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Viaggio in Lucania

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A cura di Gionata Giardina e Nicola Feninno

Fotografie di Luca Viganò

 
Gianni: «Noi del sud abbiamo coniato un termine: infinocchiare. Sai perché si dice così? Quando il vino non era buono, e iniziava ad andare verso l’aceto, si mettevano i semi di finocchio, che danno un sapore particolare, che copre un po’ tutto. S’infinocchiavano anche gli insaccati, quando la carne non era troppo buona, e si vendevano ai padroni, che non capivano un cazzo. L’abbiamo sempre fatto per pigliarli per il culo. Noi siamo gli inventori dell’insaccato, la famosa lucanica»

Fotografo: «Da noi si chiama luganega.»

Gianni: «Voi nordisti ce ne avete fatte tante: ormai non ci badiamo neanche più.»

COPERTINA

Virgilio, nella Commedia dantesca, è una guida pacata e un po’ democristiana (lievi incazzature con qualche diavolo a parte). Gianni, la nostra guida in Lucania, è l’esatto opposto.

Ti parla della Val Seriana (ci ha vissuto) o del Burkina Faso (ci ha vissuto), ti versa un bicchiere di Aglianico dopo l’altro, ti parla del Mali o del Sudamerica o del basilico nel suo orto, cucina divinamente, poi gli amari, la politica, tanta politica, e stai certo che inizierai a vacillare prima di lui per il vino e gli amari, e che la mattina dopo si sveglierà prima di te, avrà già pronto il caffè – anche per te – e una sigaretta già accesa.

È nato nei sassi di Matera una dozzina d’anni dopo il passaggio di Togliatti e di De Gasperi, che nel 1949 portarono all’attenzione pubblica la città “vergogna d’Italia”, dove uomini donne e bambini vivevano nelle grotte insieme alle bestie, spesso senza acqua corrente. A casa di Gianni c’era il water e il bidet e i compagni a scuola dicevano che Gianni c’aveva due cessi. Nel frattempo, al nord, erano gli anni del boom economico.

Quei Sassi non esistono più.

Quei Sassi non esistono più. Nel 1952 una legge nazionale ne decise lo sgombero: 15mila persone furono trasferite in nuovi quartieri residenziali. Poi nel 1986 arrivò un fiume di soldi per finanziare il recupero di quel deserto. Oggi ci sono i Bed and Breakfast, i ristorantini, le orde di turisti accaldati scaricati a Bari dalla Costa Crociere, la Casa Grotta che riproduce la tipica abitazione-caverna (ingresso: 2€).

C’è ancora Ralf, capelli lunghi e folta barba teutonica, un forte accento materano. Si è trasferito alla fine degli anni ’70 dalla Germania: un hippy dell’ultima ora a cui sembrava di essere sbarcato sulla Luna, ma con un clima molto più gradevole e la Murgia di fronte e moltissime stelle la sera e la carne alla griglia e il vino bevuto col culo sui sassi e un gruppo di amici che occupava le vecchie case e le botte con la polizia per difendere i luoghi in cui erano nati loro, i loro genitori e forse anche i poliziotti.

Ralf esce dal suo negozietto di souvenir, ci saluta, guarda Gianni, uno degli amici di quell’epoca, indica un punto in cui un tempo aveva un orticello, ora c’è un pavimento di pietre, non brutto a dire la verità: «Questo non è più il posto che avevo scelto per vivere».

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All’alba la bellezza di Matera è destabilizzante: c’è un silenzio di pietra. È destabilizzante al tramonto – se trovate un cantuccio isolato – quando il tufo si colora di giallo e poi di malva. È destabilizzante la notte, illuminata e svuotata. Il turismo di massa inevitabilmente schematizza, tipicizza, storicizza, crea percorsi, prova a valorizzare un luogo rendendolo leggibile; normali processi di traduzione per visitatori che in questa città più anormale delle altre si trasformano in altrettanti tradimenti. Qui tutto – gli spazi e il tempo – è irriducibilmente intrecciato, confuso. Matera, nel 2019, sarà capitale europea della cultura. Oggi, nelle valli qui intorno, c’è il più grande giacimento petrolifero d’Europa.

