opere, non per le foto”, commenta. Quando gli chiedo di raccontarmi la sua storia apre prontamente un cassetto, tira fuori alcuni fogli graffettati e me li allunga: “Sta tutto scritto qui”.

La sua passione per le lingue risale all’infanzia, ma non ha nulla a che vedere con un’educazione convenzionale. Di fatto, ha abbandonato la scuola subito dopo le elementari, un’esperienza che definisce “castrante”. Gli strumenti per imparare invece li ha trovati in casa. Paese natale dei sette fratelli Cervi, forse i più celebrati tra i martiri della Resistenza, Campegine subito dopo la guerra diventò un luogo simbolo del comunismo italiano. A cena Bertani ascoltava suo padre, primo sindaco di Campegine nel dopoguerra, parlare di Stalin e di Lenin. La libreria di casa era affollata di autori russi.

Apprendista contadino di giorno, il giovane Bertani di notte leggeva Dostoevskij, Puškin, Gogol’ e Tolstoj. A vent’anni, mi racconta, imparò il russo grazie alle lezioni pubblicate sulla rivista “Notizie Sovietiche”. Si comprò un dizionario e una grammatica e cominciò a tradurre un libro di poesie dell’ucraino Taras Shevchenko, che era stato abbandonato a Campegine da qualche soldato passato da queste pianure negli anni della guerra.

Nei decenni successivi Bertani dice di aver imparato il bielorusso, il ceco, lo slovacco, il polacco, lo sloveno-croato, il georgiano, il mongolo, l’uzbeko, l’osseto e diverse altre lingue dell’ex blocco sovietico. Alcune erano usate in regioni remote – come il rutulo, parlato da ventimila persone nella Repubblica del Dagestan – e non esistevano né grammatiche né dizionari che potessero aiutarlo a decifrarle.
A un certo punto persino la Biblioteca Lenin di Mosca lo contattò per dare una mano con una traduzione dal yacuto, una lingua della Siberia nordorientale. “La lingua yacuta è antica: turca con elementi tungusi, manciuri e paleoasiatici. La parlano circa 500,000 persone. La traduzione mi riuscì”, mi spiega Bertani, e aggiunge: “Piacevo ai russi. Mi mandavano i dizionari gratis”.

“Sono sempre stato un contadino sbagliato. Ogni volta che sentivo il vento soffiare nei campi, la mia mente cominciava a vagare per la steppa siberiana”

La lista di lingue crebbe: scozzese, francese, spagnolo, svedese, danese, norvegese, eskimo, finlandese, hausa (che si usa nell’Africa occidentale) e altre minoritarie come l’ainu, parlato sull’isola di Hokkaido in Giappone, o estinte come l’etrusco, che scomparve intorno al 50 d.C., Bertani dice di averle imparate su libri che ha comprato o che gli amici gli hanno portato dai loro viaggi. Invece si vanta di non aver mai imparato il tedesco, una lingua probabilmente legata a episodi infelici della sua infanzia.

Bertani sostiene di aver passato la maggior parte della sua vita in questa piccola casa contadina, con le pareti e i muri irregolari, svegliandosi alle tre di mattina per studiare e tradurre fino alle nove prima di andare nei campi a lavorare, con poca grinta: “Sono sempre stato un contadino sbagliato”, si schermisce, “Ogni volta che sentivo il vento soffiare nei campi, la mia mente cominciava a vagare per la steppa siberiana”.

Un paio di volte, con riluttanza, ha preso un treno per recarsi fino a un’altra città italiana per un seminario o una lezione all’università. “Io, un contadino, in cattedra. Loro, i professori, ad ascoltarmi”, ricorda con un ghigno, che si tramuta prima in un colpo di tosse poi in un lungo sospiro. Mi ricorda Salgari, che scrisse avventure di pirati nell’Estremo Oriente senza mai avventurarsi più in là dall’Adriatico. Però Salgari mentì sempre, raccontando di aver camminato attraverso il Sahara, incontrato Buffalo Bill in Nebraska e navigato i Sette Mari. Bertani, invece, sembra ammettere candidamente le sue lacune.

