Persone, luoghi e altre storie
Eventi
Il Magazine
Abbonati

Romanzo provinciale

Dal Magazine

A cura di Mirco Roncoroni

Fotografie di Stefano P. Testa

da CTRL #63 - Dicembre 2015

I – LO SCAMBIO A FRESNES

emiliano-facchinetti-fresnes-trescore

«Quell’odore di chiuso già lo conoscevo, non era la prima volta che andavo a trovarlo in carcere. Avevo ancora in mente il profumo di due signore sedute poco lontano da me in una pasticceria di Parigi in cui ero stato giusto una mezzora prima: avrei capito presto che in carcere la prima cosa che ti manca è la donna, la libertà viene dopo. E di quei profumi non ne avrei più sentiti per un po’. In testa mi girava il pensiero che se si fossero accorti dello scambio avrei preso una bella scarica di botte: è andato tutto liscio poi, ma le botte le ho prese lo stesso.

Mio fratello Pierluigi non lo voleva fare, non era convinto, non voleva approfittare del suo fratellino. Ma era già la quinta volta che dovevamo farlo, e fino ad allora ero sempre ritornato a Trescore, a dire alla morosa che la partenza per il militare era stata rimandata. A lei l’avevo raccontata così, mentendo. Quella volta però non ritornai, si era deciso finalmente, e l’abbiamo fatto».

Ascoltando Emiliano è davvero difficile non pensare a quanto la sua storia sembri uscita dritta dritta dalla sceneggiatura di un film, tipo Fuga da Alcatraz o Papillon. Ma la Val Cavallina non è Hollywood, non c’è nessun Clint Eastwood, nessuno Steve McQueen, nessun divo, nessuna celebrità. Una grande fuga c’è davvero stata però.

«Avevamo iniziato a pensarci fin da subito, da quando l’avevano beccato a Parigi e rinchiuso per l’ennesima volta. A quel giro l’avevano messo nel penitenziario di Fresnes, a pochi chilometri dalla capitale. Era il 28 ottobre 1984, avrebbe dovuto scontare 17 anni.
[Emiliano si ferma, mi offre dell’acqua]

Ogni volta che salivo per andare a trovarlo, il personale del carcere mi consegnava la tessera d’ingresso dell’altro mio fratello, Daniele, che somigliava molto a Pierluigi; come me del resto, nonostante fossi di otto anni più piccolo. Capii che in fin dei conti lì dentro non è che fossero molto attenti alle facce delle persone. Ma c’era di più.

«Anche a Fresnes era così, all’uscita non controllavano nessuno».

Spesso, prima e dopo le visite, andavo spesso al Louvre a vedere un po’ di quadri e di sculture. Lì, avevo notato che i controlli li facevano all’uscita e non all’entrata, mentre in carcere succedeva esattamente il contrario: ti controllavano quando entravi e non quando uscivi. «Anche a Fresnes era così, all’uscita non controllavano nessuno. Perché avrebbero dovuto farlo? Non c’era niente da portare fuori. L’idea di sostituirmi a lui è nata da lì».

C’era solo qualche problemino da risolvere.

Primo.
All’ingresso del parlatorio, al detenuto mettevano un timbro fluorescente sul palmo della mano, come quello delle discoteche: se lo scambio fosse riuscito, avrei dovuto esibirlo a mia volta. Così ne avevo fatti preparare due, suddividendo sull’uno e sull’altro le lettere e il logo che avrei poi usato per ricostruire il timbro della prigione.

Timbri prison de Fresnes

Secondo.
L’andamento alternato delle guardie di sorveglianza. Quando una se ne andava, arrivavano le altre, senza lasciare il tempo di fare nulla, figurati di scambiarsi di posto. Con uno stratagemma però siamo riusciti a ritardarne una, a rompere l’alternanza e quindi allinearle. Ripartendo ci hanno lasciato il tempo per lo scambio e abbiamo saltato il muretto che ci divideva. Io di là, lui di qua.

«I vestiti erano gli stessi: due maglioni uguali, due paia di scarpe uguali, due jeans. Ha preso la mia giacca ed è uscito come nulla fosse. Non poteva che essere me, e io non potevo che essere lui. Era il 28 maggio 1985».

