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Ritorno al sanatorio

03/10/2017
Reportage

A cura di Filippo Lezoli

Fotografie di Ugo Locatelli

Padiglione_servizi

C’è un transatlantico nell’alta Valtellina. Lo hanno portato lassù degli architetti visionari negli anni Trenta per curare chi soffriva di tubercolosi, allora malattia endemica. Il Villaggio Morelli, il sanatorio più grande d’Europa nel periodo della sua costruzione iniziata nel 1932, è una città di fondazione che si arrampica sulle pendici del Monte di Sortenna, sfidando la montagna, aprendosi uno spazio nel tessuto agricolo e pastorale, confondendosi con le cime che guardano dall’alto la piccola Sondalo. Entrato in funzione dopo la guerra, nel ‘49, è stato attivo fino al ‘71, poi la sua storia, ingombrante come le sue forme, si è lasciata dimenticare stemperata dallo scorrere dei decenni.

Arrivo a Sondalo in compagnia di un artista, Ugo Locatelli, qui come paziente dal dicembre ‘62 al novembre ‘63, quando cominciò a cimentarsi con la fotografia. Ad attenderci c’è Luisa Bonesio, docente di Estetica e Geofilosofia, nonché direttrice del Museo del Sanatorio, dove ha vissuto fino al termine della scuola media essendo suo padre un responsabile dell’ufficio tecnico.

Arrivo a Sondalo in compagnia di un artista, Ugo Locatelli, qui come paziente dal dicembre ‘62 al novembre ‘63, quando cominciò a cimentarsi con la fotografia.

L’occasione è data dalla mostra fotografica di Ugo nel museo inaugurato recentemente. Guardo queste strade con gli occhi e la memoria di due reduci del Villaggio, un tempo intitolato a Benito Mussolini e che dal termine della guerra porta il nome di Eugenio Morelli, pneumologo a capo dell’Infps (l’Istituto Nazionale Fascista di Previdenza Sociale), che si spese e anche molto per la sua edificazione, facendo svolgere analisi preventive sulle condizioni meteorologiche che avallarono la scelta caduta su queste montagne.

Dintorni_Sondalo

Il “Morelli” è un luogo dai molti luoghi, un’epifania straniante ancora oggi per chi si avvicina da fondo valle. Lasciata alle spalle la statale che intreccia il percorso dell’Adda saliamo per la strada che lambisce il paese e si arrampica con curve a gomito sino alla sbarra che regola l’accesso. Due cittadine che si toccano, Sondalo e il Villaggio Morelli, cresciute con ritmo e scala diversi, accostate l’una all’altra senza compromessi: sulla riva del fiume le costruzioni in sasso e i segni artigiani del mondo di montagna a costellare le vie, al piano di sopra la dimensione urbana, la modernità, la grandezza squadrata e razionale di edifici che paiono arrivati sino lì chissà quando e da chissà dove. Il paese montanaro e il villaggio della salute dialogano da anni, ma il loro è un dialogo differito nel tempo.

Entriamo per la portineria centrale, che fu accettazione e oggi è sede del museo. Un ampio spazio semicircolare, dove in attesa del proprio turno le persone sedevano su di una lunga panca di legno riscaldata che seguiva la curva della parete. Era il primo contatto con un mondo la cui alterità si sarebbe palesata da lì a poco imboccando la galleria artificiale che conduceva al sanatorio, tanto inutile dal punto di vista ingegneristico quanto utile da quello simbolico: un rito di passaggio, percorso iniziatico a cui ogni paziente era chiamato.

La nuova vita cominciava con un gioco crepuscolare, dalla luce al buio e ancora alla luce, dalla malattia alla guarigione. Ma oggi guardando Locatelli capisco che quel buio è anche una transizione temporale che annulla gli ultimi cinquant’anni. Ne ha quasi ottanta Ugo, la gioventù è un’eco lontana, ma per un giorno si farà vibrazione nitida, pulita come l’aria che si respira qui. Lo leggo dai suoi occhi, dall’inflessione della voce, dalle parole che si fanno più sciolte. “E’ una sensazione sorprendente” dice, “come se fossi venuto via soltanto ieri”.

“E’ una sensazione sorprendente” dice, “come se fossi venuto via soltanto ieri.

Manifestazione_1

Cerco di comprendere il sanatorio ricomponendo un mosaico i cui tasselli si rintracciano un po’ ovunque. Ogni oggetto potrebbe avere un suo spazio nel museo: dalle poltrone rosse con l’abat-jour in tinta al marmo declinato in grandi lettere e nel fascio littorio, che più tardi le fotografie dell’epoca mi diranno essere le insegne che accoglievano i nuovi arrivati, posizionate sopra la galleria.

All’interno del Villaggio il serpentone dei tornanti accoglie ai margini i nove padiglioni dove erano ricoverati i pazienti, di cui oggi solo cinque sono attivi fungendo da ospedale. Il resto sono edifici spesso meta, per appuntamento, di chi cerca nel fascino del rovinismo la traccia di un’esistenza estinta. “Abbiamo parecchie richieste”, dice la Bonesio, “arrivano fotografi a caccia di soggetti moderni, ma caduti in disuso. Io li accompagno con le chiavi nelle varie stanze”.

E’ nata qui Luisa Bonesio, per anni ha poi vissuto e lavorato altrove. Quindi il richiamo. “Sono tornata per qualche tempo ed è scattato qualcosa di imponderabile, che non è facile definire razionalmente. Ho deciso di restare”.

E’ la personalità del Villaggio che fa da calamita, spiccando nel disegno dell’architettura razionale e modernista, con gemme d’incursione liberty. Ci sono dei segreti però. Uno, paradossale, riguarda la firma in calce a tutto il progetto. L’ipotesi più accreditata è che sia opera dell’ingegnere romano Mario Loreti, mancano però documenti ufficiali. C’è un titanismo prorompente nelle forme monumentali, dislocate in uno scenario prospettico che ne fa apparizioni metafisiche e futuriste.

Manifestazione_3

Come la chiesa abbarbicata sulla montagna, squadrata e bianca, con mattoni rossi all’esterno delle navate su cui si aprono vetrate a forma di oblò. E’ un blocco sul punto di avanzare verso la vetta. Si cammina in un quadro di Carrà o di Sironi. Sono spazi che lasciano qualcosa di non detto, forse per riserbo, un silenzio che si allunga ed è rotto solo da una nota improvvisa. Quella di un transatlantico in navigazione, ad esempio: la forma allungata del polo chirurgico ricorda un’imponente nave in procinto di salpare.

Bastava a se stesso il Villaggio Morelli, ispirato per ogni funzione all’autosufficienza. Quell’economia circolare oggi sulla bocca di tutti, era già stata sognata e poi realizzata quasi un secolo fa. Sul tetto dell’edificio dei servizi spuntano cigni meccanici dal collo lungo. Da qui partivano le teleferiche per raggiungere e rifornire di cibo e biancheria tutti i padiglioni. Non lontano c’erano le altre infrastrutture, a volte con annessa sorpresa come il motore di un incrociatore che alimentava il generatore della Centrale Termica. Poco più in basso la vita faceva il suo corso tra i negozi, lo spaccio, la chiesa, la piscina, i campi da tennis e quello di bocce.

Adesso siamo ai piedi del padiglione sette, quello che ospitò Ugo Locatelli. Tutti e tre con il viso rivolto al cielo, che poi è il tetto di questo gigante che ricorda un relitto ancorato alla terra. Una pianta selvatica guarda il mondo dal decimo piano. L’erba si insinua nelle rughe che il tempo ha disegnato sui muri, la muffa ricama carte geografiche sulle ceramiche, le crepe spezzano le trame nate con il Villaggio. Oggi il verde attenua la prepotenza di tutto questo guardare. La natura abita il parco e deborda con fiumi di glicine viola sui muraglioni di sostegno che terrazzano la montagna. Ha deciso, si riprende quello che l’uomo ha lasciato andare alla deriva ed esposto alla razzia di coloro che si danno al saccheggio di quanto rimasto.

Non erano le ore a scandire la giornata, era il regolamento a scandire le ore. Il villaggio seguiva un ritmo dilatato, simile a quello con il quale Thomas Mann fa muovere i personaggi nella sua montagna incantata. Dopo la sveglia alle 7.30, la cura era articolata attorno a due momenti fondamentali, quelli di metà mattina (9-11:30) e di metà pomeriggio (17-18:30), quando tutti i pazienti erano chiamati alla “cura sdraio”, che consisteva nel respirare aria pura sulle grandi verande, schermate con tapparelle dalle sagome sinuose per migliorare l’aerazione, guarnendo con un tocco di rotondità la geometria spigolosa dei parallelepipedi. Alla veranda si collegavano le camere.

Tutti i pazienti erano chiamati alla “cura sdraio”, che consisteva nel respirare aria pura sulle grandi verande.

Campo_bocce_3

“Li chiamavano cameroni, dice Ugo, perché contenevano ciascuno sei letti. Le vetrate restavano aperte anche di notte con oltre trenta gradi sotto lo zero. Indossavo fino a sette coperte, ma le labbra, quelle, la mattina erano tutte tagliate. Di giorno poi, con qualsiasi tempo, fosse anche pioggia o neve, stavamo sdraiati in veranda, al coperto, a respirare sulla chaise longue in attesa del controllo del medico”.

Così si combatteva allora il “mal sottile”: riposo, nutrizione, aria pulita e raggi del sole, che per i pazienti si declinavano nella regola delle “tre L”, Lana, Letto, Latte. “E il pastiglione sempre temibile di cicloserina, che toglieva il senso dell’equilibrio e non permetteva neppure di scrivere”.

La terapia non esauriva la vita. “Almeno per chi, come me, non era in condizioni particolarmente gravi. E’ qui che per la prima volta mi trovai vis-à-vis con la fotografia, quando insieme a un amico trasformavamo la stanza in una camera oscura. Alle 22 si spegneva l’interruttore generale della luce, stendevamo il tessuto nero sui due oblò della porta e accendevamo la lampadina rossa restando a trafficare con stampe, liquidi e vaschette”.

I ricoverati sviluppavano un’empatia reciproca che originava dal loro status. Ugo richiama alla memoria qualche aneddoto. Uno mi rimane impresso perché dice che non esiste semplicità tanto grande da non poterci insegnare qualcosa. Il dialogo è questo.

“Cosa leggi?”.
“Un libro molto interessante. L’elenco del telefono”.
“Ma perché, cosa ci trovi?”.
“Cosa ci trovo? Non pensavo esistessero così tante persone e così tanti nomi di persone… E poi ci sono alcuni nomi con inseriti dentro altri nomi. E tutte queste vie… I numeri no, mi interessano meno”.

Racconta Ugo: “Era un uomo sui quarant’anni, che abitava in un paesino di alta montagna che non ricordo ed era completamente analfabeta. Con altri quattro lo aiutavamo in caso di necessità. Dovendo stare insieme un anno, decidemmo, benché nessuno di noi avesse particolari competenze in merito, di insegnargli a leggere. Fece grandi progressi e un giorno, camminando nel corridoio, lo vidi sul letto intento a sfogliare l’elenco del telefono. Un testo come quello, usato per necessità e che per tutti non ha null’altro da rivelare, era invece per lui, essendo una novità assoluta, una cosa degna di rilievo. Riscontrava tutta una serie di legami e associazioni particolari. Iniziai da lì a capire che, perché una cosa non sia banale, a volte basta osservarla da un’altra prospettiva”.

“Perché una cosa non sia banale, a volte basta osservarla da un’altra prospettiva.”

Un ricovero e una città. Questo era il sanatorio, dove le vite degli uomini, rese fragili dalla salute malferma, erano esili fili che si annodavano, si scioglievano, si spezzavano. Le passioni non rispettano la segnaletica, non si fermano a una sbarra d’ingresso, innescano eventi.

