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Una polenta all’uranio – La miniera di Novazza Valgoglio

Reportage

Il 23 e il 24 giugno scorso ha avuto luogo il primo workshop di scrittura e fotografia per reportage di CTRL magazine. La parte pratica prevedeva un sopralluogo a Novazza Valgoglio, in Val Seriana, per raccontare la vicenda del giacimento di uranio più grande d’Italia, scoperto lì nel 1959.
Quello che leggerai è il reportage corale che ne è scaturito.

Testo e fotografie sono a cura dei corsisti: Rosita Bertocchi, Donella Gatti, Sofia Natella, Alejandro Gonzaléz Paniagua, Giuseppe Porrovecchio.

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«Ma era proprio uranio?»
«Sicuro: chiunque se ne sarebbe accorto. Aveva un peso incredibile, e a toccarlo era caldo. Del resto, ce l’ho ancora a casa: lo tengo sul balcone, in un ripostiglio, che i ragazzi non lo tocchino; ogni tanto lo faccio vedere agli amici, ed è rimasto caldo, è caldo ancora adesso».
Esitò un istante, poi aggiunse:
«Sa cosa faccio? Domani gliene mando un pezzo: così si convince, e magari, lei che è uno scrittore, in aggiunta alle sue storie un giorno o l’altro scrive anche questa».
(Primo Levi, Il sistema periodico)

Valgoglio è un paese dell’Alta Val Seriana, in provincia di Bergamo. Novazza è una sua frazione, conta 177 abitanti. Un torrente ne fiancheggia le case in pietra rossa e grigia, antiche e recenti. La pietra qui è ovunque, ingentilita dai fiori, tanti fiori, dai balconi e tra i bucati perfettamente stesi si affacciano vasi pieni di gerani. Tutt’intorno i boschi la fanno da padrone, l’abitato si stende ai piedi di due pinnacoli che qui chiamano “i coren del Presì”. Su una di quelle guglie di roccia, nel punto più alto del duomo montuoso, la statua di una madonna separa la terra dal cielo. Sotto di lei, nelle viscere della montagna, si nasconde il giacimento di uranio più grande d’Italia, 1.500 tonnellate di materiale grezzo.

Era il 27 maggio 1959 quando gli abitanti della zona videro le prime auto dell’Eni.

Era il 27 maggio 1959 quando gli abitanti della zona videro le prime auto dell’Eni, i tecnici e le loro attrezzature salire lassù sul monte, dove allora si andava per far pascolare le bestie.
«Per noi è stata una rivoluzione. Questo era un paesino senza nemmeno la strada, praticamente isolato, facevamo su e giù a piedi da Gromo», dice una signora dal terrazzo. Racconta di un paese che si apre al mondo, a partire dalla topografia: fu costruita la prima vera strada, per facilitare il transito delle auto, e un campo sportivo. «Sono arrivati gli stranieri: cinesi, giapponesi, russi, americani… tutti. Sarebbe dovuto venire anche Mattei, ma è morto poco prima».

Le montagne attorno a Novazza

La signora resta affacciata al balcone. Prosegue, tornando indietro nel tempo. Aveva 17 anni, curava le mucche e di uranio non aveva mai sentito parlare, era un sasso come altri. «Ci avevano spiegato che era utile ma anche nocivo». Si impone un attimo di silenzio.
Come altri del posto, aveva partecipato a uno studio per verificare le condizioni di salute della popolazione locale: una parte di ciò che mangiavano la destinavano a un piccolo contenitore, così che poi fosse analizzato. Nessuno ha mai conosciuto i risultati. Un particolare, questo, che ha sempre infiammato il dibattito sullo sfruttamento dell’uranio, sulle le possibili ripercussioni occupazionali, eventuali vantaggi che la zona avrebbe potuto trarre dalla miniera, da quel processo estrattivo che in realtà non è mai stato avviato.
«La miniera è stata predisposta per la coltivazione, era tutto pronto, ma non è mai entrata in funzione» ci diranno in seguito.
Un dibattito che ancora oggi divide i paesani, che spesso sono parenti: nel tempo, l’uranio ha contaminato anche i rapporti familiari. Dopo gli aspri dissidi degli anni Settanta e Ottanta, solo il silenzio sembra riuscire a mitigare i contrasti.

«La miniera è stata predisposta per la coltivazione, era tutto pronto, ma non è mai entrata in funzione».

