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Le pere, le mele, i fascisti e l’autostrada

28/03/2017
Persone

A cura di Nicola Feninno

Fotografie di Virgilio Fidanza

*Le fotografie sono estratte dal progetto Mezzo corpo immagine (Lubrina, 2013), durato 10 anni. Abbiamo selezionato quelle scattate sull’Autostrada A4.

pere mele fascisti autostrada copertina

Bolgare è un piccolo paese che deve il suo nome al fatto di essere un piccolo paese.

Dal latino burgulus: piccolo borgo. C’è poi un’altra teoria, che racconta una storia che risale al 452 dopo Cristo: gli Unni scendono in Italia, al seguito ci sono delle truppe bulgare, che si stanziano qui; per cui Bulgare, cioè luogo abitato dai Bulgari; poi la U si ingentilisce col tempo in una O: Bolgare.

Questo l’ho scoperto facendo qualche ricerca in rete e mi viene in mente mentre esco dall’autostrada al casello di Seriate (che, senza dubbio, deve il suo nome al fiume Serio) e percorro la pianura poco gentile invasa dai capannoni, che un tempo erano campi coltivati, c’è qualche rudere di qualche vecchio cascinale, sono quasi tutti a due piani (stalle al primo piano, abitazioni contadine al secondo piano) coi cortili al centro, e gli edifici sui tre lati, o su quattro, che sembrano quelle vecchie donne che sono restate senza parole – in certi piccoli paesi del sud se ne vedono – e restano con le loro sedie ai lati della strada, in compagnia l’una dell’altra, a tiro di voce, senza dirsi nulla per ore.
Non sono rimaste nemmeno le stradine d’accesso, se le sono prese le sterpaglie, s’indovinano solo i loro tracciati. È primavera da ieri.

Il 24 settembre 1924 è il terzo giorno dell’autunno, San Pacifico da San Severino, detto il Confessore, quasi due anni dalla marcia su Roma, è il giorno dell’inaugurazione dell’autostrada A4, il primo tratto, da Milano a Bergamo. Una sola carreggiata di 8 metri e due corsie, una per senso di marcia.
Nel 1931 l’autostrada raggiunge Brescia. E per raggiungere Brescia taglia in due Bolgare, che oggi ha poco più di cinquemila abitanti, e ne avevano poco meno di duemila al tempo in cui è nato il signor Luigi.

Il signor Luigi mi racconta la sua vita, in ordine cronologico, molto ordinatamente. Dalla finestra del suo ufficio si vede la A4. Quand’era giovane e mezzadro, il signor Luigi attraversava quell’autostrada 4 o 5 volte al giorno.

pere mele fascisti autostrada 1

Ha quasi settant’anni, mi accoglie nel suo ufficio, i suoi figli hanno ereditato la sua azienda, è vestito elegante, ma non troppo che non c’è bisogno, colletto della camicia che spunta dal maglione di buona fattura, capelli in ordine, occhiali. È nato in una famiglia di mezzadri, ha fatto il mezzadro, il catechista, ha affisso i manifesti della Democrazia Cristiana con il fratello – lui reggeva la scala e portavo il secchiello con la colla – durante la campagna elettorale delle prime elezioni della storia dell’Italia repubblicana. Ha fatto l’operaio alla Dalmine – quando era “la fabbrica” dei bergamaschi – si è comprato prima una bicicletta, poi una Vespa 125cc, poi è diventato impiegato – sempre alla Dalmine – si è comprato una Fiat 500 Topolino, si è iscritto alla scuola per geometri, è diventato geometra, ha costruito case, si è sposato, ha fatto l’assessore, ha avuto cinque figli, da geometra è diventato imprenditore, imprenditore edile, i suoi figli hanno ereditato la sua azienda e sono molto attenti alla sostenibilità e all’impatto ecologico.

Il signor Luigi mi racconta la sua vita, in ordine cronologico, molto ordinatamente. Dalla finestra del suo ufficio si vede la A4.
Quand’era giovane e mezzadro, il signor Luigi attraversava quell’autostrada 4 o 5 volte al giorno. Il fatto era che i campi del padrone erano tagliati in due da quella striscia di asfalto. Non c’erano guardrail: si guardava a sinistra, poi a destra, si attraversava, si continuava a seminare dall’altra parte – se era tempo di semina – ad arare – se era tempo di aratura, a raccogliere e così via.

L’autostrada – secondo il professor Marc Augé, antropologo – è un non-luogo. L’espressione è abusata, ma risulta difficile non essere d’accordo.

