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Quattro piccole lapidi – Il cimitero di Grunewald, Berlino

17/07/2018
RIPadvisor

A cura di Giulia Depentor

Invece del solito trip certe volte è meglio un rip. RIPadvisor è la nostra rubrica di reportage cimiteriali: un racconto fotografico e narrativo aldilà dei luoghi comuni.

Valutazioni:

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Thanatos +++++

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Decido di visitare il cimitero di Grunewald, perché voglio vedere la tomba di Christa Päffgen – Nico dei Velvet Underground – che è sepolta qui dal giorno della sua prematura scomparsa, il 18 luglio del 1988. E mentre sono lì, mi imbatto in qualcos’altro.

Grunewald è una foresta, appena fuori Berlino. C’è il fiume Havel, che scorre all’ombra delle betulle, ci sono stagni e laghi. C’è la villa del Lago Wannsee dove nel 1942 Hitler e i suoi compagni di merende elaborarono la soluzione finale alla questione ebraica. E, ancora – si scorge da lontano – Teufelsberg (cioè la collina del Diavolo) un ammasso di detriti dove, durante la Guerra Fredda, si decise di costruire una stazione di spionaggio dalla quale per anni gli americani e gli inglesi riuscirono a captare le conversazioni e le trame dei pezzi grossi della Deutsche Demokratische Republik.

Il cimitero venne costruito nel corso dell’Ottocento per dare dimora ai defunti “scomodi”, i morti suicidi, che non potevano avere accesso ad una sepoltura cristiana nel centro della città e che, il più delle volte, sono annegati gettandosi nel fiume Havel per poi finire incagliati in una piccola insenatura nei pressi dell’insediamento.

Il cimitero venne costruito nel corso dell’Ottocento per dare dimora ai defunti “scomodi”, i morti suicidi, che non potevano avere accesso ad una sepoltura cristiana nel centro della città.

Ci sono anche tanti morti senza nome probabilmente dilaniati dai bombardamenti delle guerre mondiali, dunque, non riconoscibili. Ci sono soldati e civili, tutti marcati dallo stesso sconsolato e laconico “Unbekannte”. Ci sono le tombe russe, scure e spettrali, coperte da ragnatele e da indecifrabili caratteri cirillici. C’è poi la tomba di Minna B., malata d’amore e suicida per ben due volte – la prima fu solo morte apparente.
E poi c’è Nico, certo, il motivo della mia visita, sepolta con la mamma Margarete e ricordata dai fan con sigarette, poesie, bottiglie di vino, disegni e vari oggetti lasciati tra i fiori a sbiadire.

Il cimitero di Grunewald si trova nella parte più impenetrabile della foresta e si raggiunge dopo più di un’ora di cammino. Di conseguenza, è praticamente deserto. E fa paura.
La giornata è splendida e soleggiata, eppure, una volta trovato il cartello “Zum Friedhof” tra gli alberi e varcato il cancello, tutto si mostra sotto una luce sinistra, quasi sogghignante.

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L’orientamento si perde facilmente: malgrado le sue dimensioni esigue, non riesco ad immaginarne la struttura, le varie sezioni sono divise da siepi alte e incolte e gli stretti sentieri sono – in alcuni punti – totalmente ricoperti di edera che nasconde le sepolture.
Più volte, convinta di aver preso una direzione diversa, mi trovo di fronte alla stessa tomba – quella di Minna B.- in una sorta di inquietante déjà-vu.

Il silenzio della foresta, poi, viene più volte rotto da colpi secchi, non riesco a individuarne l’origine, si verificano sempre quando sono girata di spalle. Suggestione, dev’essere.
Quello che volevo vedere l’ho visto. Però decido di fare comunque un ultimo giro e di andare a ispezionare una radura appartata, larga al massimo due metri, con un’inspiegabile panchina al centro. Perché mettere una panchina al centro di una radura vuota?

Perché la radura non è vuota. Sposto le foglie d’edera che coprono il terreno. Ci sono quattro piccole tombe di bambini nati nel 1972 e morti tutti il 23 dicembre 1975. Chi sono Julius, Wanja, Mirka e Timm?

Qualche giorno dopo, alla Zentral und Landesbibliothek Berlin, mi procuro i microfilm dei quotidiani usciti il 24 dicembre 1975. Li visiono. Trovo quello che stavo cercando, tra le pagine del Berliner Morgenpost.

Berlino Ovest, 23 dicembre 1975.
In un asilo privato di Charlottenburg si sta svolgendo una piccola festa: una mamma ha portato una scatola di candele per dare più magia all’atmosfera del Natale, i bambini osservano rapiti le fiamme, cantano, si divertono, scartano i regali. Non ci sono molti alunni in quella scuola e le maestre sono solo due. Hanno 25 e 22 anni.
L’asilo è un appartamento di due stanze al piano terra, come ce ne sono tanti ancora oggi in città.

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Terminata la festicciola, verso le 11.30, le maestre si ritirano in cucina per bere il caffè. Improvvisamente, sentono un urlo e corrono a controllare che cosa sta succedendo nella stanza sul retro ma il corridoio è invaso dal fumo e loro non possono fare altro che scappare in strada urlando.
All’interno di quella stanza ci sono cinque bambini: Julius, Wanja, Jan, Mirka e Timm.

Le maestre, anziché azionare l’estintore, corrono in strada chiedendo aiuto ma, probabilmente in preda al panico, non chiamano i vigili del fuoco per un altro quarto d’ora che risulterà fatale ai piccoli imprigionati nella stanza. Le prime persone a tentare di penetrare nell’asilo in fiamme, sono due operai che lavorano in un cantiere poco lontano, i quali non sono per nulla attrezzati a fronteggiare situazioni di questo tipo. Cercano inutilmente di passare attraverso il muro di fumo e infine provano ad entrare nella stanza passando per il cortile trovando le finestre sbarrate.
Quando i vigili del fuoco arrivano è troppo tardi e non possono fare altro che trasportare i bambini all’ospedale, dove ne viene immediatamente dichiarata la morte per soffocamento.

Leggo gli articoli, penso alla tragedia. Mi chiedo se fosse evitabile. Mi chiedo perché nei giornali dei giorni successivi non si parli più degli sviluppi delle indagini.
Ripenso al cimitero deserto e spaventoso di Grunewald e mi chiedo come mai Julius, Wanja, Mirka e Timm siano finiti a riposare proprio lì.

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