«Le campagnole attraversavano il paese per arrivare su all’imboccatura della cava» ricorda Maria. Ha 89 anni e non ha mai lasciato Novazza, con le mani liscia la gonna del vestito, poi se le stringe in grembo, seduta all’ingresso di casa.
«Prima, casa mia era l’unico bar del posto. Il piano superiore lo usavamo come affittacamere, mentre a quello inferiore davamo da bere e mangiare ai minatori. I primi ad arrivare sono stati i sardi, hanno insegnato il mestiere ai nostri uomini».
Suo marito è stato sindaco di Novazza dal 1972 al 1974, apertamente schierato a favore del nucleare.

La figlia si chiama Anna Serena, è un ex insegnante da sempre sensibile e partecipe al dibattito sull’uranio. «Io la vedevo come una possibilità di sviluppo della nostra zona» dice, «però quando tu sei attaccato dall’esterno con chi era assolutamente contrario, non potevi più parlare perché eri dall’altra parte. Il tifo… quando la verità non interessa più, conta solo avere ragione. O eri con loro o contro di loro».

Foto e frontespizio di un'intervista fatta all'epoca dagli alunni della scuola elementare agli ormai ex minatori e conservati dalla maestra in un raccoglitore

Anna Serena ci mostra un raccoglitore di plastica verde muschio contenente il materiale raccolto insieme ai propri alunni della scuola elementare all’epoca del ritrovamento: disegni, fotografie, interviste. Un foglio a quadretti, scritto con una grafia tonda e infantile: «Da tanto tempo sappiamo che nel nostro paese si trova una miniera di uranio. Col desiderio di conoscere a fondo la sua storia, le persone che ci hanno lavorato, le persone che ci lavorano e le sue strutture, ci siamo messi al lavoro volendo “incontrare” questa realtà notevole del nostro ambiente per conoscerla e capirla».

Tutto iniziò per caso, solo qualche settimana prima di quel 27 maggio 1959.
Una mattina, un tecnico che portava con sé un contatore Geiger per la misurazione della radioattività si avvicinò a una fontana del paese per dissetarsi. Lo strumento, rimasto acceso, cominciò a impazzire. Ulteriori approfondimenti portarono poi alla scoperta dell’intero giacimento, e da quel giorno, quassù, c’è sempre stato un prima e dopo Cristo e un prima e dopo la scoperta dell’uranio. Alti livelli di radioattività furono rilevati dappertutto: nelle case, per le strade, nel torrente. La pechblenda, il minerale uranifero più comune, fu trovato anche in chiesa, nel muro di contenimento, con livelli di radiazione altissimi.

Oggi, lungo i vicoli lastricati, si ripetono nicchie votive dedicate alla Vergine; nei giardini curati riposano i consueti nani, minatori anche loro, e giocattoli edili: trattori e rimorchi di plastica, in piccoli cantieri domestici lasciati in sospeso dai bambini.

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Dante Negroni è stato il sagrestano della chiesa di Novazza per 54 anni. Lo incontriamo accanto al grande orologio che accoglie i passanti, all’ingresso del paese. «Tranne la macchina, ho fatto tutto io» dice, «gli arrangiamenti, il quadrante, la struttura».

Un tempo era l’orologio del campanile. Dante racconta dei cinquantacinque gradini che ogni volta doveva fare per salire a caricarlo, e del movimento ipnotico del pendolo, che l’ha sempre affascinato. «Quel suo movimento… sono attimi che spariscono, non tornano più. Quella lì è la base del tempo, il tempo che non torna più», dice guardando gli ingranaggi che girano, con un velo di malinconia.

La numerazione dell’orologio è inversa rispetto al solito, e le lancette girano in senso antiorario. Anche Urano, il pianeta, ha un moto retrogrado ed è l’unico che gira al contrario rispetto agli altri. Secondo l’astrologia governa i grandi cambiamenti generazionali e culturali, l’inventiva. Urano è anche il dio del cielo nella mitologia ellenica, figlio e sposo di Gea, la Madre Terra. Ha generato Crono che rappresenta il tempo lineare e ordinato, in base al quale definire una causalità e una continuità, quel senso lineare che sostiene il progresso, la cui etimologia è appunto “passo avanti”.

Mentre nei fumetti le radiazioni erano sinonimo di superpoteri e nel 1975 usciva Radioactivity dei Kraftwerk, qui l’uranio assunse significati molto più pratici: occupazione a km 0 per una popolazione affezionata al proprio territorio, a fronte di evidenti rischi per la salute di lavoratori e cittadini, per l’ambiente e il paesaggio, per la falda acquifera e per il turismo che si stava sviluppando nelle valli attorno.

