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L’uomo in dono

C’è un mondo perfetto su queste locandine, ma anche molto crudele, perché per molti irraggiungibile: finti padri e madri posano felici, mentre cullano neonati prestati per il tempo di uno scatto fotografico. Interpretano quel focolare che tante coppie desiderano nel chiuso di un bilocale da tempo troppo vuoto e silenzioso.

Ci sono anche i totem di quelli che ce l’hanno fatta e che sono diventati realmente genitori, schegge di gioia che tappezzano qua e là le pareti di tante stanze: esibiscono i loro trofei pulsanti, sorrisi rotondi, vita cucciolosa così agli antipodi delle loro forme rugose, creature ancora esenti dal senso muto della sconfitta. Anche delle letterine scritte a penna, grafia di chi si è impegnato per cercare le parole più riconoscenti esistenti nel vocabolario.

Alle otto del mattino nessuna forma di vita nei corridoi del Centro di Riproduzione Assistita dell’ospedale Luigi Sacco di Milano. Da queste parti si sovverte la sindrome da nido vuoto. Si agisce sulla biologia che impedisce a tante coppie di eternarsi. Un figlio rappresenta la continuazione: 80% acqua, il resto è ego e proseguimento della specie; una voragine senza appello, mi sono sentito ancora più inerte di fronte al cadavere di mio padre.

Due giorni di viaggio per riuscire a vederlo, visto che quando è morto non ero a casa. È importante rendersi conto di persona che il respiro di chi ti ha fatto non c’è più. C’eravamo solo noi due, in quel momento mi sono accorto che dopo di me ci sarebbe stata la morte definitiva, che nessuno avrebbe protratto il nostro patrimonio genetico.

Da queste parti si sovverte la sindrome da nido vuoto. Si agisce sulla biologia che impedisce a tante coppie di eternarsi.

Figliare come azione antitetica alla morte. Non credo di essere adatto per stare qui dentro. Ho dovuto imparare sul web cosa sia la procreazione: so a malapena delle mestruazioni e, quando non arrivano, sono ancora terrorizzato. A 51 anni mi trovo isolato da ciò che detta il programma sociale. Amore, famiglia, due cognomi da scrivere nello stesso citofono. Sono stato innamorato e tutto il resto: non è una questione di cuori spezzati o leitmotiv per canzoni tristi. Mi sento comunque più che vivo. L’orgasmo è il motivo per cui incontro le persone.

Mi adeguo comunque alla modalità altruista di questo mondo a parte, attorno a me si è acceso l’assetto gioviale del team di medici e biologi che entrano nei loro ruoli risolutori. Ti accorgi di essere in un ospedale, solo per l’odore disinfettato e le pareti scialbe.

Vengo accolto dalla responsabile, la dottoressa Valeria. Occhi verdi, persona fattiva, ci metterebbe poco tempo a scovare il mio egoismo, tutto ciò che credo sia la mia inadeguatezza nell’essere plurale. Sul suo monitor del computer la prova che anche lei abbia figliato. Il telefono stretto in mano, ipotesi di una routine che ancora non è incalzante.

Arabi, africani e sudamericani, omologati in una cornice di compostezza indotta, in cui la sfera privata è al cospetto di altre speranze allo stremo. Nell’urgenza della procreazione si livellano lingue, culture e religioni.

Mentre parliamo si guarda attorno, interagisce coi colleghi perché c’è da fare. Totalmente immersa nella realtà, come chi è consapevole di impegnarsi per donare gioia concreta a qualcuno: mi racconta che sono più di 200 nascite assistite registrate ogni anno. Ha scelto la ginecologia, perché specialità che meno ha a che vedere con la degenerazione. Per lei è bello che un desiderio così puro, come quello della genitorialità, possa realizzarsi al di là di certi limiti biologici.

Sono le 8:30, stanno arrivando. Uomini e donne si affiancano, sembrano loro i bambini che tanto agognano, adulti regrediti alle timidezze degli esordi da umani. Le sedie della sala d’aspetto sono tutte occupate. Ciò che immaginavo è sovvertito dalla realtà. Tante le coppie giovani e anche una folta presenza multietnica, a sfatare la mia idea preconcetta che solo noi autoctoni siamo così stanchi e in crisi, da non essere più in grado di figliare. Arabi, africani e sudamericani, omologati in una cornice di compostezza indotta, in cui la sfera privata è al cospetto di altre speranze allo stremo. Nell’urgenza della procreazione si livellano lingue, culture e religioni.

La dottoressa Valeria intercede per me. Rassicura che sarò discreto. Tendo la mano a una coppia nordafricana. Lei la rifiuta come da tradizione. Ha il velo, chiedo scusa. Parla solo lui a nome di tutti e due, il cappuccio semi alzato della sua tuta blu stinta. Fantasiosa riproduzione della famosa marca americana. Just do it è anche questo perché te ne freghi se non puoi permetterti l’originalel’immensa periferia lombarda ti marchia già nei vestiti, ricrea tribù diverse.

Lui ha più di quarant’anni. Lei appena 23. Un bel viso, occhi dolci prigionieri di usanze arcaiche. Una donna remissiva a cui non sono abituato. E lui intanto mi spiega, declama l’importanza del fare i figli, elabora paragoni geopolitici: dalle loro parti è più importante, non come da noi, dove di bambini ne vede pochi. Secondo un detto arabo, porterebbero tanta fortuna e, se tu non hai i mezzi, i nascituri ti aiuteranno.

Figli come affrancamento sociale, a tutte le latitudini. Accetto il verdetto, vivo la mia esistenza differente. Nei miei ricordi c’è posto per ciò che mio padre mi raccontava. Senza successori diventi un compendio di pensieri destinati a scomparire con l’eclissarsi della memoria.

Nei miei ricordi c’è posto per ciò che mio padre mi raccontava. Senza successori diventi un compendio di pensieri destinati a scomparire con l’eclissarsi della memoria.

Parlo con un altro futuro papà. Un autoctono che mi racconta anche del sesso. Lo chiama proprio così: sesso. Espletato ovviamente a fini procreativi. È un pugliese trapiantato a Milano. Dà il via a un documentario sulla riproduzione animale. Tutto avviene in un bilocale di Garbagnate: al posto della savana, un giardinetto dove il piccolino potrà muovere i primi passi. Ma la scena della riproduzione continua. C’è lui seminudo che si unisce con la sua compagna più che altro nei festivi, visto che fa i turni di notte. Lei adesso è in un’altra stanza.

