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Metrica sottobosco – cimitero di Fontanella (BG)

13/04/2016
RIPadvisor

A cura di Leone Belotti

Fotografie di Martina Zani

rip-turoldoScenografia +++++
Empatia +++++
Memoria +++++

Sulla tomba di un poeta, chiamati da una sua poesia, sepolta in una vecchia agenda, risorta cercando un numero di telefono. Pochi chilometri da Bergamo, ma incommensurabile è la regressio, il viaggio interiore. Fine anni Ottanta, studente in lettere, una vamp Milano vip, alta e bionda, con la Porsche, e il doppio dei miei anni, mi dice: ti porto in un posto, a conoscere il più grande poeta vivente.

Un angolo di medioevo, nei boschi tra Mapello e l’Isola. Una piccola abbazia romanica, con una storia millenaria. Alto, ieratico, carismatico, padre David Maria Turoldo era allora il poeta-teologo amato da intellettuali, atei, anarchici, ambientalisti, e anche dal popolino, ma non dalla chiesa, né dalla borghesia, che era già una borghesia televisiva.

Un piccolo cimitero, perfettamente umile, come la terra

Come discepoli, l’avevamo ascoltato parlare. Morì pochi anni dopo, all’inizio degli anni Novanta. Oggi torno a trovarlo, con questa sua poesia in tasca. Mi accompagna una fotografa che arriva dal web in volks-wagen, d’aspetto wasp, esile e pallida, serietà e bellezza. Ci presentiamo, partiamo. La giornata è grigia, senza luce, piovosa. Per strada le spiego l’idea, una poesia che sulla tomba del poeta diventa racconto fotografico. Le dico: Sono 22 versi liberi in 3 movimenti: 1-13 un precipizio di dolore e solitudine; 14-18 erezione; 19-22 illuminazione. Tu immagina che sia il set di un servizio per Vogue, le lapidi sono le modelle, gli abiti da fotografare i versi della poesia.

L’abbazia è buia, nuda. Da una postierla passiamo nel chiostro, dove un’edicola di pietra ospita il sarcofago di Teutperga. Poi scendiamo al camposanto immerso nei boschi. Un muretto di cinta, due file di croci. Un piccolo cimitero, perfettamente umile, come la terra, la povera terra:

Ora invece la terra / si fa sempre più orrenda/ il tempo è malato / i fanciulli non giocano più/ le ragazze non hanno più occhi / che splendono a sera. / E anche gli amori / non si cantano più, / e le speranze non hanno più voce, / i morti doppiamente morti / al freddo di queste liturgie: / ognuno torna alla sua casa / sempre più solo./

Tempo è di tornare poveri / per ritrovare il sapore del pane,/ per reggere alla luce del sole / per varcare sereni la notte/ e cantare la sete della cerva. /

E la gente, l’umile gente / abbia ancora chi l’ascolta, / e trovino udienza le preghiere.
/ E non chiedere nulla. –