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Uomini e rose

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A cura di Nicola Feninno

Fotografie di Alessandra Beltrame

da CTRL #58 - Maggio 2015

 
Il volto che spunta tra le rose è quello di Pollob; è induista, in Bangladesh faceva il veterinario. In Italia ha venduto le rose per strada per un periodo, poi ha smesso. Ora prepara kebab e specialità sudamericane. Ha 37 anni e una moglie, che ha conosciuto a scuola in Bangladesh e che ora vive con lui a Bergamo.

Adone fu ucciso da un cinghiale. La dea Afrodite, per soccorrerlo, si ferì tra i rovi. Dal suo sangue nacquero le rose rosse, che ora i rosari vendono per le vie della città.
“Uomini e rose” è un reportage sui rosari della città di Bergamo, i loro volti e le loro storie.

uomini e rose

R. e R. sotto il cavalcavia

La tigre del Bengala è un animale schivo e discreto. Non si muove in branchi. Caccia da sola, durante le ore notturne, marcando il proprio territorio con l’urina.
Il Bengala è una regione stretta nel delta del Gange che comprende la regione indiana di Calcutta e lo stato del Bangladesh.
La capitale del Bangladesh è Dacca, che ha una superficie di 360 km quadrati, il doppio di quella di Milano, e una popolazione di quasi 15 milioni di abitanti, 11 volte quella di Milano.
Milano, nel 1951, aveva 1,2 milioni di abitanti. Dacca, nel 1951, 400 mila.

R. ha degli orari lavorativi ben stabiliti: dalle 15 alle 21 sotto il cavalcavia che scavalca Borgo Palazzo; venendo da Piazza S. Anna il suo territorio è alla destra del semaforo.
“Prima delle 3 c’è una zingara. Se arrivo prima fa casino”.
Io gli chiedo se mi racconta qualcosa di lui. Lui mi chiede se ho un lavoro da offrirgli: “Vendere le rose non mi piace”. Ha un giubbottino leggero di pelle, i pantaloni blu, un volto filiforme, un bel sorriso, le rose che vende sono rosse, bianche, arancioni. Quelle che vanno di più sono quelle rosse. Le compra in una bancarella in centro (tutti i rosari, a quanto pare, le comprano lì), i prezzi sono variabili: 1 euro per quelle più grosse, 70 centesimi per una taglia media, 50 centesimi le rose più piccole. La bancarella è gestita da italiani.

“A seconda delle zone dove lavori si guadagna di più o di meno. Io faccio dai 12 ai 15€ al giorno, lavoro solo qui”. R. ha 32 anni e da 5 è in Italia. È sposato da 8 anni e ha 2 bambini: tutta la famiglia è in Bangladesh, a Dacca.
“A Dacca stanno costruendo molti palazzi, il centro sta diventando bello, ricco, ma ci sono macchine, macchine ovunque, clacson, smog” e inizia a mimare con mani e volto la situazione grottesca della viabilità di una città che in 50 anni è passata dal numero di abitanti di Firenze a quelli di Tokyo “Bergamo, invece, è tranquilla!”
C’è un volo da Orio a Dacca: circa 600€ andata e ritorno. Negli ultimi 4 anni R. è tornato in Bangladesh una volta sola, costa troppo.
“In Italia c’è poco lavoro. Quando tornerò in Bangladesh mi piacerebbe lavorare da un amico che coltiva il riso nelle campagne fuori Dacca. Ci sono tanti fiumi, c’è tanta campagna in Bangladesh. Venderei il riso casa per casa”.

Al semaforo di fronte a R. c’è R. Dalla sigla non si capisce, ma hanno lo stesso nome.
R. ed R. vengono entrambi da Dacca e si incrociano ogni giorno sotto lo stesso cavalcavia di una cittadina di 120mila abitanti a 7400 chilometri di distanza in linea d’aria dalla loro città natale.