Entrambi hanno poco più di 30 anni, vogliono a tutti i costi questo benedetto figlio. Machiavelli al confronto è un dilettante. Ci stanno provando da tanto, degli amici con figli indotti li hanno convinti a venire qui. Alludo alla cause, il riguardo mi cauterizza. Non trovo le parole: vorrei sapere chi di loro due è il meno adempiente. Mi anticipa, non ha bisogno dei miei preamboli corretti. Sua moglie è a posto. È lui che non ce la fa. Mi guarda negli occhi. L’orgoglio, in nome dell’agognato fiocco rosa o azzurro. E invece io non ci ho mai provato. Neanche al top dei miei momenti in due. Anzi, una volta dissi basta perché litigavamo spesso e sentivo che avremmo potuto fare dei figli come per rimediare. Non so dire altro in mia difesa.

Sua moglie è a posto. È lui che non ce la fa. Mi guarda negli occhi. L’orgoglio, in nome dell’agognato fiocco rosa o azzurro.

Interagisco con l’unica ragazza spaiata in sala d’aspetto. Arriva da una provincia del nord, il suo compagno oggi doveva lavorare. Parlare di maternità la fa sorridere, si esprime al plurale accludendo lui in ogni sillaba del progetto figli. Nel loro paese mantengono assoluta riservatezza. Solo gli amici più fidati lo sanno. È così che tutelano il potenziale nascituro. Lo difendono dai pregiudizi che lo etichetterebbero meno figlio degli altri bambini.

Ne ha già uno, arrivato da una precedente relazione. E pure il piccolo desidera una nuova culla. Unico limite è la sieropositività di questo suo nuovo partner. La fecondazione assistita dà la possibilità di partorire, senza che lei si contagi: lo sperma verrà centrifugato e liberato da impurità. Ammette che è più facile sostenere questa logorante aspettativa, perché la natura l’ha già fatta diventare madre: non ha conti in sospeso con la nostra attitudine alla procreazione.

È il turno di un’altra donna, stavolta al limite dell’anagrafe. Si è affidata alla procreazione assistita, dopo aver già perso due bambini per parto naturale. È già il quarto tentativo. Il suo partner la supporta, senza addossarle aspettative, lasciandola libera di insistere o rinunciare. Pagano comunque un prezzo emotivo: ogni momento di intimità e passione viene scalfito dall’idea del lieto fine. Provare a non pensarci è difficile. Sarebbe più proficuo abbandonarsi, senza rispettare tempistiche da allevamento. Non siamo Weimaraner e nessuno ci costringe ad avere cuccioli.

Esco dalla sala d’aspetto. Un silenzio crescente diluito tra aria circospetta e tuffi negli smartphone. La realtà fa rumore solo nei passi speranzosi di uomini e donne che si dirigono verso la stanza della dottoressa, un tragitto che svela speranze o ultime chance.

La porta a vetro si chiude alle spalle di una coppia, ombre che si siedono e che sembrano liquefarsi in attesa di un verdetto possibilistico. Un iter che parte dalla richiesta, dalla documentazione che provi sia necessario ricorrere a questa modalità di procreazione.

Dopo i primi incontri, subentra la trafila degli esami, poi si deciderà se procedere all’inseminazione o alla fecondazione in vitro. Una volta deciso questo percorso si dovrà dedicare tempo e frequenza ai continui monitoraggi ecografici dell’utero, delle ovaie e dei follicoli, al fine di stabilire la condizione ottimale per indurre l’ovulazione. La verità è che dopo i 43 anni per la donna diventa statisticamente molto difficile. Alcune si rivolgono speranzose a questo reparto, fuorviate da certi media che creano falsi miti, non specificando che la fecondazione da record a cui ricorrono certi vip siano quelle eterologhe.

Seguo la biologa. Le mani avvolte da lattice sterilizzato. Entriamo nella stanza del pick-up. Qui avviene il prelievo degli ovuli, previa stimolazione ovarica. Poi si procederà alla fecondazione con gli spermatozoi e il trasferimento nell’utero degli embrioni ottenuti. Il progresso genera miracoli, anche se stretto tra queste pareti disadorne che però pulsano le infinite speranze che qui sono state consumate.

Nella stanza piastrellata dove le mamme potenziali si spogliano per l’intervento spicca l’affresco fatto di sticker, una striscia di pesci stilizzati che sguazzano in qualcosa che evoca la materia liquida che porta alla vita. Un’altra porta si apre, sul bancone file di provette vuote. Andranno riempite di seme. Un tappino colorato, forme ergonomiche che tengono conto dei progressi nel design. Lì dentro manca solo la mia sostanza procreativa, solitamente imprigionata nei Kleenex o nel lattice ultrasottile per lui e lei.

È un bilancio che considera ciò che non sono diventato nell’incapacità di costruire un futuro condiviso con qualcuno. Seme che qui sembra essere preziosa materia prima, capace di mutare in quel pianto notturno che tante coppie inseguono.

La biologa mi invita al microscopio. Sta contando i globuli con una specie di pallottoliere del ‘900. Anche le mie mani vanno protette. Appoggio gli occhi sul visore. Ho il riguardo di chi teme di rovinare tutto. C’è la vita in quel vetrino. Eccoli gli spermatozoi, guizzano zigzagando nel pieno di un’ora di punta che continua in ogni direzione. La natura non ha le nostre parole, solo inarrestabile movimento.

La natura non ha le nostre parole, solo inarrestabile movimento.

Che cosa si prova nell’ammirare ogni giorno la vita infinitesimale racchiusa in una goccia di sperma: ormai ci è abituata. Le piace tanto il suo lavoro. Ci raggiunge la dottoressa. Le dico che qualche anno fa avevo pensato di donare alla banca del seme. Volevo essere artefice di un gesto altruista, lasciare al mondo qualcosa di me, anche se non lo avrei mai visto: è già qualcosa poter regalare vagiti e felicità ad altri esseri umani. Ma su Google c’era il limite dei 45 anni ed ero fuori quota.

