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Sullo scoglio, accucciata – Giuliana Zimei

Persone

A cura di Nicola Feninno

Fotografie di Mattia Rubino

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All’esterno c’è Pitigliano, che è stretta, allungata intorno a due assi principali, due viuzze, via Zuccarelli e via Roma, poi il precipizio di tufo, e sotto la parte più meridionale ed etrusca della maremma.

Dentro c’è la casa di Giuliana Zimei, la porta dall’esterno dà direttamente sulla sala, che fa anche da cucina e da esposizione delle sue opere. Mandala, maschere pre-colombiane, maschere africane, piccoli totem di legno, di fronte a quel muro c’è una lavatrice. Delle poesie appese in mezzo ai disegni, qualche manifesto di sue mostre.
Giuliana ci ha messo un po’ ad aprirmi; forse per via delle stampelle.

“Tutto quello che vedi è fatto da me: ora ho smesso perché non posso più con la vista e l’oculista m’ha detto de risparmià l’occhi… Guardali un po’, te come ti chiami? Qual è il più bello di tutti?”

Si riferisce ai suoi disegni. Devo scegliere. Mi prendo del tempo.

“Io il preferito, ce l’ho. Difficile scegliere. Io so quale scelgono sempre i turisti. Perché sembra tridimensionale. E non startene là, babbalone! Guarda da vicino”

Mi avvicino.

“Questi so’ fatti co’ la penna nera, la penna rossa, la stecchettina da sarta e basta. Il tondo lo faccio col piatto, o col bicchiere, o con la cuccuma, o coll’euro, o due euro, dipende dalla grandezza del tondo, non son Giotto via! So’ chiamati mandala…no? Perché? Bo! Neanch’io lo so, so’ roba degli aborigeni, dei maya…”

Le dico che si tratta dei buddhisti o degli induisti, forse di tutti e due.

“Mandala, vero? Eh, me l’hanno detto, perché io mica me ne intendo eh! Mi metto a sedè, se non te dispiace”

No, non mi dispiace. Io resto in piedi di fronte alla parete dei disegni.

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“Lo vedi quello? Una volta è entrata una coppia di Treviso, e il marito inizia a toccallo col dito, così e cosà. E io glie dico, Oh, che ffai? E lui: Signora, devo dirle che non ci credo che queste opere le fa lei. Porca puttana! Quella è la porta e te ne vai. Anzi no, prima chiariamo se è vero o no che li faccio io, e poi te ne vai. Intanto la moglie se ne stava tutta zitta zitta nell’angolo. Pigliami il centimetro che è lì sotto – glie dico – il centimetro quello dei sarti, e misura. Se è perfetto è fatto dal computer. Perché la perfezione non è umana. Se non è perfetto vuol dire che l’ho fatto io. Quello prende il metro, capisce che non è perfetto e me dice: Mi scusi signora mi sono ricreduto, mi perdoni.
Sai perché non credeva che l’avessi fatto io? Forse perché l’apparenza inganna, dico bene? Se uno nun c’ha l’apparenza nun te danno manco la fiducia.”

Perché sono finito a casa di Giuliana Zimei? E come ho fatto a trovarla?

Perché me ne ha parlato Marcello Baraghini, che mi ha indicato la strada per raggiungerla: dalla sua libreria in via Zuccarelli sono un paio di minuti a piedi. Mi ha descritto il portone, mi ha raccontato che ha conosciuto Giuliana nella piazza centrale di Pitigliano, ballava. Prima viveva a Roma, suo padre faceva il portiere in un condominio – non so se un condominio di ricchi oppure no – “un padre-padrone”, mi ha detto Marcello; poi si è sposata con un altro padre-padrone, poi è impazzita per la gioia, ha lasciato il marito-padre-padrone, ha iniziato a ballare in piazza e a fare delle “ruote”, lei i suoi “mandala” li chiama così (di mandala non ne ha mai visto uno, prima di iniziare a farli): una precisione, una pulizia geometrica ascetica che farebbe pensare a un carattere geometrico e ascetico, che è quanto di più distante dal carattere di Giuliana, dal modo in cui infila le parole una dopo l’altra, dal suo modo di porsi con me sconosciuto.
Almeno, tutto questo a giudicare dal nostro incontro di un paio d’ore.

Baraghini ha stampato anche un libro Millelire con “le ruote di Giuliana”, l’ha intitolato “Chi non cerca trova lo stesso” (e lo potete scaricare gratuitamente qui)

“Guarda quella foto. So’ io. Al tempo, ero caruccia, e sveglia…poi dopo a 80 anni… Voglio dì, se io esco fòri di casa e mi metto dietro a un banchetto, non mi darebbero un soldo di cacio. Perché so’ ingrassata, cammino male, c’ho le stampelle. Poi la gente entrando dentro si ricrede perché vedono che so’ tutte cose fatte senza studio e belle…vedi quei 3 libri lì, pigliane uno!”

