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Uomini senza donne – Hemingway e Murakami

09/10/2015
Ex-libris

A cura di Viola Bonaldi

Ex-libris: Rubrica di recensioni libresche, qui si parla dei libri in modo libero e non compassionevole, ma con la passione necessaria.

Uomini senza donne

La femmina, amico, è una gran cosa, tutto il mondo ne delira: la fiera, l’uccello, il piccolo maggiolino, tutti sono vivi per questo! E al di fuori di ciò di che si può vivere?
[Maksim Gor’kij]

Uomini e donne fin dalla notte dei tempi sono legati indissolubilmente da un legame agrodolce ma d’un intensità tale da rimanere sfuggevole a qualsiasi definizione: come la morte e la vita sono alla base di questioni irresolubili di cui tanto s’è scritto ed eternamente si discorrerà.

Ma cosa succede quando questi elementi perfetti si separano? Ce lo raccontano due tra i maggior esponenti dell’era contemporanea che, separati l’uno dall’altro da quasi cent’anni, hanno affidato l’arduo compito di soluzione a due raccolte di racconti dal medesimo titolo, Uomini senza donne. È un accostamento curioso quello che vede da un lato la virilità di Ernest Hemingway e dall’altro la finezza di Haruki Murakami, rum e sake, occidente e oriente e ancora più interessante è la loro idea comune: potete isolarvi, morire, viaggiare e lottare ma ogni azione sarà vana. Uomini, senza donne siete persi.

 

Le Recensioni

 

ERNEST HEMINGWAY
UOMINI SENZA DONNE
Elios, 1946

 

Altro titolo: Il club dei maschioni.

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Navigando nell’universo fantastico delle applicazioni web mi sono imbattuta in Hemingway Editor, programma per la composizione del testo che si propone di aiutare l’aspirante scrittore nel semplificare e rifinire il lavoro svolto, agevolandone la leggibilità presso il pubblico spesso intimorito dalla lunghezza degli scritti. Laddove le frasi risultino troppo dense vengono evidenziate in giallo o in rosso in base al grado di difficoltà di lettura riscontrato e rimosse solo in seguito alla modifica della porzione di testo segnalata; l’azzurro rivela gli avverbi da “eliminare all’istante”, il verde le strutture passive che dovranno essere “meno di due” nella totalità del documento e il viola sta ad indicare vocaboli da sostituire con sinonimi laconici appositamente suggeriti. In risultato avrete un pezzo redatto in modo apparentemente semplice, diretto, privo dei “paroloni da 100 dollari” in “puro” stile Ernest Hemingway (dlin!).
(Have fun: http://www.hemingwayapp.com/)

L’avesse scovata a suo tempo, l’applicazione, probabilmente lo scrittore di Oak Park si sarebbe fatto schizzare il cervello ancora prima del 1961, anche perché tutt’oggi viene ancora frequentemente additato per questo suo stile “privo della fottuta retorica” e, soprattutto in Italia, non viene riconosciuto il giusto lustro ad alcune sue opere pregevoli adombrate dal successo hollywoodiano dei romanzi più noti, come nel caso di Uomini senza donne.

Pubblicata nel 1927 dalla Scribner’s, rinomata casa editrice protettrice di molti scrittori della “Generazione Perduta” che in quel periodo agitavano l’anima intellettuale della rive gauche parigina, Uomini senza donne è la seconda raccolta di racconti di “Mr Papa”, stampata sulla scia del successo di The sun also rises (1927) – Fiesta, per noi italiani – che gli permise una relativa tranquillità economica e un certo credito tra i letterati del tempo.

Come ogni singola opera di Hemingway, Uomini senza donne non è stato esente da critiche, prima su tutte quelle di Victoria Woolf, paladina della fascia intellettuale femminista del tempo che in una recensione pubblicata sul New York Herald Tribune Books rinfacciava la fallocrazia dello scrittore, la bassezza umana dei personaggi presentati, la rozzezza dei contenuti e la forma, troppo banale e scarna per i suoi gusti.

È un periodo di reflusso in cui le femmine cosmopolite vogliono godere dei frutti delle battaglie di altre quello che Hemingway ci fa percepire.