Al semaforo di fronte a R. c’è R. Dalla sigla non si capisce, ma hanno lo stesso nome.
R. ed R. vengono entrambi da Dacca e si incrociano ogni giorno sotto lo stesso cavalcavia di una cittadina di 120mila abitanti a 7400 chilometri di distanza in linea d’aria dalla loro città natale: sono diventati amici, e mi sembra una cosa molto naturale.
R2 è divertito: gli italiani che si fermano per fargli domande, di solito, sono carabinieri o qualcuno – ci dice lui – che vuole saperne di più del business, magari per entrarci, vista la carenza di lavoro. Anche lui ha rose rosse, bianche, arancioni, ha 42 anni, una moglie, un figlio di dodici anni e uno di sedici, tutti in Bangladesh. È in Italia da quattro anni. Due anni fa è tornato in Bangladesh. In quel periodo ha lavorato al mare, in una città di porto.
Chittagong è uno dei tre porti asiatici dove le compagnie internazionali di navigazione procedono al disassemblaggio delle vecchie navi. In rete ci si può fare un’idea del procedimento: le navi vengono fatte arenare sulla spiaggia come enormi balene arrugginite e un esercito di formiche umane a salari ridicoli, in jeans e maglietta, procede allo smantellamento, in mezzo a fumi e liquami vari. Nel 2012 quindici operai sono morti in questi “cantieri”.
Dopo due mesi e mezzo R. è tornato a Bergamo.

Le cifre dell’emigrazione bengalese sono approssimative. Nel 2007 i dati ufficiali indicavano 4 milioni di lavoratori bengalesi all’estero, ma probabilmente erano, già all’epoca, molti di più. Il Bangladesh è la seconda nazione per numero di soldati impiegati in operazioni di peacekeeping dell’ONU (un altro metodo di esportazione della forza lavoro in esubero, in un paese con una delle più alte densità abitative del mondo). L’Italia è la seconda meta d’emigrazione dopo il Regno Unito. A Bergamo, nel 2013, si registravano 866 bengalesi, per il 67% maschi.
Al parco faunistico Le Cornelle (Valbrembo), nell’agosto dell’anno scorso, mamma Kuru e papà Dharma, due tigri del Bengala, hanno dato vita a due cuccioli, un maschietto e una femminuccia.

rosari bergamo

Rose, Rosario, Rosy

I rosari non sono tutti uguali (fatto scontato, in quanto esseri umani). Procediamo con una classificazione tassonomica di base, in 3 categorie:
1) rosari stanziali diurni: solitamente sostano in prossimità dei semafori. Hanno orari lavorativi fissi, tendenzialmente pomeridiani e della durata di 6 ore. A questa categoria appartengono R. ed R., di cui avete già letto.
2) rosari migratori diurni: spesso dotati di bicicletta. Si muovono assecondando l’animazione diurna dei locali del centro (via XX settembre, Piazza Pontida, ecc.) e di Città Alta.
3) rosari migratori notturni: frequentano i locali serali, concentrandosi su quelli più affollati. Più attivi nel week-end.

Abbiamo parlato con una dozzina di rosari, più un ex-rosario, e non sembra esistere a Bergamo una rete gerarchica. Non c’è qualcuno che attribuisce le zone e si garantisce una quota sulle vendite. La spartizione del territorio segue la selezione naturale. L’osservatore esterno può valutare i rapporti di forza basandosi sull’aspetto delle rose: rose più belle e grandi corrispondono ad un venditore di maggior influenza.
La gran maggioranza dei rosari proviene dal Bangladesh, alcuni dal Pakistan. E tra Bangladesh e Pakistan i rapporti sono tesi: un regalino dell’impero coloniale inglese. Facendola breve: l’India ottenne l’indipendenza nel 1947; nello stesso anno da questa si separò il Pakistan, stato a maggioranza musulmana, che comprendeva il Pakistan Occidentale (l’attuale Pakistan) e il Pakistan Orientale (l’attuale Bangladesh) separati da 1700 km di territorio indiano; i bengalesi non furono contenti della sistemazione, soprattutto quando i pakistani cercarono di imporre loro la lingua urdu; il 21 febbraio del 1952 diversi studenti di Dacca che protestavano per il riconoscimento della lingua bengalese furono uccisi dalla polizia pakistana. (Nel 1999 l’UNESCO ha stabilito la Giornata Internazionale della Lingua Madre, che si celebra il 21 febbraio). Il Bangladesh ottenne l’indipendenza dal Pakistan nel 1971 con una guerra.

Il Rosario per eccellenza lo trovi il venerdì e il sabato qua e là lungo la città, e dopo l’una, puntale, al Druso. È nato a Faisalabad, nel Punjab, Pakistan. Alcuni lo chiamano per nome: “H.”, altri “Rosario”, altri ancora “Rosy”.