“Per parlare veramente una lingua devi passare del tempo nel luogo in cui è nata”, spiega, “Io non sono andato in nessuno di questi Paesi. Avevo paura, dopo esserci arrivato, di scoprire che il mondo letterario che avevo immaginato non corrispondesse a quello reale”. Non è mai uscito dall’Italia, nemmeno quando nel 1984 è stato invitato a Sochi a un misterioso Forum Internazionale per l’Unione Spirituale dell’Umanità organizzato dall’Accademia delle Scienze dell’URSS.

Quando gli domando come sia riuscito a fare quello che ha fatto, Bertani socchiude gli occhi e sospira di nuovo. Il suo compaesano Domenico, che è stato seduto in un angolo per tutta la durata dell’intervista, mi fa segno che non c’è più tempo. Mentre mi alzo dalla sedia e faccio per congedarmi, Bertani solleva la testa e quasi scusandosi mi risponde: “Non penso di poterlo spiegare. È come chiedere a quelli che fanno i calcoli a memoria come ci riescono.  Io, ad esempio, non so nemmeno la tabellina del tre”.

***

Tornato a casa, cerco di mettere ordine nei pensieri. Questa cosa delle cento lingue è vera? Scorro l’elenco di pubblicazioni che mi ha passato in un ciclostilato. Sono principalmente articoli e saggi pubblicati da case editrici minori: il Comune di Campegine, il notiziario dell’ANPI, la rivista “Il Polo” dell’Istituto Geografico Polare, qualche quotidiano locale e così via. Spicca un articolo sui popoli dell’Europa orientale e dell’Asia settentrionale pubblicato nel Grande Dizionario Enciclopedico UTET nel 1983. Ma non c’è una singola pubblicazione accademica. Se davvero Bertani fosse un genio, non dovrebbe essere stato riconosciuto come tale? Non dovrebbe avere ricevuto una laurea onoraria, o qualcosa di simile?

Per scoprirlo, provo a rintracciare Jargal Molomjamts, una professoressa di lingue mongole all’Università Ca’ Foscari di Venezia, che nel 2007 ha scritto la prefazione a un dizionario mongolo-italiano di Bertani. Sfortunatamente, la segreteria dell’università mi risponde bruscamente che Molomjamts ha smesso di lavorare per loro molti anni fa e che non hanno modo di rintracciarla. La cerco sui social network, ma non ottengo risultati.

Se davvero Bertani fosse un genio, non dovrebbe essere stato riconosciuto come tale?

Prendo il telefono e chiamo Giorgio Iemmolo, un linguista che ha abbandonato la carriera accademica per dedicarsi all’insegnamento delle lingue. “Più lingue impari, più facile ti riesce imparare la prossima, soprattutto se è imparentata geneticamente con un’altra che già conosci”, mi spiega, “È il caso degli iperpoliglotti, un termine coniato dal linguista Richard Hudson per definire le persone che parlano sei o più lingue. In campo accademico c’è poca ricerca su questi temi, anche perché i casi sono rari”.
Tra questi spiccano il poeta John Milton che parlava undici lingue e coniò più di seicento parole dell’inglese, il Cardinale Mezzofanti che insegnò arabo e greco all’Università di Bologna nella prima metà dell’800 e fu definito da Lord Byron “un mostro delle lingue”, e il linguista tedesco Emil Krebs, che visse a cavallo del 1900, imparando a parlare e scrivere 68 lingue e studiandone 120. Alla morte, il il cervello di Krebs fu sezionato e si constatò che la sua area di Broca, responsabile per il linguaggio, era strutturalmente diversa da quella delle persone normali.

Se si fa eccezione per alcuni celebri poliglotti della storia come Cleopatra, Nikola Tesla e Audrey Hepburn, nella maggior parte dei casi chi eccelle nell’apprendimento delle lingue è uno studioso di professione, o comunque qualcuno che si muove in ambienti accademici o a stretto contatto con i centri del sapere. Bertani, in questo senso, è una mosca bianca: “Uno dei punti straordinari di questa storia è che un signore con un’istruzione quasi inesistente abbia fatto un lavoro molto fine di estrapolazione di regole e confronti, simile a quello che duecento anni fa ha dato vita alla linguistica moderna”, mi spiega Iemmolo, “Ha inventato un metodo comparativo. Giusto o sbagliato che sia, non è questo il punto”.

