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Viaggio al centro dell’hacking

16/07/2017
Reportage

A cura di Iacopo Barison

Illustrazioni di Gabriele Ghisalberti

L’hackmeeting è un incontro annuale autogestito delle comunità di controcultura digitale italiana, dei “veri hackers, ovvero chi vuole gestirsi la vita come preferisce e sa s/battersi per farlo. Anche se non ha mai visto un computer in vita sua.” L’edizione 2017 si è tenuta tra il 15 e il 18 giugno a Venaus, Val di Susa.

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Stazione ferroviaria di Susa, nell’omonima valle.
Secondo Google Maps, dal punto in cui mi trovo, l’Hackmeeting dista 3,3 chilometri. Mi accodo a due ragazzi che, in base al volume dei loro zaini, sono diretti proprio laggiù, quindi gli chiedo se per caso ci sono delle navette o se bisogna per forza camminare. Loro stanno già camminando, in effetti. Lui è silenzioso, ha i capelli ricci ad altezza spalle e dichiara di essere per metà venezuelano, per metà italiano e per metà svedese. Come si fa ad avere tre metà? Questa è la domanda che avrei voluto fargli e invece non gli ho fatto. Non è mai carino correggere qualcuno.
“Restiamo in fila indiana”, dice la ragazza.
“Seguite me”, dice il ragazzo italo-svedese-venezuelano, come una specie di Virgilio vestito Decathlon.

Cammino un po’ a zigzag e lei mi consiglia di restare sul bordo della strada, perché altrimenti mi investono. Le dico che non sono abituato alle strade di montagna e che in generale le trovo strette, addirittura pericolose. Lei risponde di amare la montagna, io che preferisco il mare perché qui è richiesto un grado di virilità che forse non ho. Entrambi stanno andando all’Hackmeeting per imparare. Vogliono essere più consapevoli di ciò che sta dietro – e anche dentro – la tecnologia che utilizzano nel quotidiano. Nessuno dei due possiede uno smartphone, però hanno entrambi i pantaloni lunghi. All’improvviso riaffiora l’immagine di mia nonna – quando andavamo in montagna col camper, mi impediva di indossarli corti perché una vipera particolarmente feroce avrebbe potuto mordermi le caviglie. Oggi ho deciso di emanciparmi e indossare un paio di shorts in chino, avrò sbagliato? Starò rischiando qualcosa? Non porto nemmeno i calzettoni in spugna.

Entrambi stanno andando all’Hackmeeting per imparare. Vogliono essere più consapevoli di ciò che sta dietro – e anche dentro – la tecnologia che utilizzano nel quotidiano.

Arrivati a destinazione, ci disperdiamo immediatamente con la promessa di rivederci in giro. La strada a doppia corsia divide come una bisettrice la zona camping dall’area in cui avvengono materialmente i dibattiti. È ancora presto, i partecipanti al raduno si stanno svegliando a ondate. La tonalità delle tende segue la palette del verde o del viola, qualche volta del blu, e la luce del sole unita al basso inquinamento atmosferico le rende elettriche. Alcuni indossano scarpe aperte, altri sono direttamente scalzi. Chi indossa le scarpe, se le toglie appena possibile e inizia a massaggiarsi i piedi, o accarezzarli, o semplicemente a toccarli. La prima cosa che annoto sulla moleskine è che gli hacker hanno uno strano rapporto con le proprie estremità inferiori.

Sul sito web dedicato, l’Hackmeeting si autodefinisce come “l’incontro annuale delle controculture digitali italiane, di quelle comunità che si pongono in maniera critica rispetto ai meccanismi di sviluppo delle tecnologie all’interno della nostra società”. Non mi stupisce, perciò, che ovunque siano appesi cartelli con scritto NO FOTO E NO VIDEO. Gli hacker non vogliono essere immortalati, a meno di non aver dato il consenso specifico, e lo stesso vale per i monitor dei computer, perché potrebbero intravedersi delle parti di codice. L’atmosfera top secret mi mette un po’ a disagio, visto che in fondo sono qui per fare delle domande. Vorrei parlare con gli organizzatori, manifestarmi, spiegargli perché sono arrivato fin lì, però non esistono organizzatori. Questa è un’altra cosa che ho letto sul sito web. Si dipana tutto intorno a una mailing list a cui chiunque può iscriversi per fare proposte e allestire gli eventi. Le domande che avrei voluto fare e non ho fatto, a ogni modo, sono le seguenti: se davvero non esistono organizzatori, chi ha deciso dove geolocalizzare l’Hackmeeting? Chi ha scritto il comunicato stampa? Chi ha gestito i rapporti con i giornali? Chi ha montato il tendone sotto il quale proprio adesso mi sto riparando dal sole? Chi si è preso carico del bar, della mensa, dell’allestimento generale? Ma andando ancora più a monte, chi ha creato la mailing list di cui sopra?