Ci rimango male. Non riesco a dissimulare. Una scoperta rocambolesca in linea con tante mie inadeguatezze: se mi fossi informato meglio, avrei scoperto che è possibile donare il seme fino ai 50 anni e io ho superato questo limite solo da pochi mesi. La dottoressa e la biologa in qualche modo mi dedicano attimi di comprensione. Sono madri che aiutano ogni giorno degli sconosciuti a diventare genitori. Torno alla sala d’aspetto.

C’è solo una donna, un’africana che si guarda in giro. Le sorrido e contraccambia. Le spiego che sono qui per fare domande non intrusive. Non so cosa capisce. Mi racconta le sue vicende come si fa tra esseri umani. I suoi occhi increspati, affetti da piccole cataratte. Spicca il suo viso, dolce e dai tratti infantili. Corpulenta, un fisico da madre potenziale che genera bambini robusti, futuri calciatori. Arriva da Cremona e ora ci sta provando qui a Milano.

Non parla bene, ma si fa capire con le pause, la stanchezza, la sua cocente tristezza. Sto in silenzio, tengo per lei, per questa sua voglia delusa, ancora più pesante, se sei cresciuto in una terra in cui il ciclo vitale è fondamentale. Quegli occhi contaminati da mancanza di cure si velano di lacrime. Le prendo la mano, mi chiede di pregare per lei. Sdrammatizzo, le dico che io sono uno che porta fortuna.

La dottoressa mi presenta una paziente che ce l’ha fatta: a mesi nascerà la splendida bambina. Trentottenne, ha la pancia da madre, come quelle che vedi in giro, che ti viene da toccare, inspiegabile e così piena di quel mistero che qui dentro è semplicemente un fatto biologico da implementare, da facilitare fino a provocare il miracolo.

Lei e il suo compagno ci hanno messo anni. Dapprima sono finiti in una struttura privata che li ha illusi, facendoli sentire ogni volta all’apice del possibile e subito dopo geneticamente colpevoli. È stata una lotta che li ha portati qui da Roma. Un impegno che richiede giorni consecutivi di visite e tentativi. Prendevano ferie per malattia. Hanno dichiarato ai loro capi cosa stessero facendo. Secondo lei c’è semplicemente da dirlo in faccia, perché la vita viene prima di noi.

In questo ospedale si è sentita bene e accolta, trattata semplicemente come una paziente affetta da un limite organico da curare. Ricorda ancora il giorno in cui ha saputo che ce l’aveva fatta. Ha ricevuto la telefonata che era in ufficio. Si è chiusa in bagno, piangeva e ha chiamato il compagno che è esploso in lacrime di fronte ai colleghi. Deve essere davvero un momento indescrivibile. Mi accodo alla sua voce rotta da quel ricordo, alla pena della donna africana. Siamo fatti di emozioni che a volte comunicano.

È un momento inaspettato. Mi viene concesso per consolazione o simpatia, non so bene perché. Ma mi fa piacere, sono sorpreso. La dottoressa mi ha consegnato una di quelle provette da riempire. Se mi va mi fanno l’esame. C’è già scritto il mio cognome, a penna su un scotch. Ci sto, lo farò. Anche il mio seme verrà analizzato per capire se posso diventare padre naturalmente. Nella vita reale non ci sono scadenze. Vivrò in prima persona ciò che può provare un potenziale padre, anche se per me è più una prestazione, visto che non ho progetti in due. Mi chiudo nello stanzino. Un angolo sanitario, di fronte a me un lavandino, dei fazzoletti e il sapone liquido e niente pornografia. Quando avrò finito dovrò aprire una botola metallica e poggiare il vasetto, un po’ come alle porte dei conventi.

La dottoressa mi ha consegnato una di quelle provette da riempire. Se mi va mi fanno l’esame. C’è già scritto il mio cognome, a penna su un scotch. Ci sto, lo farò.

Procedo, resto in piedi, punto il glande verso il contenitore.

C’è gente fuori, come quando si è in bagno. Trovo comunque la concentrazione. Emerge l’immagine clou, una dottoressa statuaria che ho incrociato alla pausa caffè. Finalmente esplodo, le vengo sui tacchi. Per un maschio è così semplice lasciare una traccia di sé.

Mi lavo, mi guardo allo specchio. I miei occhi stanchi, sempre più indifeso, sto cercando di non proteggermi e aprirmi di più ai bisogni. Appoggio la provetta oltre la botola, dall’altra parte non c’è nessuno. Raggiungo la stanza dell’esame, nel laboratorio col microscopio. La biologa mi invita ancora a guardare. Stavolta c’è il mio sperma.

La scoperta straordinaria, le parole non servono. Tutti dovremmo poter osservare la nostra natura infinitesimale: io sono questa cosa, incontenibilmente veloce e viva. Esistono anche i miei girini. Goccia statica che pulsa vita e che così tante volte ho buttato nel cesso. È fantastico, potrei tenerli in un acquario e vederli crescere. Attendo l’esito, la biologa preme ancora quei tasti arcaici del suo pallottoliere contaglobuli.

Sono minuti che decretano il mio futuro possibile. Mi sorride. È tutto ok. Il mio sperma è ancora attivo. Anni fa mi dissero che invecchiando si indebolisce. Ho gli occhi lucidi. Per diluire il momento, gonfio i bicipiti. Non me l’aspettavo. Sono confuso, una sensazione così poco terrena e del tutto animale. Qualcosa di più vivo di me che va avanti, a prescindere dai miei pensieri, difetti e virtù.

È una giornata che ricorderò per sempre. Sono ancora in grado di donare qualcosa di importante.

Carta da riciclare

Non si può immaginare. In questo grigio lembo di pianura romagnola, corrotta dalla cementificazione ma perfettamente limpida per lo spietato algoritmo di Google Maps, fra carrozzieri, officine, un consorzio agrario, ricambi di automobili, una torrefazione e una bigiotteria, sorge un capannone altrettanto anonimo ma che contiene un piccolo tesoro. Almeno per quanti – sempre di meno – amano leggere.