«Questa è la zona dei calanchi» continua Gianni, mentre guida, dopo averci parlato degli insaccati infinocchiati «i paesaggi di Carlo Levi. È tutta argilla erosa dell’acqua e dal vento. Qui le strade bisogna rifarle ogni 5-6 anni. Se venite il prossimo inverno o in primavera trovate un paesaggio diverso. Da noi si dice scalancare, significa cedere, scivolare, franare. L’argilla non si ammassa, non si comprime, smotta, si muove. In alcune zone non costruiscono neanche una baracca per gli attrezzi: tu la costruisci e dopo un anno non la vedi proprio più, sembra che qualcuno dall’alto l’ha levata».

Quando Gianni esce dalla Lucania si porta sempre una cassa di acqua Sveva. È una effervescente naturale, che sgorga tra le rocce vulcaniche del Vulture, è buona, non si trova in giro, gli ricorda casa, lo fa cagare con regolarità. Nel 2006 è stata acquisita dal gruppo The Coca Cola Company.

Franco – Guardia Perticara (PZ)

Franco, mentre taglia il pane: Io c’ho un nipote che è un coglione. Abita a Londra, è famoso. Lavora per Gucci, è stilista… quello è frocio, tante donne, tante che ne vede… quelli che fanno la moda sono tutti ricchioni.

Gianni: Sei stato a Matera?

Franco (versa il vino, dando di spalle): Mai. (Si gira). Ragazzi, vi voglio bene, vi ho conosciuti così…

Gianni: Non dire strunz…però sei stato in Iran a fare gli impianti di refrigerazione.

Franco: Non facevo un cazzo, dalla mattina alla sera. Era durante la guerra del Golfo, c’erano sempre allarmi. Au, au, au! Che cazzo te ne fregava a te se facevi l’impianto o no? Beccavi dodici milioni di vecchie lire ogni mese …e non hanno mai funzionato, mai (gli impianti, ndr). (Finisce di tagliare le cipolle e chiama il cane dentro).

Franco Guardia Perticara Basilicata viaggio in Lucania

Gianni: Mo’ stai in pensione?

Franco: Non faccio niente e non voglio fare niente proprio. A me servono da trenta a quaranta euro al giorno, e basta. Vado in banco, bancomàt. E poi c’ho il terreno mio. (Porge della carne).

Gianni: Eh…il lavoro…jobs! Il regalo di Renzi, Jobs Act!

Franco: Renzi? Macheccazzmenefotteamme di Renzi, che me ne fotte di quella faccia di cazz, quando è venuto Tot… Toti, Toti Giovanni, quello da Lega Nord, quell’altro (Bossi, ndr). Quello sì che piace a me. Azz, e la Madonn, io la prossima volta vado a votare a lui. Perché tutti gli stronzi stanno a Roma. (Porta un piccolo barattolo in cui secondo lui stanno sei chili di funghi essiccati.)

Gianni: Tuo padre ha novant’anni e beve vino.

Franco: E fuma pure. Ottantanove.

Gianni: Buona salute.

Franco: Grazie.

Processione Processione in onore di San Luigi Gonzaga ad Aliano, paese in cui fu confinato Carlo Levi.

Craco

Fra il 1963 e il 1980, Craco viene colpita da una frana, poi da un’alluvione, infine da un terremoto. Cessato di funzionare come luogo dell’esistenza umana, ora è al contempo un fantasma, una cartolina e un silenzioso set cinematografico (per sedici film, fino a oggi).

Dalla fenditura che un tempo era stata una finestra si vede lontano il camion tutto birre e panini con la salsiccia nostra buona e friarielli del giovane Michele. Lui sorride e agita le braccia: vuole una foto da lassù, così l’appende per i turisti (e per i giapponesi che a Craco sono venuti fare gli spot della Pepsi).