Potrebbe essere la mia forma mentis a impedirmi di comprendere. Il capitalismo mi ha abituato a ragionare verticalmente e non orizzontalmente, a essere schiavo delle filiere, della deresponsabilizzazione, del delegare seguendo un principio di competenza. Forse è colpa mia se non riesco a intravedere l’ovvio.

Vorrei parlare con gli organizzatori, manifestarmi, spiegargli perché sono arrivato fin lì, però non esistono organizzatori.

C’è un camioncino che fa da bar, con prezzi più che popolari, poi ci sono le tende elettriche, la cucina, i bagni e il cosiddetto “lan-space”, ossia dei lunghi tavoloni di legno circondati da panche senza schienale, intorno a cui ci si può sedere e collegarsi col proprio portatile a una rete comune. Qui si può lavorare in autonomia o socializzare con gli altri partecipanti, magari chiedendo aiuto o consigli ai più esperti.

Intercetto un pisano che nella vita fa il programmatore, gli spiego che sono lì per scrivere un articolo e le sue pupille hanno un fremito rapido ma visibile, quindi metto in chiaro di non essere un giornalista e lui pare sgravato da un peso. (La sequenza approccio, fremito, rassicurazione e sospiro di sollievo mi accompagnerà per tutta la giornata; quasi nessuno degli intervistati ne sarà esente, tant’è che a un certo punto preferirò rimanere in incognito.)

“Chi ha montato questo tendone?”, gli chiedo.
“Non lo so, sono arrivato ieri sera”, mi dice, mentre accavalla la gamba destra e inizia a accarezzarsi un piede.
“E la Val di Susa? Chi ha scelto di radunarci qui?”
“Qualcuno l’ha proposta, pensavano fosse adatta, e gli altri hanno accettato”.

Andrea da Pisa, che a occhio e croce ha più di trent’anni e sta perdendo i capelli e indossa vestiti equosolidali, mi spiega come il concetto di hacking sia applicabile anche e soprattutto al di fuori del campo tecnologico. Gli hacker sono dei curiosi, smontano e rimontano le cose per capire come sono fatte dentro e promuovono un’idea consapevole del possesso, col fine ultimo di essere padroni e non schiavi degli oggetti. Ascoltando Andrea, mi viene in mente il Jake Ghyllenhaal di Demolition, che per aggiustare se stesso e superare così il tragico lutto della moglie inizia a distruggere casa propria partendo dai mobili, dagli elettrodomestici, per poi ricomporli pezzo per pezzo. A questo proposito, Andrea mi racconta che Richard Stallman – uno dei principali esponenti del movimento del software libero, legato a filo doppio con quello open source – ha capito davvero cosa fosse l’hacking all’interno di un ristorante cinese. Pare che stesse mangiando con due bacchette e poi avesse tentato di usarne tre, quattro e infine cinque, una per ogni dito, improvvisando un nuovo sistema per mangiare gli spaghetti di soia.

Gli hacker sono dei curiosi, smontano e rimontano le cose per capire come sono fatte dentro e promuovono un’idea consapevole del possesso, col fine ultimo di essere padroni e non schiavi degli oggetti.

“Stasera dormirai qui?”, gli domando prima di congedarmi.
“Sì, però non ho portato la tenda”.
“E come farai?”
“Chiederò a qualcuno se posso dormire nella sua”.
“Io non ce la farei. Avrei il timore che nessuno voglia condividere la tenda con me”.
“Se avesse spazio a sufficienza, perché non dovrebbe volerlo?”
Ha ragione lui: perché?