Questo?, le chiedo io. Un raccoglitore di fogli fotocopiati piazzato in un mobiletto sotto la televisione.

“Sì quello. Anzi, ascolta. Com’è che te chiamavi? Vai di là in cameretta, che c’è un monte di scritti così. Te ne regalo un po’”.

’Ste robe, mi ha detto il sindaco, quando mori le portiamo al museo comunale”.

Di là c’è un letto, una finestra, sopra al letto un bel lampadario di quelli che si compravano quando ci si sposava, un grande specchio ovale appoggiato su una cassettiera che deve contenere dei vestiti, ai piedi del letto una cyclette molto essenziale, c’è il monte delle fotocopie contro la parete opposta allo specchio ovale.

“Che te sei perso? Vieni qua. Scegline una. Sono sedici anni che scrivo. Prima c’avevo famiglia e non potevo fare cose così. C’ho due figli, uno sta a Pisa, l’altro ad Albinia. Bravi tutti e due, affezionati. Ma due caratteri…”.

Provo a chiedere come scrive, in quali momenti, da dove trae le sue ispirazioni.

“Non si capisce una fava, parli così piano, e che nne so!”

L’ispirazione, ripeto, come le viene.

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“L’ispirazione è quando c’hai sta carta davanti, e attacchi. Si parte sempre dal centro, poi ti allarghi e devi ricordarti di lasciare spazio per i contorni. Mettevo giù questa stecchetta e la facevo scorrere, questo è solo un cartoncino nero e la penna biro bianca. Qui ci vuole la pazienza e l’occhio, col bicchiere facevo questo, coll’euro facevo questo, partivo e giravo e dovevo tornare qui, al punto di partenza. Ci fosse stata una volta che lo spazio era troppo o era poco! Eh l’occhio! La distanza, senza misurarla, non è semplice. E poi girandola tonda si perde un po’ di misura. Quest’altro sembra etrusco…me l’hanno detto eh, io non lo so… Questo m’hanno detto che sembra come un altarino del Messico. C’hanno le scalette no? Ma nun c’hanno le spalliere, per cui è facile cascà. Aspetta che devo prendere una pasticca importante, dopo moio se non la prendo!”

Si riempie un bicchiere d’acqua e ingurgita la sua pastiglia.

’Ste robe, mi ha detto il sindaco, quando mori le portiamo al museo comunale”.

E le poesie, quelle sui fogli fotocopiati, come si mette a scriverle, le poesie, le chiedo con la voce un po’ più alta.

“Mi vengono la sera, quando me ne sto qua. Mi basta un foglio bianco, mi vengono secondo quello che è successo quel giorno, secondo le persone che ho visto durante la giornata, se avevano l’espressione triste o allegra. Ce n’era una bellina, so tutte belline, però… Questa te la regalo tiè!”

Devo leggere io?

“Sì, ma leggi forte però”

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Se spesso e volentieri ci facciamo un quadro
di quella o quello che sono nostri amici
diciamo, e lo dicono tutti:
“oh beata lei, bella felice, coi soldi
chissà io al posto suo che farei!”.
È invidiata da tutte quelle del gruppo, è il simbolo della felicità
lei sta al gioco, mai si lamenta,
è una caramella al miele, noi alla menta.
Un giorno ha deciso di scrivere un libro
un’autobiografia della sua vita
e, come un fiume gonfio che si riversa in mare,
ha detto tutto
si è voluta liberare.
Cari lettori che siete curiosi di sapere
e di confrontare le situazioni, vi giuro:
di tutte le pene che esistono al mondo
protagonista era stata,
aveva toccato il fondo.
Non sto a spiegare, ma è pura verità,
mai invidiare chi intorno a noi ci sta.
Il più delle volte chi ci sembra felice
è solo un quadro buio
la luce è nella cornice.

“Queste sono belle parole, ma chi l’avrà scritte? M’hanno detto che le scrive una donna, che è brutta come una befana, senza denti, e burina…ancora la devo conoscere! Assomiglia un po’ a questa…”
E indica la foto nella cornice che la ritrae giovane e caruccia e sveglia.

Le chiedo se vuole sceglierne una lei, una poesia che le piace particolarmente, a cui è affezionata. Mette gli occhiali e pesca un foglio a caso dal mazzo.

“Ah, queste so tutte riflessioni mie”

“Questa colpì una signora di Perugia; m’ha detto Questa me la prendo e me l’attacco in cameretta. Si vede che era una sfiduciata”.

Si mette a leggere con una bella voce poderosa, ogni tanto inframezza le massime coi suoi commenti.

Vivere di rimpianti è tristezza,
vivere di rimorsi è dolore,
vivere di ricordi è bello e fa bene al cuore.

“Ma che parole gentili ‘sta vecchia”

A noi ci sembrano sempre felici gli altri,
ma agli altri gli succede la stessa cosa.

È meglio avere più autostima di quella che meritiamo,
che non averla pur meritandola.