Terzo.
A quel punto per me il problema poteva sorgere all’interno. In cella, gli altri detenuti avrebbero potuto scoprirmi e fare denuncia alle guardie, magari mentre mio fratello si trovava ancora nel carcere. Il colloquio allora l’abbiamo fatto durante l’ora d’aria, quando tutti erano in cortile. Alla fine sono entrato indisturbato, spinto da un secondino che abbaiava in francese: io italiano! no capire! dicevo io. Arrivato in cella, mi sono sentito stranamente bene: ce l’avevamo fatta. Sono salito sul letto a castello e ho aspettato: sarei sceso due giorni dopo, solo perché avevo una gran fame.

Pierluigi nel frattempo era uscito senza problemi. Quel giorno, al mio arrivo, come tutte le volte, avevo cercato di rendermi riconoscibile: avevo un cappello, dei grossi occhiali da vista e facevo finta di zoppicare. Uscendo, lui si era messo il cappello, i grossi occhiali da vista e aveva zoppicato. I vestiti erano gli stessi: due maglioni uguali, due paia di scarpe uguali, due jeans. Ha preso la mia giacca ed è uscito come nulla fosse. Non poteva che essere me, e io non potevo che essere lui. Era il 28 maggio 1985».

Pochi giorni dopo, il 5 giugno, Pierluigi avrebbe dovuto essere in tribunale, a Parigi. A presentarsi di fronte al giudice è invece Emiliano, ancora sotto mentite spoglie:

Pierluigi-Emiliano FacchinettiA sinistra Pierluigi, a destra Emiliano Facchinetti con i finti occhiali da vista

«In aula ho spiegato tutto, chi ero e cosa avevamo fatto, perché nessuno si era accorto di niente in quei giorni. Il giudice è diventato paonazzo, io sono scoppiato a ridere. Quella risata mi è costata un oltraggio a pubblico ufficiale, e mi hanno dato anche “falso in scrittura” per aver firmato dei documenti col nome di mio fratello. Insomma, dai tre mesi che avevo preventivato per la complicità in evasione, mi sono preso due anni e mezzo. Certo, comunque meglio dei diciassette a mio fratello».

In quel momento, Pierluigi si trova già a casa, a Trescore. Di lì a poco costituirà, con altri tre amici della Val Cavallina, una delle bande di rapinatori più attive e temute tra Francia e Svizzera nel biennio 1985-’87. Le Figaro parlerà di lui come l’ennemi public numéro un en Europe, stampa e polizia internazionale cominceranno a riferirsi ai quattro con l’appellativo di “banda Facchinetti”, poi divenuta nota anche come “banda della Val Cavallina”.

II – JUBA E JUBINO

Non è cambiato nulla, eppure è cambiato tutto. Il bar c’è ancora, affacciato sul viale alberato. Con Emiliano ci diamo appuntamento proprio lì, luogo d’infanzia, giovinezza e maturità, dove un tempo lui, sua sorella e i suoi fratelli (chi più chi meno) aiutavano il padre nell’attività di famiglia, bar con laboratorio di pasticceria al piano inferiore. Ora quel laboratorio non esiste più, Emiliano l’ha convertito a luogo in cui lavorare alle sue sculture: ai profumi di brioches fresche e pasticcini si sono sostituiti gli odori del legno scolpito e della vernice.

Il bar invece non è più di sua proprietà dal Duemila. Un tempo l’insegna all’esterno recitava “Bar Juba”: «Mio fratello Pierluigi lo chiamavano “Juba” in paese, io ero il “Jubino”» dice, con quegli occhi sorridenti che brillano ogniqualvolta nomina il suo “fratellone”.

Non ti dico quante proposte di rapina ho poi ricevuto io: “si è fatto il carcere”, “ha fatto scappare il fratello”, “non ha mai fatto la spia”.