Il Rosario per eccellenza lo trovi il venerdì e il sabato qua e là lungo la città, e dopo l’una, puntale, al Druso. È nato a Faisalabad, nel Punjab, Pakistan. Alcuni lo chiamano per nome: “H.” (l’h è muta), altri “Rosario”, altri ancora “Rosy”. Da lui potresti essere chiamato: “bello”, “grande”, “music-man”, “dottore” se hai un aspetto rispettabile. La seguente conversazione – avvenuta al Druso intorno all’1.30 – è stata interrotta più volte da cenni di saluto, pacche sulle spalle, “uè H. come stai?”, nostre richieste di foto non andate a buon fine.
“Undici mesi fa sono arrivati in Italia mia moglie e i miei 4 bambini: sono contento. Le prime due sono femmine, gli altri maschi. L’ultimo ha 8 anni, è nato il 25 dicembre, come Gesù. È 20 anni che sono in Italia: i primi 10 ho lavorato come tornitore meccanico. In Pakistan coltivavo la terra di mio padre. Non m’interessa tornare al mio paese, qui sto bene, conosco tutti, ragazzi, ragazze, polizia, ho tanti amici; conosco anche tre belle donne in questura. Ho la cittadinanza italiana e i miei figli sono a scuola qui, anche mia moglie sta imparando la lingua. Nei giorni in cui va bene, con le rose guadagno 30€, nel week-end anche 40, altri giorni 0…dipende. Vorrei cambiare, aprire una ditta di pubblicità”.
A questo punto proviamo l’ultimo assalto per la foto.
“Se rimane solo a me e a te va bene. Se no, non mi piace. Quando ero in Francia un amico mi ha chiesto di fare la comparsa in un film. E pagavano anche tanti soldi, ma io ho detto no, mai. Non mi piace.”

S. vuole imparare a nuotare

S. ha 31 anni, vive in un appartamento in Borgo Palazzo: 230€ per l’affitto compreso di 2 pasti al giorno. Gira per la città tutti i giorni dalle 17 alle 22.30, l’ultima tappa è al Cinema del Borgo, dove l’ho incontrato.
“In Bangladesh siamo 5 fratelli, uno solo è voluto venire in Italia. Lui non vuole vendere le rose, si vergogna. Ha 18 anni, è intelligente, ma sta tutto il giorno davanti alla televisione: televisione, televisione, televisione”.

I genitori di S. hanno un piccolo negozio di alimentari a Dacca: suo padre 6 mesi fa ha avuto un ictus e S. è tornato in Bangladesh. Il padre si è rimesso in salute e la madre gli ha presentato 6 ragazze da marito accuratamente pre-selezionate. Lui ne ha scelta una e si sono sposati.
“La festa del matrimonio, da noi, dura 3 giorni. C’erano 300 persone. Si mangia, le donne ballano e cantano; gli uomini cantano soltanto. Si mettono fiori ovunque: nella macchina degli sposi, sul cofano, sul tetto, sul letto matrimoniale.”
Dopo il matrimonio è restato a Dacca per un paio di mesi, periodo che la madre ha sfruttato per ingrassarlo con una dieta a base di un litro di latte al giorno. Era dimagrito molto qui a Bergamo, le cose non andavano bene.

I genitori di S. hanno un piccolo negozio di alimentari a Dacca: suo padre 6 mesi fa ha avuto un ictus e S. è tornato in Bangladesh. Il padre si è rimesso in salute e la madre gli ha presentato 6 ragazze da marito accuratamente pre-selezionate. Lui ne ha scelta una e si sono sposati.

“Le persone mi hanno sempre trattato bene qui, sono gentili. Ma io ero triste. Ho cercato lavoro nelle ditte, nei ristoranti, come giardiniere: ma niente. Non conoscevo nessuno.”
Hai mai avuto problemi con altri venditori di rose, gli chiedo.
“No, posso fare quello che voglio. Solo ogni tanto c’è stato qualche problema con qualche pakistano, loro sono sempre nervosi!”.
Un paio di volte un altro rosario, infastidito dalle sue invasioni di territorio, gli ha preso le rose, le ha spaccate e le ha buttate per terra. Lui le ha raccolte e ha riparato i gambi con degli stuzzicadenti.