“Questa colpì una signora di Perugia; m’ha detto Questa me la prendo e me l’attacco in cameretta. Si vede che era una sfiduciata”.

Non c’è cosa più bella della libertà,
ma un bicchiere d’acqua non te lo dà.

“Hai capito? Io so’ libera, pienamente libera, però se ho bisogno d’un bicchiere d’acqua la libertà non me lo dà. Ci vuole sempre qualcuno, che ti faccia compagnia, anche quel poco.”

L’orgoglio è la forza degli infelici.

 Se non ci fosse un po’ di fantasia,
la vita sarebbe una porcheria.

 La lingua taglia e cuce,
ci vorrebbe il poro Duce….

“Eh, porca miseria! Senti quest’altra eh. S’intitola La burocrazia e parla di tutti”

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Questa parola accomuna tutti,
da tutti odiata: non è democrazia,
ma parlo delle lungaggini da fare,
del povero cittadino che queste pratiche ha da sbrigare.
Quando davanti ti trovi l’impiegato
che ti dice: “Ancora non hai dato il foglio
e pure va prima timbrato!”
Credetemi è uno sfinimento
dover fare qualsiasi documento,
ci sbattono di qua e di là
e poi alla fine
facevi prima ad andare al confine.
E allora questa volta sono incazzata
di essere italiana ed esser qui nata!
Talvolta basterebbe un’autocertificazione
invece ti fanno fare file come fossi un coglione,
e quando ti sembra di aver fatto tutto
è perché a quel tale gli hai regalato un prosciutto.

A proposito, la zuppetta alla genovese, lo sai che cos’è? Fagioli con le cotiche, e sotto ci sta il pane coll’olio e l’aceto. Bona, sa? Se ne vuoi, là ce n’è un piatto.
Adesso ti leggo questa e poi, basta. Un’aquila frustrata. È il titolo. Non frustata, frustrata. Io sono un’aquila frustrata, perché finora quando venivano in casa le persone non mi ci trovavano mai. Ero di qua, ero di là, ora che c’ho queste [batte le stampelle contro il pavimento] mi ci trovano sempre, e sono un’aquila frustrata. Purtroppo.”

Addolcisce la voce, che resta poderosa, e inizia a leggere:

Sì, miei cari lettori che i miei scritti leggete,
adesso la mia mano è un po’ tremante
nel senso che, come nel titolo ho iniziato,
sono un’aquila frustrata
con meno fiato.
In quanto tale spiego tutto in questo scritto:
sto perdendo la salute a poco a poco,
quell’aquila che sono stata fino adesso
sta perdendo le piume e le penne in eccesso,
ha già perso nel piumaggio i suoi colori
il suo sguardo non è più aggressivo.
Se prima aveva sempre preda abbondante, gli onori,
adesso gli basta poco, insieme ai suoi dolori. 

Concludo: è proprio vero che tutto ha fine,
anche l’aquila si punge con le spine,
se finora era sempre in virata, in picchiata,
ora sta sullo scoglio, stanca e accucciata

“Questa è la vita mia, che me ne sto sullo scoglio, che è Pitigliano, accucciata. C’ho 80 anni, è vero, però mi dico sempre che un pochino troppo presto le gambe m’hanno ceduto.”

Mi chiede se torno nel pomeriggio, e se le posso prendere una busta di caramelle alla menta, quelle dure, Sperlari, di menta, se no niente, grazie. Mi dice di bussare che tanto la trovo sempre a casa. La saluto.

 

P.S.: Nel libro Millelire stampato da Baraghini, insieme alle ruote di Giuliana Zimei, c’è un testo che funge da introduzione e cornice, una sorta di lettera a Giuliana firmata da David De Carolis. Ne riporto uno stralcio, qui in chiusura:

“Ormai molte persone sono venute a casa tua o alle mostre, a vedere ciò che realizzi, alcune hanno scritto dei pensieri che sono stati inglobati fra le caselle del muro-scacchiera-cruciverba: “chi le vede dice che so’ cose delle civiltà antiche… dice che quelle maschere o quei rosoni che mi garba di fa’ ora… so cose degli Incas, degli Aborigeni… ‘nsomma dicono tutti la stessa cosa”.
Ora forse sono più vicino alla soluzione. Tutti dicono la stessa cosa, so’ cose degli antichi, certo, ma non perché i cerchi che disegni sembrino vecchi o già visti.
Assomigliano a tante cose, chi se li trova davanti agli occhi prova una innata sensazione di famigliarità. Il motivo di ciò è che essi appartengono tanto al passato, quanto al presente e al futuro, sono di sempre e di tutti.
Provengono dal mondo degli archetipi, cioè forme e strutture primordiali contenute nell’inconscio collettivo, che riconosciamo istintivamente, perché di esse è costituito il nostro universo, sia fisico che mentale.”

Nella gallery le ruote di Giuliana Zimei, dal libro Millelire a lei dedicato: