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Rivoltare l'esercito: Proletari in divisa

Rivoltare l’esercito – Proletari in divisa

A cura di Mirco Roncoroni

Fotografie di Davide Volpi

Li chiamano “anni di piombo”, dietro però c’è la complessità di un decennio da considerare al di là di stereotipi e falsi immaginari. Abbiamo incontrato alcuni protagonisti di quella stagione, nel territorio in cui siamo immersi, Bergamo: cattolica, tranquilla (altro falso immaginario). Ve li restituiamo in tre puntate, tra Storia e storie di persone normali.

Nei primi anni Settanta, come la fabbrica e la scuola, anche la caserma diventa luogo di scontro. Ai militanti che si trovano a fare la leva obbligatoria è vietata ogni forma di espressione politica, causa l’arresto. Ma l’esercito è un’istituzione da rivoluzionare e, soprattutto, da tutelare. Quei militanti erano i “Proletari in divisa”, il movimento di protesta dei soldati. Tra di loro c’erano Gino e Livio.

 

“Ho trovato due foto”. Dall’agenda estrae due fotografie sviluppate su cartoncino, sono leggermente ricurve, i colori che ormai tendono a uniformarsi, sbiaditi dal tempo o da chissà che altro. “Sono le uniche che ho di quel periodo” mi dice Gino, le prendo tra le mani come fossero reliquie, investito dalla fiducia con cui mi dice “te le lascio, me le riporterai” e mi affida gli unici reperti di una parte così importante del suo vissuto.

Sul retro e sul bordo le date, “18.1.72” e “FEB 72”. In entrambe sono ritratti dei giovani in una camerata di caserma, a Foggia mi dice, durante la leva militare: sorridono, si abbracciano, posano fieri con il pugno alzato. “Questa era una parte dei compagni che costituiva il nostro gruppo all’interno della batteria. Vedi, questo è il giornale di Lotta Continua”, lo indica poggiato su una branda dal materasso-sottiletta impanato in una coperta di lana color noce. “Era una realtà molto varia. Questo era un operaio dell’Alfa Romeo, anche lui membro di Lotta Continua, questo era calabrese, quest’altro un contadino. E questo sono io, qui mi ero appena laureato, avevo più o meno 24 anni”.

“E questo sono io, qui mi ero appena laureato, avevo più o meno 24 anni”.

Gino oggi di anni ne ha 69, ci incontriamo dopo una riunione a cui partecipa come vicepresidente dell’Associazione Carcere e Territorio di Bergamo. È nato a Gandino, in Val Seriana, nel 1947. Penso a quella valle bergamasca nel secondo dopoguerra, le industrie tessili delle grandi famiglie svizzere, le modeste concentrazioni operaie in un bacino dalla vocazione contadina, la vita sociale che si esaurisce nel contesto di lavoro o negli spazi di associazione cattolica.
Gino è ancora giovane quando perde suo padre, lo ricorda nel ’56 esporre sul terrazzo di casa la bandiera dell’Ungheria per solidarizzare contro l’invasione sovietica del paese, “mio padre non era un militante politico, ma con quel gesto una piccola impostazione me l’aveva data”.

caserma movimento protesta soldati anni Settanta proletari in divisa“FEB 72”, caserma di Foggia. Gino è il secondo da sinistra in seconda fila.

Lui, invece, militante lo è stato, e non ha mai smesso di esserlo. Alla fine degli anni Sessanta frequenta l’Università Cattolica, che insieme alla Statale rappresenta l’epicentro milanese della contestazione studentesca, quella libertaria, dissacrante, antiautoritaria, terzomondista, ostile tanto all’imperialismo statunitense quanto a quello sovietico, dai riferimenti internazionali, le proteste nei college americani, il Maggio francese e la comunione tra operai e studenti, le Pantere Nere, la Primavera di Praga, Jan Palach, il Vietnam come modello esemplare in cui un piccolo popolo mal equipaggiato resiste alla più grande potenza militare del mondo1. E poi il retroterra cattolico, “È da Don Milani, non da Gramsci o Marx, che il movimento studentesco trae la sua definizione politica” scrisse Guido Crainz.

