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Quell’autobus chiamato speranza

Reportage

A cura di Flavia Piccinni

Fotografie di Mattia Rubino

 

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Bus To Go è un servizio di trasporto passeggeri speciali: i partecipanti ai concorsi pubblici. Nato dall’idea di due infermieri di Salerno, organizza viaggi da Campania, Puglia, Abruzzo, Molise; direzione concorso ostetriche, concorso infermieri; bus su cui viaggiano persone al seguito delle proprie speranze. Un’Italia che si muove al tempo degli anni ’50. Partenza al pomeriggio, arrivo al mattino dopo, sogno del posto fisso. Abbiamo inviato la scrittrice Flavia Piccinni al concorso infermieri a Genova. Il fotografo Mattia Rubino invece ha viaggiato sul bus diretto al maxi concorso per gli infermieri al palazzetto dello sport di Monza, sospeso per irregolarità a causa di uno dei partecipanti sorpreso a fotografare il contenuto della busta. Ecco un diario di viaggio senza fine.

 

In tutte le periferie d’Italia, c’è sempre una piazza con molto cemento e qualche cartaccia. Si tratta di una piazza defilata, a volte in prossimità della stazione ferroviaria, a volte dell’uscita dell’autostrada. In una di queste piazze alla periferia di Salerno – con molto cemento, molte cartacce, l’insegna di un bar sbiadita e una rotonda fatta di palme – c’è un autobus blu. Sul parabrezza, un foglio giallo e nero recita Bus To Go.

Appoggiato a questo autobus blu se ne sta Salvatore, la sigaretta penzoloni dalle labbra, la camicia azzurra a mezze maniche che gli fascia la pancia bitorzoluta e lascia intravedere un petto di peli brizzolati, suggerendo una catenina d’oro giallo allo stile partenopeo. Salvatore che ha sessant’anni, e fa l’autista da trentacinque; vive a Nocera Superiore, un paesone di 25mila abitanti in provincia di Salerno, sfoggia dei vezzosi baffi grigi, un riporto di capelli radi, contorno d’altri tempi a una testa allungata e un poco abbronzata. I ragazzi lo salutano come un amico, lui segna il nome su un foglio con una grafia illeggibile, li fa passare con uno sguardo lungo, da film western.

I ragazzi lo salutano come un amico, lui segna il nome su un foglio con una grafia illeggibile, li fa passare con uno sguardo lungo, da film western.

Tutto intorno la piazza è accaldata, fatta di parenti e di amici che guardano e sperano. Sono facce grasse, sudate, con occhi mobili, con occhi bovini; sono corpi appesantiti, costruiti da carboidrati e dolci, che indossano abiti economici, usurati, dalle tinte neutre. Sono proiezioni del destino dei candidati in partenza: e i lunghi abbracci suggeriscono eterni addii, le buste di plastica fanno intravedere carte argentate a custodia di panini farciti con frittata e affettati, le mani che si schiantano sui volti riportano ad ancestrali quadri meridionali di misticità e devozione. In bocca al lupo è la raccomandazione più ricorrente. Questa volta è quella buona, l’augurio ripetuto con maggiore frequenza. Si sale sul bus – nel suo odore asettico, sulla moquette grigia, pulita eppure consumata – come su un traghetto per una vita migliore.

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Comincia la conta. Salvatore passa per il corridoio puntando l’indice sui candidati, che per adesso sono semplici ragazzi; segnando su un foglio crocette e numeri. Alcuni scherzano, dicono “io sono io”, un cuscino gonfiabile viene sistemato dietro la testa. Salvatore torna al suo posto, vicino al collega che non ha i capelli e porta gli occhiali lunghi sul petto con una catenella verde. Lascia sul sedile il blocco e la penna; si sfila dalla tasca qualcosa, un foglio accartocciato, o forse un fazzoletto. Afferra il microfono. Lo mette alla bocca, di lato, piano, con sicurezza, come uno showman consumato. Annuncia: Si parte.

Salvatore afferra il microfono. Lo mette alla bocca, di lato, piano, con sicurezza, come uno showman consumato. Annuncia: Si parte.

