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Back home – Cimitero di Chiuduno

28/08/2017
RIPadvisor

A cura di Leone Belotti

Fotografie di Michele Perletti

Invece del solito trip certe volte è meglio un rip. RIPadvisor è la nostra rubrica di reportage cimiteriali: un racconto fotografico e narrativo aldilà dei luoghi comuni.

Valutazioni:

Cipressi    ++++
Pietre        +++
Eros          ++
Thanatos  +++++

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Quando non c’erano i social network, il cimitero era l’unico portale di comunicazione virtuale. Andavi a trovare i morti tutti i giorni, e i morti, mentre eri lì a cambiare i fiori, a lucidare la foto, ti mandavano un post. Quasi sempre. Un viso dimenticato, una voce, una parola, un episodio, un’immagine. Andate a trovare i nonni, le zie, i vostri morti al cimitero del paese d’origine, e vi ritroverete con un’antologia di ricordi sommersi.

La Valle del Fico è un piccolo mondo antico di cascine e vigneti, tra Bergamo e il lago d’Iseo. Della mia infanzia ricordo la grande casa padronale, le domeniche con trenta persone, nonni, zii, nipoti. Adesso non c’è più nessuno. Un paio di volte l’anno vengo a trovarli nell’unica casa di famiglia rimasta, la cappella al cimitero.

Adesso non c’è più nessuno. Un paio di volte l’anno vengo a trovarli nell’unica casa di famiglia rimasta, la cappella al cimitero.

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Quand’ero bambino mio bisnonno Giuseppe Belotti (1888-1988), possidente agricolo, industriale bottoniero, già podestà fascista, mi raccontava di Buffalo Bill, dello zio garibaldino, o di suo padre, controllore delle ferrovie austriache, che faceva finta di non riconoscere i “patrioti” sulla lista della polizia di Radetzky. Poco prima di morire, dopo avermi offerto un sigaro, mi chiese: è vero che sei diventato comunista? Io, allora ventenne, risposi: si. Non mi parlò più.

Suo figlio, Don Bruno Belotti (1915-1988), prete contadino, già prete partigiano, mentre nella sagrestia della Madonna dei Campi ci spogliavamo le tuniche per indossare le tute da apicoltori, mi chiese: è vero che sei diventato ateo? Io, allora chierichetto quindicenne, risposi: si. Indicando le tute anti-api, mi disse: allora mettine due.

Suo fratello, Ulisse Belotti (1916-1942), pittore maledetto, faceva le notti in questo cimitero, affrescava le cappelle dei notabili per pagarsi gli studi alla Carrara. Durante la ritirata di Russia si sedette sotto un albero, le mani congelate, fece un ultimo disegno, lo diede a un compaesano, e restò lì. Quel disegno oggi è appeso nel mio studio.

Sua sorella, Adele Belotti (1912-2004), mia nonna, contro la volontà paterna sposò un Belotti di Grumello, Leone Belotti, (1904-1940), mio nonno, da cui ho preso il nome.

I coniugi Belotti/Belotti emigrarono in Inghilterra, lui divenne direttore delle British Buttons Industries, c’è una foto con mio padre appena nato, e già a bordo di una Rolls Royce. Pochi mesi dopo Mussolini dichiara guerra all’Inghilterra, e mio nonno, in quanto italiano, fu arrestato, e con altri 2000 connazionali (in maggior parte ristoratori, e non pochi emigrati per antifascismo!) imbarcato per essere deportato sull’Arandora Star, ex transatlantico trasformato in prigione mortale: priva di insegne della croce rossa, fu mandata in bocca ai sottomarini tedeschi, che l’affondarono.

Il marito annegato, la casa distrutta sotto i bombardamenti di Londra, mia nonna si ritrovò a vivere bivaccando nella metropolitana, alien, straniera-nemica, sola, con mio padre appena nato. Quarant’anni dopo, io diciottenne, mia nonna, con quel suo sguardo fermo, un giorno mi disse: non prendere in giro le ragazze.

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