Davanti a un caffè mi racconta, con malcelata nostalgia, come siano cambiate le cose da quando, da ragazzino, saltava di là dal bancone per togliere le Mille Lire dal registratore di cassa. Dove ora ci sono le slot machine un tempo c’era il flipper, che di soldi ne mangiava altrettanti, dice lui. Poi il biliardo, con le stecche e il segnapunti attaccati al muro, là dove ora troneggia l’icona patinata di Marilyn Monroe. Non è difficile immaginarsi gli arredi in legno, l’ambiente fumoso e i Pooh o Lucio Battisti che suonano dal jukebox.

«Giravano tanti ragazzi qui al bar, tanti giovani che andavano a far rapine alle banche o alle poste. Al tempo era quasi una cosa normale. Mi ricordo che da piccolo li vedevo partire in macchina la mattina e tornare il pomeriggio a contare i soldi. Era una sorta di moda generazionale, un modo per andare contro le istituzioni, per avere qualcosa di più, per essere indipendenti e acquisire anche un certo fascino tra le ragazze. Si diceva che bisognava essere “uno buono” per partecipare: non fare la spia, non avere paura, non fregare gli amici. Rispettando quelle regole ci si faceva una fama, si acquisiva rispetto tra gli altri rapinatori e si poteva essere invitati, o ascoltati se si aveva qualcosa da proporre. Non ti dico quante proposte di rapina ho poi ricevuto io: “si è fatto il carcere”, “ha fatto scappare il fratello”, “non ha mai fatto la spia”.

Ero uno che andava bene insomma, uno di cui potersi fidare. E ti dirò la verità: se non sono mai andato l’ho fatto solo per i miei genitori, che già ne stavano passando di tutti i colori per mio fratello Pierluigi. Ma è stato davvero difficile, anche perché se il giorno dopo vedi quello che ti ha fatto la proposta girare con la Porsche nuova, ci pensi su davvero.

Nella Val Cavallina i gruppi di rapinatori erano sostanzialmente due: quelli di Trescore – tra i quali c’era Pierluigi – e quelli di Casazza e della media valle in generale. I primi erano più fighetti, volevano divertirsi e basta; i secondi erano un po’ rissosi, attaccavano briga volentieri. I banditi bergamaschi in generale erano comunque molto rispettati, si facevano valere, erano tutti anarchici che non volevano essere comandati, e anche per questo la mafia non riusciva a mettere radici in zona: loro, per certi versi, sono stati degli anticorpi. Non erano dei cattivi però, dei gangsters o simili. Quelli che conoscevo io erano davvero dei bravi ragazzi, in realtà molti di loro non erano tagliati per fare quel lavoro. Molti sono diventati cattivi dopo, una volta entrati in prigione. Pierluigi era davvero un bravo ragazzo, e non lo dico per difendere la memoria di chi non c’è più. Non ha più creduto nelle istituzioni da quando ha preso una manica di botte dai carabinieri – e mia mamma insieme a lui – senza motivo praticamente. Da lì è iniziato tutto. Poi, se devo dirti che mio fratello era un bandito, che ha ammazzato delle persone, sono il primo a dirtelo: era un bandito, ha sparato. Ma non è sempre tutto così semplice.

Poi, se devo dirti che mio fratello era un bandito, che ha ammazzato delle persone, sono il primo a dirtelo: era un bandito, ha sparato. Ma non è sempre tutto così semplice.

La prima volta che l’hanno arrestato è stato durante una rapina all’ufficio postale in viale Giulio Cesare, a Bergamo. Era il marzo del ’78. Si era addirittura fermato ad aiutare a rialzarsi una signora che aveva avuto un malore. I giornali ovviamente queste cose non le dicevano, scrivevano un sacco di balle e di cattiverie, hanno sempre fatto così. Quella tentata rapina gli era costata solo qualche mese di carcere, il periodo era quello delle Brigate Rosse e i giudici evidentemente avevano altre gatte da pelare. Dopodiché ha cominciato ad andare in Svizzera a rapinare.

