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Nuova Medicina Popolare

10/07/2017
Reportage

A cura di Paolo Mossetti

“‘Signora’ – mi dicono questi guaglioni – ‘Qui può entrare anche con le buste della spesa, faccia con comodo. Anzi, gliele portiamo noi su per le scale’”. Immacolata è una matrona occhialuta ed energica, ma parla con voce bassa per sottolineare il concetto nuovo: nel centro sociale dei pazzi non ci sono riti di accettazione; chiunque può fare una sbirciatina dentro, anche i meno politicizzati, anche i più spaesati. La signora Imma del resto non è lì per un’assemblea politica o per un reading di Erri De Luca. C’è la possibilità di fare una mammografia, dei dottori hanno detto a suo nipote che lo screening è gratuito e lo fanno dei ragazzi per bene; pensate un po’, in un ex ospedale psichiatrico.

exopg3Napoli, rione Materdei

Ma iniziamo dal contesto: la città è Napoli, il rione è quello di Materdei, obliquo tra la collina benestante del Vomero e il budello del centro storico in procinto di “gentrificazione”. Le ragazzine qui si scapicollano sui tacchi per non inciampare tra i blocchi di porfido, i portatori di caffè accelerano sulla vespa con una mano e con l’altra reggono bicchierini monouso sigillati con la stagnola; quattro centri scommesse, cinque pescherie, sei rivenditori di motorini nel raggio di un chilometro quadrato. E, da due anni, un gigantesco manicomio in rovine trasformato nel più famoso centro autogestito d’Italia.

Le signore che fanno capolino all’ex-Ospedale psichiatrico-giudiziario di Materdei, ora ribattezzato “Je So Pazzo” (come la canzone del fu Pino Daniele) sono le ambasciatrici degli umori della zona, il barometro dei rapporti di forza e del clima antropologico. La bonaria curiosità di Immacolata – Imma per gli amici – non sembra concedere nulla ai pregiudizi; c’è, al massimo, un po’ di timore reverenziale per un edificio mastodontico di 9.000 e passa metri quadri che per decenni è stato sinonimo di una umanità marginale, repressa, nascosta, costretta all’oblio, il manicomio criminale appollaiato tra mille case su di una collinetta e che ora, dopo essere stato chiuso e abbandonato al saccheggio per anni, pullula di ragazzi adolescenti e adulti che vanno e che vengono, con magliette con sopra stampato «Ex-Opg», ed un logo a forma di chiave.

Quattro centri scommesse, cinque pescherie, sei rivenditori di motorini nel raggio di un chilometro quadrato. E, da due anni, un gigantesco manicomio in rovine trasformato nel più famoso centro autogestito d’Italia.

La struttura, diciamolo subito, incute timore: c’è l’impronta borbonica nelle spesse pareti di tufo, che poi il fascismo pensò bene di riconvertire in prigione per gli elementi indesiderabili, e così andò avanti, fino a che la riforma Basaglia non ne ordinò il progressivo svuotamento. Bisogna arrivare ai primi Duemila per vedere il trasferimento degli ultimi, anziani detenuti, e così la polvere progressivamente prese piede tra gli scaffali della biblioteca, il cinemino per i dipendenti, i cortili angusti e la mensa. Nelle celle, oggi lasciate così com’erano, e accessibili solo con visite guidate, ci sono ancora i pensieri e le poesie dei malati, incise sulle pareti.

expg4Ex Opg Sant’Eframo, oggi Je so’ pazzo

Salite le scale di via Imbriani che conducono all’ingresso, superato il massiccio portone di ferro e vetro, alle spalle del grande banco della sala d’accettazione c’è un corridoio che conduce alle cucine, e dopo poco una porta sulla destra, un’altra scala, su fino ad un locale con due stanze appena ritinteggiato di bianco e di rosa. La strumentazione che sembra più lucida e nuova di quella di tanti ospedali pubblici. Qui per uno o due giorni la settimana è possibile trovare migranti senegalesi in fila per una consultazione generale, ragazze madri che aspettano per un pap test, donne rom silenziosamente in attesa per una ecografia.

La presa dell’ex-manicomio è del marzo del 2015, con il sindaco che prende subito le parti degli occupanti e ne certifica la legittimità qualche mese dopo; l’«Ambulatorio Popolare» nasce all’incirca un anno fa, ultimo tra una serie di attività, corsi e servizi offerti dal centro alla comunità – anche se la parola “servizio” proprio non piace, ai militanti dell’ex-Opg, perché evoca il mondo del volontariato, della Caritas, mentre loro dicono di fare politica tutto il tempo, anche quando parlano di mammografie a chi non ha mai frequentato assemblee. «Popolare», appunto, in quanto gratuito e disinteressato, ed è tutto un fiorire di «teatro popolare», «braciata popolare», «tango popolare», e così via, anche se cosa sia questo popolo, cosa dica e cosa voglia è sempre più difficile capirlo, a volte è tra noi e a volte ci è ostile; l’importante è comunque rimboccarsi le maniche e provarci a parlare, con tutti.

