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Relitto di marmo – Veneranda Fabbrica del Duomo

25/07/2017
Reportage

A cura di Jacopo Musicco

Fotografie di Alessandro Massone

Nel nostro nuovo numero, Campionario degli abissi, abbiamo scandagliato gli abissi alla ricerca di storie.
Vi proponiamo un reportage dal Cantiere Marmisti della Veneranda Fabbrica del Duomo curato da The Submarine, giornale online emerso dai ghiacci di Milano per raccontare storie sommerse, dimenticate, abbandonate dal resto della stampa.

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“Se guardi i nuovi edifici di piazza Gae Aulenti, vicino alla stazione, anche a Milano quella volontà di stupire di Milano. Qui al Duomo però già dal 1836 c’era anche una volontà che è in controtendenza rispetto ai tempi ed ai modi dell’oggi, così improntati alla sostenibilità, pensavano: facciamo qualcosa che richiederà secoli di lavoro per essere completata, ma la facciamo perché dentro di noi c’è una scintilla di questa grandezza, di questa capacità di innalzare la propria opera al di sopra della caducità delle cose quotidiane”. Francesco Canali, responsabile dei cantieri del Duomo di Milano, parla senza esitazione del proprio lavoro. In mezzo al piazzale del Cantiere Marmisti il sole picchia senza sosta sui blocchi di marmo che ogni giorno sono utilizzati per dare nuova vita alla cattedrale della capitale meneghina.

Il marmo proviene da Candoglia – o Canduja secondo la forma dialettale, frazione del comune di Mergozzo nella Val d’Ossola – un paesino che si trova sulle alture che fiancheggiano il lato sinistro del Lago Maggiore. Se si alza lo sguardo dall’unica strada principale che attraversa il paese, si noterà, seminascosto tra la vegetazione, un graffio roccioso che incide la montagna: sono le cave di Candoglia, luogo di estrazione del marmo con cui è stato eretto e mantenuto per secoli il Duomo di Milano.

“Facciamo qualcosa che richiederà secoli di lavoro per essere completata, ma la facciamo perché dentro di noi c’è una scintilla di questa grandezza.”

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Fu il signore di Milano Gian Galeazzo Visconti, nel 1386, a concedere l’utilizzo delle cave per la costruzione della cattedrale — da allora allora queste non hanno mai frenato i loro lavori ed oggi la Cava Madre arriva a misurare 30 metri di altezza e 15 di larghezza. Ciò che distingue il marmo di Candoglia è la sua particolare colorazione biancastra tendente al rosa, la roccia estratta presenta leggere bruciature su tutta la superficie rendendola perfetta per le decorazioni architettoniche. Ma è proprio la sua intrinseca bellezza a rendere così delicato il marmo di Candoglia: le sfumature che ricoprono la cattedrale meneghina sono infatti dovute alla presenza diffusa di piriti e quarziti, che fanno sì che il marmo sia più esposto a infiltrazioni e che il processo di erosione da parte degli agenti atmosferici venga accelerato.

La natura del marmo – e dunque del Duomo stesso – rese ben presto necessaria, dalla posa della prima pietra, un’attività parallela di preservazione e restauro della cattedrale. Fu sempre Gian Galeazzo Visconti a fondare la Veneranda Fabbrica del Duomo, ente dedicato alla costruzione e alla gestione dell’edificio sacro. Sotto il controllo della fabbriceria rientrano ancora oggi la cava, gli archivi, i cantieri e soprattutto il laboratorio dei marmisti, inizialmente situato nei pressi del laghetto di S. Stefano. Prima che le autostrade prendessero il controllo dei trasporti pesanti, infatti, i blocchi di marmo arrivavano nel centro di Milano seguendo le vie nautiche allora disponibili: partendo dal Toce, affluente del lago Maggiore, attraversavano la Valle del Ticino, i Navigli, arrivando nel laghetto alle spalle del Duomo, di cui oggi rimane solo un riferimento odonomastico.