Craco 4

Nella casa del medico, o dotture primo del paese (strapieno di soldi, con una cappella tutta sua che non hai capito), gli affreschi religiosi tutti scrostati sul soffitto levano lo sguardo dai buchi del pavimento, pertugi nascosti sotto al focolare dove i briganti fuggivano il potere. Ma non c’è più traccia né di briganti, né di pavimento: ora tutto è ridotto a un ammasso di polvere e di terra su cui capre clandestine usano passeggiare e lasciarvi le impronte.

Lì vicino, protetta da quattro ringhiere, sta l’entrata della chiesa in rovina. Una volta era bellissima, là ci stanno i marmi, vengono dall’Egitto. E qua, qua sotto, è pieno delle ossa dei morti. In molti luoghi della Basilicata vi sono tesori nascosti: quello di Craco sta qua dentro, forse sotto l’altare riconquistato dalla terra.

All’aperto si sta sempre sotto l’ombra del torrione di Craco, o’ castello, che quando faceva bel tempo vedevi fino a Matera e le porte di Taranto; lì abitava il Duca, uno che quando ti maritavi passava la prima notte di nozze con la sposa, tranne quella volta che uno s’è travestito da sposa, e ha detto ai paesani, se sentivano gridare, di non sentire.

craco viaggio in Lucania“Il portalettere di Grassano, un vecchietto arzillo, un po’ zoppicante, con un bel paio di baffi tirati in su, era celebre e onorato in paese, perché si diceva che avesse, come Priamo, cinquanta figli. […] Lo chiamavano ‘u Re, non so se per la regalità del suo potere virile, o per i baffi monarchici” (da Cristo si è fermato a Eboli). ‘U Re è il bisnonno di Claudia, nella foto a destra in una villa abbandonata a Craco.

Enzo, detto Pablo Entroubbar perché non si droga ma gli piace il vino, è la nostra guida non ufficiale. Racconta di come sia stato il serbatoio d’acqua, l’acquedotto a dare origine alla frana. Le montagne sono fatte di argilla, la terra cade.

Lui e i suoi otto fratelli sono tutti nel film di Francesco Rosi Cristo s’è fermato a Eboli. Enzo è quello che nella scena del sanaporcelle tiene ferme le gambe alla scrofa.

Domenico Notarangelo

Matera, un condominio degli anni ’60, quattro piani di scale. Verso il terzo, sul corrimano sta scritto “gli Elohim sono i nostri creatori”. Al quarto un anziano in sedia a rotelle e catetere ci apre la porta, e ci punta uno sguardo luminoso. Domenico Notarangelo, intellettuale, giornalista, fotografo di terre e di persone.

«La Lucania non è più la Lucania di Levi».

«La Lucania non è più la Lucania di Levi. Si è evoluta, è diventata moderna. Allora c’era la fame, c’erano i pidocchi, la miseria si tagliava a fette. I Sassi, loro sono una fonte inesauribile di spunti e di ragioni per scrivere, sono l’icona della civiltà contadina. Oggi non ci sono più, perché i Sassi erano la gente che ci abitava, i suoi asini, i suoi sapori, i suoi odori. Non sono per la difesa del mito del buon selvaggio, guai a tornare ai tempi della mia infanzia. La Lucania di oggi ha altri problemi. C’è una società profonda, quella vera, che non conta niente, e c’è una classe dirigente che ne decide le sorti. Vedi la vicenda del petrolio. Questa discrasia fra la Matera reale e chi la rappresenta, è il grande peccato della città».

Notarangelo

Доменико Нотаранджело, ex-dirigente del Partito Comunista, politico della strada.

«La politica non mi ha dato la ricchezza, non mi ha dato il benessere, anzi, io sono fra i pochi dirigenti politici che abitano in una casa popolare. Ma la politica siamo noi, è la nostra pelle, il nostro sangue, la nostra circolazione, le nostre vene. Senza la politica siamo delle larve, siamo dei girini. Essa ti abitua a una cosa straordinaria, alla scoperta del rapporto umano».