Sono più di diciotto milioni i libri censiti che abitano la pancia del magazzino di Stock Libri, gruppo Messaggerie, a Santarcangelo di Romagna. Non un cimitero, ma un’ultima spiaggia per ventimila titoli meno fortunati che, nel panorama editoriale italiano, non sono riusciti a trovare una casa e sono stati dichiarati fuori catalogo dagli editori. Una rotazione media di due anni, prendere o lasciare, prima di finire al macero per un valore fino a sessanta euro a tonnellata, in base al prezzo del petrolio e di altri accidenti finanziari. Se in libreria vi è capitato di acquistare qualche opera a metà prezzo, è probabile che venisse da qui dove il libraio può ricomprarli al 75% di sconto e rivendere al 50%. Gli stock – approssimativamente – vengono ceduti a Stock Libri al 2 o 3% del prezzo di copertina.

Sono più di diciotto milioni i libri censiti che abitano la pancia del magazzino di Stock Libri, gruppo Messaggerie, a Santarcangelo di Romagna.

Se avete incrociato i primi volumi fondamentali nelle silenziose e polverose biblioteche statali, quando ancora vigeva un’austerità formale e lì avete, un mattoncino alla volta, indicato la rotta del vostro privato umanesimo; se distrattamente, come il sottoscritto, prendevate un tomo o un volumetto a caso o consigliato per erigere la vostra storia di persona; se leggere una narrazione intrigante o un concetto affine al vostro sentire l’avete vissuto alla medesima stregua di un incontro importante, che vi ha migliorato la vista e rimosso dalla solitudine; se almeno una volta avete salvato da una bancarella un libro che avevate letto non sopportando di vederlo lì; bene, se tutto ciò vi è capitato, avrete poca voglia di sentirvi parlare di quote di mercato.

Ma esistono, ed è necessario ricordare che la saggezza ha a che fare con l’esperienza, che dietro a un’edizione non esiste solo il suo autore. Per quanti hanno cercato nel libro un luogo intimo della coscienza, questo spazio di tredicimila metri quadri, alto nove metri e lungo quattrocento, con dodicimila pallet stipati di libri, può risultare attraente e ripugnante. Viene voglia di abbracciarli, i libri, di sfogliarli e di rotolarcisi sopra in un delirio dionisiaco, in un rito sacro che incoraggi l’osmosi per assorbire ogni testo. Ho voglia di fregarmi anche quelli a me indigesti, perfino un Pansa o le tante edizioni di Faletti acquisiscono un valore intrinseco.

Allo stesso modo però mi accorgo che lo spazio e il tempo non sono quelli giusti, le fredde scaffalature, gli imballaggi, i muletti, gli uomini che vi lavorano con radioline, palmari e carrelli, tutto propugna l’essenza mercantile dell’oggetto. Qui la fisicità non ha a che fare con il pensiero o l’artigianato, i libri non sono catalogati in base al genere o all’editore, l’unica distinzione è la posizione. È l’altro lato della medaglia (o della luna) e, di questi tempi di vacche magre per l’editoria, forse il più spinoso.

Le fredde scaffalature, gli imballaggi, i muletti, gli uomini che vi lavorano con radioline, palmari e carrelli, tutto propugna l’essenza mercantile dell’oggetto.

Dopo un labirinto di uffici di varie società, vengo accolto in una sterile saletta con aria condizionata, dentro all’enorme prefabbricato: davanti a un tavolo siedono tre distinti uomini impegnati con le loro carte. È dove il lato romantico precipita. Qui si hanno altri importanti punti di vista: mi trovo nella zona imperscrutabile della catena alimentare di un lettore. Senza dilungarsi troppo su qualifiche e competenze, che ci vorrebbero tre cartelle, da destra a sinistra ho: l’AD Fastbook/AD Stock Libri, Marco Mattioli in camicia bianca; chi amministra il portafoglio, Maurizio Rosa in camicia azzurra; l’editore/AD di qualcosa, Maurizio Caimi in Lacoste rosa. In pochi minuti mi sento chiamare come una potenziale band (“Punkarov”), uno scienziato (“Pavlov”) e un possibile ansiolitico (“Pakranol”). Affiora allora quella strana inquietudine che si prova la prima volta che si passeggia per Manhattan, in cui si può percepire il potere lì a due passi ma ne senti anche irradiare la complessità e il suo essere inscalfibile.

Il mio background, spontaneamente, al primo sguardo vorrebbe che li additassi come canaglie insensibili ma il discorso è tutt’altro, gira ad altri livelli. Mattioli: «Si leggono i libri perché c’è una pluralità di offerta, la domanda è sempre più segmentata: in Italia si pubblicano circa quarantacinquemila novità l’anno (secondo l’Associazione Editori Riuniti sono sessantaseimila, ndr). Quello che non si vende potenzialmente lo ritiriamo noi. L’editore non è obbligato a darcelo, noi abbiamo costruito un tessuto di librerie che si occupa di metà prezzo che si mescola all’usato (per esempio Libraccio, ndr). I libri possono andar male per tanti motivi, un prezzo troppo alto, il momento sbagliato, la copertina o semplicemente sono brutti».

Credo che ci sia un momento nella storia di ogni libro – per l’autore (di sicuro) e per l’editore (un po’ meno) – in cui la sua buona riuscita diventi una questione di vita o di morte, e tutti gli sforzi sono ad essa dedicati. Poi, generalmente, arriva la disillusione, si affievoliscono le tensioni e s’intende che la realtà che si voleva dominare era zeppa di vettori, che si sta in alto mare nella tempesta e c’è bisogno del porto sicuro della quotidianità, con i soliti nomi, certi colleghi e l’umido da buttare.