Il tempo dell’amore

Pazienti_10

Al “Morelli” i pazienti risiedevano mesi, in alcuni casi scavalcavano l’anno o gli anni. I sentimenti procuravano una distrazione dalle cure e dai rigidi protocolli. E dato che per uscire occorreva un permesso, di giorno si progettava l’evasione da compiere quando si faceva sera o nelle ombre della notte. Qualcuno a piedi verso il padiglione femminile Vallesana, i più intrepidi invece si infilavano nel bagagliaio di una macchina.

Ugo Locatelli sorride. “E’ capitato qualche volta, frequentavo un’infermiera che abitava in un paese vicino. Chiamavo il taxi, erano gli unici a potere entrare nel sanatorio insieme alle auto dei fornitori e dei parenti, per loro noi pazienti rappresentavamo una fonte di guadagno alternativa. Il taxista si fermava una cinquantina di metri prima del padiglione sette, lo raggiungevo evitando la sorveglianza, che era abbastanza leggera, entravo nel bagagliaio e all’uscita gli addetti alla sicurezza vedevano solo l’uomo al volante, come se avesse svolto il suo servizio e stesse tornando a casa”.

Fughe ingenue per tanti, effimere per molti, dalle conseguenze durature per altri, che hanno costruito una famiglia e che ancora oggi risiedono in valle.

Il tempo della tragedia

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L’eco di certi fatti si specchia ancora sulle labbra di chi ha passato i sessanta.

E’ il 22 maggio del 1957, Marisa sta riassettando il bagno al quinto piano del padiglione dove lavora. Ha 25 anni, fa la “portantina” e aspira a diventare infermiera, tra pochi mesi saranno per lei fiori d’arancio. Maria, invece, lavora al sanatorio già da dieci anni, sta riordinando i medicinali nell’armadietto del corridoio. Poco prima delle 20, fedele alla regola, la campanella annuncia l’ora di cena e i pazienti escono dalle camere per raggiungere il refettorio al piano terra. Non tutti però. Non Leone, palermitano che di anni ne fa 55, gli ultimi tre trascorsi qui. Entra in bagno Leone, scorge Marisa, respinte le sue avances ne segue una colluttazione breve ma violenta, la giovane chiede aiuto e Maria accorre. Trovandosi davanti le infermiere Leone perde la testa, estrae la baionetta che ha con sé, le colpisce, toglie loro la vita. Cerca poi invano di infliggersi la stessa sorte, cade a terra ferito, ma a quel punto il compagno di stanza attirato dal chiasso entra e scopre il dramma consumato. Che non sarà l’unico. Locatelli ricorda e ricordando cerca di trovare un senso. Fatica a scegliere le parole giuste.

“Conoscevo un ragazzo al quarto piano, la moglie accidentalmente invertì la sua lettera con quella dell’amante. Si tolse la vita gettandosi dalla veranda.”

“Tragicomico… No, più tragico che comico. Volendola vedere in modo sarcastico è la comicità della vita». Prosegue. “La cosa importante per tutti noi era l’arrivo della posta. Conoscevo un ragazzo al quarto piano, la moglie accidentalmente invertì la sua lettera con quella dell’amante. Si tolse la vita gettandosi dalla veranda. Naturalmente il fatto fece a tutti molta impressione. A volte il destino segue un copione tutto suo”.

Il tempo scritto da altri

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La grande vetrata si apre sul profilo delle montagne innevate che incrociandosi disegnano una “V”. Clara è seduta sul lettino, si copre il seno con le mani mentre alle sue spalle il medico, in bianco, ausculta il torace con lo stetoscopio. “Respira. Profondo. Più profondo. Eh, l’abbiamo presa in tempo, te la caverai. Hai un impianto buono, da autentica calabrese”.

Il “Morelli” è una quinta scenica perfetta. Soprattutto per un film che deve raccontare di una donna, Clara, che dovendo sospendere l’umile tran-tran della sua vita quotidiana giunge nel sanatorio per vivere una parentesi che per lei sarà presa di coscienza, momento di riflessione, caduta sentimentale, ma con un finale amaro. Della propensione cinematografica del Villaggio se ne accorse Vittorio de Sica, che nel 1973 girò qui Una breve vacanza, film con Florinda Bolkan -che interpretava la protagonista Clara – Renato Salvatori e con un piccolo cameo per il figlio Christian.