«Popolare», appunto, in quanto gratuito e disinteressato, ed è tutto un fiorire di «teatro popolare», «braciata popolare», «tango popolare», e così via, anche se cosa sia questo popolo, cosa dica e cosa voglia è sempre più difficile capirlo.

Di ambulatori gratuiti a Napoli ne sono spuntati diversi, nell’ultimo lustro: quello di Zero81, un “laboratorio di mutuo soccorso” in Largo Banchi Nuovi, vicino Santa Chiara: con un autofinanziamento di duemila euro hanno comprato un apparecchio per le ecografie ed ogni settimana ricevono decine di persone che, altrimenti, si perderebbero tra liste d’attesa e burocrazia. Poi c’è l’ambulatorio cattolico di Via Tribunali, allestito grazie alla Fondazione Banco di Napoli; quello aperto da Emergency con Gino Strada nella periferia est, a Ponticelli. A parte quest’ultimo, dove sono tutti professionisti full time, la formula è la stessa: medici e specializzandi che fuori dall’orario di lavoro si dedicano alle persone tagliate fuori dal sistema, di solito immigrati, operai e precari che non hanno i soldi per ricorrere ai privati, che sono scoraggiati dalle lunghe liste d’attesa, o che semplicemente non sanno a chi rivolgersi.

Ex OPG NapoliJe so’ pazzo, interno [foto di Carmine Maisto]

Perché questo boom a Napoli più che altrove? Perché qui si avvertono in modo drammatico gli effetti della crisi profonda del sistema sanitario meridionale, Campano in particolare. Una crisi che ha radici lontane. Fino ad una quindicina di anni fa, la spesa sanitaria in Italia si basava sulla “spesa storica”: un criterio per l’assegnazione delle risorse dallo stato centrale alle regioni in base al quale chi ha speso storicamente di più per erogare servizi, dovrà ricevere l’equivalente per far fronte a tali costi. Un criterio, naturalmente, poco ortodosso e molto utile per le amministrazioni poco virtuose. Con il decreto legislativo n. 56/2000 cambia tutto, con la spesa che si sarebbe dovuta basare su tributi propri delle Regioni e su compartecipazioni a imposte statali.

Il meccanismo di riparto, però, non è mai stato applicato. Oggi sono le normative, certo, ma poi ci sono le interpretazioni delle stesse e le autonomie rivendicate, senza contare che gli individui (medici, burocrati, front office, eccetera) interpretano a loro volta le direttive in modo assolutamente arbitrario. Il risultato è che la spesa sanitaria è aumentata vertiginosamente, e così il gap qualitativo tra il Nord e il Sud. La crisi economica che attanaglia il paese da un decennio ha fatto il resto. L’Ospedale del Mare, a Ponticelli, era candidato a essere uno dei più colossali nosocomi del Meridione: cinquecento posti letto, 1.400 potenziali assunzioni tra medici e infermieri, una generazione di specialisti che da un decennio aspetta un bando d’assunzione. Realizzato con soldi pubblici per essere gestito da privati, la conclusione dei lavori era prevista per il 2009. Forse vedrà la luce nel 2018, ma nessuno ci crede. Nel frattempo i pronto soccorso storici del centro vengono chiusi uno ad uno dalla Regione, per motivi di budget. È la trasformazione drammatica del nostro welfare, baby.

opg3Ambulatorio popolare Je so’ pazzo, interno [foto via facebook]

E quindi eccoci all’ex-Opg, gli sportelli attivi all’ambulatorio sono: un medico di base, uno psicologo, una pediatra, un ginecologo, un ortopedico, un infettivologo e uno pneumologo. “Perché pensiamo che sia ingiusto che chi non ha i soldi, le conoscenze, persino la cultura dei propri diritti per potersi curare, debba soffrire”, spiega Salvatore, 35 anni, tra i principali animatori dello spazio. Come sono arrivati i macchinari? Grazie ad un mix di pratiche vecchie e nuove: campagne di crowdfunding, concerti jazz, le classiche feste con sottoscrizione, la vendita di magliette e gadget (tutti su tema “potere al popolo”). Garze e medicinali invece arrivano spesso da dirimpettai anziani e parenti di malati, che non ne hanno più bisogno.

Gli sportelli attivi all’ambulatorio sono: un medico di base, uno psicologo, una pediatra, un ginecologo, un ortopedico, un infettivologo e uno pneumologo.