Quando l’autobus lascia Salerno, il pomeriggio è diventato sera. Ci si arrampica lentamente per strade tutte uguali, in paesaggi di campagna fatti di alberi bassi e cespugli, su un cemento di buche; a volte, oltre i monti, si intravede il mare. Un vociare d’attesa corre sul bus, ed è un domino di aspettative: in molti si conoscono, due ragazze si raccontano dei rispettivi fidanzati, altre due parlano della ricetta di un dolce o forse di un antipasto, non capisco bene, sento solo che ci vuole molto zucchero e molta pancetta; i maschi stanno perlopiù in silenzio: scrivono sui telefonini, ascoltano la musica con cuffie bianche.

La parola concorso o maxiconcorso è pressappoco bandita, ma viene suggerita dagli occhi stanchi che si riversano fuori dal finestrino, dalle teste che cercano la comodità con fatica. Tutto però rimanda alla meta finale: la selezione per infermieri di Genova. Una corsa a ostacoli che ha visto partire 8000 candidati per 25 posti da assegnare subito, e 300 nei prossimi anni. Chi viaggia oggi ha superato il primo test. “Adesso siamo solo in 2500” mi spiega Gianni, un gigante di 26anni dagli occhi azzurri e i capelli biondi, infermiere a tre euro l’ora in una cooperativa napoletana.

“Faccio concorsi a tappeto: sono stato a Venezia, a Milano, a Torino. Ero anche a Roma, a luglio, quando rinviarono tutto per la seconda volta a una manciata di ore dall’inizio. Una perdita di soldi, per fortuna anche allora viaggiavo a risparmio, come adesso. Se non sbaglio c’era anche Umberto, uno degli organizzatori”.

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Il riferimento è a Umberto Formisano, ventiseienne di Nocera Inferiore, che insieme a Raffaele Di Sieno, concittadino di un anno più piccolo, ha ideato Bus to Go. Umberto mi ha raccontato che tutto è nato da un’idea semplice: “Dopo la laurea non avevo un lavoro, all’invio dei curriculum nessuna risposta e dunque l’unica opzione restavano i concorsi pubblici. Ho cominciato a girare l’Italia, e per ogni test partivano un sacco di soldi, dai 150 euro in su. Allora ci siamo inventati un’alternativa per risparmiare”.

Un’alternativa per entrare in quel business inesauribile e poco evidente – declinato attraverso viaggi, hotel, ristoranti e bar – che prende forma grazie al fiume di candidati coinvolti nelle selezioni statali. E che ha fatto la fortuna di Bus to Go, che ha trovato il suo rapido e inaspettato successo per mezzo della diffusione sul web, tanto da arrivare a superare per il 2017 i 100 bus riempiti (solo per il concorsone di Genova gli autobus sono stati 10).

La parola concorso o maxiconcorso è pressappoco bandita, ma viene suggerita dagli occhi stanchi che si riversano fuori dal finestrino, dalle teste che cercano la comodità con fatica. Tutto però rimanda alla meta finale: la selezione per infermieri di Genova.

Si passa in uno slalom assonnato – mentre gli occhi cominciano a chiudersi, e niente accade – da Nocera Inferiore, in una strada di case che si tramuta in decine di ragazzi in attesa che riempiono il bus. Salvatore fa il solito giochetto, che diventerà routine: scende, accende una sigaretta, con il blocco segna le presenze, controlla i nomi, dice qualcosa in dialetto. Nella calca di facce si fa spazio una donna con una gonna al polpaccio e i capelli corti, è la madre di una ragazza alta e annoiata; i due si abbracciano, raccomandiamola ‘a maronna dice lei, certo lo conforta lui. I nuovi arrivati fanno piano, per non svegliare chi ha già preso sonno, si accalcano in fondo, la ragazza saluta con la mano la madre fino a quando non scompare dal finestrino.