Mi viene riportato dei primi tascabili degli anni Cinquanta, di un’Italia ancora incapace economicamente e per poca istruzione di assorbire certi volumi, il Boom, l’aumento delle pubblicazioni. Sarà per la situazione all’improvviso diventata amichevole che mi emoziono anch’io a sentire certi numeri, come se a suo tempo avessi fatto parte dell’ambasciata, facendoci la grana. Ma poi mi cadono gli occhi sui miei appunti e slaccio la camicia: ad oggi per ogni cento copie, specialmente per i piccoli editori, una cinquantina in media torna indietro. A quel punto l’editore deve decidere se gonfiare il magazzino, macerarle o cederle, solo però dopo la cancellazione del codice a barre (ISBN) dall’albo degli iscritti. Quel momento luminoso di storia dell’editoria del Novecento si liquefà definitivamente con Caimi: «Non c’è un criterio specifico per l’acquisto dei fuori catalogo, i libri che pensiamo di vendere meglio li paghiamo un po’ di più, ma nove volte su dieci ritiriamo l’intero stock. Prendiamo da dieci copie a ventimila. Ci sono stock che non compriamo a priori, la fatica supera il piacere, noi abbiamo un mercato che ha delle regole che bene o male conosciamo, malgrado sia sempre in evoluzione. Il nostro problema è che dobbiamo vendere i libri che gli altri non sono riusciti a vendere»Seguono pesanti secondi di silenzio assoluto, rotto da un telefono che squilla e dal cinismo maligno dell’imprenditore cha sa dove far male: «In fondo non valgono niente, è carta sporca».

I numeri di Stock Libri sono impressionanti: ricolloca una media di sette, ottomila libri al giorno senza diritto di resa.

Non esattamente. I numeri di Stock Libri sono impressionanti: ricolloca una media di sette, ottomila libri al giorno senza diritto di resa, nell’ultimo Natale ne hanno venduti fino a venticinquemila ogni ventiquattro ore, massimamente nelle librerie online. Ciò è dovuto anche al fatto di avere tanti titoli che un editore non potrebbe gestire, vista la richiesta frastagliata, magari di tre copie per titolo. Mattioli: «I fuori catalogo si potrebbero immaginare come delle fregature, ma dall’e-commerce i risultati sono eclatanti. Il patron di Messaggerie, Luciano Mauri, mi diceva sempre: Si ricordi che i magazzini di libri sono come il gas, come li apri si riempie tutto. Adesso c’è un’altra cultura che è più feroce, specialmente per i piccoli. Se i piccoli non vendono, rimettono sul mercato una novità e incassano dei soldi (le copie fresche di stampa che il distributore ritira dall’editore e paga a centoventi/duecentodieci giorni, ma a cui però seguiranno le rese, le copie non vendute, che verranno scalate dal pagamento. Un buco che può essere parzialmente tappato con un altro titolo da stampare, quindi altro pagamento e altre rese, ndr). È un percorso che li porta verso l’abisso. Nel ’75 c’erano cinquemila novità all’anno, c’erano dei librai che fra marito e moglie se ne leggevano parecchi; oggi con tanti titoli e la rotazione, è impensabile. Tuttavia sta nascendo una nuova generazione: nei loro punti vendita prendono ciò che conoscono, lo comprano e sono bravissimi a vendere. Ovviamente avranno pure i primi dieci libri in classifica, ma anno dopo anno questa categoria di commercianti sta crescendo e si distingue».

Com’era? Tre cose da fare nella vita: piantare un albero, fare un figlio e pubblicare un libro. Se mi guardo attorno ormai conosco più gente che ha pubblicato che procreato. Se una volta pubblicare diventava una questione d’orgoglio, una sofferenza risolta, il raggiungimento di un obiettivo prestigioso, oggi anche grazie al self-publishing o a questo pompaggio forzato degli editori pronti a tirar fuori novità per coprire le rese ingrassando il business degli stock, per la maggior parte degli autori è una speculazione sulla vanità, un accadimento poco meditato. Sono diminuiti i manoscritti nel cassetto ma aumentano le frustrazioni dei geni incompresi che non vengono letti o recensiti che si guardano l’ombelico, che sui social inveiscono contro la conduttrice radiofonica “radical chic” che non li degna di attenzione. Ma questa è un’altra storia di cui già conoscete le coordinate, in cui si pubblica ma non si legge.

Maurizio Caimi, quello in Lacoste rosa, è il figlio del fondatore di Stock Libri, colui che iniziò questo commercio comprandosi il magazzino dei tascabili della vecchia BUR di Rizzoli. È un simpatico farabutto che si diverte a buttarla in caciara, aspetta la mia reazione quando mi provoca asserendo che per lui i libri sono come patate, e fa partire delle grasse risate a cui però io mi accodo rumorosamente, con la speranza che mi offra un lavoro dignitoso. Poi Mattioli torna a guardarmi fisso, a parlarmi lentamente con il tono leggermente paternalistico di chi si adopera con pazienza per chiarire il proprio punto di vista allo studente indisciplinato. E non è facile, perché il successo di un titolo, pare, è questione di chimica ed esoterismo allo stesso tempo. E racconta di alcuni libri da lui commercializzati per Mondadori che non sono andati come dovevano, malgrado le aspettative. Ne parla amareggiato come di sconfitte, per uno abituato a vincere.

«In un comitato editoriale, forse di febbraio 2003, il nostro editor porta un libro, si chiamava The Da Vinci Code, e davanti a trenta persone ci dice che è primo sul New York Times Book Review. Costava cinquantamila dollari. Qualcuno afferma che è una stupidata di libro e che noi eravamo interessati alle classifiche Publishers Weekly, che all’epoca era un po’ la Bibbia. Torno in ufficio e mi arriva sulla scrivania PW e al primo posto c’è Dan Brown, allora rivado dal mio capo per mostrarglielo. Erano le 2 di pomeriggio quando s’è scatenata l’asta, l’abbiamo chiusa alle 19,30 per 380.000 dollari».
Esclamo: «Regalato!».
«Col senno del poi! Voglio vedere lei dormire la notte dopo aver pagato un libro 380.000 dollari. Significa che deve vendere almeno 250.000 copie. A cascata il problema della piccola editoria è che si devono anticipare dei soldi che faticano a rientrare perché, da una parte c’è il costo del distributore, quello della resa, dall’altra quello di produzione delle novità. Quando l’editore va in stampa ha già pagato tutto, la traduzione, il grafico, la copertina». Domando se fra cinquant’anni ci saranno ancora posti come Stock Libri e la risposta è di un pragmatismo totalizzante: «Non ci saremo né lei né io».