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Prendete del minerale d’uranio, frantumatelo e selezionate con un contatore geiger le parti ad alta radioattività; sbriciolate i frammenti fino a ottenere una sabbiolina, granulometria 0,3; trattateli poi con acido solforico. Filtrate ed eliminate lo scarto, ormai un fango, che addizionato con calce è reso inerte e pronto per la discarica. Trattate poi con ammoniaca la soluzione acida: precipiterà un sale giallo, l’uranato d’ammonio, e avrete il prodotto finito, una “yellow cake”. Anzi, una polenta radioattiva, pronta per essere arricchita.

“Certo che era necessario l’uranio, per il nucleare, per l’Italia. Ma poi all’Agip hanno capito che si facevano più soldi a commercializzarla l’energia, piuttosto che a produrla. E hanno smantellato tutto, ben prima del famoso referendum sul nucleare del 1987. Per soldi, per quelli hanno distrutto il sogno di Mattei, l’autonomia energetica nazionale!”.

A parlare è Daniele Ravagnani, classe 1949, geologo, dipendente ENI dal 1974 al 1985, è uomo appassionato, dallo spirito battagliero. In una fotografia del raccoglitore di Anna Serena compariva in una classe elementare, davanti alla lavagna, con una camicia a righe.
Oggi si presenta al centro aggregativo di Novazza in pantaloni e camicia bianca, in testa porta un panama, sottobraccio lo “scintillometro”, lo strumento per la rilevazione della radioattività, ancor più preciso del Geiger. Dice che le pietre sono esseri viventi: nascono, si modificano, e mutando sprigionano energia. All’uranio di Novazza ha legato la sua vita, la passione verso la miniera e l’uranio incanta e inquieta al tempo stesso. Gli ha dedicato un libro, Uranio Amore Mio, una specie di autobiografia che strizza l’occhio alle vicende di Hiroshima Mon Amour.

Dice che le pietre sono esseri viventi: nascono, si modificano, e mutando sprigionano energia.

«Novazza è la mia patria spirituale. Tutto è iniziato al liceo, con un amore indicibile per le scienze geologiche. Avevo letto sul Giorno dell’uranio di Novazza e ho insistito tanto con mio padre ché mi ci ha portato. Qui ho scelto la geologia».

ritratto / geologo di fronte all'ingresso della miniera mostra iscrizione "somiren 1961"

Racconta che i compagni di scuola gli portavano sempre le pietre ritrovate durante le gite con i genitori, che la sua insegnante gli fece tenere una lezione a tutta la classe e che gli regalò un piccolo sassolino che ancora conserva. «È la mia pietra filosofale» dice sorridendo. L’uranio invece è la pietra dell’amore: «Mi ha portato da queste parti e, come può succedere, uno ci resta perché trova l’anima della sua vita».

Fuori ha cominciato a piovere. Restiamo al centro aggregativo in attesa di salire all’ingresso della miniera. Tra le righe dei discorsi di Daniele si legge il tentativo di rivalutare l’uranio, o quantomeno di affrontare la questione della nocività e del pericolo da un punto di vista meramente scientifico.

«C’è una radioattività naturale, fa parte dell’ambiente di vita, del nostro corpo. Siamo fatti di radioattività, come tutti gli elementi della terra. In una certa misura la radioattività è necessaria e congeniale alla vita. Anche il sole emette radiazioni, l’ambiente, il nostro stesso corpo. In qualunque masso si trovano delle radiazioni, in ogni corpo. Il discrimine è la quantità, c’è più pericolo per la salute a farsi quattro lastre dal dentista che a prendere in mano una barra di uranio”.

Il Livello medio di radioattività nell’ambiente, a condizioni normali, è di circa 15 cps. La radioattività al centro aggregativo, mentre parliamo, è di 60 cps, in crescendo.

Daniele parla dell’incapacità, a parer suo, di comunicare con una fetta di popolazione che, dalla metà degli anni Settanta, ha iniziato a contestare l’idea di estrarre dalla miniera di Novazza. Tra loro c’erano Carla Leonardi e Giancarlo Salvoldi, ex deputato dei Verdi, che incontreremo qualche giorno dopo. Insieme sono stati i promotori della sollevazione popolare contro l’attivazione della miniera.