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Ci addentriamo in Napoli quasi fosse una scommessa: il traffico, i clacson, un passante attraversa all’improvviso, rischia di essere investito. Salvatore inchioda, alza il braccio, sbraita qualcosa in dialetto, dei ragazzi si svegliano di soprassalto. Gli sguardi si sono fatti concentrati sui quaderni, sui fogli, sugli schermi dei tablet e degli smartphone. Si studia come se non ci fosse alternativa, e tutto dipendesse da queste ore qui che anticipano il buio della notte. Il tempo viene scandito dalle soste, mentre i panini cominciano a essere scartati. Un odore di patatine fritte si allunga per il corridoio, un pacco di biscotti corre di mano in mano, qualcuno pesca, qualcun altro ringrazia e passa. La tensione tiene a bada la conversazione. Qualcuno chiama a casa: va tutto benesto studiandofra poco comincio a dormiresì che provo a riposarmi. Frammenti di dialoghi restituiscono sospettabili attese.

Sale una ragazza con i capelli ricci e gli occhiali da vista, la faccia simpatica, la voce roca. Abbraccia Salvatore: “Sono sempre io, speriamo che questa volta va meglio”. Lui le accarezza la testa come un padre gentile. “Va meglio, va meglio” dice, con gli occhi che sono liquidi, arrossati dalle luci e dalla strada. Si siede dietro di lui. “Ciao, sono Francesca e questo è il mio quinto concorso”, si presenta alla sua vicina.

Le due cominciano a sussurrare in questo bus di addormentati. Francesca racconta della madre che fa le pulizie e del padre che è disoccupato da quando la fabbrica dove lavorava ha chiuso due anni prima, del fatto che i soldi per il bus ogni volta è difficile trovarli, che studia ogni giorno, che ci crede, che è l’unico modo per lavorare: “adesso la mia famiglia conta su di me” conclude, con una convinzione granitica, ma poco reale. Maria Luisa – capelli legati scuri in una coda, la faccia tonda, gli occhi nocciola leggermente allungati – annuisce. Lei di anni ne ha venticinque, vive in provincia di Salerno, si occupa di due anziani del suo paese che facevano gli insegnanti.

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“Doveva essere una cosa provvisoria, loro cercavano una badante perché i figli vivono a Napoli e non ci possono stare. Ma io sono un’infermiera! Per fortuna sono persone per bene, lei è una signora gentile, ma è molto malata. Non ci sta con la testa, mentre lui non riesce a camminare. Io però avevo bisogno di lavorare, non c’erano alternative e allora mi sono detta: proviamo, almeno guadagno qualcosa. Sono passati dieci mesi, e non me ne sono neanche accorta. Ho fatto dei concorsi, alcuni li ho passati, ma prima che arrivino le graduatorie divento vecchia. E i soldi sono pochi, non mi bastano. Sai quanto mi pagano?”. Francesca scuote la testa, i suoi ricci scuri ondeggiano intorno al viso e un’espressione di curiosità controllata le deforma il sorriso.

“Mi pagano a nero. Quattro euro l’ora. Non ho contributi né tutele. Ma io voglio una sistemazione reale, mica posso pensare di programmare il mio futuro su queste basi. Io mi voglio sposare, sto fidanzata da dieci anni, lui fa l’operaio. Gli ho detto muoviamoci verso il Nord, qualcosa la troviamo, ma non se ne parla. Al paese lui sta bene, ci sono gli affetti, i genitori, i fratelli. Il fatto è che la città ti sfrutta e basta. Quando mi sono iscritta all’Università, un po’ ispirata da mio nonno che faceva l’infermiere, mai avrei creduto che ci sarebbero stati problemi per trovare un impiego. E invece sono sei volte che provo il concorso, che pure io come te metto da parte i soldi per gli autobus, che chiedo a mia madre di sostituirmi quando devo fare il test, perché i due anziani mica li posso lasciare. Io ci voglio credere, ci devo credere per forza. La verità è che non ci sono alternative. Oggi, qui, ci giochiamo qualcosa di importante. Ma tu lo sai”.

“Io mi voglio sposare, sto fidanzata da dieci anni, lui fa l’operaio. Gli ho detto muoviamoci verso il Nord, qualcosa la troviamo, ma non se ne parla. Al paese lui sta bene.”