Lo sport nazionale bengalese è il cricket – come in Pakistan, del resto – ma S. ama il calcio, è un tifoso dell’Abahani Limited, che al momento è in testa al campionato. Settimana prossima inizierà un corso di nuoto con una sua amica: per ora ha iniziato a fare le bolle nella vasca da bagno di casa e sta cercando un costume in prestito. Vorrebbe restare a Bergamo ancora 5 anni, fare qualche soldo, poi tornare a Dacca, comprarsi una macchina, fare due figli “meglio se maschi” e tornare a vendere vestiti, come faceva prima di emigrare, magari aprire uno shop tutto suo.

H. faceva il sarto a Dubai

H., 47 anni, si chiama come H. di cui avete letto sopra. Arriva all’O’deas in bici, dopo un viaggio di una mezz’oretta da Cassinone, dove abita. Lo aggancio. Io bevo una birra, lui solo un caffè, da buon musulmano.

“Prima di arrivare in Italia, ho fatto il sarto a Dubai per 12 anni. Ci sono arrivato nel ’92 ed era bellissimo: facevo i disegni degli abiti, per uomo, donna, bambino, li tagliavo, li cucivo, dirigevo altri operai. Il capo diceva che ero suo fratello: lui il fratello maggiore io il fratello minore”
Poi ha deciso di vedere l’Europa: “nel 2004 sono arrivato in Italia. Prima a Milano, per un paio di mesi, poi per 10 anni ad Ancona, lavoravo sulle spiagge. Sono stato anche a Roma – ma a Roma e a Milano c’è troppo casino, Bergamo è più bella, più tranquilla – a Bari, e anche in Sardegna. Ci sono andato in nave: stavo dormendo e il mare mosso mi ha svegliato, mi sono preso una paura! Mai più: da quella volta solo aereo!”.

H. lavora di sera dalle 18 alle 23, il week-end anche fino all’1. La moglie Rheena è a Dacca, insieme alla figlia Dammanha, a novembre tornerà a trovarle: il progetto di H. è di portare in Italia la moglie e la figlia e vivere 6 mesi a Bergamo, i mesi estivi dove fa più caldo e si lavora di più, e gli altri 6 a Dacca “lì non serve mai il giubbotto!”
Perché proprio l’Italia, dopo Dubai?
“A tanti piace l’Italia nel nostro paese. A Dacca, con mio papà – adesso è morto – leggevo che gli italiani sono accoglienti, ed è vero. Sentivo parlare delle scarpe italiane, delle cinture, delle borse, degli occhiali. Al mio paese costano tanto: un paio di scarpe italiane anche 3 mila taka” – che in realtà, per noi italiani non è molto: corrisponde a 30€, ovvero lo stipendio mensile medio di un operaio bengalese; un quarto di quello di un operaio cinese.

Il progetto di H. è di portare in Italia la moglie e la figlia e vivere 6 mesi a Bergamo, i mesi estivi dove fa più caldo e si lavora di più, e gli altri 6 a Dacca “lì non serve mai il giubbotto!”

“Quando sono arrivato mi hanno detto che qui non si lavora più come sarti: con la crisi è tutto in mano ai cinesi. Anzi ho sentito che ci sono degli imprenditori italiani che vanno nel mio paese a fare scarpe e vestiti. Non la produzione completa, però: vengono finiti altrove”.
Basta guardarsi dentro la maglietta e cercare sull’etichetta la scritta Made in Bangladesh: succede spesso di trovarla. Benetton produce in Bangladesh, e anche Zara, H&M, Armani, Ralph Lauren, Piazza Italia, Oviesse.
“Una rosa, alla bancarella, la compro a 70 centesimi, con la confezione di plastica 80 centesimi. Si presenta meglio con la confezione, e poi chiusa, col caldo che sta arrivando, si conserva meglio. Una rosa mi può durare anche una settimana: bisogna tagliare il gambo ogni tanto, così mangia meno acqua e non si sciupa.”

h sarto

La nobiltà di P.