Emiliano-Facchinetti fratello Pierluigi sculturaEmiliano nel suo laboratorio di scultura

Era fissato con le banche svizzere, lì giravano più soldi e un colpo fruttava tre volte di più rispetto a uno fatto in una banca italiana. Oltretutto era più sicuro, nell’Italia di quegli anni la polizia non si faceva problemi a sparare. Anni dopo poi, con la banda, avrebbe fatto un notevole salto di qualità: a vederli in giro sembravano dei principini, dei figli di papà pieni di soldi più che dei rapinatori. Facevano una vita veramente dispendiosa, macchine e oggetti di lusso, appartamenti-rifugi un po’ in tutta Europa: Parigi, Amsterdam, Rotterdam, Londra, Perpignan, Montecampione. Avevano la mentalità del vivere al massimo finché avessero potuto.

“Dai che an ciama i carbinieri osti! Dai che an ga’ dis che to sèt ché!” gli aveva detto mio padre, un inverno dell’ ’86, quando – latitante – si era fermato a casa una settimana. Pierluigi pensava spesso a costituirsi, ma le cose poi sono andate peggiorando, ci sono state sparatorie, morti, e non ha più pensato di farlo. Sapere di non poter più tornare indietro fa una grande differenza.

III
LA SANTÉ

«Dopo il processo per la scarcerazione ho passato un’altra notte in carcere, sono uscito nel tardo pomeriggio del giorno dopo. Fuori, ad aspettarmi, c’era mia madre. Non ero più abituato a vedere la distanza: per troppo tempo avevo visto solo muri. Quella sera abbiamo dormito da suor Attilia, una suora che veniva in carcere a trovare i detenuti e che a Parigi gestiva un ricovero in cui ospitava dei bambini malati di leucemia e i genitori che non potevano permettersi un albergo.

Quando ripenso alla mattina dopo mi emoziono sempre: mi sono svegliato, ho aperto gli occhi e ho visto la finestra senza sbarre, la luce che entrava, la camera pulita, mia madre nel letto accanto. Dio bono che bello! Non ci credevo. Dopo che ti abitui a svegliarti di sobbalzo, a colpi sul ferro della porta, magari mentre stai sognando cose belle, un momento così ti rimane impresso. Sono cose che restano dentro. Ancora oggi, nonostante siano passati trent’anni, penso a quanto sia bello andare a mangiare al ristorante, andare al lago e vedere Montisola con il sole. Sono cose normali, lo so, ma me la godo di più».

Quando era detenuto in Svizzera le aree aperte ai visitatori erano bellissime, pulitissime, ordinatissime: dentro poi era tutta un’altra storia.

Tredici mesi in attesa di giudizio, tanto è durata la reclusione di Emiliano: la condizionale gli ha permesso di scontare poco meno della metà della pena prevista, e di tornare in libertà subito dopo il processo, il 6 luglio del 1986. L’anno precedente, dopo il suo annuncio all’interno del tribunale, le autorità francesi l’avevano trasferito dal carcere di Fresnes a “La Santé”, unico penitenziario a trovarsi all’interno della città di Parigi, costruito nel 1867 sulle basi di un convento trasformato in prigione durante la Rivoluzione. Attualmente è chiuso per rinnovamento fino al 2019.
«La prima impressione è stata bruttissima. Mio fratello mi aveva raccontato come fosse il carcere. Quando era detenuto in Svizzera le aree aperte ai visitatori erano bellissime, pulitissime, ordinatissime: dentro poi era tutta un’altra storia.

Io le celle non le avevo mai viste. Quella in cui mi hanno messo sarà stata lunga quattro metri, strettissima, spazio per mangiare minimo, completamente chiusa, niente sbarre, porta in ferro, finestra sprangata e coperta da una rete: guardavo giù, un’altra rete. Sotto, i detenuti a pascolare. Il lavandino non c’era, solo un water con un rubinetto sopra: lì ci si lavava denti, capelli, piedi, culo, piatti; tutto lì. Il detersivo era unico, chi poteva ne comprava un altro, altrimenti si usava quello dei piatti per pavimento, panni, corpo e capelli. La doccia era due volte a settimana, martedì e venerdì.