Francesca annuisce. Quel qualcosa di importante consta di due parole: posto fisso. E continua ad essere il sogno italiano per eccellenza, almeno secondo quel rosario di credenze che gli aspiranti infermieri recitano senza sosta. “Per me è un miracolo. Una cosa irraggiungibile” sentenzia Luana, 33 anni, che è tornata a Napoli perché “mi mancava il sole, e adesso rimpiango la nebbia perché almeno a Brescia un lavoro ce l’avevo”.

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Il posto fisso che è anche il sogno supremo di due fidanzati napoletani, 25 anni, un impiego stabile e ben retribuito nella periferia di Londra: “Ci siamo fidanzati durante l’università. Ci siamo laureati insieme, e subito dopo la laurea, sempre insieme, siamo partiti per la Gran Bretagna. Ci avevano detto che lì era facile trovare un lavoro, anche se uno non parlava bene la lingua. Dopo due settimane ci avevano assunto, abbiamo preso una casa in affitto e iniziato una nuova vita. Siamo lì da un anno e mezzo, ma non ne possiamo più. La vita è una vita vuota. Non ci sono gli amici, non ci sono i parenti, il cielo è sempre grigio.

Lo stipendio è buono, in due facciamo una bella vita, la casa, le serate fuori, ma manca qualcosa. È come stare in una bolla, sappiamo che è solo questione di tempo perché noi vogliamo tornare. I nostri figli non vogliamo mica farli crescere lì. E allora ci siamo presi le ferie per tornare in Italia e provare il concorso. I nostri nomi non li mettere, perché se lo sanno a lavoro succede un casino. Figurati se quelli capiscono perché ce ne vogliamo andare. Ma il punto è che tutti e due – mi spiega lei, una bella ragazza dai capelli neri e dagli occhi verdi, lo sguardo intenso di chi già assapora il futuro – sogniamo di avere il trasferimento e mettere su famiglia. A Napoli”.

A Caserta arriviamo che è notte, il viaggio dopo neanche cinque ore si è rivelato un tran tran sfiancante: si ondeggia, sospesi nel sudore di tutti, con il sedile che a ogni frenata diventa una seconda pelle, i finestrini freddi su cui le teste si appoggiano; le luci si spengono una a una, i libri stanno tutti dentro gli zaini. Si dorme schiacciati al sedile, le teste che si inclinano, gli occhi che si aprono piano per una frenata improvvisa, per il suono del clacson. Qualche coperta viene srotolata sulle gambe e i cuscini gonfiabili si adagiano al vetro. La concretezza del viaggio per il posto fisso s’aggrappa a ogni dettaglio, si forma nel profilo moderato dei comportamenti, delle poche parole, nell’attesa.

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Alle due c’è una nuova sosta. Salvatore, con la consueta voce suadente, suggerisce: “Ci fermiamo dieci minuti, e si riparte”. La pausa si rivela molto più lunga, ma ha ugualmente il profilo di una corsa contro il tempo; battere gli altri per arrivare primi in bagno, battere gli altri nella fila alla cassa del bar. Quasi tutti si fermano prima di salire – mentre Salvatore invita a non perdere tempo, invano – per fumare l’ennesima sigaretta; Luana si lima le unghie, un’altra si siede sul marciapiede e sorseggia un caffè intirizzita.

La pausa si rivela molto più lunga, ma ha ugualmente il profilo di una corsa contro il tempo; battere gli altri per arrivare primi in bagno, battere gli altri nella fila alla cassa del bar.

L’arrampicata verso la Liguria ricomincia, e crolla un silenzio di sonno e di speranza. Quando ormai siamo alle porte di Genova, l’autobus si ferma: “Ultima sosta prima dell’arrivo” promette Salvatore. Si scorge la tensione; lo sguardo di tutti è oltre il finestrino, verso il mare. Si avanza nel groviglio di palazzotti che è Genova, perdendosi nei labirinti in prossimità del porto, raggiungendo una strada in salita. Poi l’autobus rallenta, un vociare che è tutto svegliamoci – siamo arrivati – finalmente! – è il momento s’infila fra i sedili che sono diventati una cuccia, puzzano di risveglio e di sapori corporei. Il bus inchioda.