Ai tempi del signor Luigi, però, l’autostrada veniva attraversata, i pullman che portavano alle grandi fabbriche di Milano si fermavano in mezzo alla carreggiata, aprivano le porte e si caricavano in petto gli operai. Prima del tramonto – questo me l’ha detto sempre il signor Luigi – c’erano delle persone che camminavano lungo il ciglio dell’autostrada per raccogliere degli sterpi, che vendevano ai fornai, che ci accendevano il fuoco per il pane. L’esercito dei liberatori americani, con le scatolette di carne e i carrarmati, percorse l’autostrada nel 1945, e le folle italiane dei paesani stavano ai lati, i soldati lanciavano spesso caramelle e i bambini le raccoglievano dall’asfalto.
Una volta, durante la guerra, due fascisti repubblichini parcheggiarono un camion, carico di mele e di pere, in autostrada, all’altezza di Bolgare.
Questa storia il signor Luigi l’ha scritta in un documento Word, che mi ha passato su una chiavetta. Risale al 1944, a quel tempo lui aveva nove anni, ma se la ricorda bene, nei particolari. L’ha intitolata “l’episodio dei pièr e dei pom”. È questa.

L’episodio dei pier e dei pom

L’autostrada A4 fu il teatro dell’avvenimento più tragicomico del periodo della guerra a Bolgare. Un episodio che gli anziani ricordano ancora bene e che chiamano l’episodio dei pier e dei pom (delle pere e delle mele, nel nostro dialetto bergamasco).

Era il 28 novembre 1944 e due militari repubblichini stavano trasportando sull’autostrada da Bolzano a Milano un camion carico di pere e mele, da consegnare ad alti ufficiali tedeschi e fascisti.

Avevano percorso un lungo tratto e, stanchi, si fermarono sul lato destro all’altezza del comune di Bolgare, lasciando il camion con rimorchio carico di frutta, per entrare in paese a piedi per rifocillarsi.
Era una mattina autunnale umida, fredda, dopo aver chiesto ad alcune persone un posto per ristorarsi, incontrarono presso una panetteria una signora di via S. Antonio che li invitò a casa sua per fare colazione, gli offrì del latte caldo e un letto per riposarsi alcune ore.

Era il 28 novembre 1944 e due militari repubblichini stavano trasportando sull’autostrada da Bolzano a Milano un camion carico di pere e mele, da consegnare ad alti ufficiali tedeschi e fascisti.

I contadini erano già al lavoro nei campi, per tagliare legna da ardere e raccogliere le foglie per la lettiera degli animali. Alcuni di loro si accorsero del camion fermo sul lato destro dell’autostrada: una cosa molto insolita.
Si avvicinarono con circospezione per controllare se c’era qualcuno sul camion fermo; si era comunque in periodo di guerra, e la prudenza non era mai abbastanza. Non c’era nessuno. Forse il camion è stato abbandonato, insinuò qualcuno. Alcune persone aprirono il telone, per controllare se, caso mai, ci fossero armi. Ma videro che si trattava di casse di pere e mele di ottima qualità. La fame era tanta in quel periodo: è difficile raccontarla.
Così un signore prese una cassetta se la mise in spalla e se ne andò. Fu l’inizio della corsa per accaparrarsi le cassette di frutta. La voce volò veloce in paese.

pere mele fascisti autostrada 2

Mio padre e il fratello Giovanni stavano tagliando la legna da ardere nella siepe del terreno confinante con l’autostrada. Videro il trambusto e l’accorrere di persone e la carovana di gente che si allontanava con il bottino di frutta in spalla. Si avvicinarono. Giovanni salì sul camion e diede a mio padre una cesta di pere e una di mele. Poi rimase lassù, a distribuire le cassette a tutti quelli che lo chiedevano: ce n’era per tutti.

A metà mattina, intorno al camion c’era una folla di persone, alcune accorse anche dai paesi vicini, e in poche ore il camion fu completamente svuotato.

Ci fu chi pensò di accatastare le ceste nel coro della vicina chiesa di Madonna dei Campi, un posto sicuro. Ma non avevano fatto i conti col Signor Domenico, che oltre ad essere il contadino del parroco, fungeva anche da custode della chiesa, il quale furbescamente prelevava le casse e le portava nel suo fienile.

Mi ricordo che mia madre ci stava preparando per andare a scuola: e fu in quel momento che vedemmo tornare mio padre, ansante per la fatica, con le due ceste di frutta in spalla. Depositò le cassette e uscì subito di corsa, per chiedere allo Zanga Pietro un carretto da trainare a mano. Mia madre fu sbalordita da così tanta frutta, e così grossa, e così bella da vedere! Continuava a ripetere che lei non aveva mai visto frutta così stupenda in vita sua.