Io ero stato catalogato come DPS, Détenu Particulièrment Surveillé. Non so chi pensavano che fossi. Non ho potuto ricevere posta e soldi né avere alcun contatto con la famiglia per cinque mesi. Anche sotto la doccia avevo una guardia vicino che mi sorvegliava. Non potevo nemmeno farmi una sega in pace. I DPS poi non li voleva nessuno in cella, ogni quindici minuti controllavano dallo spioncino e un giorno sì e l’altro no perquisivano tutta la cella. D’altra parte però ero anche fortunato a esserlo, su duemila detenuti eravamo in trenta e, normalmente, il DPS è molto pericoloso, quindi nessuno gli rompe le palle. Così è successo a me, sarà stato anche l’essere italiano, lì era sinonimo di mafioso. Avevano tutti un po’ paura degli italiani.

Poi dentro la mentalità cambia, per forza. Da mangiare, ad esempio, ci si poteva comprare cose tipo bistecca e patatine, ma se i compagni di cella non potevano permetterselo non era il caso. Difficilmente si prendeva il pasto buono lasciando gli altri a mangiare la sbobba schifosa. Si mangiava bene tutti insieme, quando possibile. Era abbastanza naturale fare così, ti fai rispettare ma cerchi anche di rispettare. Certe cose erano automatiche, e se non le capivi, te le facevano capire.

Il carcere era diviso in blocchi. All’inizio ero nel Bloc D, con banditi, rapinatori e spacciatori. Era il peggiore, ma almeno dalla finestra riuscivo a vedere oltre il muro di cinta: i movimenti di un gatto, una signora che stendeva i panni. Un po’ come nella canzone di Lucio Dalla:

Dalla sua cella lui vedeva solo il mare ed una casa bianca in mezzo al blu, una donna si affacciava, Maria è il nome che le dava lui…

Lì dentro le piccole cose diventano importanti.

Un detenuto aveva un colombo addestrato che lo seguiva ovunque, una cosa incredibile: scendeva all’aria e il colombo gli arrivava sulla spalla, tornava in cella e il colombo si metteva alla finestrella. Poi sono stato trasferito nel Bloc A, lì stavo meglio solo perché potevo svolgere dei lavoretti fuori dalla cella. Il direttore sapeva che ero bravo a disegnare e mi faceva tenere dei corsi agli altri detenuti. Facevamo disegni grattando degli specchi, che poi davamo a suor Attilia da regalare ai bambini. Così nasceva, anche tra i detenuti più duri e cattivi, una certa sensibilità, la voglia di fare anche del bene: si riusciva a trovare umanità in tutti, in fin dei conti. In base alla mia esperienza lì dentro, avevano meno umanità le guardie dei detenuti. Poi certo, non è sempre così. Posso dirti però che il carcere non è mai servito a niente, e non servirà mai a niente».

Emiliano e Pierluigi Facchinetti Trescore Val Cavallina

Il 7 luglio ‘86 Emiliano torna a Trescore. Un anno prima, un mese dopo la sua incarcerazione, un grave incidente aveva coinvolto il fratello Daniele e la sua ragazza: «Mi avevano detto che aveva fatto un incidente in moto, che la sua ragazza era morta e che lui non riusciva bene a guarire. Arrivato al bar, c’erano degli amici ad aspettarmi e ho notato subito che qualcosa non andava. Quando sono salito in casa ho visto la foto di mio fratello e della sua ragazza sul pianoforte e ho capito tutto. Non me l’avevano detto prima per non turbarmi, per paura che combinassi qualcosa di stupido in carcere. Ripensandoci hanno fatto bene. Sta di fatto che la prima sera, tornato a casa dal carcere, l’ho passata al cimitero sulla tomba di Daniele.

EXTRA – UNA SPECIE DI CRONOLOGIA

– 5 giugno 1956
Berna, Svizzera. Nasce Pierluigi Facchinetti.

– 25 novembre 1957
Trescore. Nasce Daniele Facchinetti.

– 16 novembre 1964
Trescore. Nasce Emiliano Facchinetti.

– 6 febbraio 1977
Renato Vallanzasca uccide due poliziotti in uno scontro a fuoco al casello autostradale di Dalmine, Bergamo.