Beh, certamente i temi sono inconsueti rispetto agli scenari classici seppur progressisti della Woolf. Nei quattordici racconti di Uomini senza donne Hemingway narra di imbroglioni (Cinquanta bigliettoni), di tradimenti, della volgarità dell’Italia mussoliniana (Che ti dice la Patria?), di omosessualità tra le file militari (Una semplice domanda) di violenti (Gli uccisori), di aborto (Colline come elefanti bianchi) e di frustrati di diverso genere.

Assodato che per meglio comprendere il fenomeno bisognerebbe contestualizzarlo in spazio e tempo, la matrice antifemminista è quasi mancante sebbene ne avesse a ben donde visto che la madre si sollazzava a vestire il piccolo Hemingway come la sorella. Come suggerito dal titolo, è uno spazio NO GIЯLS ALLOWED, ma questo non lo definirei come puro sessismo. Vero è che quando ne parla, sia essa presenza reale o perduta (In un altro Paese), tendenzialmente la donna è ritratta nella sua remissività (Colline come elefanti bianchi) e leggerezza mentale (Un canarino in dono) ma è ciò che traspare dalle fanciulle che popolavano le grandi città all’epoca dell’autore, ben diverse da quelle che pochi anni prima muovevano battaglia per i propri diritti. Sono le flappers o le “maschiette” care a Fitzgerald dai capelli corti e dai vestiti alle ginocchia, non più ninfette ma ancora acerbe e meno sicure di quanto non vogliano apparire, donne modaiole con marcato gusto edonistico, più interessate al jazz che alle battaglie civili, talvolta gonfiate dal vizio, da una vanità debordante e adornate da una strafottenza apparente.

È un periodo di reflusso in cui le femmine cosmopolite vogliono godere dei frutti delle battaglie di altre quello che Hemingway ci fa percepire, testimone del suo tempo e della decadenza virile non in senso d’azione ma dell’umanità del maschio che andrà a comporre la mitologia del primo periodo autoriale, il più delle volte ritratto come individuo fallito e degradato. Hemingway sostanzialmente è un naturalista e più di essi trae la sua essenza dal non detto e dalla partecipazione diretta alle storie rivelate fottendosi dei pericoli, convinto che “non [sarebbe] mai morto” e che anzi, schernisce la morte stessa riducendola a un semplice porta lume (Un idillio alpino).

Quest’arte eccellente ci sbatte in faccia scenari che molto probabilmente non vedremo nemmeno in dieci vite. È un turbinio che sciocca la bambagia familiare e che ci pone pertanto di fronte a quesiti esistenziali. Insomma, in Uomini senza donne c’è tutto: la vita, la fine, la natura, il dolore e l’universo che sta a guardare ed anzi, dietro ad una facciata machista Hemingway ha reso disponibile al genere femminile i segreti e le debolezze del sesso forte.

Ah, nel corso della stesura di questo pezzo l’editor ha continuato a palesarmi la mia incapacità di scrivere alla “Hemingway” (dlin!). Dannazione. (Grade 1: Excellent).

 

Punteggio: 900/1000.
Altro libro dello stesso autore: Festa mobile, 1964.
Altro libro di altro autore: Francis Scott Fitzgerald, Maschiette e filosofi.
Modalità di lettura consigliate: visto che è quasi impossibile reperire la raccolta tradotta in italiano, leggetevi questo.


 

 

HARUKI MURAKAMI
UOMINI SENZA DONNE
Einaudi, 2015

 

Altro titolo: Memorie di un geisho.

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La mia relazione proto-sentimentale con l’amabile Haruki Murakami ebbe inizio nell’ormai lontano 2006, anno in cui il mio caro professor B., per deviare il mio esteso periodo beat generation e per acuire l’alone depressivo post-Holden, mi passò tra le mani il romanzo Norwegian Wood quasi fosse una cura terapeutica. Beh, devo ammettere che come rimedio non fu proprio così adatto: il mio stato mentale si inasprì di ulteriore pessimismo adolescenziale, iniziai a mangiare cetrioli sottaceto a profusione e vagai per boschi cantando i Beatles. In ogni caso, la tensione vitale da sedicenne mi fece apprezzare questo scrittore occupante il lato del mondo opposto a quello dei miti personali del tempo e che, beh sì, mi teneva incollata al libro anche per la ripetuta presenza di atti sessuali, sempre delicati, sfiorati, bianchi e bagnati, descritti come se si trattasse dell’unione tra cielo e terra, di entità inumane dai capelli corvini.