«Ci incontravamo a casa di Don Osvaldo, ogni domenica, con la bibliotecaria di Gromo» dirà Carla, ricordando con evidente nostalgia quel periodo di lotta al fianco del marito.
«Avevamo saputo della miniera per caso, leggendo un breve trafiletto sull’Avvenire, parlava della presenza in valle dell’uranio. Si sapeva poco a proposito, allora abbiamo cominciato a raccogliere notizie, testimonianze. Poi il Gruppo di Ricerca è diventato Comitato Democratico Alta Val Seriana, una grande esperienza di base». Ci tiene a ribadire l’indipendenza dai partiti che a più riprese tentarono di politicizzare il movimento, magari offrendo sostegno economico: «Facevamo tutto da soli, i volantini con il ciclostile».

«Non si fidarono dei dati», dice Ravagnani, «né delle norme di sicurezza attuabili per proteggersi dai prodotti di decadimento radioattivo dell’uranio». Poi fa una pausa e ci mostra lo strumento che ha con sé, lo scintillometro. Sembra una piccola pistola acchiappa-fantasmi.

«È degli anni Settanta, me l’hanno dato quando mi hanno assunto e io non l’ho più mollato» dice girandoselo tra le mani. Poi lo accende e questo prende a crepitare, e quando il livello di radioattività sale il rumore varia e il crepitio si straccia in un lamento simile a un cigolio sinistro di una vecchia porta. Misura la radioattività in cps (Counts Per Seconds, ovvero il numero di particelle che attraversano lo strumento ogni secondo). Il Livello medio di radioattività nell’ambiente, a condizioni normali, è di circa 15 cps. La radioattività al centro aggregativo, mentre parliamo, è di 60 cps, in crescendo.

«Dipende dalle zone», continua Ravagnani. «A Gromo, per esempio, ci sono zone da 100, 150 cps possibili». E, chiaramente, più ci si avvicina alla miniera, più il livello cresce.

scintillometro/ dettaglio / azione

L’ingresso della miniera è stato murato un anno fa. Fino al cancello che circoscrive l’area della miniera si può arrivare anche con Google Maps, e già si intravedono i macchinari esposti, i capannoni circondati dal verde primordiale degli alberi. Un paesaggio cristallizzato non in un senso di decadimento, ma di insuccesso. Qualcosa che permane e continua a diffondersi, diventando sempre più passato, riuscendo tuttavia a restare attuale proprio perché non è mai stato risolto.

Attraverso i mattoni forati che occludono l’ingresso evade un fiato gelido e silenzioso che risale gli 8 km di gallerie. Una piccola edicola adornata da gigli color arancio contiene ancora una statuetta di Santa Barbara, la protettrice dei minatori. Ha ricevuto il martirio su una montagna, dopo essersi ribellata al padre: questione teologica, ma anche generazionale, una disputa sul futuro. È lei l’unica donna ammessa nella miniera. Eppure la storia dell’uranio in Italia comincia da una studentessa che nel 1913 faceva ricerche a Lurisia. Trova un minerale giallo, che crede sia zolfo, ma è uranile. Da lì nasce l’indagine che dal cuneese porterà a sondare il territorio alpino, e al giacimento di Novazza. A Lurisia andrà anche Marie Curie, pioniera e martire della radioattività. Daniele ci diceva che sulla sua tomba i Geiger cantano inni acuti e distorti a causa della radioattività che ancora oggi emana.

Ilario Negroni è il responsabile del piazzale antistante la miniera, e padrone di tutti i macchinari lì parcheggiati. È nipote di Dante, il sagrestano. Ha sempre lavorato nelle gallerie. Mentre ne parla gli brillano gli occhi.

Ilario, ex minatore, nel suo capanno degli attrezzi

«A me è sempre piaciuto stare nel sottosuolo, dentro la montagna, anche se c’è freddo, polvere, rumore, anche se lavorare dentro la roccia ti erode fisicamente: cambiano l’aria, la luce, l’umidità e il tempo non esiste più, ma quando avanzi di un metro è una soddisfazione. Poi qui c’era un bello spirito di corpo, anche un po’ di rivalità tra i vari gruppi: valtellinesi, veneti, gente del posto. Abbiamo festeggiato qui anche il 4 dicembre, per Santa Barbara, la patrona dei minatori».