L’estremismo: rimedio alla malattia senile del comunismo, Gabriel e Daniel Cohn-Bendit, serie politica 9, Einaudi 1969.

Milano, Torino, Pavia, Trento, Pisa diventano i grandi luoghi d’incontro tra studenti e operai, culle del movimento da cui nasceranno gran parte delle organizzazioni della sinistra rivoluzionaria, il bacino che animerà la lotta sociale e politica per tutto il decennio successivo2.

Luigi Bobbio, Lotta Continua. Storia di un’organizzazione rivoluzionaria, Savelli, 1979.

Una di queste organizzazioni è Lotta Continua, il contenitore in cui in maniera più significativa precipitano gli umori, le idee, i comportamenti dei giovani3, quella che meglio prova a interpretare il carattere creativo e movimentista del ’68 rifacendosi alla SDS tedesca, alla “lunga marcia verso le istituzioni” teorizzata da Rudi Dutschke, allo “spontaneismo” in cui la rivendicazione politica non vuole essere mediata da partiti e sindacati ma partire dal basso, dalla partecipazione diretta alle situazioni quotidiane. “Il problema non è di porsi alla testa delle masse, ma di essere la testa delle masse” dirà Adriano Sofri, tra i fondatori del movimento. Lotta Continua prova a rivolgersi anche a quei soggetti potenzialmente “rivoluzionari” ma inseriti in aree sociali ingessate, non ancora toccate dalla contestazione: detenuti in carcere, senzatetto nei quartieri, soldati di leva nelle caserme. È da qui che nasce l’organizzazione dei “Proletari in Divisa”, il movimento di protesta dei soldati.

Giovanni De Luna, Le ragioni di un decennio, Feltrinelli, 2009.
Proletari in divisa leva esercito Lotta ContinuaIllustrazione di Proletari in divisa, periodico del movimento di protesta dei soldati, 15 gennaio 1972.

Torino, 7 aprile 1971. Il corteo che manifesta in occasione dello sciopero generale passa davanti alla caserma “Cavour” in Corso Brunelleschi. “Soldati sfruttati, ufficiali ben pagati”, “fabbrica, scuola, caserma, la stessa lotta” sono gli slogan che esplodono per la strada. Dalle finestre della caserma alcuni soldati sventolano fazzoletti rossi e sferzano il pugno chiuso tra le inferriate. Il corteo e i militari in caserma solidarizzano. L’avvenimento, piccolo ma significativo, sarà ripreso sul giornale Lotta Continua all’interno di “Proletari in divisa”, l’inserto dedicato ai giovani che fanno il servizio militare4.

4Elena Petricola, I diritti degli esclusi nelle lotte degli anni Settanta. Lotta Continua, Edizioni Associate, 2003.

In quello stesso anno Gino si laurea in scienze politiche, da tempo milita nel gruppo di Lotta Continua dell’Università Cattolica e in quello costituitosi a Bergamo città. Il servizio militare è dietro l’angolo, l’esperienza di cui resteranno solo quelle due fotografie.

leva esercito anni Settanta proletari in divisa Lotta continua

Mi racconta di essere sempre stato antimilitarista ma che “l’orientamento in quegli anni non era di fare l’obiezione di coscienza5 – c’erano solo i Testimoni di Geova che la facevano – ma di avviare un intervento nell’esercito e trovare nell’organizzazione dei Proletari in Divisa lo spazio dove esprimere la militanza, anche all’interno delle caserme”.

5 Il diritto all’obiezione di coscienza è introdotto il 15 dicembre 1972. Fino a quella data l’obiettore è disertore, di conseguenza condannato alla reclusione.

Nel ’71 arriva la chiamata, deve recarsi a Palermo per un breve periodo al CAR, il Centro di Addestramento Reclute. Sa di dover stringere immediatamente contatti con altri compagni all’interno della caserma ed entrare nella rete dei “PID”.

“Fischiettando Bandiera rossa o L’internazionale ci si riconosceva, si cominciava a parlare, a conoscersi per poi prendere contatti anche con le realtà organizzate all’esterno della caserma, con la sede di Lotta Continua in città, con i compagni che venivano spesso a volantinare fuori dalle caserme, a parlare con i soldati, a coinvolgerli in iniziative. Mi ricordo che mentre ero al CAR ci hanno mandato a fare i piantoni in camerata durante la cerimonia di giuramento, perché una delle robe che si usava dire in quell’occasione era l’ho duro! invece che lo giuro! e temendo manifestazioni di questo genere ci hanno messo lì dentro fino al termine della cerimonia.”

reclute caserma esercito militari anni Settanta protesta proletari divisa“18.1.72”, Foggia. Gino è il primo accucciato a destra.

L’intervento politico nell’esercito è sostanzialmente di carattere difensivo, resistenziale. Gli aspetti erano due, racconta. “Uno molto concreto, materiale: la difesa delle condizioni di vita dei giovani nella realtà di caserma, in particolare il diritto all’alimentazione, quindi la qualità del rancio. L’obiettivo politico invece era assicurare una presenza che fosse da garanzia rispetto un utilizzo dell’esercito nell’ordine pubblico. In quegli anni c’era una fortissima conflittualità sociale e non era escluso – come era successo già in alcune circostanze – che anche reparti dell’esercito fossero impegnati in funzioni di ordine pubblico, contro le lotte operaie ad esempio”.

Il dibattito sul ruolo dell’esercito prende ad allargarsi in quegli anni e si concentra sul suo carattere “separato” dalla società civile, viste anche le procedure del codice penale militare che spesso entrano in contrasto con la Costituzione6. L’istituzione militare va aperta al dibattito pubblico, democratizzata, modernizzata: l’esercito bisogna abitarlo, trasformarlo, renderlo vivibile e civile, al servizio della gente7, preservandolo da potenziali forze reazionarie che anche in Italia scossero il mondo istituzionale.

6 E. Petricola, op. cit.
7 Corrado Sannucci, Lotta Continua, gli uomini dopo, Lìmina, 1998

Ti dicono: è l’esercito che fa il cittadino. Perché anche dopo la naia, nel lavoro, a chi comanda servi così.

Si immagini questo scenario: è il 1964, i vertici dei Carabinieri organizzano il “Piano Solo”, un colpo di Stato che rimane incompiuto e che emergerà tre anni dopo travolgendo anche il presidente della Repubblica Antonio Segni, poi dimissionario. Si immagini un secondo tentativo nel ’70, ad opera di Junio Valerio Borghese e delle guardie forestali. E ancora, un terzo nel ’73, questa volta con lo zampino della “Rosa dei Venti”, l’organizzazione eversiva neofascista che vanta membri illustri nell’esercito e nei servizi segreti. Si immagini quindi un’Europa dai regimi militari, il franchismo in Spagna, l’Estado Novo in Portogallo, i colonnelli in Grecia. E ancora, la longa manus statunitense dietro il golpe Cileno del ’73, dietro gli eserciti dei membri NATO, e ci si interroghi di conseguenza sul senso di un intervento di democratizzazione dell’esercito.

Ti abituano a obbedire senza discutere. Ti abituano ad avere paura di chiunque abbia un grado. Ti abituano a non far rispettare i tuoi diritti. Ti abituano a non pensare, a vivere alla giornata. Ti abituano a fare le cose senza chiederti se servono e a cosa servono. Ti dicono: è l’esercito che fa il cittadino. Perché anche dopo la naia, nel lavoro, a chi comanda servi così.8

8 Volantino distribuito all’interno di una caserma, in Corrado Sannucci, Lotta Continua, gli uomini dopo, Lìmina, 1998

Gino Gelmi

Dopo il CAR, Gino viene trasferito a Foggia, reparto artiglieria pensante campale. “Anche lì siamo riusciti a costruire una presenza significativa, dei sodalizi abbastanza forti e una capacità di collegamento anche con altre caserme. Ricordo che sul tavolo del capitano della batteria c’era l’elenco dei componenti, vicino a ogni nome c’era la sigla delle organizzazioni di appartenenza: LC, PCI, AO, MS. Eravamo tutti classificati, c’era una schedatura micidiale. A me era arrivata una lettera di minacce da un’organizzazione di estrema destra, sulla scorta di segnalazioni che probabilmente venivano da un circuito di spionaggio interno alla caserma. Sai, si viveva comunque nel terrore, il clima era repressivo, era vietato fare riunioni, vietato partecipare a manifestazioni, vietata qualsiasi cosa dal punto di vista dell’espressione politica, nonostante non ci fosse l’idea di usare l’organizzazione dei Proletari in divisa come strumento di una rivoluzione armata, per intenderci. C’era gente però che è andata sotto processo per questo tipo di cose”.

Uno di loro è Livio Lanfranchi, amico d’infanzia di Gino. “Livio è stato qualche mese a Peschiera, al carcere militare, proprio per effetto di queste situazioni” mi dice, e mi consiglia di incontrarlo, di farmi raccontare la sua storia. Anche lui è un volontario dell’Associazione Carcere e Territorio di Bergamo, anche lui, tra una cosa e l’altra, si occupa di diritti dei detenuti e di reinserimento, anche lui è stato militante di Lotta Continua e Proletario in divisa.

“Io credo di essere il primo caso di un soldato assolto da un tribunale militare, quantomeno tra i Proletari in divisa.”

“Io credo di essere il primo caso di un soldato assolto da un tribunale militare, quantomeno tra i Proletari in divisa. E non è poco” dice Livio, annuendo e inarcando le sopracciglia. Sparpaglia sul tavolo le fotocopie di alcuni articoli di giornale che parlarono del suo caso. Dicembre 1975, “Un soldato bergamasco arrestato ad Alessandria” titola un articolo senza fonte che riprende un comunicato ANSA. Prosegue sotto. “I carabinieri di Alessandria hanno arrestato un militare, Livio Lanfranchi, di Bergamo, di stanza alla caserma Valfré, per reclamo collettivo. L’imputazione – secondo quanto si è appreso – è probabilmente legata a una manifestazione svoltasi negli scorsi giorni ad Alessandria per la riforma democratica del regolamento di disciplina.”

Tra un articolo e l’altro spunta la fotocopia di una fotografia in bianco e nero, leggermente sgranata dalla stampa. Un gruppo di ragazzi si stringe disordinato dietro il tavolo di una trattoria, guardano l’obiettivo visibilmente euforici, i bicchieri sulla tavola sono carichi di vino. Livio è in piedi, barba incolta e camicia d’ordinanza slacciata.

“Qui era una delle ultime sere prima del congedo, mi ero trovato a festeggiare con tutte ste persone. Eravamo a Pistoia, mi ci avevano trasferito dopo la liberazione e dopo l’arresto alla caserma di Alessandria dove avevo cominciato il servizio militare. A finire il servizio mi hanno mandato in una delle caserme dette ‘punitive’. Che poi non so cosa ci fosse di punitivo: per un mese sono stato lì senza fare un cazzo, ero anche andato a cercare il capitano per dirgli di farmi fare qualcosa”.

Livio Lanfranchi anni Settanta proletari in divisa esercito movimento di protesta soldati

Come Gino, anche Livio nasce in Val Seriana, a Colzate, il 16 marzo 1949. A separarlo temporalmente dall’amico solo il 1948, l’anno delle prime elezioni politiche dell’Italia repubblicana, quelle che inaugurano lo strapotere della Democrazia Cristiana che durerà da lì ai decenni successivi. “Mio padre era democristiano, ma una persona molto brava, mi ha insegnato il concetto di onestà e che le tue idee devi avere la forza di portarle avanti.” E racconta di sua sorella che è stata la più giovane sindachessa d’Italia, di fratelli e sorelle impegnati politicamente, di una famiglia che incarna quella vocazione cattocomunista così tipicamente bergamasca.