***

Quando vado a trovarlo per la seconda volta, Bertani non si ricorda di me. Gli faccio notare che ci siamo già visti e lui risponde, laconico: “Viene molta gente”. Stavolta con lui c’è un altro amico, Luigi. Dalla reverenza con cui lo tratta è evidente che Bertani è il vanto del paese, una sorta di diamante grezzo da mostrare con orgoglio a chi viene da fuori. Pochi giorni fa, ad esempio, il quotidiano argentino Clarín è venuto a intervistarlo per verificare una delle sue ipotesi, secondo cui la lingua degli indigeni Ona della Patagonia è direttamente legata a una lingua in via d’estinzione che si parla sulle coste occidentali della Kamchatka, in Siberia.

Nel corso degli anni, partendo dal suo studio delle lingue, ha avanzato l’ipotesi che l’America sia stata scoperta dai cinesi e che il popolo basco provenga dall’Asia.

“Le lingue al centro evolvono, quelle agli estremi si cristallizzano”, mi spiega Bertani. Questo teorema mi sembra immediatamente troppo netto, assoluto. È un tratto abbastanza comune nel lavoro – e forse nel carattere – di Bertani. Nel corso degli anni, partendo dal suo studio delle lingue, ha avanzato l’ipotesi che l’America sia stata scoperta dai cinesi e che il popolo basco provenga dall’Asia. Su quest’ultima ipotesi trovo una lettera di un professore di Venezia che gli appunta: Ritengo che la documentazione acquisita necessiti di molto altro materiale prima di poter arrivare ad una qualunque conclusione.

Non è l’unico messaggio del genere che riceve. Su un’ipotetica etimologia della parola indiana beng, un esperto gli risponde: Vorrei esprimere qualche suggerimento metodologico e comunque consigliarle di approfondire ulteriormente la sua ricerca che, così com’è, mi pare presenti il fianco a delle obiezioni. In un’altra lettera, un decano dell’Accademia della Crusca chiarisce: Con franchezza le devo dire che assai rischiosi e impossibili sono i suoi tentativi di comparazione linguistica.

Bertani non si scoraggia mai. Continua a fare ricerca, studiare, tradurre e riempire decine di agende omaggio del Credito Emiliano con lemmi e caratteri di alfabeti lontani. Quando è stanco di una lingua o di una cultura, si sposta su un’altra, inseguendo la sua sete di conoscenza. Scrive dizionari dal georgiano, dal cincio, dall’orocio e dal gotico all’italiano, approfondimenti sui proverbi coreani e sui nomi propri persiani, in quel che presto diventa una bibliografia che contiene più di seicento pubblicazioni tra libri, saggi e articoli.

Quando ha un dubbio, si rivolge a colleghi linguisti e traduttori di tutto il mondo, che spesso si prodigano in complimenti sul suo lavoro. Porta avanti una corrispondenza fitta con un professore dell’Accademia delle Scienze dell’Unione Sovietica e con la bibliotecaria del Centro di Studi Zingari di Roma. Nei suoi archivi personali ci sono anche lettere di un docente giapponese, dell’Istituto di Cultura Italiano ad Amsterdam, dell’ambasciata vietnamita a Roma, dell’Istituto Linguistico dell’Accademia delle Scienze di Budapest.

La generosità e costanza con cui questa comunità di campagna si prende cura di Bertani ricorda tempi passati, quando chi passava la sua vita a studiare era ancora considerato una risorsa e un bene da proteggere

Stanno tutte in un armadio della Ludoteca della Biblioteca di Campegine, a pochi metri dai libri per bambini. Quando mi presento al banco accettazione e dico di essere venuto per fare una ricerca su Bertani, le due bibliotecarie sgranano gli occhi. Da quando è stato aperto il Fondo, mi confessano, Bertani le ha sommerse di libri, articoli e carte che loro hanno a malapena il tempo di catalogare. Ma subito si mettono all’opera: la generosità e costanza con cui questa comunità di campagna si prende cura di Bertani ricorda tempi passati, quando chi passava la sua vita a studiare era ancora considerato una risorsa e un bene da proteggere, curare. Dopo una breve ricerca mi mostrano il pezzo forte dell’archivio: due lettere scritte e firmate a mano dal padre dell’antropologia, Levi Strauss, che fa i complimenti a Bertani per una sua ricerca sul Genius Loci.