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In qualche modo, il cinema da queste parti si sente a casa. Nel museo c’è un grande proiettore nero, di quelli degli anni Cinquanta, 35 mm. Ogni padiglione, ricorda Ugo, ne era munito. “Quello era il nostro cinema, nel salone adiacente alla mensa, circa tre volte la settimana, si proiettavano film. Era uno spazio grande, che poteva contenere tutti i 250 pazienti, più qualche infermiera che al cambio turno decideva di fermarsi a sognare un po’”.

Ugo allora non lo sapeva, ma nel suo padiglione, e nel sesto, arrivarono ospiti prima ancora che il sanatorio fosse aperto. La costruzione era ultimata, ma c’era la guerra.

Bartolomeo fu uno di quelli. Giunse lì da Milano, al termine di un viaggio pericoloso che gli procurò un taglio, solo in seguito ricucito. I bombardamenti inglesi avevano colpito i palazzi, l’accademia, l’Ospedale Maggiore del capoluogo. Altri, da altre province italiane, si unirono presto a lui: Paolo, Raffello, Jacopo. Li possiamo immaginare lì, nelle camere segrete costruite ad hoc: il Cristo della Crocifissione di Bartolomeo Suardi detto Bramantino e l’Angelo di Raffello a guardarsi in silenzio, contando le ore e i giorni, in attesa della fine del conflitto, con il suono sordo degli scarponi dei tedeschi a battere sopra la testa. Il clima e la sua presunta sicurezza avevano portato alla decisione di trasferire al sanatorio questi capolavori. “Ma non sarebbe stato possibile senza l’aiuto di qualcuno” racconta la Bonesio.

“All’epoca il Villaggio ospitava un ospedale da campo per i militari tedeschi. Sulle strade della Lombardia, dicono le fonti, non circolava nessuno. D’un tratto, invece, ecco giungere questi grandi mezzi contenenti dipinti preziosi, sculture rinascimentali, vetri di Murano e anche oggetti risalenti all’Antico Egitto. Non potrei dire se fosse d’accordo oppure no, ma di certo l’ufficiale tedesco del campo non si è impicciato, si è girato dall’altra parte. Solo più tardi siamo venuti a sapere che si trattava di un professore universitario di storia dell’arte che aveva vissuto e studiato per un anno in Italia”.­­­

Il tempo ritrovato

Infermiere_1

Una signora sorride. Si chiama Tiziana, si avvicina. “Posso rivedere una delle fotografie? Questa bambina con la frangetta sono io”. Altre donne la seguono. “Questo è mio fratello, che purtroppo è mancato ancora giovane. L’uomo di schiena che sta lavorando, quello è mio padre. E nell’altro scatto…”.

Sono ex infermiere dell’ospedale e abitanti di Sondalo. Si sono rivisti bambini nel bianco e nero delle immagini, si sono riconosciuti in occasione della mostra di Ugo Locatelli. Rivedono se stessi e battezzano con un nome i tanti volti catturati dall’obiettivo. Sondalo, a modo suo, è un piccolo mondo antico che ha ruotato per anni intorno al sanatorio. Cominciano a raccontare e c’è emozione, riannodano fili dispersi e ora ricongiunti guardando una fotografia. E’ un coriandolo nella tasca che ritrovano molto tempo dopo la festa. Così sono i luoghi, non passano mai per sempre.

E’ un coriandolo nella tasca che ritrovano molto tempo dopo la festa. Così sono i luoghi, non passano mai per sempre.

Quando ce ne andiamo il Villaggio ci segue. Tutta questa monumentalità non è statica. E’ un effetto che la Bonesio definisce “di sospensione sulla montagna”. Alimentato questa sera dalle strisce di nuvole che tagliano con incedere lento le cime innevate e quelle dei padiglioni. Ormai da decenni, le navi sono pronte a mollare gli ormeggi.