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Il mondo non basta – storie al tavolo di RisiKo

06/06/2017
Reportage

A cura di Mirco Roncoroni

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Adolfo è romano, sui trent’anni, lineamenti del Sudamerica, nella vita fa consegne per una pasticceria. Massimo, “il professore”, insegna lettere in una scuola superiore e qualcuno dice, con un sorriso che maschera la verità con l’umorismo, che è il senza-scrupoli che ti travolge appena rimani scoperto, che di lui durante la partita non ci si può fidare. “Non fidarti di nessuno” rincara qualcun altro. A Risiko non si scherza, non è mica un gioco.

C’è un altro Massimo al tavolo, chiamami Ciuc dice per risolvere l’omonimia. Alto, riccioli corti e brizzolati, occhiali di quelli con la montatura spessa, un anello d’oro all’orecchio sinistro. Fa il magazziniere, al torneo del lunedì sera lo indicano come “il giocatore più forte della Bergamasca”, lui avvisa subito che è abituato a scoreggiare durante le partite (possibile che tra i due aspetti ci sia una qualche correlazione, un nesso causa-effetto o chissà che altro, comunque difficilmente verificabile nel corso di una singola partita).

La sorte l’ha affidato al mio stesso tavolo, li ha affidati al mio stesso tavolo: strateghi e agonisti del militarismo da tavolo, loro. Bene. I volti sono amichevoli, di quelli che non combatteresti, riflettono la sicurezza di chi non ha bisogno di intimorire per intimorire, soprattutto agli occhi di chi si ritrova a partecipare per la prima volta a un torneo di Risiko per raccontarne svolgimento e protagonisti.

I volti sono amichevoli, di quelli che non combatteresti, riflettono la sicurezza di chi non ha bisogno di intimorire per intimorire.

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Stefano, organizzatore e tra i responsabili del Risiko Club “Le Mura” di Bergamo, poco prima stava annunciando i sorteggi della serata, ripartiva una ventina di persone – due sole donne – in tavoli da quattro giocatori sparsi in un locale bergamasco, c’è chi si prende una birra prima di cominciare. Chiunque arrivi entro le 21:30 può registrarsi e partecipare. Quando la cifra non è tonda a qualcuno tocca giocare in cinque: “più difficile, si innescano dinamiche interessanti” si sente dire. Uno solo il tavolo da cinque, questa sera. E sarà l’unico a ribollire in discussioni e rivendicazioni abbaiate, verosimilmente quelle che chiamavano “dinamiche interessanti”.¹

1Pare che gli animi si siano surriscaldati in relazione a una pratica di gioco ben precisa e del tutto lecita: la “cartina”. “Fare cartina” consiste in una collaborazione temporanea, solitamente tra due o più giocatori in svantaggio, in cui qualcuno “apre la carta” a un altro lasciando sguarnito un territorio (solo due armate a difesa, facilmente annientabili) favorendo così l’attacco vincente dell’avversario e l’ottenimento di una carta (si ottiene una carta alla conquista di uno o più territori: giocare carte combinate in tris è il metodo più prolifico per rinforzare le armate sul campo). “Accettare” la cartina significa lasciare nuovamente sguarnito il territorio dopo averlo conquistato e permettere al giocatore che l’ha offerta di approfittarne. È un metodo utilizzato per accumulare carte e aiutarsi a riequilibrare una situazione in cui un giocatore stia prendendo il sopravvento. Scegliere con chi farla può scoperchiare un vaso di pandora a quanto pare.

Qualcuno viene da Milano per giocare, tutti i lunedì, o quasi. Carlos, ad esempio. Ecuadoregno in Italia da 19 anni, fabbro, padre di un bambino di tre anni che non ha ancora conosciuto e che vive in Ecuador con la madre.

Nelle fasi finali della sua partita mi racconta dei tentativi di portare la famiglia in Italia, ne parla con gli occhi fissi sul mondo a due dimensioni, in quelle briciole di tempo in cui poter conversare strappate al ritmo serrato che impone la gara, momenti quasi clandestini in cui riscoprirsi umani tra gli umani nel regime carrarmatinocratico, plastico e cartonato, che di rado concede chiacchiere fuori dal formulario funzionale alla partita: “attacco dalla Jacuzia alla Kamchatka”, “gioco un tris misto con due possedimenti, quattordici armate”, “quante carte hai?”, “passo”, “sei-quattro-due”, “verde ne perde due, rosso una”, “preso!”, “gli ho aperto la carta ma non mi ha seguito!”, “ce l’ho!”, “hai pure messo il tappo lì!”, “provo la sdadata”, “non mi attacchi? vado a prendere una birra”.

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Niente da fare, dice Carlos, lei e il piccolo lui devono restare in Ecuador, le regole oggi sono più stringenti, la mobilità intercontinentale non è a portata di dadi, come nel Risiko. “Ritorno io allora, la prossima settimana, per sempre… qui si guadagna bene, ma sono stanco”, e cala un tris misto Congo-Stati Uniti Occidentali-Territori del Nord Ovest, dodici carrarmatini in totale, meritati e lungamente attesi ma ininfluenti per la vittoria, ormai irraggiungibile. È stanco, dice, stanco della distanza che separa la famiglia. Un anno prima era stato Adolfo a coinvolgerlo nei tornei del lunedì, e stasera Carlos gioca la sua ultima partita. La prossima settimana riconquisterà il Sudamerica.

Un anno prima era stato Adolfo a coinvolgerlo nei tornei del lunedì, e stasera Carlos gioca la sua ultima partita. La prossima settimana riconquisterà il Sudamerica.

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Il martedì sera c’è chi si sposta a Milano invece. Certo, non tutti e non sempre. Anche lì organizzano tornei di Risiko e pare che il livello sia mediamente più basso e se ne possa guadagnare in termini di autostima del sé-giocatore. Ciuc non ne ha bisogno, evidentemente, ma qualche volta ci andava, poi ha smesso perché “là si fa tardi, e la mattina c’è da lavorare, possibilmente non rincoglioniti”.

Stasera è già in postazione, predispone il tavolo, prepara il tabellone, le scatole in latta con i carrarmatini e i dadi colorati, le carte rilegate in plastica una per una, gli incavi neri e tondi della scatola da gioco come arene in cui precipitare i dadi, e con i dadi i sogni di gloria, sempre in bilico su un precipizio, tra una personale Austerlitz e una Waterloo, dentro un sfida da vincere ai punti, perché questo è il Risiko Challenge: conquistare i territori segnalati dal proprio obiettivo, guadagnare i punti che ogni territorio assegna, difendere il territorio, ostacolare gli avversari, vincere, o quantomeno provarci.²

2A differenza del Risiko tradizionale (peraltro vagamente snobbato dai challengers, come se condividesse lo stesso anacronismo di un lettore VHS ai tempi di Netflix & co.) nel Risiko Challenge la vittoria è ottenuta ai punti: le carte obiettivo sono sedici e presentano diverse combinazioni di territori. Ogni giocatore riceve una carta obiettivo a inizio partita. Adolfo mi spiega l’importanza di conoscerli tutti a memoria – i sedici obiettivi – per capire la strategia dell’avversario e il tracciato che dovrà percorrere per accumulare punti. Ogni carta obiettivo ha un nome specifico che si rifà alla figura stilizzata disegnata dai territori evidenziati, un metodo che aiuta la memorizzazione, dice. C’è “il letto”, “l’elefante da circo”, “il ciclista”, “la gallina e l’uovo d’oro”, “il granchio”, “la formula uno”, “la befana”, “il gladiatore”, “il dromedario con la mosca”, “la piovra”, “Popeye”, “il tappeto volante”, “la guerra fredda”, “il motorino”, “l’aragosta e il pesciolino” e “la locomotiva”. Breve excursus personale: al sottoscritto toccherà l’aragosta e il pesciolino, dove l’Asia disegna il corpo, l’Oceania e l’Africa orientale le chele, l’Alaska e l’Alberta il pesciolino.

Confidare nella buona sorte potrebbe non bastare, e chi semina la sola speranza nel giardino del caso rischia di seppellire corpi morti. Stefano aveva detto che strategia e fortuna contano allo stesso modo, “in percentuale siamo sul 50 e 50. Capita poi che arrivi quella che noi chiamiamo mina, cioè quello che non ha strategia ma solo fortuna, e complica la situazione anche ai più esperti”.

Diventare la mina. Essere imprevedibile, invisibile, irrazionale, la qualsiasi a costo di seppellirli, quei corpi. Ragionevolmente una delle poche soluzioni a disposizione del giocatore occasionale di fronte al valore aggiunto degli abituali, l’esperienza che ha affinato tattica e strategia. Strategia, da stratos agos, dice il dizionario etimologico, “colui che ha il potere di agire sul conflitto”.

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Ma se da una parte quel potere è limitato e le risorse, seppur all’inizio equamente distribuite, sono appesantite dall’inesperienza? Come fronteggiare grandi eserciti in una situazione di svantaggio, senza affidarsi completamente alla fortuna? Come tenere testa agli habitué del Risiko Challenge e, perché no, mantenere un briciolo di dignità mentre si cerca carpire le storie dei presenti?

Invocare Colman von der Goltz, Karl von Clausewitz, Ferdinand Foch per propiziare la battaglia non funzionerebbe: suggerirebbero di puntare alla distruzione finale degli avversari attraverso la battaglia “a una fase”, per sua natura sostenibile solo da forze ingenti e organizzate, capaci di fronteggiare il nemico apertamente.

Penso piuttosto a Vo Nguyen Giap, Ernesto Guevara, Thomas Edward Lawrence, ma anche a Ernest Hemingway, John Reed e Horst Faas come mentori: evocarne gli spiriti e assorbire lo slancio gagliardo dell’esercito irregolare, della guerra mobile, bastarda, di disturbo e sfiancamento. Da una parte i teorici della guerriglia per attuarla, dall’altra i reporter per raccontarla.

“I nove decimi della tattica sono inconfutabili, ed esposti nei libri: ma la decima parte è irrazionale, come il martin pescatore che sfreccia su uno stagno, ed è lì che i generali vengono messi alla prova”, scrive Lawrence d’Arabia nel suo manuale di guerriglia, vademecum tascabile e pronto all’uso nella versione Millelire di Stampa Alternativa.

Eccola la mina di cui parlava Stefano, la variabile imprevedibile, che nel manuale diventa un martin pescatore. In quel testo l’inglese espone principi di guerra inediti ma efficaci: non sfidare direttamente la forza del nemico ma vanificare i suoi centri di supremazia, non scontrarsi mai apertamente ma essere invisibili e quindi invulnerabili, imprevedibili e quindi efficaci, mantenere l’iniziativa e di conseguenza toglierla all’avversario, rendere inutilizzabile la sua forza, innocue le sue roccaforti, attaccare obiettivi secondari e logorare, esasperare, confondere.

Alle 21:42 il cronometro digitale sta già scandendo alla rovescia i novanta minuti di una guerra lampo.

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Chiaro. Serve essere insistente come un picchio, inesorabile e impercettibile come il fiume che scava il suo letto. Ma come adattare tutto ciò, quelle teorie applicate con successo durante la Rivolta Araba in Medio Oriente, a una partita di Risiko Challenge in territorio bergamasco?

I dadi, nel frattempo, hanno scelto Ciuc come apri partita, il professore chiude il giro. Alle 21:42 il cronometro digitale sta già scandendo alla rovescia i novanta minuti di una guerra lampo, prendono a sbriciolarsi in primi giri rapidissimi, una fase che si potrebbe definire “di rinforzo” in cui ognuno tace e aumenta le armate a sua disposizione e il silenzio è rotto solo dal rumore dei carrarmatini che brulicano nella latta, versati sul cartone, e dal “passo” o “via” di fine turno.

I minuti corrono come il vento, e il gioco anche, concentrato, agonistico, come fosse un essere indipendente da noi quattro, che per vivere ha bisogno di automatismi risoluti e consapevoli, in ogni fase, l’attacco, la difesa, lo spostamento, il rinforzo. Le braccia si allungano, si incrociano sul tabellone, le dita si stringono a becco sulle armate, si aprono, si chiudono, poggiano, toccano, spostano, indicano, scuotono, lanciano, pescano, raccolgono, sudano.

“Tu vedi il mondo nella sua totalità, noi lo vediamo sezionato dagli obiettivi degli altri giocatori”, dice Adolfo, notando l’affanno che solo dopo una mezzora comincia a caratterizzare la mia partita. Ciuc e il professore stanno prendendo il largo.

“Il trucco è capire cosa devono fare gli altri giocatori, non puoi solo perseguire il tuo obiettivo e la tua strategia, serve capire e ostacolare quella degli avversari. Mantenere l’equilibrio tra i giocatori è fondamentale, non si attacca mai chi è debole, per risollevarsi. La guerra tra poveri, alla fine, fa vincere il più forte”.

E immagino che Lawrence, Giap e Guevara non possano che essere d’accordo.