Con la convinzione sempre più solida che i vari luoghi comuni sugli hacker, spesso ereditati dalle serie TV o dal cinema – vedi Mr Robot, o la Lisbeth Salander di Millenniumsiano molto distanti dalla realtà, raggiungo un gruppo di ragazzi alle prese con l’assemblaggio di una rudimentale antenna radio. Sembra un patchwork verticale uscito da Fallout, eppure funziona. Quest’antenna permetterà ai partecipanti all’Hackmeeting di comunicare attraverso dei walkie-talkie. I ragazzi l’hanno costruita non per ottenere un risultato, ma per il compimento del gesto in sé. Volevano divertirsi, mi dicono, e dimostrare a se stessi che ne sarebbero stati in grado.

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“Siete molto socievoli”, gli dico. “Pensavo che gli hacker non lo fossero affatto”.
“Quello è un cliché”, risponde il più basso di loro, coi rasta fino a metà schiena.
“Anche il fatto che gli hacker rubino i soldi dalle carte di credito è un cliché? A mio padre è successo. Qualcuno ha prenotato un Flixbus per Berlino con la sua VISA”.
“Chi ruba i soldi dalle carte degli altri non è un hacker ma un ladro, secondo lo stesso principio per cui chi ruba una bicicletta per poi rivenderla non è un commerciante”.

Sono in ritardo, quindi mi dirigo verso l’area incontri. Durante il tragitto, sotto un sole molto più intenso di quello pallido e torinese a cui sono abituato, che a dire il vero mi mette in ansia per eventuali scottature, guardo con ammirazione i cartelli NO TAV appesi ai piloni dell’autostrada. Un’ammirazione pratica ancor prima che ideologica, vista la fatica che avranno fatto per appenderli. A metà fra l’alpinismo e il parkour, mi spiega una ragazza nata e cresciuta in valle, all’incirca mia coetanea, che sta fumando marijuana alle 10:49 del mattino (ho annotato l’orario sulla moleskine) si sono calati da un ponte alto 200 metri per difendere i propri diritti. La ragazza aggiunge che vorrebbe andarsene dalla Val di Susa per provare a fare qualcosa – rimane generica, senza specificare cosa – tuttavia ha paura che appena svoltato l’angolo i cantieri della TAV possano riaprire. Il timore e l’etica personale la condannano a rimanere.

“Chi ruba i soldi dalle carte degli altri non è un hacker ma un ladro, secondo lo stesso principio per cui chi ruba una bicicletta per poi rivenderla non è un commerciante”

Seguiamo insieme un incontro sui trucchi per avere a che fare con i giornalisti e lì capisco quanto gli hacker avvertano il problema della trasmissione di una verità unica e oggettiva e non subordinata alle logiche individuali. Il relatore non si è presentato, per cui non ho idea di chi sia. Toglie le infradito e parla di comunicati stampa e di come far sì che non vengano travisati. Parla della necessità dei media di creare ex-novo dei filoni usa e getta, da spremere finché non ne resta più nulla, come il femminicidio, gli sbarchi degli immigrati, la legittima difesa, eccetera.

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L’incontro finisce col relatore che indossa di nuovo le infradito, poiché è arrivato il momento del pranzo. I pasti sono a offerta libera. Infilo una banconota da 5 euro in un box di cartone e mi metto in coda. Provo a socializzare con un gruppo di ventenni di Torino, che ovviamente segue lo schema approccio-fremito-rassicurazione-sospiro. Sono in quattro e lavorano tutti come programmatori informatici per aziende. L’hacker non è una professione, mi dicono, non si guadagnano soldi, lo si fa per indole. Gli domando qual è il sito che vorrebbero far crashare più di ogni altro e loro mi rispondono Amazon. Gli chiedo se sia materialmente possibile, se non ci siano milioni di impedimenti. Mi rispondono che basta avere pazienza e una falla si trova sempre.