“Appena sono arrivato a Bergamo ho cercato lavoro ovunque. Ma niente. Alcuni italiani mi hanno detto, non preoccuparti P., qualcosa troviamo, ti richiamo. Ma non mi ha mai richiamato nessuno. Così un giorno, dopo 6 mesi, mi sono deciso: ho comprato delle rose, mi sono messo in via Zanica, dove c’è il Cristallo Palace. Sono rimasto lì 3 ore: mi aspettavo che qualcuno mi chiedesse: “quanto per una rosa?”. Niente: una signora, a un certo punto mi ha dato un euro, ma non ha voluto la rosa. Me ne sono andato piangendo: nella mia cultura fare il mendicante non è una bella cosa. Exchange is ok, mendicare no. Quando sono tornato il proprietario di casa mia mi ha detto di non preoccuparmi. Che all’inizio è normale. Che per quella signora non era un’elemosina, ma una specie di regalo”.
P. parla un inglese fluente, talvolta personalizzato. È nato nell’ottobre del 1984.

“Faccio 100/200€ al mese. È impossibile mettere da parte qualche soldo. Ma vado avanti giorno dopo giorno. Qualche mese fa un ragazzo mi ha avvicinato, mi ha detto che se iniziavo a vendere marjuana avrei fatto molti soldi, e subito. Ma non mi piace. It’s not good. Le nostre azioni vivono più a lungo di noi: se hai fatto un buon lavoro nella tua vita, la gente si ricorderà di te come una buona persona anche quando sarai morto”.

Nel 2010 i bengalesi che vivevano regolarmente in Italia erano circa 75mila: di questi, solo 49 risultavano detenuti nelle nostre carceri.

Ora, soffiate via Bergamo dalla vostra mente, via chiese e Oriocenter, soffiate via anche Dacca, con l’inferno di macchine, motorini, risciò biciclette che s’incastrano tra risciò, motorini e macchine, via i clacson, alzatevi in volo, bucate il soffitto di smog della capitale bengalese (potete anche usare Google Maps), dirigetevi a ovest verso l’India, superate il fiume Meghna, uno dei bracci in cui si divide il Gange prima di tuffarsi nel golfo del Bengala, dall’alto scorgete la città di Faridpur: tutt’intorno una distesa di campi coltivati, ogni tanto si scorge una casa. P. viveva in una di queste.

È della famiglia Chowdury, che non è un semplice cognome, ma una sorta di titolo che i colonialisti britannici attribuivano ai notabili locali, alle persone più in vista, e che viene tramandato di padre in figlio.

La sua casa me la immagino con molto bianco, dentro e fuori, un bianco riccamente lavorato, non il bianco minimalista, e poi inserti di legno scuro, riccamente lavorato anche il legno, e suppellettili un po’ ovunque, e le porte m’immagino che si chiudano piano, senza rumore, e anche le tazzine del tè vengono riempite piano, con un gorgoglio calmo, e poi deposte su un vassoio, portate in un bel salone, il tavolo è basso e il tè si beve in silenzio, si sente solo il tintinnio del cucchiaino.

Ora mi faccio da parte e faccio raccontare direttamente a lui, che è seduto di fronte a me, un caffè per lui e un caffè per me, in un bar di Seriate; nella registrazione della nostra conversazione ogni tanto si sente il ta ta ta di una macchinetta che scarica monetine poco distante dal nostro tavolo.

“Mio padre morì di cancro quando avevo 6 anni, mia madre non si volle risposare. È una donna molto legata alle tradizioni. Ora in Bangladesh le tradizioni si stanno perdendo sempre di più [ride]; come succede anche da voi in Italia, no? [ride ancora] Le mie sorelle più grandi erano già sposate e mio fratello aveva solo 4 anni più di me: non potevamo contribuire al sostentamento della famiglia. Mi ha dato una mano un fratello di mio padre, che è un amministratore importante nelle campagne intorno a Faridpur. Mi ha accolto a casa sua e mi ha fatto frequentare la scuola locale. Lì tutti rispettavano mio zio: ero giovane e puoi capire che iniziai a prendere la scuola poco seriamente…tanto potevo fare quello che volevo e nessuno mi diceva niente. Così all’esame di stato – avevo 17 anni – fui bocciato, per una sola materia: “Social Culture”. I miei amici non potevano crederci. Ma l’anno dopo mi sono rifatto. Mio fratello mi ha consigliato di andare all’Università a Dacca; sono riuscito ad essere ammesso al Dakha Commerce College e mi sono trasferito in città, a casa di mia sorella.