“Io inizialmente militavo nella DC, poi sono entrato in Lotta Continua. Prima di arrivare lì però ho iniziato con degli interventi nel sociale, tra il ’67 e il ‘69. Allora c’era il problema della scolarizzazione, la maggior parte di chi lavorava, soprattutto di una certa età, la terza media non ce l’aveva. E poteva essere un problema, per la carriera o anche semplicemente per trovare un lavoro. Io e Gino, insieme a tanti altri, facevamo dei corsi gratuiti, preparavamo gli operai e le operaie all’esame di terza media. Organizzavamo queste attività in varie scuole della Val Seriana, eravamo impegnati tutte le sere praticamente”.

Poi si iscrive a scienze politiche all’università Cattolica, “fondamentalmente perché volevo vivere l’esperienza del movimento studentesco”, ma dopo un anno passa alla Statale “dove c’era ancora più fermento”. Nel frattempo si trasferisce a Bergamo e comincia a lavorare sui quartieri.

“La maggior parte dei comitati di quartiere aveva una formazione cattolica, poi sono arrivate le organizzazioni come Lotta Continua, Avanguardia Operaia e altre ancora. Io ho fatto nascere il “Comitato Antifascista Carnovali”, lavoravamo sulle case popolari di via Carnovali, era come entrare in un paese, di fatto. Facevamo assemblee di condominio sugli affitti, sulle condizioni abitative. Ricordo che vendevo centinaia di copie di Lotta Continua ai pensionati, c’era un bel rapporto di fiducia”.

riappropriamoci del tempo libero controinformazione anni Settanta BergamoMostra di controinformazione del Comitato Antifascista Carnovali, tratta dal blog di radio Papavero, emittente libera attiva a Bergamo tra il ’77 e il ’79

Da universitario, fino a quel momento, Livio ha potuto rimandare l’arruolamento. Nel ’75 arriva la chiamata che non può più rifiutare, Alessandria è la destinazione prevista, caserma “Valfrè”, lì deve presentarsi.

“Nel contingente per Alessandria eravamo tutti universitari laureati o laureandi, dai 25 ai 27 anni. Appena arrivati abbiamo avuto subito uno scontro perché ok, eravamo matricole, ma c’erano i ragazzini di 18 e 19 anni che volevano farci fare le cazzate e certe cose non le abbiamo accettate. Fin dal primo giorno ci siamo ribellati alla famosa ‘vecchia’, che era quell’abitudine di far fare qualsiasi cosa ai nuovi arrivati. Il nonnismo in sostanza. E l’abbiamo stroncato subito. Quindi non era solo una lotta politica contro i capitani e le gerarchie dell’esercito ma è stato anche uno scontro con le mentalità che erano radicate in chi faceva il soldato. Per esempio, noi di Bergamo prima di essere assegnati dovevamo fare tre giorni a Brescia per un esame medico e qualche domanda stupida fatta da una commissione militare. Lì c’era una specie di rito d’iniziazione per cui era praticamente obbligatorio andare a puttane in via del Carmine, c’era tutto un iter che se non facevi ti portava a non essere considerato un vero soldato, un vero uomo. Questa logica noi l’abbiamo ribaltata subito.”

Ad Alessandria Livio è nel reparto autieri, guida camion e convogli militari, scarrozza i marescialli qua e là per il nord Italia. “Un bel settore” dice, “facevi le guardie e tutto il resto ma quantomeno mi dava la possibilità di respirare un po’ fuori dall’ambiente di caserma”. È la vita quotidiana all’interno della struttura ad essere problematica.

Come nel capitolo “Uomini e larve” de La Corazzata Potemkin, anche ad Alessandria a scatenare le proteste dei soldati è la carne avariata. “Quando noi siamo arrivati, io e gli altri del contingente, abbiamo subito organizzato lo sciopero del rancio. Ti arriva la carne coi vermi una volta, due volte, tre volte, ma se diventa un’abitudine poi la gente s’incazza. Dello sciopero ne hanno parlato i giornali, così è arrivato il comandante da Asti, ha schierato gli ottocento militari e a uno a uno ha ordinato di andare a mangiare, e lì se ti rifiuti ti arrestano. Noi del movimento avevamo detto che quando il comandante ordinava vai a mangiare si doveva rispondere signor sì! e andare. Però avevamo aggiunto anche arrivi, prendi il tuo rancio, lo butti nella spazzatura, esci e formalmente sei apposto perché non hai disubbidito a un ordine. Questi meccanismi sono importanti quando sei in una situazione repressiva, se non stai attento ti arrestano e basta, finisce la storia. Invece quello ha dovuto passare il pomeriggio a ordinare a ottocento persone di andare a mangiare, una storiaccia. Dopo una settimana tutta quella che era la dirigenza militare di Alessandria, sostituita.