Mimì, 2.747 amici su Facebook. Amico di Pasolini e di Gian Maria Volontè, padre spirituale di Gianni.

«Pier Paolo mi chiamò per fare il centurione, una comparsa parlante. Con le macchine fotografiche in mezzo alle gambe, nascoste sotto la corazza, potetti fare molte foto sul set del Vangelo secondo Matteo. Hanno fatto il giro del mondo; ora fanno parte del mio archivio storico, fatto di fotografie, quadri, giornali, tessere di partito, manifesti, documenti che dappertutto si offrono di ospitare, tranne che a Matera».

Chi magna ra sul s’affoca

Istruzioni per un menu lucano a base di cialledda (piatto estivo dei contadini), spaghetti con pomodorini e telline pescate da voi a Metaponto, città della Magna Grecia, e una bevanda d’accompagnamento utilissima per contrastare il caldo opprimente.

Sul pianale della cucina c’è il pane di 8 o 9 giorni prima. Pane di Matera (solo semola di grano duro, lievito madre, sale e acqua). Mettete una bottiglia di gassosa in freezer.
Prendete la macchina e andate al mare. Sulla strada prendete delle focacce e delle birre – qui va forte la Raffo – fatevele mettere in un sacchetto con ghiaccio e infilate tutto in una borsa termica. Guidate fino a Metaponto, da Matera sono una quarantina di minuti sulla SS 380. Qui morì Pitagora, più o meno nel 495 a.C.; oggi è una frazione di Bernalda (MT), il comune dove nacque Carmine Coppola, padre di Francis Ford e zio di Nicolas Cage.

Ciccio+Peppino coppia viaggio in Lucania A sinistra: Peppino, proprietario di una macelleria-ristorante a Miglionico. Secondo una leggenda un cittadino miglionichese chiese al re di Napoli che al suo paese fosse attribuito il nome di una capitale; il re glielo concesse. Da allora il paesello è conosciuto anche come Napulicch’.
A destra: Francesco, detto Ciccio, davanti alla sua enoteca H20 a Matera. “Entri da Ciccio, e quando esci con un po’ di Aglianico in corpo si capisce se sei un uomo, un mezz’uomo o un quaquaraquà” (cit. Gianni)

Il mare è pulito, soprattutto da quando gli altiforni dell’Ilva di Taranto non sono più in funzione (si scorgono guardando verso nord-est). Siete qui per pescare le telline, vi dovete arrangiare con le mani. Le telline sono dei molluschi bivalvi, delle specie di piccole vongole. Fuori c’è la conchiglia, dentro quello che mangerete. Entrate in acqua. Individuate una tellina che affiora dal fondo: è probabile che smuovendo la sabbia lì intorno ne troviate altre. Procedete così. Infilatele in una bottiglia con acqua marina. Bevete una Raffo. Focaccina. Ritornate al lavoro. Prima di tornare verso Matera riempite d’acqua di mare un’altra bottiglia, che, arrivati a casa, verserete in una bacinella; qui tufferete le telline precedentemente risciacquate: l’acqua salata serve a far spurgare la sabbia. Cospargetevi di doposole in bagno.

Il pane raffermo è ancora sul pianale: passatelo sotto l’acqua del lavandino fino a farlo ammorbidire. Fatelo a pezzettoni in una terrina. Aggiungete 4 o 5 pomodori tagliati. Impastate con le mani. Aggiungete origano e anche timo, che cresce profumatissimo sulla Murgia di fronte a Matera. Tagliate mezza cipolla e aggiungete anche quella. Impastate. L’olio per ultimo; dopo che l’avete aggiunto non potete più toccare l’impasto con le mani, è la tradizione: date un’ultima girata con un cucchiaio. La cialledda è pronta: era il cibo estivo che i contadini si portavano quando uscivano per coltivare i campi d’estate.

Sedetevi a tavola con qualcuno: chi magna ra sul s’affoca (chi mangia da solo si strozza).