Maurizio Rosa, il più silenzioso e quindi – secondo le mie nozioni di politica estera – il più pericoloso, mi sciorina qualche dato su come il libro cartaceo qualche anno fa sembrava spacciato ma che ora la carta viene sempre rivalutata. Poi torna a scrutarmi sornione col volto diafano, come presentisse il mio sangue e aspettasse il momento giusto per una zampata. Forse esagero, ma resta un tipo sospetto. Appena azzardo al fatto che il distributore (preciso che non è comunque il lavoro di Stock Libri) è quello che tiene il banco, che guadagna sia sui i resi che sulle vendite, vengo stoppato da Mattioli: «Se io distribuisco centocinquanta e me ne tornano settantacinque, io vengo pagato su quest’ultimi, per il distributore è una sciagura atomica perché quei settantacinque di resa non sono esattamente remunerati come il fornito, hanno delle franchigie. Più il distributore abbassa le rese e più gli conviene. La resa zero sarebbe l’ottimo ma è impossibile».

«Il nostro problema è che dobbiamo vendere i libri che gli altri non sono riusciti a vendere»

Caimi si dondola sullo schienale, dà due colpetti sulla scrivania con le nocche e pone l’accento sul fatto che il magazzino dove stipare le rese viene pagato comunque dall’editore, se ce l’ha, ma ha anche tutta la gestione del credito: «Le librerie muoiono come le mosche e se uno è distribuito da terzi il rischio è a carico del distributore. Il libraio non paga il distributore, quest’ultimo però è costretto comunque a pagare l’editore. Incassare seicento o ottocento da tutti i librai costa». E questa è una verità, infatti anche le piccole case editrici (quelle che possono permetterselo e pubblicano un tot di titoli l’anno) preferiscono utilizzare il principale distributore italiano poiché è impensabile che una libreria intenzionata a restare aperta, compia il passo falso di non saldare il distributore dei principali titoli in commercio. Meglio semmai castigare gli editori indipendenti o il piccolo distributore. Sì, resta sempre una forma di monopolio.

Quando domando se ci sono stati titoli che non si aspettava vedere qui, Mattioli crolla la testa come se avesse perso tempo, ma mi dà un contentino: «La domanda è interessante ma è slegata da una dinamica puramente commerciale o di gusto. Normalmente i libri hanno due vite, la prima edizione in copertina rigida e l’altra in tascabile. Nel lontano 1990, Leonardo Mondadori inventa la terza edizione, I Miti, i super tascabili. Tre finestre per allungarne la vita, a ognuna un fuori catalogo. Adesso gli editori sono diventati più cauti e chiudono una prima edizione con poche giacenze, almeno che non sia stato un disastro». Per un attimo rimango con poche e confuse idee, avrei bisogno di un caffè, fosse anche per alterare un minimo il mio stato psicofisico.

Ok il discorso del distributore, ma torno a puntare i piedi sul piccolo editore, che sono tignoso, sul perché pubblica se non vende. Caimi fa un sorriso maligno e sfodera la sua diplomazia fulminea: «Sa perché i piccoli editori vanno male? Perché pubblicano quello che piace a loro e non quello che piace alla gente». Quando chiedo se c’è un piccolo editore che ritiene interessante, risponde: «Nessuno, ma io non leggo, i miei vecchi libri se li stanno pasteggiando i calabroni». È Mattioli a raddrizzare il tiro: «Ci piacciono i piccoli ma ormai mi interessano gli autori, le storie. Il marchio conta poco. Il marketing promozionale è fare un bel publishing, avere un prezzo giusto e investire sul passaparola dei social ma in modo sottile, non invasivo». A ‘sti tre comincio a voler bene, deve essere uno spasso cenare con loro o attrezzare una messa satanica. Loro me ne vogliono un po’ meno e con savoir-faire aziendale mi fanno intendere che forse, chissà, è il momento di chiamare qualcuno per accompagnarmi nel magazzino.

Con Michele, il fotografo, iniziamo a perderci dentro una vastità di lamiera e carta. L’orientamento in breve va a farsi benedire, ogni tanto il responsabile alla logistica in servizio da più di trent’anni, Alessandro Civettini, ci riacciuffa prima di essere schiacciati dai muletti. Questi si muovono al centimetro tra i filari e innalzano l’operatore fino a otto metri e mezzo, magari al solo scopo di afferrare una copia che verrà spedita qualche minuto dopo. Civettini è tutto braccia e petto, implacabile nei resoconti delle movimentazioni, sincero quando si esalta nel mostrarmi i premi Nobel accatastati.
Un buon operaio che dalla fatica ha ottenuto il logico – almeno fino a qualche decade addietro – riconoscimento sociale, conscio di far parte in qualche modo dell’industria culturale, un Caronte della cellulosa a cui non ho avuto il coraggio di domandare se fosse un lettore o meno. Quando i libri diventano un’abitudine visiva pletorica, numerica, materiale e disciplinata, la privata predisposizione a leggere o a non leggere può aprire un ventaglio di domande sciagurate e irrispettose che quest’uomo non merita.
Mi piazza davanti ad alcuni bancali chiusi, possono restare così fino al momento della rotazione, e quindi della fine, altri all’improvviso iniziano a vendere. Un dato particolare è che non poche volte, quando fallisce una casa editrice, i suoi libri vengono acquistati più facilmente (mi viene raccontato del fallimento di un noto editore a cui hanno comprato cinque milioni di pezzi – nel magazzino vengono chiamati così); come quando muore un autore.

Due magazzini principali, uno di bassa rotazione con poche copie a titolo e l’altro con bancali interi dello stesso titolo. Per rendere meglio l’idea: quando c’è un ordine viene stampata una lista di prelievo in base alla posizione del percorso, per evitare agli operai inutili chilometri. Quando arrivano i pallet, i libri vengono contati a mano, quelli rovinati vengono spediti al macero, fra questi soffro nel vedere un Hunter S. Thompson smozzicato.