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Nei secoli il laboratorio si è spostato più volte, rispettando sempre la necessità di avere accesso alle sponde del Ticino — dal laghetto alle spalle della cattedrale, nel 1886 viene trasferito sulla cerchia dei Navigli, nell’attuale Via Carducci e infine, con la copertura dei canali d’acqua, sulla Darsena. Abbandonato il trasporto fluviale, oggi il Cantiere Marmisti si trova in via Brunetti, a nord di Milano, una posizione che facilita il carico e scarico dei materiali provenienti dall’autostrada dei Laghi. Per quanto la sua collocazione sia cambiata in maniera apparentemente rapsodica, ciò che non è cambiato è il lavoro che si svolge al suo interno. “Ci sono certi pesci di montagna chiamati salmerini, gli ittiologi li definiscono relitti artici perché rimasti fra noi da ere molto diverse. Ecco, come questi pesci, la Veneranda Fabbrica è sopravvissuta nel corso dei secoli, come fabbriceria medievale di una cattedrale gotica adattandosi ai tempi e ai cambiamenti” ci spiega Canali, nostra guida attraverso il lavoro quotidiano del cantiere.

“Ci sono certi pesci di montagna chiamati salmerini, gli ittiologi li definiscono relitti artici perché rimasti fra noi da ere molto diverse. Ecco, come questi pesci, la Veneranda Fabbrica è sopravvissuta nel corso dei secoli”.

La prima impressione è infatti tutto fuorché quella di un relitto. All’interno dell’edificio che ospita le postazioni di lavoro dei marmisti salta subito all’occhio l’incontro di due saperi: uno antico, fatto di gesti, manualità e abitudini secolari, e uno moderno, rappresentato da macchinari e strumentazioni che riempiono l’ambiente con rumori e – devo ammettere – con una certa presenza scenica.

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Mettendo piede all’interno del laboratorio si percepisce subito lo sforzo collettivo impiegato per mantenere un monumento che ogni anno accoglie al suo interno più di cinque milioni fra fedeli e visitatori. “Che senso ha il Duomo al di là dell’evidente valore devozionale? Quello di testimone di una collettività che attraverso i secoli mantiene così memoria di se stessa, si ricorda da dove viene, quello che fa e capisce quello che è, orientando il proprio operato verso sviluppi futuri,” sottolinea Francesco Canali. Oggi questo operato è affidato ad un centinaio di dipendenti distribuiti sui tre cantieri della Veneranda Fabbrica del Duomo, venti dei quali si occupano quotidianamente del restauro, della riproduzione e della rinascita degli elementi che compongono la cattedrale.

Nel laboratorio di via Brunetti il processo di nascita e rinascita comincia dal piazzale centrale dove i blocchi della cava di Candoglia arrivano siglati in base alla cronologia (la sigla 16/12/3, indicherebbe per esempio il terzo frammento del blocco dodici, estratto nel 2016). Una prima lavorazione viene fatta con le cosiddette macchine a controllo numerico, strumenti come frese o tagliatrici a filo, che negli anni hanno affiancato il lavoro manuale dei marmisti, facilitandone la precisione e i tempi di lavorazione, ma soprattutto risparmiando vibrazioni indotte e polveri inalate. A questo punto, i blocchi già tagliati della forma e misura necessaria per una lavorazione manuale, passano sotto la cura dei marmisti. Dalla loro cura dipendono infatti più di 3400 statue, 200 bassorilievi, 135 guglie e 150 doccioni, senza contare i dettagli minori.

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Il compito più impegnativo è proprio quello della riproduzione delle statue danneggiate e rimosse dal Duomo — un pezzo può richiedere da pochi giorni, fino a mesi di lavorazione per essere riprodotto nella sua interezza. Ma come ci viene spiegato, la rimozione è l’ultima risorsa: “Finché è possibile immaginare un restauro del pezzo, si agisce per consolidarlo direttamente nel cantiere del Duomo, la rimozione è l’ultima delle opzioni. A volte però ci sono danni anche modesti, ma che vanno a intaccare i punti di appoggio e il basamento, in quel caso lo smontaggio è necessario.”