Fate bollire dell’acqua in una pentola. Buttateci i pomodorini, tipo ciliegino, solo per qualche minuto, così la buccia viene via più facilmente. Fate un soffritto in padella con aglio e olio, poi prezzemolo. Aggiungete i pomodorini sbucciati. Un bicchiere di vino bianco per sfumare. Ora dentro anche le telline. Lasciate cuocere alcuni minuti: le conchigliette si apriranno. Aggiungete del peperoncino. Procuratevi degli spaghetti di grano duro Cappelli. Raffaele Cappelli (1848-1921) fu senatore del Regno d’Italia e presidente della Società degli agricoltori: la varietà di grano che porta il suo nome è coltivata nella zona. Tiene il sugo come nessun’altra pasta. Ora avete cialledda fredda come antipasto e spaghetti alle telline come primo.

Da bere: riempite ¾ di una caraffa con dell’Aglianico del Vulture rosso. L’ultimo quarto con una gassosa. Infilateci tre o 4 ciuffi di sedano. Uno spicchio d’aglio. E delle percoche (varietà di pesca a polpa gialla) tagliata a cubetti. La gassosa che avete infilato nel freezer stamattina: tagliate la bottiglietta di plastica con un coltello, ed estraete la palla di ghiaccio; buttate anche anche quella nella caraffa.

Gustatevi la tipica bevanda dei ciddari, cantine ricavate nei sassi di Matera, dove ci si ritrovava, finito il lavoro nei campi, a bere, contrattare la manodopera, giocare a carte. Si portava da casa il cibo e lo si condivideva. Sono scomparsi tutti nell’ultimo decennio. Sedetevi a tavola con qualcuno: chi magna ra sul s’affoca (chi mangia da solo si strozza).

Craco 3

Petrolio

“La Madonna nera non è, per i contadini, né buona né cattiva; è molto di più. Essa secca i raccolti e lascia morire, ma anche nutre e protegge; e bisogna adorarla. In tutte le case, a capo del letto, la Madonna di Viggiano assiste, con i grandi occhi senza sguardo nel viso nero, a tutti gli atti della vita”.
(da Cristo si è fermato a Eboli)

Viggiano è un paese di 3244 abitanti della val d’Agri (Potenza). A 12 chilometri c’è il santuario con la statua della Madonna Nera, protetta da una teca di vetro. A un paio di chilometri c’è il Centro Oli, il più grande impianto di stoccaggio e trattamento di petrolio d’Europa, di proprietà dell’ENI, protetto da una recinzione. La Val d’Agri è il giacimento petrolifero di terraferma più grande d’Europa; è anche un enorme bacino d’acqua: ci sono il lago artificiale del Pertusillo e un enorme sistema di falde e fiumi sotterranei.

Per estrarre petrolio ci vuole acqua, molta acqua, circa 8 litri ogni litro di petrolio; e poi ci sono i reflui, liquidi contaminati che l’ENI trasporta tramite autocisterne da Viggiano al Tecnoparco di Pisticci (una novantina di chilometri su strade statali) o riversa nei pozzi petroliferi ormai esauriti, detti pozzi di reiniezione.

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Il pozzo di Costa Molina 2, aperto nel 1983, esaurito, oggi è adibito a reiniezione. Si trova in zona sismica 1 che «è la zona più pericolosa, possono verificarsi fortissimi terremoti» (dal sito della Protezione Civile). L’ENI assicura che il pozzo è perfettamente impermeabilizzato, per impedire sversamenti di reflui nelle falde che alimentano il Pertusillo, che si trova a poca distanza.

La professoressa Colella dell’Università della Basilicata ha effettuato dei rilevamenti nelle acque del lago: la concentrazione di idrocarburi in alcune zone era di circa 6500 mcg/litro; la soglia di precauzione di 10 mcg/litro. Ma la qualità delle acque può variare anche sensibilmente; così si sono analizzati i sedimenti, un registro chimico di ciò che avviene nel lago: in alcune zone le concentrazioni di idrocarburi sono risultate di 559 mcg/litro; il limite è di 60 mcg/litro.

La Val d’Agri è il giacimento petrolifero di terraferma più grande d’Europa.

La questione del petrolio in Basilicata è intricata: ci sono le ricadute occupazionali in una delle zone più povere d’Italia, le royalties pagate dalle aziende petrolifere ai comuni (18 milioni solo a Viggiano), la salute dei cittadini, la tutela dell’ambiente, i 180 euro di bonus benzina che ogni cittadino lucano riceve annualmente, gli odori percepiti dagli abitanti della Val d’Agri, gli agricoltori che non riescono a vendere i loro prodotti, quelli che hanno venduto i loro terreni all’ENI a prezzi molto alti.

C’è il decreto Sblocca Italia, del governo Renzi, che all’articolo 38 definisce le attività di ricerca e coltivazione di idrocarburi «di interesse strategico e di pubblica utilità, urgenti e indifferibili». Tradotto: le compagnie petrolifere non dovranno più confrontarsi con le istituzioni locali, ma direttamente con il Ministero per lo Sviluppo Economico. Fatto che riguarda il 77% del territorio della Basilicata.

Val d'agri

La questione non si può ridurre in poco spazio, in modo semplicistico. Ci sono, però, alcuni dati semplici.

L’anno scorso, su 7 miliardi di euro di ricavato delle aziende petrolifere, solo 420 milioni sono stati versati alla comunità in termini di royalties e compensazioni. Escludendo regioni e comuni, lo stato ha ottenuto 79 milioni di euro (costa di più Pogba). Inseguire l’indipendenza energetica tramite gli idrocarburi è una chimera: le riserve europee costituiscono lo 0,5% delle riserve mondiali; il consumo, invece, è il 20% su scala globale.

Gli scienziati del CNR, leggendo i dati forniti dal sito del Ministero per lo Sviluppo, stimano che estraendo tutto il petrolio del sottosuolo italiano – riserve certe e riserve probabili – avremmo approvvigionamenti al massimo per 32 mesi. La Germania, nel frattempo, ha stabilito per il 2050 l’obiettivo di coprire l’80% del proprio fabbisogno energetico tramite fonti rinnovabili.

Cristo si è fermato a Eboli

Arrivai a una strada, che da un solo lato era fiancheggiata da vecchie case, e dall’altra costeggiava un precipizio. In quel precipizio è Matera. Ma di lassù, non se ne vedeva quasi nulla, per l’eccessiva ripidezza della costa. Di faccia c’era un monte pelato e brullo, senza segno di coltivazione. In fondo scorreva un torrentaccio, la Gravina. La forma di quel burrone era strana; come quella di due mezzi imbuti affiancati, separati da un piccolo sperone e riuniti in basso in un apice comune, dove si vedeva di lassù, una chiesa bianca, Santa Maria de Idris, che pareva ficcata nella terra. Questi coni rovesciati si chiamano Sassi: Sasso Caveoso e Sasso Barisano. Hanno la forma con cui a scuola immaginavamo l’inferno di Dante. E cominciai anch’io a scendere per una specie di mulattiera, di girone in girone, verso il fondo. La stradetta, strettissima, che scendeva serpeggiando, passava sui tetti delle case, se così quelle si possono chiamare. Sono grotte scavate nella parete.

[…]

Ogni famiglia ha, in genere, una sola di quelle grotte per tutta abitazione e ci dormono tutti insieme, uomini, donne, bambini e bestie. Così vivono ventimila persone.

[…]

Eravamo intanto arrivati al fondo della buca, a Santa Maria de Idris, che è una bella chiesetta barocca, e alzando gli occhi vidi finalmente apparire, come un muro obliquo, tutta Matera. Le facciate di tutte le grotte, che sembrano case, bianche e allineate, pareva mi guardassero, coi buchi delle porte, come neri occhi. È davvero una città bellissima, pittoresca e impressionante.

[La sorella di Carlo Levi descrive in una lettera al fratello il suo arrivo a Matera nel 1935; testo tratto da Cristo si è fermato a Eboli, di Carlo Levi]
 
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