Dopo una settimana tutta quella che era la dirigenza militare di Alessandria, sostituita.

Poi hanno mandato questo tenente colonnello a gestire la caserma, aveva un atteggiamento completamente diverso, quantomeno era intelligente e capiva che certe cose non si potevano fare. Tutte le mattine all’alzabandiera mi chiamava e mi diceva Lanfranchi, cosa c’è che non va? e io rispondevo che si mangiava di merda lì dentro, che ci arrivava la carne avariata. Con lui e con altri ufficiali sono riuscito a stringere un rapporto di fiducia, sapevano che ero Livio Lanfranchi di Lotta Continua, che non facevo le cose di nascosto. C’era rispetto, e ho sempre creduto fosse fondamentale il rispetto. Per dire, io mi sono sempre scontrato con della gente del servizio d’ordine di Lotta Continua che rompeva le macchine in giro, o con certi atteggiamenti che c’erano all’interno dell’organizzazione. Credibilità non è una parola vuota, la fai su dei comportamenti che gli altri possono vedere e verificare. Tant’è che quando poi sono stato arrestato questo tenente colonnello è stato mio testimone a favore al processo.”

Proletari in divisa Lotta Continua esercito protesta rancio

Il rapporto con le gerarchie che non sia esclusivamente conflittuale è un aspetto che si sviluppa soprattutto dopo un particolare avvenimento. “C’era stata l’esperienza portoghese, l’esercito che ha buttato giù la dittatura e ha preso il potere, la Rivoluzione dei Garofani”. Si riferisce al 25 aprile 1974, giorno in cui le forze armate portoghesi deposero il dittatore Marcelo Caetano ristabilendo la democrazia. L’esercito in armonia con le forze sociali e impegnato in battaglie civili è sicuramente un precedente dalla grande potenza fascinatoria. È Gino ad avermi raccontato di più a riguardo, avendo visitato il paese in quegli anni.

Mi spiega che dopo la rivoluzione Lotta Continua prese contatto con il governo aprendo una rappresentanza diplomatica a Lisbona, “con una sede che era più grande dell’ambasciata italiana” dice scherzando, o forse no, ma immagino che la cosa sia verosimile. Prosegue.

“Nei due anni successivi il Portogallo è diventato il punto di riferimento di tutta la gioventù rivoluzionaria europea. Io ci sono stato due volte, per un mese. La prima volta è stata scioccante, quando siamo arrivati in città c’erano i carri armati con il garofano rosso, il simbolo della rivoluzione, infilato nei cannoni. Si andava in piazza Rossio che era piena di capannelli di discussione politica. Ricordo una festa al palazzetto dello sport che è stata una cosa entusiasmante, una fusione tra realtà giovanili europee estremamente affascinante. Tutte cose che anche emotivamente indicavano come possibile l’idea che un mondo diverso si poteva fare.”

“C’era stata l’esperienza portoghese, l’esercito che ha buttato giù la dittatura e ha preso il potere, la Rivoluzione dei Garofani.”

Anche nella provinciale realtà di Alessandria l’idea che un mondo diverso si potesse fare accarezza Livio e il resto dei Proletari in divisa. “In quel periodo c’era fermento anche all’interno della nostra gerarchia militare, in tanti pensavano al proprio ruolo lì dentro, soprattutto i più giovani. Per dirti, noi siamo riusciti a organizzare un cineforum sulla Resistenza, era un segno importante, diverso, capisci? E poi la libreria, dove potevamo mettere e leggere libri di qualsiasi tipo. Anche all’esterno avevamo legami importanti con i compagni di Lotta Continua, con il sindaco di Alessandria che era un giovane socialista, con i sindacati, con gli operai delle fabbriche occupate, con l’ANPI e l’ARCI. I militari si muovevano all’interno di questo tessuto e questo ci aveva fatto diventare una parte viva della città, della sua politica diciamo, e il segno lo mettevamo. Organizzando convegni per esempio.”