Per chi si occupa di beni culturali il tema è delicato, non tutti gli addetti ai lavori infatti condividono questo sistema di fedele riproduzione e di infinita rinascita dei tasselli che compongono la struttura. Ma il Duomo è un caso particolare, che difficilmente può essere incasellato nelle varie teorie del restauro. “La Fabbrica ha una pudica disinvoltura nel dire che, se non c’è niente da fare, si rifà. L’approccio classico è figlio di una accezione del restauro che si sviluppa negli anni Ottanta ha una sua dignità incontrovertibile, cioè: chi siamo noi per andare a modificare ciò che la storia ci ha lasciato. Quello che la storia ci ha lasciato è infatti importante preservarlo, proprio perché figlio di un processo nel quale si trovano le nostre radici, la nostra storia: ed i suoi esiti non devono essere artefatti; qui in 630 anni è rimasta viva un’altra realtà, che non è migliore o peggiore, è diversa e come tale va preservata: una fabbriceria medievale, con tutti i mestieri, tutti i saperi, tutte le competenze, tutti i guai e garbugli che comporta.”

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Questo discorso suona ancora più vero se fatto al centro del piazzale, circondati da blocchi di marmo e con l’operoso brulicare di operai e marmisti in sottofondo. Il Duomo non può essere considerato un pezzo monolitico di storia, è invece metafora di un presente che rifiuta la tanto abusata rottamazione e che ogni giorno getta le basi per uno sviluppo culturale e tecnico; a partire dalle professioni che una realtà come il Cantiere Marmisti tiene in vita. Non esistono infatti, salvo per il caso di Carrara, centri di formazione che avviano verso il lavoro dei marmisti. “Qua uno impara facendo, certo bisogna capire per cosa è più portato, ma alla fine c’è talmente tanto da fare che qualcosa si trova sempre,” ci spiega in un attimo di pausa Gino Giacomelli, il responsabile del laboratorio.

Il Duomo non può essere considerato un pezzo monolitico di storia, è invece metafora di un presente che rifiuta la tanto abusata rottamazione e che ogni giorno getta le basi per uno sviluppo culturale e tecnico.

Sono molte anche le attività di ricerca che la Veneranda Fabbrica ha avviato negli ultimi anni grazie alla collaborazione del Politecnico di Milano: studi su nuovi sistemi di monitoraggio strutturale, sull’effetto delle onde acustiche sulle vetrate storiche, valutazioni sul degrado della superficie del marmo e lo sviluppo di nuove strumentazioni da lavoro in grado di ridurre l’impatto sul corpo.

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Nel 2016, il documentario L’infinita fabbrica del Duomo, diretto da Massimo D’Anolfi e Martina Parenti, ha tradotto in immagini il processo quotidiano che comincia dalle venature del marmo di Candoglia e si conclude tra le guglie della cattedrale. Il film è il primo atto della serie Spira Mirabilis, una quadrilogia dedicata al concetto di immortalità attraverso gli elementi naturali, in cui la cattedrale simboleggia la terra.

Ancora oggi il Duomo, grazie al lavoro portato avanti nei cantieri, in qualche modo ci aiuta a “dimenticare i nostri guai,” così come era stato per il Renzo di Alessandro Manzoni, “fermo su due piedi a contemplare anche da lontano quell’ottava meraviglia di cui aveva tanto sentito parlare fin da bambino.”

The Submarine nasce a Milano nella primavera del 2016. La sua missione: fare emergere storie sommerse, dimenticate, abbandonate dal resto della stampa. Un servizio di informazione moderno, alternativo, diverso dai soliti schemi del giornalismo online.
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