Mia madre fu sbalordita da così tanta frutta, e così grossa, e così bella da vedere! Continuava a ripetere che lei non aveva mai visto frutta così stupenda in vita sua.

Finalmente prese una mela, la tagliò in quattro parti e ne diede una a me e una al fratello Mario: mangiatela adagio, ci raccomandò.
Si avvicinava l’ora di partire per la scuola e io mi nascosi con il pezzo di mela ancora in mano nell’unico cesso del cortile; lo mangiai lì: che delizia!
Presi la mia cartella di stoffa e un altro quarto di mela rimasta.

pere mele fascisti autostrada 3

Appena arrivato a scuola mi resi subito conto che c’era un’aria strana. Le maestre confabulavano tra loro, sembravano nervose. Poi d’un tratto, scattò l’allarme: “Ragazzi è successa una tragedia! Tutti a casa perché i repubblichini vogliono bruciare il paese!”.

E noi fuori tutti di corsa, giù a perdifiato per le scale della scuola, e via, verso via Dante, dove molti genitori stavano accorrendo a prendere i figli, impauriti.
Ci affrettavamo verso casa e si udiva, ben riconoscibile, il rintocco della “campana a martello”, che indicava il pericolo.

I due repubblichini, risalendo di corsa verso l’autostrada, attraverso i campi, incontrarono delle persone che portavano sulle spalle, le loro ceste di pere e mele. Essi, sparando in aria con le rivoltelle e minacciandoli di morte, intimarono loro di riportarle indietro. Da Grumello del Monte arrivò il podestà – Lisignoli, detto “ol Napù” – il quale invitava la gente a radunarsi sul sagrato della chiesa, per ascoltare il parroco. Più che un invito, fu un ordine.

La campana continuava a suonare, io e la mamma eravamo ancora per strada, il podestà si avvicinò e le diede uno spintone, perché camminasse più in fretta.

Riunitasi la gente vicina al sagrato, il parroco don Giovanni Rovaris parlò: “È in arrivo da Verona una squadra di repubblichini con l’intenzione di bruciare tutto il paese, se non riporterete tutte le cassette di frutta sul camion. E occorre che tutti i capi famiglia si trovino nel Palazzo Comunale entro mezzogiorno!”.

Nel Palazzo Comunale, appunto, si erano riuniti i responsabili fascisti di Bolgare; Andronico Foglieni, con il Podestà e altri notabili.
Dopo una frenetica riunione si stabilì che fossero riportate tutte le ceste di mele e pere sul camion e che tutti i capi famiglia versassero una somma da ripartire in relazione alle proprie disponibilità, fino al completo risarcimento del danno causato alle forze amate. Chi non avesse accettato, sarebbe incorso in gravi sanzioni.

“È in arrivo da Verona una squadra di repubblichini con l’intenzione di bruciare tutto il paese, se non riporterete tutte le cassette di frutta sul camion.”

pere mele fascisti autostrada 4

Mio padre e Giovanni raccolsero tutte le casse di mele e pere e le riportarono sul camion. Così fecero molte altre famiglie.

Mio padre mi prese per mano e mi portò da alcuni parenti di mia madre, alla cascina Geri di Telgate. Un lungo viaggio a piedi. Le voci che i repubblichini sarebbero arrivati comunque per vendicarsi si diffondevano incontrollate.

Arrivammo a Telgate poco dopo mezzogiorno.
La zia mi diede un pezzo di cotechino e polenta; mangiai sotto il porticato seduto su una balla di paglia insieme a molti cugini.

Il paese era salvo: i bolgaresi dovettero solo sopportare le dicerie sarcastiche dei paesi vicini. Tutto sommato un prezzo sopportabile, rispetto al rischio che avevamo corso.

Finì che i repubblichini ripartirono la sera con il loro camion semicarico, e un compenso in denaro superiore al danno.

Alcuni giorni dopo il fatto dei pier e dei pom, mio fratello Giovanni mi portò vicino ad un vecchio gelso, posto sul lato destro della stradina campestre che dal paese porta alla Madonna dei Campi. Salì sul grosso tronco, mise la mano dentro un’ampia cavità e tirò fuori un panino imbottito di burro, che aveva trovato nella cabina del camion dei repubblichini. Lo aveva nascosto in quel buco, per la paura. Inoltre, sbucarono diverse mele e pere, tra le nostre siepi, nei giorni successivi.