Quando arriva il mio turno, riempio un piatto di pasta alla Norma e lo mangio di fianco a un inglese di Bristol che saluta tutti, specialmente le ragazze, con una specie di CIAOH gutturale. Origlio una conversazione fra lui e un uomo con gli occhi spiritati che vive fra le colline liguri di Levante e ha un serio feticismo nei confronti dei sistemi operativi. Il secondo chiede al primo qual è il suo nemico e l’altro risponde semplicemente “capitalism”, una parola che da sola racchiude tutti gli spauracchi e le derive del mondo contemporaneo. Come si combatte davvero il capitalismo?, penso fra me e me. Basta evitare le t-shirt made in Bangladesh e fare la spesa ai mercati rionali anziché all’Esselunga? Sarebbe troppo facile. Riuscire a far crashare Amazon per due ore, mezz’ora o anche solo per un minuto, sarebbe invece una piccola conquista? Una prova di forza da parte di un’opposizione invisibile?

Con questi interrogativi in testa, mi alzo e lavo il mio piatto con un sapone all’olio di oliva che è stato oggetto di un workshop il giorno precedente. Ora, invece, ne sta iniziando uno su come preparare un buon dado vegetale fatto in casa – la riprova che gli hacker non accettano di non poter mettere le mani sulle cose, di qualunque natura siano. Nel frattempo mi chiedo come sia possibile che un sapone a base di olio d’oliva deterga anziché ungere, quindi seguo un paio di seminari ma rischio di addormentarmi perché il linguaggio utilizzato è molto tecnico e stamattina mi sono svegliato all’alba.

Il secondo chiede al primo qual è il suo nemico e l’altro risponde semplicemente “capitalism”.

Torno vigile quando una persona dal pubblico (una donna che potrebbe avere l’età di mia madre) chiede al relatore come fare a sapere se il proprio telefono è sotto controllo. Lui risponde che chi ha il dubbio di essere intercettato, già parte male. Non ci sono modi oggettivi per sapere se la questura ci sta ascoltando, a meno che la Telecom (la quale si occupa di gestire tutte le intercettazioni sul territorio italiano) non commetta un errore palese e si smascheri da sola. Al relatore, ad esempio, è capitato di telefonare a un amico e di sentire rispondere la questura. Questo perché la Telecom, anziché sdoppiare la chiamata e inviare una copia alla polizia e un’altra all’amico, le ha inviate entrambe alle forze dell’ordine. Sulla moleskine scrivo alla veloce, scarabocchiando le lettere: in quale realtà parallela mia madre potrebbe trovarsi qui e fare una domanda del genere?

Verso sera prendo un Ubuntu Cola – tutto, all’Hackmeeting, è anticapitalismo – e la bevo guardando il sole scendere oltre le montagne. Mi chiedo quale sia la differenza più grande fra me e tutte le persone che ho incontrato oggi, ci penso un po’ su, finché non torna a galla un brano del pluricitato discorso di David Foster Wallace per la cerimonia delle lauree al Kenyon College: “Tutto nella mia esperienza diretta corrobora la convinzione profonda che io sono il centro esatto dell’universo, la persona più reale, concreta e importante che esista. Affrontiamo raramente questa forma di naturale e basilare egocentrismo perché socialmente parlando è disgustosa anche se, sotto sotto, ci accomuna tutti. È la nostra modalità predefinita, inserita nei circuiti fin dalla nascita. Pensateci: non avete vissuto una sola esperienza che non vi vedesse al suo centro esatto. Per voi il mondo è una cosa che vi sta davanti o dietro, a sinistra o a destra, sullo schermo del televisore o su quello del computer”.

Verso sera prendo un Ubuntu Cola e la bevo guardando il sole scendere oltre le montagne.

Tutte le persone che ho incontrato oggi, in fondo, sanno di non essere il centro esatto dell’universo, e sono consapevoli che il mondo sia vasto e incommensurabile e che ci siano forze più grandi di loro. Se queste forze possono essere assecondate, come di solito faccio io, forse possono anche essere ostacolate, per non dire combattute, come provano a fare loro? Magari è questo il nodo cruciale: abbassare il volume delle ansie individuali e alzare quello delle ansie collettive, spostandosi dal centro per scoprire che non esiste. Non soltanto porsi delle domande, ma anche cercare delle risposte.

Bevo l’ultimo sorso di Ubuntu Cola e controllo se Amazon è ancora online.