– 17 giugno 1977
Pierluigi e la madre si recano alla stazione dei Carabinieri di Treviglio, devono recuperare gli oggetti rubati dal loro appartamento pochi giorni prima. Pierluigi sa che qualcuno tra gli appuntati ha trattenuto parte del maltolto. A seguito di una discussione, la madre viene strattonata e spinta in fondo alla scala d’ingresso. Reagendo per difenderla, Pierluigi sarà malmenato dagli ufficiali presenti.

– 16 marzo 1978
Il presidente della DC, Aldo Moro, è rapito a Roma dalle Brigate Rosse. Il parlamento vota una fiducia-lampo al governo Andreotti, i sindacati inducono lo sciopero generale.

– 29 marzo 1978
Primo arresto di Pierluigi durante un tentativo di rapina all’ufficio postale di viale Giulio Cesare, Bergamo.

Rapina poste Bergamo

– Ottobre 1978
Pierluigi viene scarcerato a Bergamo, beneficiando della condizionale sconta solo 6 mesi su 42.

– 7 marzo 1979
Un ordigno esplode davanti l’ingresso del cinema a luci rosse “Ritz”, in via Verdi, Bergamo. Il volantino di rivendicazione è firmato “NACT, Nuclei Armati per il Contropotere Territoriale” e recita: “Fuoco ai bordelli della borghesia, distruggeremo la pornografia”.

– 13 marzo 1979
Il carabiniere Giuseppe Gurrieri viene ucciso a colpi di pistola da due giovani di “Guerriglia Proletaria”, nello studio del medio del carcere di Bergamo.

– 4 maggio 1979
Durante la notte viene fatto esplodere un ordigno fuori dall’abitazione di Rocco Trimboli, direttore del carcere di Bergamo.

– 18 ottobre 1979
Primo arresto in Svizzera per Pierluigi, fermato a Zurigo con altri 5 bergamaschi.

– 15 marzo 1980
Svizzera. Primo tentativo di fuga di Pierluigi dal carcere di Pfaffikon, Zurigo. Sarà ripreso in giornata.

– Gennaio 1981
Pierluigi viene trasferito nel carcere di massima sicurezza di Regensdorf, nella periferia di Zurigo.

– Estate 1981
Pierluigi tenta una prima evasione da Regensdorf. Sarà catturato poco dopo in un bosco non lontano.

– 9 ottobre 1981
Abolita la pena di morte in Francia.

– 17 dicembre 1981
Le Brigate Rosse sequestrano il generale James Lee Dozier, comandante NATO per l’Europa meridionale.

– 17 dicembre 1981
Secondo tentativo di evasione di Pierluigi dal carcere di Regensdorf. Con lui anche altri cinque detenuti, tra cui due bergamaschi. Durante la fuga rimarrà uccisa una guardia carceraria.

evasi carcere zurigo bergamaschi Trescore

– Giugno 1982
Pierluigi viene trasferito nel carcere di Bochuz, Svizzera.

– 30 novembre 1982
Silvio Berlusconi acquista dall’editore Edilio Rusconi la rete televisiva Italia 1.

– 26 giugno 1984
Inizia il processo a Pierluigi.

– 6 luglio 1984
Pierluigi condannato a 17 anni.

– 27 agosto 1984
Silvio Berlusconi acquista il controllo di Rete 4.

– 24 ottobre 1984
Pierluigi fugge dal carcere di Bochuz, Svizzera.

evasione carcere Bochuz

– 28 novembre 1984
Pierluigi viene preso a Parigi.

Pierluigi Facchinetti arresto a Parigi

– 28 maggio 1985
Emiliano sostituisce Pierluigi nel carcere di Fresnes, a pochi chilometri da Parigi.

fuga da Fresnes

– 29 maggio 1985
Bruxelles. Durante la finale di Coppa dei Campioni tra Liverpool e Juventus, il crollo di una tribuna causa 39 morti tra i tifosi italiani.

– 29 giugno 1985
Prima rapina della banda. Ore 9:10 circa: Pierluigi Facchinetti, M.N. e G.P. irrompono nell’ufficio cambio valute della stazione di Lugano (Svizzera) armati di una Beretta e una Luger P38 calibro 9.