Son trascorsi ormai nove anni dal primo incontro. I nostri cammini si sono incrociati ancora più e più volte ma, ahimè, qualcosa è cambiato dalla lettura della sua ultima raccolta Uomini senza donne.

Sette sono i racconti presenti e collegati da un consistente e greve fil-rouge che unisce amore, donne e gli effetti della loro mancanza. Dimenticatevi i sogni mirabolanti a cui il pluri-mancato premio Nobel vi ha assuefatti. Non chiamate l’ascensore, non parlate con gatti e per carità allontanatevi dalla finestra: questa volta dal poggiolo non vedrete due lune, rischierete di trovare due enormi zebedei.

Già nelle opere precedenti Murakami era solito presentare personaggi piuttosto negativi, depressi e scuri, ma bene o male si riusciva ad intravedere in loro un fine, una luce lontana, una qualche vibrazione vitale che rasserenava l’opera intera. In questo caso, invece, solitudine-amore-scorrereinevitabiledeltempo-dolore-tradimento sono presenti prepotentemente in ogni singolo racconto e non danno spazio a spiragli sereni. Il pessimismo è ulteriormente aggravato da quell’elaborata tessitura di eventi che ha reso così noto lo scrittore ma che, a differenza delle opere precedenti, appesantisce la struttura della raccolta tanto viene quasi difficile divorare il volume, benché la dimensione inviti a questo genere di lettura. Ogni pagina pesa come un macigno, sovraccaricata com’è da tutta questa delusione, tristezza – chiamatela come vi pare, ci siamo intesi.

Gli uomini senza donne di Murakami sono descritti come qualsiasi femmina dominante vorrebbe vedere il proprio maschio.

Gli uomini senza donne di Murakami sono descritti come qualsiasi femmina dominante vorrebbe vedere il proprio maschio. Poco ci manca che gli si strappi la testa dopo il rapporto intimo – e in questo caso sarebbe stato un sollievo all’agonia nostra e del povero essere indifeso, affranto, costantemente ripiegato su se stesso. Sostanzialmente lo scrittore di Kyoto ribalta l’immaginario della donna giapponese disponibile e remissiva: le Geishe ora sono i “maschi” traditi che cercano di comprendere la complessa mentalità femminile – poracci – come nel racconto che dà il nome alla raccolta, pure in donne ormai decedute (Drive my car); sono personaggi che non riescono a resistere a quella “forza irragionevole” che è l’amore, lasciandosi talvolta morire per essa (Organo Indipendente) o decidendo di trascorrere la vita in solitudine, volontaria (Yesterday) o forzata (Sharhazad).

Il tutto risulta un po’ troppo appiccicaticcio, troppo estremizzato e irreale: parliamoci chiaro, solo una minima parte degli esseri di sesso maschile, per fortuna, è effettivamente come questi uomini. Verso la fine del libro, però, si scova un piccolo seme di speranza in Samsa innamorato che, contrariamente al più famoso Samsa kafkiano, vede come protagonista un insetto divenuto uomo che resta affascinato da una giovane storpia. Non si racconta l’evoluzione del rapporto, ma perlomeno non lo si stronca di netto.

Nelle opere più estese di Murakami si ritrova un fascino ammaliante, una capacità descrittiva che in questo caso riesce a trasmettere solo in modo velato. Lo scrittore ha bisogno di più tempo per introdurre gradualmente i lettori, come solo il sogno sa fare, negli scenari inconsueti da lui esposti, sebbene che in Uomini senza donne rispecchino maggiormente quelli della quotidianità diversamente dal modello di 1Q84 o Dance Dance Dance.

Insomma, Murakami ha immesso nel mondo orientale – pur non molto presente, in realtà – personalità in declino che sfiorano la soglia della pena, quasi fosse una raccolta scritta da una femmina tradita bramosa di distruggere il proprio amante. Ecco, mia cara, risparmia almeno noi lettori.

 

Punteggio: 400/1000.
Altro libro dello stesso autore: Kafka sulla spiaggia.
Altro libro di altro autore: J. W. Von Goethe, Le affinità elettive.
Modalità di lettura consigliate: qualsiasi luogo abbastanza luminoso che possa salvaguardarvi dall’oscurità del libro.