festa anni Settanta Bergamo musica comitato antifascista carnovaliUna festa del comitato antifascista Carnovali. Fotografia tratta dal blog di radio Papavero

Proprio a causa di uno di questi incontri pubblici scatta il mandato di arresto per Livio. È mercoledì 2 dicembre 1975, i PID della caserma Valfrè e le altre realtà complici hanno organizzato uno spettacolo per i militari in occasione dello sciopero nazionale in programma due giorni dopo. Il sindaco mette a disposizione il teatro principale di Alessandria, quella sera Franco Battiato si esibisce gratuitamente, “era il periodo in cui si presentava vestito con una tunica bianca” ricorda Livio.

Durante lo spettacolo interviene un militare, parla delle condizioni di vita nelle caserme a una sala gremita, molti sono soldati. La manifestazione ha parecchia risonanza sui giornali, “il mio arresto è partito da lì” dice. “Quando una struttura è così chiusa dà fastidio che all’esterno se ne parli, vuole risolvere tutto all’interno, mettersi d’accordo con chi la combatte. Il mio tenente colonnello sapeva che i carabinieri mi puntavano e tre o quattro giorni prima dell’evento mi aveva detto Lanfranchi, le facciamo finire prima il militare, ma non ho accettato perché avrei perso la faccia davanti ai miei compagni. Sapevo che aspettavano solo il momento buono, già al tempo dello sciopero del rancio avevano cercato di arrestarmi costruendo delle prove. Il fatto è che io quella sera non c’ero, non ho partecipato all’evento, non sono intervenuto.”

“C’era un brigadiere infiltrato tra il pubblico, si era messo dei jeans con su la stella a cinque punte delle Brigate Rosse, non poteva che essere un carabiniere.”

Livio è a mangiare una pizza con tre sindacalisti della CIGL, predispone un alibi sapendo che con ogni probabilità i carabinieri si sarebbero mossi. “C’era un brigadiere infiltrato tra il pubblico, si era messo dei jeans con su la stella a cinque punte delle Brigate Rosse, non poteva che essere un carabiniere. Questo ha testimoniato che io avevo partecipato, che avevo preso la parola, che avevo fatto il comizio e quindi da lì è scattato l’arresto. Quindi su una cosa non vera, ma dovevano togliermi di mezzo. Se guardi questo elenco capisci che è stato un anno dove dal ministero è partito l’ordine di rompere il movimento dei PID, in un modo o nell’altro, togliendo delle persone chiave”.

Mi allunga un altro di quei vecchi articoli fotocopiati. C’è una lista parziale degli arresti nelle caserme tra il ’75 e il ’76, si legge “Il ministro della repressione: 93 arresti in un anno” e subito sotto “questa è stata l’unica risposta che Forlani [ministro della difesa, nda] ha saputo dare alle rivendicazioni di democrazia dei soldati e dei sottoufficiali, alle loro lotte per migliorare le proprie condizioni di vita”, “agli arresti vanno aggiunti le decine di denunce, centinaia di trasferimenti, migliaia di punizioni”.

Proletari in divisa Lotta Continua anni Settanta caserma protesta

Una mattina di pochi giorni dopo i carabinieri si presentano in caserma. “Il mio tenente colonnello non li ha fatti entrare, li ha lasciati fuori ad aspettare. Io avevo appena accompagnato i militari col camion, ero nel piazzale, l’ho visto avvicinarsi e ho capito. Purtroppo sono obbligato a consegnarla ai Carabinieri mi dice, c’è un mandato per l’iniziativa del concerto. Attraversando il cortile facevo il gesto delle manette ai compagni in modo che partisse la comunicazione con Lotta Continua. Poi il tenente colonnello mi ha portato a casa sua, c’erano la moglie e i figli, mi ha dato sacchi di fazzoletti di carta perché ero raffreddato, i quaderni e le penne che gli avevo chiesto per scrivere, visto che avrò tempo. Mi ha dato dei gettoni per telefonare a mia moglie, mi ha offerto il caffè, mi ha fatto salutare i capitani e i tenenti e poi mi ha detto mi raccomando, non mi saluti troppo calorosamente. Mi ha accompagnato fuori dalla caserma e consegnato ai carabinieri di Alessandria. Le scriverò gli ho detto io.”