L’anno dopo mi sono innamorato di una ragazza, che viveva a Faridpur: io sono musulmano e lei induista. Ma in Bangladesh non è un grosso problema, e poi suo nonno era amico di mio zio.

Un giorno sono andato a casa sua, ho chiesto a suo padre se suo figlio – che studiava con me – era in casa, ma lui ha capito subito che ero interessato alla figlia! Mi piaceva moltissimo, ma non potevo vederla spesso, le regole del college erano molto dure: se saltavi 7 lezioni eri fuori.

Una volta sono tornato in campagna per una vacanza di 3 giorni, e alcuni amici mi hanno detto che lei si era trasferita in India con tutta la sua famiglia – lì l’80% della popolazione è induista – avevano venduto tutte le loro proprietà. I liked her…she was gone. Per due mesi ho smesso di frequentare il college e mi hanno cacciato. Ho dovuto iscrivermi ad un’altra università.

L’ho rivista una volta sola, 3 anni dopo: mia madre ha dovuto fare un intervento allo stomaco e siamo andati all’ospedale di Calcutta. L’ho chiamata. Era contenta che mi fossi ricordato di lei. Ci siamo visti: ero così felice. All’inizio volevo trasferirmi, ho parlato anche con suo padre, che fa l’avvocato, avrei potuto lavorare con lui forse. Ho chiesto dei consigli a mia madre. Ma era impossibile: non potevo trasferirmi in India, magari in futuro. Però sono tornato a Dacca più sereno, ho finito l’università con una votazione di 3.1 su 4, un ottimo voto. Avevo 23 anni. Ma non avevo ancora un lavoro: così ho chiesto dei soldi a mio cugino, volevo iniziare a costruire qualcosa di mio, 2000€, 18mila taka: da noi sono tanti soldi. Li ho investiti in borsa, Stock Exchange. Al tempo lo facevano in tanti, perché fruttava molto: all’inizio le azioni che avevo comprato valevano 65 taka, poi 120, ma non le ho vendute, speravo crescessero ancora un po’, ma in un solo giorno la borsa crollò, e alla fine le mie azioni valevano 7 taka ognuna. Quel giorno si sono suicidate 15 persone”.

Mi intrufolo solo per un attimo: si trattava del 20 gennaio 2011. Nel 2010 l’indice della borsa di Dacca aveva fatto segnare una crescita dell’80%, per poi crollare in un giorno, il più grande crack finanziario della storia del paese. Oltre 5mila risparmiatori scesero in piazza incendiando auto e negozi, ci furono scontri con la polizia.

“A quel punto non avevo più i soldi da ridare a mio cugino. Quattro mesi dopo un amico di mia sorella, che lavorava per la Dutch Bangla Bank, mi trovò un’occupazione: si trattava di organizzare l’apertura di filiali dotate di ATM [il Bancomat, ndr]; il lavoro mi piaceva, viaggiavo, vedevo molti posti diversi, ma una volta mi tirai indietro di fronte a un episodio di corruzione. Non accettai dei soldi. Lo dissi al mio capo che mi piazzò in ufficio per tre mesi. Basta viaggi. Ero arrabbiato, e dovevo ridare ancora una parte dei soldi a mio cugino. Poi un giorno – era la fine del 2012 – un mio amico mi ha detto che tramite l’ambasciata italiana si potevano ottenere delle borse di studio, 590 € all’anno per studiare in Italia. Ho pensato che avrei potuto trovare un lavoro part-time, studiare, e avere delle opportunità migliori. Ho inviato tutte le mie carte, le ho fatte tradurre in italiano, e sono stato convocato all’ambasciata. Mi hanno chiesto solo una cosa: «Bergamo è in Italia. Lei sa in quale parte?» «Actually, Mister I don’t know!». Loro mi hanno risposto che mi avrebbero richiamato”.

P.

Una nota

Per realizzare questo reportage non sono stati corrotti rosari attraverso promesse di massicci acquisti floreali. Sono stati coinvolti n.6 redattori per affiancamento in opere di ottenimento recapiti telefonici, persuasione al racconto e al ritratto fotografico. Sono state effettuate n.27 chiamate telefoniche ai suddetti rosari. Percorsi un numero indefinito di km a piedi. Acquistate n.9 rose per lo scatto di copertina.

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