– 30 settembre 1985
Ore 21:07. Rapina a mano armata all’ufficio cambio valuta della stazione di Nyon (Svizzera), ad opera di Pierluigi Facchinetti e M.N.; i due fuggiranno in taxi.

– 29 novembre 1985
Ore 17:45. Pierluigi Facchinetti e M.N. tentano una rapina a mano armata all’ufficio postale di Commugny (Svizzera). Il colpo non riesce per resistenza degli impiegati.

– 20 febbraio 1986
Silvio Berlusconi lancia il primo canale televisivo privato francese, “Le Cinq”.

– 21 aprile 1986
Rapina a mano armata nella villa di un noto commerciante di Vlaardingen, Olanda. Pierluigi Facchinetti, M.N. e un terzo esterno alla banda svaligiano la cassaforte dopo aver chiuso l’uomo, la moglie, un amico e due idraulici nel bagno.

– 26 maggio 1986
Durante l’ora d’aria, Michel Vaujour evade dal carcere “La Santé” di Parigi recuperato dalla moglie alla guida di un elicottero. Quel giorno Emiliano assiste alla scena dalla finestra della sua cella.

– 29 maggio 1986
Sequestro di un direttore di banca a fini di estorsione ad opera di Pierluigi Facchinetti, M.N., A.B. e altri due esterni alla banda, N.P. e C.P.

– Agosto 1986
Emiliano riceve in dono dal fratello latitante una Jaguar XJ Spider cabrio blu metallizzata come segno di gratitudine per lo scambio in carcere.

– Settembre 1986
Pierluigi acquista un ristorante italiano nel centro di Rotterdam, La Bella Italia.

– 10 ottobre 1986
Entra in vigore la legge Gozzini, il provvedimento che garantisce ai carcerati maggiori libertà per il reinserimento sociale. Tra queste, gli arresti domiciliari, i permessi premio, la semilibertà e la liberazione anticipata.

– 25 gennaio 1987
Ore 21:20. Sparatoria con la polizia nei pressi di Bex, Svizzera. Pierluigi Facchinetti, A.B. e M.N. riescono a fuggire sequestrando i veicoli di due automobilisti. Dalle auto ritrovate in seguito la polizia ricaverà le impronte digitali di ognuno. I loro volti cominceranno a comparire con insistenza sui media elvetici.

sparatoria Bex

– 30 gennaio 1987
Tra le 7:45 e le 8:20. Pierluigi Facchinetti, M.N. e A.B. rapinano la filiale della SBS (Société de Banque Suisse) di Zermatt, Svizzera.

– Febbraio 1987
Londra. Pierluigi Facchinetti, M.N. e A.B. in sinergia con altri tre individui di origine araba facenti parte di un’organizzazione criminale con ambigui rapporti con le autorità inglesi, sequestrano un commerciante di diamanti a fini di estorsione.

– 30 marzo 1987
Ore 5:30. Pierluigi Facchinetti e M.N. assaltano, armati di pistola e mitraglietta, l’ufficio cambio valute della stazione di Morges (Svizzera). Arrivano e fuggono in taxi, lasciato fuori in attesa durante il colpo.

– 19 giugno 1987
Prima rapina della banda della “Uno bianca”.

– 27 luglio 1987
Ore 6:00. Tentata rapina e sequestro di una guardia di sicurezza all’UBS di Thonex, Svizzera. Pierluigi Facchinetti, M.N. e A.B., vestiti da frati, rapiscono una guardia di sicurezza all’esterno dell’istituto spogliandola dei vestiti e lasciandola prima all’interno di un tombino e poi rinchiusa in un furgone. Tentativo fallito.

– 28 luglio 1987
Ore 7:30 circa. Secondo tentativo di rapina all’UBS di Thonex. Pierluigi e M.N. si ripresentano alla filiale fingendo di essere rispettivamente una guardia e un ispettore della polizia di Lugano. Gli impiegati però non aprono le porte.

– 29 luglio 1987
Conflitto a fuoco con una guardia di frontiera nei pressi del “chemin de la Graz”, a Thonex (Francia). M.N. spara alla gamba della guardia e i due riescono a passare il confine, fuggendo verso la Francia.