Il mattino dopo due carabinieri lo scortano fino a Peschiera e lo consegnano al carcere militare. Mi parla della prima settimana in isolamento, dei telegrammi di solidarietà che cominciano ad arrivare dal sindaco di Alessandria, dall’ANPI, dalle scuole, dai Radicali.

La routine mattutina in cui chi si sveglia per primo prepara il caffè e la crema con lo zucchero per tutti.

Poi l’organizzazione di camerata con una ventina di detenuti “politici”, la routine mattutina in cui chi si sveglia per primo prepara il caffè e la crema con lo zucchero per tutti, il momento durante la cena dell’ultimo dell’anno in cui scoprono che la bottiglia di aranciata da un litro e mezzo portata da suo padre contiene grappa, la serie di “robe simpatiche che succedevano lì dentro” nonostante fosse “tutti i giorni una lotta continua”.  A Peschiera resterà circa un mese e mezzo, fino al giorno del processo.

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22 gennaio 1976. “Torino. Tieni presente che è un tribunale militare: aeronautica, carabinieri, tutti. Mi portano dentro con una tuta blu, ferri da medioevo alle mani e ai piedi, una roba umiliante. Pieno di gente, da Bergamo e da Alessandria sono arrivati tre pullman. Dentro sto dietro le sbarre, c’è la giuria, ci sono i testimoni a favore tra cui il mio tenente colonnello e i tre sindacalisti di Alessandria che poi hanno messo a conoscenza la giuria del fatto che io non avevo partecipato a quella serata, che non avevo parlato, che non ero io la persona che doveva stare lì. E i carabinieri lo sapevano bene chi era quella persona”.

“Assolto il compagno Lanfranchi” titolerà un articolo su Lotta Continua del giorno seguente.

“Assolto il compagno Lanfranchi” titolerà un articolo su Lotta Continua del giorno seguente, “per insufficienza di prove dall’accusa di aver parlato a un’assemblea pubblica”. La mattina del 23 Livio riceve il foglio di via, deve recarsi a Pistoia per terminare il servizio militare. “E sono andato a Pistoia. Prima di entrare in caserma sono stato a prendere i contatti con i compagni di Lotta Continua, e ho ricominciato a fare il PID”.

leva militare congedo Pistoia proletari in divisa anni Settanta Lotta continuaLa sera della festa per il congedo, Pistoia, 1976.

È il gennaio di quarantuno anni dopo. Nella sede dell’Associazione Carcere e Territorio di Bergamo Livio sta dicendo a Gino di essere ancora alle prese con un raffreddore, si rincuora, “vedo che ce l’hanno tutti” dice. Entrambi sono volontari, e non solo in questo ambito.

Livio da sei anni insegna italiano a profughi e stranieri per la cooperativa “Ruah” di Bergamo. Parla dei “suoi ragazzi”, “perché li sento proprio miei”, di un impegno politico discreto, sociale, “di manovalanza” come dice lui, intrapreso dopo lo scioglimento di Lotta Continua nel 1976 e mai abbandonato durante i decenni successivi, quando è responsabile grandi clienti di Poste italiane. Penso ai due capi di una militanza che a distanza di cinquant’anni si ricongiungono, dalla scolarizzazione degli operai a quella dei migranti, penso a un percorso rivoluzionario, quantomeno dal punto di vista etimologico, di ritorno continuo.

*”Il garofano, il papavero e la gramigna” è una storia in tre episodi.
Qui trovi il papavero, il secondo episodio: “91,2 megahertz – radio Papavero”.
Qui trovi la gramigna, il terzo episodio: “Bergamo violenta”.