Nulla viene venduto al pubblico, c’è una sala campionari, ci sono i rappresentanti, un sito che solamente i clienti possono consultare, basta avere una licenza di libreria (secondo i dati AIE il 72% delle copie si vende in libreria). Mentre gironzolo nel magazzino e cerco goffamente di infilarmi sotto la camicia Il grande libro dei Peanuts, prezzo di copertina quarantadue euro, domando ad Alessandro se un requisito per essere assunti non sia aver letto massimo un libro in tutta la propria vita: «Qualche libro sparisce, poca roba, ma soprattutto è a causa di errori, quando vengono spedite più copie di quelle richieste. E poi agevoliamo i dipendenti con degli sconti importanti sui loro acquisti». Sotto i miei occhi intanto scorrono Dickens, Carroll, tanti Philip K. Dick, Houellebecq, Virginia Wolf, Doris Lessing, Tolkien, Lansdale, gli italiani Crepet, Fallaci, Gruber, Aldo Moro, 1000 copertine di Rolling StoneLa storia nelle prime pagine del Corriere della Sera. Di proposito non cito le edizioni. E poi libri di illustrazione, per bambini, ogni ben di Dio, ma anche tanta biada mediocre di cui il mercato si rimpinza. L’eutanasia arriva per settecento, ottocentomila di questi che vengono triturati ogni anno.

Ritorno in ufficio per i saluti. Mi viene donato un libro dell’apneista cubano Pipín Ferreras, assolutamente da leggere. Mattioli ci accompagna fuori, mi sto per accendere una sigaretta, ci penso un attimo: «Avete una buona polizza incendio immagino?».
«Sono plastificati, è praticamente impossibile. Vuole provarci?».

P.S.: Prima di arrivare al magazzino mi era venuto in mente quel capolavoro di Hrabal dal titolo Una solitudine troppo rumorosa, e quel suo personaggio, Hanťa, che per trentacinque anni macera libri. Credevo potesse essere una citazione perfetta per il corpo del pezzo, ma mi sento di inserirla qui, dopo la chiusa, per ritrovare un equilibrio, il mio.
“Contro la mia volontà sono istruito e così in realtà neppure so quali pensieri sono miei e provengono da me e quali li ho letti, e così in questi trentacinque anni mi sono connesso con me stesso e col mondo intorno a me, perché io quando leggo in realtà non leggo, io infilo una bella frase nel beccuccio e la succhio come una caramella, come se sorseggiassi a lungo un bicchierino di liquore, finché quel pensiero in me si scioglie come alcool, si infiltra dentro di me così a lungo che mi sta non soltanto nel cuore e nel cervello, ma mi cola per le vene fino alla radicine dei capillari”.

Sedici anime in mezzo al lago

Trasimeno era un principe, figlio del dio Tirreno, narra la leggenda. Vagava nelle terre d’Etruria, in Italia centrale, s’imbatté in un lago: sostò sulle sue rive, vi si tuffò. Lo scorse una ninfa. Lui scorse lei, ne sentì il canto. Di colpo s’innamorò, perse il senso dell’orientamento, il senso di sé, annegò e il suo corpo non fu più ritrovato. Da allora quello specchio d’acqua – poco profondo, cinque o sei metri al massimo – porta il suo nome. L’Isola Maggiore è una delle tre isole che emergono dal Trasimeno, in realtà non la più estesa. Oggi conta sedici abitanti. Ogni estate, in media, sbarcano qui centoventimila turisti.

Non esistono alimentari, non c’è un medico. La prima volta che sono approdata qui, è stato in settembre: m’immaginavo di trovare quel senso di comunità, quello spirito di collaborazione e serenità che si tende a proiettare sui piccoli luoghi appartati, isolati; spesso idealizzandoli.

Il traghetto partiva da Tuoro sul Trasimeno. Sul lungo pontile assolato ho incontrato Chiara e suo nonno: lei lavora sull’isola, lui la guarda partire ogni mattina e tornare ogni sera. Mi ha invitato a salire con lei sulla barca del fidanzato Juri, insieme ad un gruppo di americani.

Oggi conta sedici abitanti. Ogni estate, in media, sbarcano qui centoventimila turisti.

Attracchiamo nel piccolo porticciolo sull’Isola. Dietro di noi arriva già un secondo traghetto, il Concordia II. Ripenso alle parole di Alessandro Gabbellini, nato sull’isola e titolare del ristorante “All’antico orologio”; le ho lette sul blog di Jean Wilmotte, olandese trasferitosi qui, uno dei pochi a trasmettere informazioni sul luogo.

«L’azienda dei trasporti per l’orario invernale, a partire dal 2015, ha eliminato quelle corse intermedie fondamentali per la vita degli abitanti ma anche per la sopravvivenza delle attività commerciali che mantengono viva una meta turistica che in un anno accoglie 120mila presenze. Se uno dei nostri anziani avesse bisogno di andare in farmacia è costretto a partire alle 8:11. Ve lo immaginate in una mattina d’inverno? E il rientro? Solo intorno a mezzogiorno. Per non parlare della domenica e dei festivi: i primi traghetti arrivano all’isola alle 10:35. Un cuoco, un cameriere non possono iniziare a lavorare a quell’ora. Tanto che ultimamente i tre locali sono stati costretti a chiudere nella stagione invernale: non si può lavorare con questi orari. E il Comune di Tuoro dov’è?»

Cammino lungo la strada principale, su cui si affacciano i portoni usurati di chi ha sempre vissuto di pesca. Non è difficile individuare chi sull’isola ci vive. Mi avvicino ad uno di loro. Se ne sta seduto su una panchina ombreggiata e osserva le persone passare, lo sguardo assente e sereno. Mi presento e lui lo fa con me. Si chiama Rolando, è nato qui nel 1938 e sembra non attendere altro che un po’ di attenzione, così mi siedo al suo fianco.

«Durante l’inverno ci levano tutti i battelli che ci sono ora, rimangono quattro corse , una al mattino, quella che prende mio figlio per andare a lavorare, una a mezzogiorno, una alle 3, e una alle 7 della sera. È un problema grosso: se ci prende qualche malattia, qualsiasi cosa, facciamo i corni, è un grosso problema. Le attività chiudono, ristoranti compresi, l’unica cosa che resta aperta è il bar tabacchi».

«Prego il Signore che ci dia la salute, spero sempre di poter star bene, almeno nel periodo invernale».

Mi interessano le scelte, le decisioni prese e quelle rimandate così a lungo da diventare a loro volta una posizione. Mi interessa quello sguardo e ciò che ha da raccontarmi, così approfondisco. Le domande sono concise così come le risposte; ma, con pazienza, si trasformano in una storia. La storia di un bambino che si è fermato alla quinta elementare per salire su una barca con i fratelli più grandi. Del bambino che diventa un ragazzo ed entra a far parte di una comunità di 40 pescatori, organizzati in una cooperativa, che vendeva il pesce sulla terraferma per guadagnarsi da vivere. La storia del lago, che nel 1956 si è prosciugato così tanto da non poter pescare più, solo alghe, una distesa di alghe marroni.

«Questo ha messo in crisi l’economia e così, tanti giovani se ne sono andati, tanti giovani che avrebbero potuto creare famiglia qui». Le mani si strofinano l’una contro l’altra mentre lascia fluire i ricordi, lo sguardo è spesso rivolto verso destra, in cerca dell’acqua, come di un appiglio, di una rassicurazione. «Ho tirato su una famiglia, c’ho un figlio che lavora fuori però viene sempre a casa ad Isola. Ho vissuto una vita come tutti gli altri; sulla terraferma ci si andava con le nostre barche, con le barche da pesca, però adesso, avendoci una certa età, non me la sento più di traversare il lago in quel modo. Prego il Signore che ci dia la salute, spero sempre di poter star bene, almeno nel periodo invernale. Sennò, ti alzi la mattina e non sai che cosa devi fare… Andrò a fare una passeggiata nel Poggio, mi dico, poi torno giù ed è sempre la solita storia».

Sospira e fa una pausa, mi guarda negli occhi. «Ho un fratello qui, Vittoriano, anche lui ha 86 anni. Uno affronta la situazione con spirito ma sai, a volte ti viene anche la voglia di buttarti giù. Venisse ogni tanto qualcuno ad interpellarci, a parlare di qualcosa… Tu ad esempio, che fai adesso? Mi fai una foto e poi? E poi riparti».

Sono tornata più volte sull’isola, nelle settimane e nei messi successivi. Ho incontrato Giulia, che porta avanti la tradizione del pizzo d’Irlanda, una di quelle donne cresciute cucendo le reti dei padri prima e dei mariti poi, una donna forte e preoccupata per la sua salute, una sedia vuota accanto a lei, ormai rimasta sola nella casa che si erge dietro alle sue spalle. Ma pare serena.

«La strada è sempre deserta, io mi affaccio dalla finestra, faccio bubusettete e poi mi ritiro perché se mi ammalo… I miei figli stanno fuori: una sta a Firenze e lavora a Prato, l’altro sta a Pompei a fare i restauri. Me ne è rimasto uno solo qui; ma la compagna sta sulla terraferma: così arriva la mattina e la sera riparte, e io sono sola, io e la Giulia» Ride. «Ora mi hanno messo telefoni da tutte le parti, anche al bagno, e una telecamera, così possono vedermi muovere».

Il suolo diventa un condominio, i confini sono mura e gli abitanti inquilini. Sono i protagonisti della loro commedia, che ogni giorno va in scena in un piccolo teatro appartato.

Sull’isola c’è anche Cristiano, uno dei più giovani, cura il verde e ha sempre preso decisioni pensando alla sua famiglia, come dice lui stesso; e insieme a lui Maurizio, che con una piccola barca traghetta turisti, li intrattiene con le sue storie, e poi ancora il silente “Regista”, come lo chiamano qua, e Fernanda, che facendo muovere le dita come un’abile direttrice d’orchestra con il suo uncinetto racconta: «Avevo 19 anni quando sono venuta qua. Mi sono spostata 62 anni fa con un isolano che aveva un alimentari. Io ero di Tuoro, non è stato un gran cambiamento, mi sono trovata subito bene, è un posto dove si sta bene, non ci sono rumori, c’è l’aria pulita, non è come fuori, con tutti quegli scarichi delle macchine».

«Siamo sedici», mi dice Rolando incurvando le spalle, «quasi tutte persone anziane». Passano le stagioni e ad ogni mia visita lo trovo sempre lì, seduto su una panchina vicino al pontile, in attesa. «Arrivati a una certa età non me la sento di fare battaglie o essere propositivo. C’è stato un periodo in cui lottavo, quando ero nella Pro Loco, però adesso non me la sento più. Certo, se mi dicessero di fare qualcosa la farei, ma dovremmo essere tutti uniti. E non lo siamo. Il problema è che non ci sono più persone che organizzano, si potrebbero fare dei mercatini di Natale ad esempio, come facevano all’Isola Polvese, però, chi lo organizza?».

Ce ne stiamo un po’ in silenzio, poi lui riprende: «Quando ero più giovane giravo l’Umbria, la Toscana, ma quasi sempre per lavoro, il massimo che ho potuto fare sono stati 200km. Io le ferie non le ho mai conosciute, le ho fatte solo sull’Isola». Io penso al mio bisogno di viaggiare, all’irrequietudine, alla ricerca quasi ossessiva del nuovo, poi mi fermo e chiedo: «Ma tu hai mai dormito in un altro posto?».
«No, ho dormito solo sul mio letto».

La risposta mi spiazza: ovvia per lui quanto incomprensibile per me. Rolando legge lo stupore nel mio viso così continua: «Ho vissuto abbastanza bene, ti dico la sincera verità. Rifarei la stessa vita perché eravamo liberi, non avevamo nessuno che ci diceva cosa fare. Io e Cesare, un altro pescatore, eravamo una coppia, siamo stati 34 anni a pescare insieme, quando lui diceva Ma vogliamo fa’ festa oggi?Facciamo festa rispondevo io. Tante volte siamo andati alla partita del Perugia la domenica, si lasciava tutto e si partiva, la libertà era quella. La vita passa e con il passare degli anni si invecchia, però a ripensare agli anni passati… Era bello insomma, uno poteva fare quello che voleva, ora non più».

Poco più in su, nel bosco che vigila sulla strada, c’è un albero sradicato, caduto in direzione di un muschio verde illuminato dal sole. La vita si palesa anche dove non ti aspetti. Dicono che il rumore delle foglie agitate dal vento che si sente qui – soprattutto in agosto, di sera, quando non ci sono i turisti – sia il lamento della ninfa che ancora cerca il principe Trasimeno.