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Cimitero di Crespi d’Adda

RIPadvisor

A cura di Nicola Feninno

foto-2 - 1000Scenografia +++
Empatia ++
Memoria ++

I morti sono tutti uguali, ma solo agli occhi dei vivi, perché per loro – i morti – non c’è più uguale, non c’è più diverso, non c’è più niente.

Detto questo, quando tutti sono uguali c’è quasi sempre qualcuno che regge i fili del teatrino degli uguali, ben nascosto, non uguale. E, per ben nascondersi, una delle tecniche migliori è quella di esporsi con sfacciata indifferenza, tecnica ben nota a qualsiasi ladro da autogrill.

Ora facciamo un passo indietro, cari lettori di questa neonata rubrica di recensioni di cimiteri. Siamo a Crespi d’Adda, l’unico patrimonio UNESCO della provincia bergamasca; la storia già la conoscerete: 1878, Cristoforo Benigno Crespi acquista 85 ettari di terreno, decide di costruirci il suo cotonificio e un villaggio dove i suoi operai potevano vivere lavorare riprodursi morire; nel maggior benessere possibile, con la minore necessità di fastidiosi spostamenti; come pesci in un acquario aggraziato.

Le casette degli operai sono tutte uguali – fatta esclusione per le ville un po’ più signorili di dirigenti e capi-reparto – ognuna col suo giardinetto e la staccionata bassina, le strade s’incrociano a scacchiera e poi vanno a morire in un unico viale, i capannoni della fabbrica sul lato destro – in fila, tutti uguali, in cotto e mattoni – poi i cipressi – in fila regolari, su entrambi i lati – in fondo una cancellata di ferro in stile liberty.

All’interno, le lapidi tutte uguali affiorano appena dal prato, in file regolari, ognuna reca una targhetta con un nome, un cognome, una data di nascita e una di morte; in pochi casi c’è anche una foto sbiadita.

Come pesci in un acquario aggraziato.

Tenendo lo sguardo rasoterra e alzandolo gradualmente da una fila di tombe a quella successiva, come fosse una macchina da presa, sarebbe bello imbattersi in un precipizio improvviso, con gli ultimi ciuffi d’erba aggrappati contro il vuoto, e sotto una falesia, magari bianca, che si tuffa verticale nell’oceano. Invece in fondo ci sono i boschi e c’è l’Adda, ma non si vedono, perché c’è una specie di monumento pre-colombiano, alto, largo, con dei gradoni da Ziqqurat industriale imponente e pazzerella e inespugnabile: il mausoleo della famiglia Crespi, coi suoi due bracci laterali a cingere simbolicamente le tombe degli operai, sepolti a spese dell’azienda.

Solo le tombe ai margini, quelle addossate al perimetro murato del cimitero, sfuggono all’abbraccio: e, intorno a un nome a un cognome alle date di nascita e di morte, fioriscono il buono e il cattivo gusto delle forme, delle incisioni, degli epitaffi dalle pretese letterarie, dell’arte – più o meno minore – di offrire a chi è scomparso un individualismo di pietra contro l’oblio. A rassicurazione di chi ancora vive.

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Le spese per queste tombe diverse erano a carico della famiglia del defunto.

“In memoria di Eugenio D’Adda

N 19 – 8- 1919

M 27 – 2 – 1935

I genitori, i fratelli, le sorelle

Nel viso di adolescente
nell’occhio leale
brillante
di maschia fierezza
sorridevi alla vita
o dolce nostro Eugenio
e fidente
ne celesti aiuti
sicuro movevi
a un radioso avvenire.

Riposa in pace”

(Un’epigrafe del cimitero)