– agosto 1987
Un’organizzazione della malavita francese ingaggia la banda Facchinetti per sequestrare e uccidere Silvio Berlusconi. Consegnano trecentocinquanta milioni di lire sull’unghia, promettendone altrettanti a lavoro compiuto. Non essendo sicari, i tre dei quattro della banda Facchinetti coinvolti nell’affare, prendono i soldi e scappano senza effettuare il rapimento.

– 26 agosto 1987
Ore 13:30. Pierluigi Facchinetti, M.N. e A.B. compiono una rapina a mano armata alla filiale SBS di Carouge, Svizzera.

– 26 settembre 1987
Triplice omicidio al night club “Le Topless” di Parigi. Ore 20 circa. Dopo una lite per un conto particolarmente salato, Pierluigi e M.N. rientrano nel locale, sparano alla rinfusa non pensando che dietro alcune tende ci sarebbero potuti essere clienti e ragazze. Sarà la TV a fargli scoprire di aver ucciso tre persone e ferito una quarta.

– 16 ottobre 1987
Ore 12:30. Pierluigi Facchinetti, M.N. e A.B. rapinano a mano armata la SBS di Carouge.

– 18 ottobre 1987
Sparatoria e duplice omicidio a Viry, Francia. Ore 15:15 circa. Nel tentativo di liberare l’amico M.N., bloccato e scoperto al confine svizzero, Pierluigi torna verso la frontiera da lui già superata e spara a tre ufficiali. Un doganiere e un gendarme rimangono uccisi.

– 2 novembre 1987
Tra le 9:30 e le 9:45. Pierluigi Facchinetti, M.N. e G.P. rapinano a mano armata la Banca di credito e commercio di Lugano.

– 6 novembre 1987
Ore 17:25. I tre della banda della Val Cavallina rapinano a mano armata a un furgone portavalori in via Pessina 16, Lugano.

– 7 novembre 1987
Arresto di G.P. a Birsfelden, Svizzera. Sorpreso da due agenti mentre sostava in auto a motore acceso, comportamento vietato in Svizzera.

Muore Pierluigi Facchinetti Polaveno sparatoria polizia

– 20 novembre 1987
Pierluigi Facchinetti e M.N. vengono intercettati a Polaveno (Brescia) da un auto civetta della polizia che spara immediatamente senza identificarsi. Pierluigi, raggiunto da tre colpi alla schiena, andrà poi a schiantarsi contro un edificio e sarà lasciato agonizzare fino alla morte. M.N., dopo aver risposto al fuoco, verrà raggiunto da una scarica di colpi che tuttavia non lo uccideranno. All’interno dell’auto la polizia rinverrà: pistola Erma, fucile semi-automatico Winchester, fucile automatico Beretta, fucile a pompa Franchi, mitragliatore Franchi, revolver Smith & Wesson magnum, pistola Sig Sauer, pistola Browning, pistola Colt, trecento proiettili, una carta geografica della Svizzera, otto milioni e mezzo di Lire, monete svizzere e francesi, vari effetti tra cui vestiti, guanti e borse.

– 17 agosto 1988
A.B., ultimo componente della banda ancora in libertà, si consegna alle autorità a Darfo Boario, Brescia.

– 31 ottobre 1991
G.P. riesce a fuggire durante un trasferimento in treno verso il carcere di Bochuz, Svizzera. Rientrato in Italia, si costituirà poco dopo, riuscendo a scontare una pena modesta e a rifarsi una vita.

Emiliano-Facchinetti fratello Pierluigi scambio Fresnes

– Maggio 2015
Emiliano presenta il suo libro “Fuga da Fresnes” all’ex carcere S.Agata di Città Alta, Bergamo.

La banda in numeri

– Componenti: 4. Pierluigi Facchinetti, M.N, A.B., G.P. (di cui sopravvissuti 1, G.P.)
– Totale colpi (non esaustivo): 14, di cui riusciti: 11.
– Anni di attività: circa 2 e mezzo.
– Arresti subiti: almeno 12.
– Evasioni: 8, di cui riuscite: 4.
– Anni di latitanza: circa 2 e mezzo.