Carla è una economista di 32 anni che non aveva mai frequentato un centro sociale prima d’ora. Adesso collabora con l’ex-Opg e mi racconta: “Prima di ogni visita facciamo compilare un piccolo questionario per capire quali sono le difficoltà che incontra chi si rivolge a noi. Quello che emerge è che i medici di base non informano come si deve. Il sistema non investe in prevenzione. Si continua a spendere sulla cura, per una diagnosi troppo tardiva, e i costi continuano ad aumentare”.

zero81napoliZero81, laboratorio di mutuo soccorso, Napoli

Rita, 30 anni, un medico che lavora con Zero81, dipinge un quadro cupissimo: “Il problema è che a Napoli non c’è più una medicina territoriale, ma si punta a fare mega ospedali in zone periferiche. Visti i tempi e i costi del settore pubblico, il ticket regionale da pagare, per i laboratori e la diagnostica ormai i cittadini si rivolgono quasi sempre ai privati. E questo grava particolarmente sulle donne di mezza età, i tanti senza lavoro, gli stranieri, quelli che hanno perduto la residenza, che poi sono i nuovi poveri”.

Poi c’è Stefano, ventotto anni, laureando in medicina, uno dei fondatori dell’ambulatorio dell’ex-Opg, che racconta: “Ci siamo ispirati alle esperienze di solidarietà e mutualismo di ieri e di oggi che abbondano in Italia, ma più che altro abbiamo cercato di percepire quali fossero le carenze del nostro sistema, e da lì modulare il nostro tipo di offerta, senza sovrapporci o entrare in conflitto con quelle che sono le prestazioni a cui già le persone hanno diritto nel pubblico”. Sia Rita che Carla concordano: iniziative come quelle dell’ex-Opg o di Zero81 non possono sostituire il lavoro delle Asl, piuttosto possono creare reti di persone che si informano e che invitano altre persone ad informarsi. Un passaparola virtuoso.

“Il problema è che a Napoli non c’è più una medicina territoriale, ma si punta a fare mega ospedali in zone periferiche.”

Ex OPG NapoliJe so’ pazzo, interno [foto di Carmine Maisto]

Più facile a dirsi che a farsi, certo. Andrea, 33 anni, lavora come coordinatore dell’ambulatorio di Emergency. Un fortino tirato a lucido e tinto di rosso nel mezzo di una delle aree più degradate d’Italia, con campi rom assediati dai residenti inferociti, architettura brutale e copertoni che bruciano di notte: “Gli ambulatori popolari possono essere utili e importanti per risolvere problematiche sanitarie non particolarmente complesse. Ma nelle patologie croniche, malattie infettive, gravidanze e casi di necessità di tipo chirurgico è imprescindibile l’inserimento in un percorso strutturato di tipo pubblico. I consultori ci sono ma non sono molto frequentati, principalmente per ostacoli di natura burocratica. Quindi direi che c’è più un problema di inefficienza, e di sensibilizzazione dei medici di base”.

“Farsi carico di un’apparecchiatura medica – continua Andrea – vuol dire farsi carico anche di una serie di norme igieniche, di procedure di smaltimento dei rifiuti speciali; nonché di dover offrire un percorso diagnostico completo; altrimenti, il paziente sempre nel pubblico andrà a finire”. Di fatto, però, le cose stanno già prendendo questa direzione: se l’Opg persiste stoicamente con radiografie e diverse visite specialistiche, Zero81 sta progressivamente concentrandosi sugli sportelli di discussione, in particolare per ginecologia e malattie sessualmente trasmissibili. In ogni caso è importante parlare, parlare, e ancora parlare coi pazienti.

19702133314_78c981c0e1_oJe so’ pazzo, esterno [foto di Marco Djallo]

C’è da farci caso: tra le parole d’ordine di questi nuove zone autonome 2.0 non c’è più “occupare” – che faceva tanto anni Novanta – ma “liberare”: è «liberato», per esempio, il «Giardino» di Materdei, a due passi dalla metro, conservato in un palazzo seicentesco e tolto dalle grinfie di CasaPound; è «liberato» lo «Scugnizzo», ex carcere minorile in salita Pontecorvo, altra struttura immensa a pochi isolati da Piazza Dante, dal cuore del centro. È «liberata» Santa Fede, ex convento lasciato per anni soffocare nella spazzatura, a cento metri dall’Università L’Orientale.

Il cambio di paradigma è il sindaco, Luigi de Magistris, dal 2011 spesosi per regolarizzare le occupazioni; ma più in generale il precetto adesso è di aprirsi alla comunità e non chiudersi nella militanza; più curatela e meno arroccamento. I duri e puri bofonchiano: “Questo Giggino è nu bluff, è troppo parolaio”. Gli attentati li fanno altrove, Airbnb e Flixbus imperversano ormai anche qui e il turismo non è mai stato così florido. L’atmosfera in città nel complesso è di un’anarchia meno paciosa e più sgamata d’un tempo, meno depressa e più consapevole.