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Sono le sette, mancano due ore all’inizio del concorso. Salvatore si alza, guarda i ragazzi – forse studia le loro facce assonnate, forse semplicemente spera che facciano presto, perché per lui è arrivato il momento di andare a dormire -, soppesa la loro aria stanca, magari non avverte la sua. I capelli gli si sono appiccicati sulla fronte: “Ragazzi siamo arrivati. Oltre non possiamo andare. Scendete e ci vediamo dopo” annuncia al microfono. Qualcuno chiede di poter restare, c’è ancora tempo per il concorso, nessuno sa dove andare, fuori fa freddo.

Salvatore però – che è abituato ad accompagnare i pellegrini per i santuari, e a portare l’autobus su e giù per l’Italia secondo la linea richiesta dal GruppoBuonocore per cui lavora – è categorico: “O venite al parcheggio con noi, o scendete. Qui noi non possiamo restare. E pure noi c’abbiamo sonno e ci dobbiamo andare a riposare. Forza, non fare storie”. Poi bonario conclude con un “In bocca al lupo ragazzi, fate del vostro meglio”, e parte l’applauso cui lui si aggiunge con un’inaspettata soddisfazione.

Il concorso è alle nove. Il tempo passa fra le sigarette, i libri che vengono sfogliati, le chiacchiere, le telefonate a casa. Un sole sbiadito s’affaccia. Poi, d’improvviso, il tempo accelera e i candidati – quella con la gamba imbracata in un tutore azzurro, quella con le unghie finte lunghe cinque centimetri, quello con il bastone – si sistemano tutti intorno all’ingresso. Guardo questo frammento d’Italia che è un condensato.

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Non ci siamo solo noi pellegrini di bus partiti dalla Puglia, dalla Basilicata, dalla Campania. C’è chi è venuto dalla Sicilia in un viaggio della speranza (“ho preso due aerei e un bus, i soldi me li ha dati la nonna” mi ha confidato un ragazzo di Catania), chi da Trieste con Bla Bla Car, chi ancora da Verona: il caso di Francesca, denti sporgenti, acne a costellare il viso, ancora addosso la tuta gialla dell’infermiera che presta servizio sull’ambulanza: “Sono di Genova, ma vengo da Verona. Questa notte ho finito il turno alle quattro, poi un’amica mi ha dato il cambio e il mio capo mi ha portato al casello di Milano, dove mi aspettava una collega. Abbiamo guidato tutta la notte, trovato due incidenti, sbagliato non so quante volte strada, ma siamo arrivate. Ho 24 anni, dopo 7 mesi da co.co.pro adesso sono assunta dalla Croce Gialla, sono tranquilla, ma non mi dispiacerebbe avvicinarmi a casa”.

Alle nove e cinque minuti i candidati entrano in processione dentro l’edificio di mattoncini rossi, che pare inghiottirseli uno a uno. Dopo due ore la prima prova finisce, i candidati affollano il vicino bar, nell’euforia dei proprietari che non sapevano niente e benedicono il dio concorsone. Si ordinano panini e focacce liguri quasi fosse in atto una carestia. Tutti discutono delle risposte, ognuno ha indicato qualcosa di diverso, i sorrisi si trasformano in dubbio e i dubbi lasciano spazio alla certezza di non aver superato il test. Nemmeno questa volta.

Dopo quasi due ore i risultati vengono esposti all’ingresso principale, e su un paio di colonne nel giardino: i partecipanti affannati, rabbiosi, stanchi si fanno largo, puntano il dito e cercano il loro nome. Maria Luisa l’ha superato: “Sì, è andata bene, adesso c’è la pratica” mormora, con un tono di voce neutro, di chi non vuole farsi troppe aspettative. Oltre lei soltanto altri quattro passeggeri del bus ce l’hanno fatta; contengono la soddisfazione per un rispetto anacronistico. I bocciati parlano al telefono, mormorano che la prova era difficile e che è andata male.

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“Anche questa volta” ripete Francesca. La voce le si rompe, si mordicchia le labbra, prova a trattenersi, il viso si rattrappisce in un’espressione di dolore e di miseria, di sconfitta; i capelli ricci le circondano il viso come uno hijab: sembra una Madonna meridionale, o una Medusa. Una fratellanza inaspettata si fa largo, ci si abbraccia come amici e come disperati. In fondo, il posto fisso è un’utopia: in Italia solo sei giovani su 10 tra 25 e 34 anni hanno un impiego (7 maschi su 10, e 5 donne su 10). Degli impiegati globali, però, il 54,3% lo mantiene per più di dieci anni.