Ciò che filtra da questa maniacale e globale corrispondenza è il desiderio di dialogare con quella che Bertani considera la sua comunità di riferimento, ma ancor di più un bisogno sconfinato di conoscere, risolvere i dubbi che lo ossessionano durante la notte, mentre lui traduce nel suo piccolo studio e gli altri – uomini e vacche – dormono. 

“Prendi un albero, per esempio”, spiega Bertani, “Un contadino ci vede un olmo, una vite o un albero da frutto. Un cittadino ci vede un albero da viale o da parco. Una persona che vive nella foresta lo vede da un altro punto di vista ancora”. Uno degli aspetti più interessanti della ricerca di Bertani consiste nell’investigare il significato dietro a oggetti culturali apparentemente banali, lo stesso approccio usato da grandi semiologi come Roland Barthes o Umberto Eco.

Oltre a dizionari e saggi di linguistica, spulciando la bibliografia di Bertani, si trovano anche articoli sui ricci, gli indovinelli, la morte di Trotzkij e il Carnevale.

Questa bulimia intellettuale ha un doppio movimento. Il primo è rivolto verso l’esterno. “Per fare una buona traduzione bisogna conoscere anche la cultura, i costumi, i sentimenti e la storia di un popolo”, mi spiega Bertani, “Per imparare il russo, ad esempio, bisogna leggere il Canto della Schiera di Igor”. Seguendo questa filosofia, Bertani usa la linguistica come grimaldello per fare scorrerie nelle culture e nelle epiche di mezzo mondo. Studia la storia della Mongolia a partire da un carattere dell’alfabeto locale e si appassiona dello sciamanesimo degli Jukaghiri, una popolazione siberiana.

Ma il secondo movimento è sempre quello del ritorno alla terra. Come se, nelle notti di studio febbrile, il sorgere del sole gli ricordasse sempre che tra poche ore sarà di nuovo nei campi a lavorare. Bertani è un contadino e scrive per i contadini. Ecco allora articoli sul picchio e le zucche, sull’aratura dei campi e sulla funzione della stalla, sull’uso del propoli per curare l’asma e sui diversi nomi del ‘maiale’ in dialetto reggiano, oltre a trattati di erboristeria, botanica e zoologia (“Animali creduti ingiustamente malefici”, 2006).

Questo ritorno alla terra non è però mai nostalgico. È lui stesso ad ammettere di essersi allontanato presto dal comunismo (oggi si considera anarchico e tolstojano) e a dichiararsi contrario allo studio del dialetto reggiano nelle scuole dato che “i bambini non pensano più in dialetto”. Un suo saggio degli anni Novanta sulla provenienza centroeuropea della vacca rossa reggiana si è rivelato profetico: oggi la varietà è stata recuperata e produce uno dei Parmigiano Reggiano più ricercati e raffinati della zona.

Il signor Luigi mi fa il solito cenno con la testa, che significa: il maestro è stanco, è ora di andare

Fuori dalla finestra, la nebbia scende sul piccolo orto di Bertani, creando quella scenografia eterea che fa della Bassa emiliana un habitat naturale per la ricerca poetica. Basti pensare a Cesare Zavattini, Giovannino Guareschi, Antonio Ligabue, Luigi Ghirri, che hanno popolato il profilo piatto di queste terre con personaggi strani e un po’ lunatici. Forse per giudicare l’opera di Bertani sarebbe utile avvicinarlo a questi autori –visionari e anticonformisti – più che ai cattedratici dei grandi atenei italiani.

Ma non c’è tempo di investigare oltre. Quando il respiro del vecchio si fa di nuovo pesante, il signor Luigi mi fa il solito cenno con la testa, che significa: il maestro è stanco, è ora di andare. Mentre si congeda con una rapida stretta di mano, ho la netta sensazione che Bertani si senta sollevato all’idea che tra poco il suo studio sarà vuoto e lui potrà accendere l’abat-jour, tirare fuori l’agenda e dedicarsi alla traduzione degli scritti in caratteri runici che ha lasciato in sospeso la notte passata.

Storie dal cassonetto

Mi sveglio. Mi guardo allo specchio. Mi trucco. Il caffè sale nella moka e fischia, il sole pare salire a stento; giornata grigina.
Indosso un paio di jeans, un maglioncino di lana verde petrolio, mi porto anche un quaderno per gli appunti.
Prima stazione: i cassonetti “della Caritas”. Seconda: un capannone, nella periferia di Bergamo; è la sede del Laboratorio Triciclo. Terza e ultima: un negozio a Bergamo quasi-centro.
Partiamo dalla fine.

Terza stazione

“Rivestiti” è il nome del negozio, in via Broseta. Nuova vita per abiti che hanno già vissuto, ma anche vintage e tanto altro, si legge in una descrizione che ho trovato on-line.

Varco la porta. Gentile scampanellio. Da sopra un armadio mi guardano cinque teste femminili di manichino tutte molto fiere dei loro cappelli (la prima a sinistra, ad essere precise, indossa un cerchietto con fiocco di un bel rosso brillante, e sciarpa coordinata sul collo decollato); dietro di loro c’è Audrey Hepburn, in tubino nero, sontuosa collana di perle bianche, guanti di seta nera fin sopra al gomito, chignon alto, occhialoni da sole, labbra serrate una contro l’altra, incorniciata in un frame di Colazione da Tiffany.

“Benvenuta!” La prima a salutarmi è Maria Paola, da dietro il bancone. Ha un’energia da ragazzina, un’esplosione controllata di ricci bruni in testa, un filo di rossetto che amplifica un bel sorriso; se fosse mia madre, credo, ne sarei felice. Le chiedo se è di Bergamo, tanto per rompere il ghiaccio. Lei mi risponde che è una mezzosangue, dice così, sempre sorridendo. “Mia madre faceva la maestra di taglio, era una sarta bravissima. Viveva in Sicilia. Poi arrivò mio padre laggiù, da Bergamo, durante la seconda guerra mondiale. Fu fatto prigioniero dagli Alleati. Fuggì, incontrò questa donna bellissima, che la guerra aveva già reso vedova – mia madre appunto. Si innamorarono, si sposarono, si trasferirono quassù con la pace. C’era il boom economico e il nemico era l’immigrato, il terrone. Mia madre smise di uscire di casa, si murò viva in questa città; se in Sicilia aveva una reputazione paragonabile a quella di una stilista, qui era una straniera guardata con diffidenza, che si vergognava del suo accento”.

Il sorriso di Maria Paola s’increspa un po’, ma prima che si sfaldi in un’espressione d’amarezza arriva Maria Daniela. È la sua socia, ha capelli perfettamente lisci e corvini, è sarda, di Cagliari. Da un’isola all’altra, penso io. Anche Maria Daniela ha seguito un amore: lui era nell’esercito, tecnico elicotterista, ed era stato assegnato a Orio al Serio. Così lei ha trovato un posto all’Oriocenter. “Il mio cognome è Lostia. Senza apostrofo e con l’accento sulla i. Le prime settimane non è stato semplice, quando mi chiamavano all’interfono”. Sono una bella coppia, Maria Paola e Maria Daniela, forse perché sono così diverse. Se Maria Daniela fosse mia zia, credo, ne sarei felice.
“Mi ritengo una creativa” continua lei “e mi diverto, in questo lavoro: perché si tratta di pescare vestiti qua e là, dall’oblio, ridare loro un valore, rimetterli insieme su un manichino, in un outfit coerente e sensato, ridare loro una nuova vita”.
“Ci sono alcuni maglioni della nonna, spesso arrivano dalle valli” s’intromette Maria Paola “che fanno impazzire le ragazze più giovani. Sono tornati di moda”.
“E sono di un’ottima fattura, niente a che vedere con i capi prodotti oggi” riprende Maria Daniela.

Funziona così, questo negozio: la gente lascia i vestiti nei cassonetti della Caritas; i furgoni di Triciclo passano a svuotarli, e portano il carico nel laboratorio; nel laboratorio vengono scartati gli irrecuperabili, gli altri vengono selezionati, e igienizzati; e il meglio del meglio, finisce qui, da Rivestiti.

“Sentite, ragazze” dico io, prendendomi quella certa confidenza che sento che è già sospesa nell’aria “quanto costa quell’abito da sposa che avete in vetrina?”

Seconda stazione

Via Cavalieri di Vittorio Veneto. Sede del Laboratorio Triciclo. La prima impressione è quella di un luogo a metà tra un mercatino dell’usato, un negozio di vestiti, uno di arredamento, e un capannone.

Una donna di spalle, con un velo a coprirle il capo, passa in rassegna dei cappotti da uomo. Alla sua sinistra c’è una fila di magliette intime, bianche, tutte uguali, ognuna appesa al suo omino. Alla sua destra, un paio di metri più in alto, c’è Audrey Hepburn, anche qui, con il solito tubino nero, il solito chignon alto e i soliti guanti di seta fino al gomito, questa volta è di schiena e, senza occhiali, getta il suo sguardo dietro la sua spalla, pare guardare la signora col velo con una certa sufficienza aristocratica.

Mi presento a Federica, una dei responsabili del progetto Triciclo. Mi offre un caffè, e mi inizia a spiegare quello che accade qui dentro. E quello che accade prima.

I furgoni di Triciclo girano di cassonetto in cassonetto, per tutta Bergamo e provincia; li aprono e li svuotano. Il 95 per cento del contenuto non viene toccato, e viene mandato ad un’azienda, la MPT di Grassobbio, che a sua volta fa una selezione, decide cosa può essere rimesso sul mercato dell’abbigliamento italiano, cosa sul mercato estero, quali vestiti saranno smembrati e diventeranno pezze per meccanici o per autofficine.
“Non si butta via niente. C’è anche un motivo pratico: se i vestiti finiscono nell’inceneritore, le loro fibre, bruciando, intoppano le cappe” mi dice Federica.

Fa capolino nella mia testa il pensiero delle storie intrise in quegli abiti, dei passati che proprio non ne vogliono sapere di farsi cenere, e lottano con le unghie con i denti e con le fibre contro l’oblio, si aggrappano alle cappe. Per bilanciare questo picco anomalo di romanticismo, faccio una domanda molto diretta: “Quanto vi dà MPT?”
“Circa 20 centesimi al chilo. Con questi riusciamo a coprire le spese e pagare chi lavora per noi”.

Veniamo al fortunato 5 per cento. I furgoni lo portano direttamente in questo capannone, in un’ala apposita. Federica mi ci accompagna. È qui che avviene la selezione; i destini sono due: prima scelta o seconda scelta.
“Tutti quanti i vestiti vengono igienizzati. A questo punto, secondo la legge, smettono di essere considerati rifiuti e si trasformano in materia prima seconda. La prima scelta viene esposta in questo punto vendita, e una parte – diciamo la crème de la crème – finisce al negozio Rivestiti”.
“La seconda scelta, invece?”
“Viene venduta al chilo, ad alcuni ragazzi africani. Loro preparano dei container e spediscono tutto in patria, dove spesso ci sono le mogli, che a loro volta allestiscono dei piccoli (ma anche grandi) mercati, in cui il vestito italiano compete con quello cinese…e vince pure”. Tortuosi sentieri della globalizzazione, che partono da un cassonetto in una piccola città del Nord Italia.

La donna che decide il destino degli abiti appena arrivati – prima scelta o seconda scelta – si chiama Doris, ed è nigeriana. Prende in mano, controlla, rivolta e ispeziona un capo alla volta, va alla ricerca di macchie indelebili, o di buchi. E poi assegna ogni pezzo alla sua categoria. Ha delle scarificazioni sul volto; sono un segno distintivo, vengono scavate, con un coltellino, sul volto dei bimbi quando hanno appena un paio di settimane di vita. Sono segni di appartenenza a una comunità, a un popolo di antica discendenza, nel caso di Doris si tratta del popolo Edo.
“Adesso non si fanno più”, mi dice, mentre passa in rassegna un vecchio maglione color latte “si sta perdendo la tradizione, anche a Benin City, che è la città da cui vengo”.

La voce Wikipedia “cicatrici ornamentali” si conclude in questo modo:
La pratica delle cicatrici ornamentali in Africa è in netto calo. Persiste solo nelle aree più lontane dalle zone urbane e ha di solito perso molto del suo significato sociale e religioso. È invece in netta crescita il fenomeno dei tatuaggi, soprattutto nelle grandi città. È questo un fenomeno che può essere ricondotto sia all’occidentalizzazione, che alla riscoperta di una pratica che è stata presente in Africa per migliaia di anni.

Doris è stata assunta da Triciclo grazie a un programma di reinserimento. Ha una quarantina d’anni e un passato di violenze alle spalle.

Prima stazione

I cassonetti della Caritas, quelli gialli. Tutta questa storia, e questa piccola filiera che dà lavoro a una decina di persone, parte da lì.

Solo a Bergamo città ce ne sono 45. In tutta la provincia, circa 150. Ci si potrebbe condurre un’indagine sociologica; ambiente, demografia, cambiamento di usi, mode e costumi a partire dagli scarti.

Federica, a riguardo, traccia una prima linea di differenziazione: quella tra città e valli. “A Bergamo i cassonetti si riempiono molto più rapidamente. Ma quasi sempre sono abiti di scarsa qualità; molte cose sintetiche, che si usurano in fretta. In Val Seriana i cassonetti si riempiono ad un ritmo molto più lento, si butta via di meno, e le materie prime sono di qualità migliore, generalmente, durano di più. Le cose cambiano nettamente con la stagione turistica. E poi c’è il grande capitolo dei ritrovamenti alieni…”
Di nuovo il punto di domanda si dipinge sulla mia fronte.
“…portafogli rubati, quindi vuoti, cellulari caduti all’interno, chiavi di casa; bè, poi capitano anche ritrovamenti meno piacevoli. C’è chi scambia il cassonetto dei vestiti per quello della spazzatura; ma per fortuna sono casi molto isolati”.

Rumore di motore. Colpetto gentile di clacson. Victor e Mamadou sono venuti a prendermi. Andiamo a svuotare un cassonetto in zona stadio. Parcheggiamo. Loro s’infilano i guanti. Aprono. Nessuna cattiva sorpresa; tutto regolare; gli abiti sono quasi tutti avvolti in sacchi di plastica; ci penserà Doris, a scegliere cosa tenere e cosa scartare.

L’abito da sposa di mia madre è rimasto nello stesso armadio per decenni, come imbalsamato, una specie di monumento sotto naftalina, il sarcofago di un momento memorabile. Buttarlo in un cassonetto, credo, sarebbe per lei il sommo dei sacrilegi.

Chissà chi l’ha buttato, quello che c’era in vetrina da Rivestiti? Non era neppure male. Magari una moglie tradita. Oppure una vedova, ancora innamorata, che non poteva reggerne più la vista, e un poco le addolciva il dolore pensare che qualcun’altra l’avrebbe indossato, che la felicità scorre ancora, anche se altrove. Oppure qualcuno di una compagnia di teatro; e quell’abito era solo un costume di scena. Oppure una donna insospettabile, annoiata della vita, un poco nauseata dalla voce di quel marito che tutti i giorni, tutti i giorni uguali, se ne torna a casa dal lavoro, col solito bacio già pronto sulle labbra, e così un pomeriggio come un altro ha aperto l’armadio, ha visto l’abito e gli ha fatto un ghigno tremendo, l’ha preso, l’ha infilato in un sacco nero, l’ha chiuso nel baule, ha guidato fino al cassonetto, è scesa e ce l’ha scaraventato dentro, poi ha sorriso, ha acceso una sigaretta, e se n’è tornata a casa fischiettando.

Comunque adesso costa 70 euro. Un buon affare.