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Si(ero) sono positivo – Storia di Gigi nella casa delle fiabe

Persone

A cura di Marta Ribul

Fotografie di Davide Volpi

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Il viaggiatore quando scopre l’India si stupisce di come possano esistere (“Ancora? Ma siamo nel 2016!”) le caste. Non siamo in India, ma a Bergamo e il bergamasco, anche senza viaggiare, le caste le costruisce. Le caste bergamasche sono quelle che i perbenisti creano per isolare gli intoccabili, indistintamente colpevoli di una vita viziosa.

Alcuni di questi paria vivono in uno degli angoli nascosti più belli della città. Al cancello una targa, ma prima di accedere a villa Plinia e al suo giardino segreto, ci si imbatte nella loro casa. Casa San Michele sembra uscire dal disegno di un bambino: squadrata, con tende bianche alle finestre, fiori rossi sul balcone e un giardinetto di contorno. A metà tra “la casa che vorrei” (liberamente ispirata alla réclame), la “Casetta in Canadà” e quella delle fiabe tedesche. Ci si aspetta che verrà ad aprire Biancaneve, che i suoi sette collaboratori stiano raccogliendo verdure nell’orto e fiori in giardino, che in cucina Cenerentola stia lucidando stoviglie e in soggiorno Rosaspina stia tessendo con il suo arcolaio.

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Di antagonisti in questa storia, pardon, in questa casa non ce ne sono. Suono per annunciare il mio arrivo e dal primo piano rimbomba una voce maschile, baritonale, cavernosa, forse un po’ da orco, ma inconfondibile. “Sali!” mi urla Gigi. Se non lo conoscessi il suo aspetto potrebbe ingannare e, davvero, potrei pensare che sia un orco. Un omone alto, pelato, con le braccia coperte di tatuaggi e una pancia che potrebbe contenere non pochi bambini. “Pronto per la chiacchierata?” gli chiedo. “Non ti faccio domande, parla a braccio che io ti ascolto e mi appunto qualcosa”. Andiamo in giardino, un piccolo angolo di paradiso, che le suore pregustano su questa terra, perché si sa che si accaparrano sempre i posti migliori.

Le uniche uditrici sono le cicale, che smettono di frinire non appena Gigi inizia a parlare.

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“Mi ricordo quello che mi ricordo di quel giorno: un letto di ospedale, un’emiparesi sinistra conseguente al coma in cui ero entrato dopo l’infezione dovuta al proiettile che avevo incastrato tra le vertebre cervicali. ‘Hai l’HIV’ – mi hanno detto. Stavo rischiando un mucchio di anni di galera e avevo appena perso uno dei miei più cari amici”. Un inizio ex abrupto che poco sembra avere a che fare con il paesaggio idilliaco che ci avvolge, ma come in ogni fiaba che si rispetti, non potrebbe esserci un lieto fine se prima il protagonista non dovesse superare pericoli che mettano alla prova il suo coraggio. “Mi è crollato il mondo addosso. Non mi capacitavo del contagio. Sapevo che sarei dovuto tornare in carcere e mi sembrava di star per fare un salto nel buio. Di HIV e AIDS avevo sentito parlare, era la malattia degli omosessuali e dei tossicodipendenti e portava alla morte”.

Le uniche uditrici sono le cicale, che smettono di frinire non appena Gigi inizia a parlare.

Altri dettagli che si aggiungono al racconto necessari e sufficienti perché il perbenista bergamasco etichetti il protagonista del racconto come antieroe e “faccia su”, per l’appunto, un muro.
Casa San Michele non puoi trovarla se non sai dov’è. E chi vorrebbe trovare una casa in cui, invece che principesse e aiutanti delle fiabe, abitano un orco e altri come lui?
Tutti uomini, tutti usciti da un brutto passato, tutti ugualmente intoccabili perché sieropositivi.

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“La mia famiglia, che è sempre stata la mia unica vera dipendenza (insolita definizione per una realtà in cui la dipendenza è stata fatale) è stata fondamentale per me: con loro ho imparato a conoscere ogni aspetto della malattia e da lì ho ricominciato, ho costruito un ambiente positivo in cui dal male potesse germogliare il bene”. Ambiente positivo, spazio positivo: lo slogan che la comunità di cui Gigi e gli altri ospiti fanno parte ha scelto per parlare di AIDS e che ha per logo un pettirosso. Curioso come tante immagini siano le stesse di quelle che osservo mentre continuo ad ascoltare la storia di Gigi, circondata da un fico i cui rami iniziano a piegarsi sotto il peso dei frutti maturi, dal volo leggero di qualche uccello, dal profumo della verdura appena raccolta.

Tutti uomini, tutti usciti da un brutto passato, tutti ugualmente intoccabili perché sieropositivi.

“Stavano per tirarmi fuori dal collo una pallottola e io avrei dovuto tirar fuori le palle, soprattutto dopo che del mio caso si è parlato su quotidiani locali e nazionali. Ma in parte mi hanno tolto il peso di doverlo a dire a mille persone. Costa fatica dire ad un amico ‘ho l’AIDS’ perché temi di costringerlo a condividere un peso, che, per la verità, per quanto mi riguarda un peso non è”. Mentre lo dice mi accorgo che anche io sono una delle mille persone a cui avrebbe dovuto dirlo e, se non fosse che l’ho conosciuto, li ho conosciuti, consapevole del fatto che casa San Michele accoglie persone affette dal virus, non so quanto sarei stata pronta e preparata ad accettare la cosa. Non si è mai sufficientemente empatici nei confronti di un amico, né mai sufficientemente pronti a scrivere con il giusto distacco di una persona che conosci ormai da tempo.

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“Il vero problema, però, è stato vivere con l’AIDS in carcere, perché lì percepisci forte la discriminazione. Il carcere italiano non è preparato, a differenza di quelli di altri Paesi in cui sono stato, ma del resto il carcere è il riflesso della società”. “Adesso citi Voltaire?”, ma dalla faccia attonita capisco che l’illuminista francese non è la musa ispiratrice di Gigi e che tutto quello che sa l’ha maturato grazie alle sue esperienze di vita. “Sono abbastanza maturo (altra definizione insolita) per aver sperimentato e capito che non basta convivere con questa malattia, perché è riduttivo, non ti fa reagire, ti fa piangere addosso e commiserarti, per paura che la gente ti giudichi e così ti isoli. Si vive con questa malattia, ma non significa che sei malato, devi vivere con delle prospettive future e non pensando ‘muoio domani’. Io sono trent’anni che ho l’AIDS e vivo sapendo che la vita può ancora darmi molto, come io posso dare molto alla vita. Sono passaggi. Serve pensare positivo, io penso positivo, come canta Jovanotti”. Mi strappa un sorriso pensare all’eroe Gigi che, prova dopo prova, potrà raggiungere il suo lieto fine (e siamo a buon punto, anche solo per il posto in cui vive) e allo stesso tempo a come, nonostante il male, continui a trovare il bene e il bello. Jovanotti canta “penso positivo perché son vivo e finché son vivo, niente e nessuno al mondo potrà fermarmi dal ragionare”. Gigi è positivo, di nome e di fatto.

Gigi è positivo, di nome e di fatto.

Questa mi sembra la morale della fiaba ed è quasi ora che vada in cucina a pelare patate per cena, perché non c’è nessuna Cenerentola in mille faccende affaccendata, perché a San Michele, il mio ristorante di fiducia, non è gradita la prenotazione, quanto la condivisione e se ceno qui, almeno do una mano. Ma c’è ancora tempo prima che lo chef Gigi si metta ai fornelli pronto ad impartire ordini.

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“Ci sono stati momenti in cui la malattia è stata un purtroppo, come quando, durante la latitanza, dopo aver letto su un referto che mi ero negativizzato, ho creduto di essere guarito e, siccome non riuscivo a procurarmi le medicine, ho smesso di prenderle. I miei CD4 si sono abbassati a 3 e per colpa di MCV sono entrato di nuovo in coma (agli appassionati di medicina l’approfondimento).

Ne sono uscito pazzo: ho preparato una cena per alcuni amici a base di pollo ripieno di mozziconi di sigaretta e cotto in freezer; avevo paura a fare cose che avevo sempre fatto, come spostarmi in aereo o prendere l’autobus, io che ero abituato a fare quasi 400 km al giorno. Avevo perso addirittura la memoria, ma per fortuna ho avuto accanto la mia famiglia, la mia unica vera dipendenza (ancora).

Ho abbandonato la frenesia con cui vivevo, i soldi e le belle macchine che prima mi facevano gola. Non mi sono rassegnato ad essere malato, ma a vivere con tranquillità. E così deve essere per ogni persona che è nella mia stessa condizione. Bisogna che di AIDS si parli, senza paura, senza che il virus permetta agli altri di metterti a disagio. Rompiamo il silenzio, abbattiamo il muro della paura e del disinteresse. In carcere un malato di AIDS non ha diritti e, anche se sei dentro perché condannato alla pena, ti fanno vivere come se tu fossi condannato a morte. Bisogna lottare e mi piacerebbe che di me gli altri pensassero di me ‘quello lì è uno che dopo aver sentito l’adrenalina salire e la saliva asciugarsi prima dell’ennesimo colpo in banca, ce l’ha fatta e, passaggio dopo passaggio, dal male ha visto fiorire il bene. mi piacerebbe che di me pensassero che sono Peter Pan, ma con i pantaloni lunghi, perché continuo a volare, sognando di raggiungere una felicità nuova, matura, da adulto’.