Alle nove e cinque minuti i candidati entrano in processione dentro l’edificio di mattoncini rossi, che pare inghiottirseli uno a uno.

Sono quasi le tre. Il tempo ha perso il suo scorrere, per diventare altro: per vivere in virtù dei tempi di chi deve fare la prova di pratica – un altro test a crocette, in cui è necessario mettere in ordine una procedura infermieristica -, e adesso resta in attesa della chiamata; il cielo si ingombra di nuvole, un vento di mare malinconico accompagna l’ingresso e, poco meno di un’ora dopo, l’uscita. Il gruppetto dei promossi viaggiatori si riunisce fuori l’ingresso, tutti concordano nella risposta data, sperano, si dicono, ancora, incessantemente: questa è la volta buona! Sapevo che dovevo venire a Genova! L’autobus arriva, lo notiamo da lontano: un gigante azzurro che si infila nelle strade di Genova. Salvatore apre la porta, con un sorriso d’orgoglio controllato sul volto. Anticipa l’atmosfera funebre che ha conquistato il bus.

L’ingresso dei quattro viene accolto in un silenzio addolorato, mascherato da noncuranza. Loro avanzano piano per il corridoio, si posizionano nelle prime file, lo sguardo basso, pare che abbiano fatto un torto a chi non ce l’ha fatta; mi tornano in mente delle parole, dovrebbero essere di Flaubert, da chissà quale adolescenza: l’importante non è vincere, ma che gli altri falliscano. Maria Luisa s’appoggia al finestrino, chiude gli occhi e si addormenta. Gianni si mette le grandi cuffie bianche, che indossava anche all’inizio, e ascolta della musica.

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Sono le quattro e mezza. Stanchi andiamo in marcia verso l’autostrada. Genova resta solo un piazzale di cemento e lo stanzone bianco dentro cui si è sostenuto il test. “Noi siamo i turisti dei concorsi: andiamo in giro, spendiamo soldi, ma non vediamo niente” mormora Francesca, “Ci speravo tanto, continuo a studiare, ma non ce la faccio”. Salvatore le si avvicina. “Hai mal di testa, vero?” le domanda. Lei annuisce: lui punta le dita al centro della fronte. “Ecco, adesso ti segno e passa tutto”.

Si fa buio, e con la notte le città diventano tutte uguali. Napoli fuori dal finestrino è il Vesuvio, una piramide nera nell’orizzonte scuro. Alla stazione, prima di ripartire, un uomo bussa: è vestito di nero, le mani che si muovono a scatti, chiede se può salire, ha perso l’ultimo autobus per tornare a casa, non sa come fare. Gli autisti devono conoscerlo, gli fanno cenno che va bene, questa presenza giustamente e devotamente sospesa si accomoda su un sedile, silenzioso, schivo, distante; con una bocca priva di denti, con degli occhi che paiono altrove, l’odore del barbone e il decoro di un nobile napoletano. Si riparte. Salerno all’alba è una distesa di abusi edilizi e bellezza. La città dorme, avvinghiata sul mare quieto.

Il sonno è crollato anche sui candidati: su chi fra poco dovrà andare a lavorare sperando di aver superato la pratica, e su chi ha trascorso tutta la notte a cercare i prossimi concorsi, su chi ha pianto in silenzio. Il ritorno è un viaggio di epica mediocrità e sconfitta: ad attendere non ci sono più corpi che abbracciano corpi, ma macchine che inglobano rapidamente i bocciati, vittime inconsapevoli di un sogno chiamato posto fisso. Poco prima di scendere, Francesca si gira, manda un bacio a Salvatore: “grazie lo stesso” gli dice, e se ne va. Salvatore allunga il braccio verso il finestrino, con tristezza; quando si volta mi vede, e scuote la testa. Poi, abbottonandosi la camicia in una stizza di decenza, mormora “Voi non potete capire”.

“Voi non potete capire”.