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Essere o non essere, questo il dilemma – Considerazioni su cosa voglia dire fotografare

08/06/2016
Fotoracconti

A cura di Pavlov Arnoldi

Josef Sudek - 1Josef Sudek

Foto-racconti è una rubrica che esercita la riflessione attraverso l’osservazione fotografica, cosa non da poco in una società non fotologica, bombardata da stimoli fotografici complessi e multiformi, che spesso non riesce a decifrare. Qui, nel caso vi interessasse l’argomento, una introduzione alla rubrica.

Vi è mai capitato di essere per strada con un amico che ogni tanto fotografa qualcosa, e di vedere, qualche tempo dopo, una di quelle sue istantanee e rendervi conto che l’immagine non rappresenta ciò che avevate davanti agli occhi quel giorno? Se la risposta è NO, allora non avete un amico fotografo. Sto scherzando, ma un pensierino su cosa significhi davvero fare una fotografia bisognerebbe farselo.

Antoine D’Agata Antoine-d-Agata-Magnum-Photos - 2Antoine D’Agata

L’idea generale è quella che il fotografo sia qualcuno che vada in giro con una visibile macchina fotografica e che con essa prenda immagini di ciò che lo circonda. Questa descrizione da sola però non lo distingue dall’altrettanta moltitudine di gente che ha una Coolpix in tasca o si diletta coi filtri del proprio smartphone, e non giustifica la parola Photographer dopo il proprio nome sulla pagina facebook, né tantomeno l’inciso Artista subito sotto. Possedere una buona macchina equivale all’avere un buon supporto per dire qualcosa. Tutto qui. Il problema è che molta gente non ha nulla da dire.

Ansel Adams -Surf Sequence 4, 1940's - 3Ansel Adams -Surf Sequence (1940 circa)

In realtà un fotografo è qualcuno che attraverso la fotografia rappresenta la percezione che ha del mondo. In altre parole, il fotografo non mostra un qualcosa, ma il modo in cui vede quel qualcosa. Che ovviamente è differente da ciò che un altro avrebbe visto nella medesima situazione (nella lingua anglosassone tutto ciò può esser riassunto dalla differenza che corre fra “take a photo” e “make a photo”). Ciò che una fotografia dovrebbe essere è quindi l’idea dell’autore. E non solo, per essere “completa” dovrebbe essere anche il tramite con cui quell’idea viene trasmessa all’osservatore. Il messaggio potrebbe non arrivare a destinazione sia per l’incapacità di comunicazione dell’autore, sia per l’inefficiente lettura del ricevente. Quegli aneddoti che certi vi propinano nel mostrarvi le proprie foto, per quanto interessanti, curiosi e divertenti, non fanno che rimarcarne l’incompetenza, se non sono supportati dalle foto stesse. A tal proposito, qualcuno una volta disse che la fotografia è come una barzelletta: se la devi spiegare non è venuta bene.

Misha Friedman -Having no relatives and no friends, Oleg, 41, suffering from tuberculosis, was left to spend his last days in palliative care by himself. UzbekistanMisha Friedman – Having no relatives and no friends, Oleg, 41, suffering from tuberculosis, was left to spend his last days in palliative care by himself, Uzbekistan

Molti autori si lamentano di non esser stati capiti e danno la colpa all’osservatore, senza rendersi conto di non essere in grado di comunicare ciò che avevano in testa (vuoi per mancanza di poesia, vuoi per ignoranza tecnica). D’altro canto, spesso la maggior parte della gente non sa leggere una fotografia, e si ferma all’informazione base, ovvero riconoscere il soggetto rappresentato, credendola così lo specchio della realtà e non una sua interpetazione.

Una persona può passare la vita a cogliere istantanee spensierate (nel senso stretto del termine) o ad approcciarsi superficialmente all’osservazione di una foto e questo è più che legittimo, ma ciò facendo annichilisce la natura stessa del fotografo.

La realtà del fotografo è modellata a suo piacimento grazie a scelte tecniche di ripresa ed elaborazione.
Come scrissero Joel Snyder e Neil W.Allen nell’autunno del ’75: “una fotografia ci mostra ciò che avremmo visto in un certo istante da un certo punto di vista se avessimo tenuto la testa immobile ed un occhio chiuso e se noi potessimo vedere come un obiettivo da 150 o da 24 mm e se vedessimo in Agfacolor o in Tri-X sviluppata con D-76 e stampate su carta Kodabromide n.3.”

Luigi Ghirri -Tellaro_1982-85[1] - 5Luigi Ghirri -Tellaro (1982-85)

Certo, è impossibile avere il tempo per osservare davvero tutte le migliaia di immagini che ci circondano ogni giorno, ma sarebbe salutare concedersi una pausa ogni tanto per contemplarne qualcuna. Qualcuna per cui valga davvero la pena. Come constatava Ghirri: “è come riuscire, una volta tanto, a leggere un articolo di giornale senza che qualcuno ci volti in continuazione le pagine. E’ una forma di lentezza dello sguardo che trovo estremamente importante, oggi, considerato il processo di accelerazione di tipo tecnologico e percettivo che è avvenuto negli ultimi anni. Credo che questo suo carattere specifico di immagine fissa, ferma, il fatto di permettere tempi di lettura lenti, tempi di contemplazione e quindi di approfondimento, non sia mai stato così importante come oggi”. E lo disse nel 1989.