Ilario non ha mai avuto paura delle radiazioni. «Adesso lavoro in una miniera di gesso con 50 km di gallerie, che scavano la montagna. Se c’è un guasto o un incendio, lì c’è il rischio di restare intrappolati». I timori sembrano essere altri, forse semplicemente perché più tangibili, identificabili.

Anche Tiziano, un minatore incontrato al centro aggregativo, ci aveva detto qualcosa di simile, che «la sicurezza passa dall’esperienza». «Quando hai fatto una volata, cioè quando buchi la roccia e carichi il materiale esplosivo» diceva, «devi sempre controllare i colpi inesplosi e mai iniziare a scavare in un buco già fatto, perché potrebbe esserci un candelotto di dinamite, e puoi saltare in aria».

Sotto la statua di Santa Barbara lo scintillometro rileva una radioattività che supera i 150 cps. Ricalchiamo, ripercorrendoli al contrario, verso l’uscita, i binari per il trasporto del materiale che si schiantano contro il muro che sigilla la miniera. Riscendendo verso il paese, Daniele è in auto con noi, parla dei suoi libri preferiti, le biografie e i saggi, e della sua gemma preferita, lo smeraldo. «Si dice gemma, non pietra preziosa, mi raccomando» tiene a specificare. Il suo primissimo ricordo legato alle pietre è l’immagine in un libro di scuola. Dice che adesso che è pensionato ha recuperato una sua passione infantile, «le locomotive». E soggiunge: «Sai, si dice che quando uno diventa vecchio torna ad essere un bambino».

Cronistoria di un giacimento

1959. Scoperta casuale da parte di un geologo dell’Agip del giacimento di uranio a Novazza. Si costruisce la strada di collegamento con la provinciale.

1959/63. La Somiren (Eni) apre cinque gallerie di esplorazione per 6 km circa («I primi minatori erano sardi, quando siamo arrivati noi abbiamo dovuto alzare tutte le gallerie perché ci picchiavamo la testa», ci ha detto Ilario Negroni. Con il costo concorrenziale del petrolio, nel ’63 il cantiere chiude.

1974. Dopo la crisi petrolifera, l’Agip mineraria riattiva i cantieri. Nasce la Simur che opera a Novazza, si ricomincia a scavare il tunnel di semina fino a 14 chilometri di sviluppo complessivo.

1976. Il comune di Valgoglio vende 8.000 metri cubi di terreno all’Agip. Il Ministero Industria e Commercio rilascia le concessioni di sfruttamento. Vengono acquisite dagli abitanti le aree in località Foppa di Bani, con l’obiettivo di localizzarci la discarica del lavorato (il tenore del giacimento è di 1:1000, per un chilo di materiale utile, circa 1.000 vengono scartati).

1977. La biblioteca di Gromo con il Gruppo di Ricerca da Bergamo organizza cinque serate informative per illustrare i rischi dell’esposizione all’uranio e della sua estrazione. Si levano le prime proteste popolari. La Comunità Montana concede intanto lo svincolo per l’inizio lavori (un solo giorno: la sera stessa lo ritirerà, cedendo alla pressione dell’opinione pubblica).

1978/79. Si raccolgono le firme per chiedere un referendum.

1980. Maggio, grande manifestazione a Bergamo contro lo sfruttamento dell’uranio (Coordinamento, Agesci, Acli, Comunità di Base).

1981/1982. A febbraio Filippo Maria Pandolfi, ministro dell’Industria, chiamato a Clusone per un incontro pubblico viene contestato duramente. Ad agosto l’Agip abbandona Novazza. Ora l’attenzione è sul progetto ValveNova che unisce il giacimento della val Vedello, il più grande d’Europa. La popolazione di Fiumenero (identificato come base logistica per gli impianti di lavorazione dell’uranio) si oppone.
Le Province interessate da ValveNova, Bergamo e Sondrio, creano il Comitato d’Intesa Istituzionale (un comitato tecnico) per valutare le ricadute sul territorio del progetto.

1983. Il nuovo presidente dell’Eni Franco Reviglio sopprime l’Agip nucleare. Inizia la smobilitazione degli impianti di Novazza gestiti dalla Simur, malgrado il parere favorevole del Comitato d’Intesa Istituzionale all’estrazione dell’uranio e alla sua lavorazione.

1977-1983. In sei anni a Novazza e nei paesi limitrofi Gromo, Bani, succede di tutto. O meglio, il solito: la questione miniera sì/miniera no divide la popolazione, le famiglie, chi “ha fatto i soldi” vendendo i terreni all’Agip da chi non li ha venduti. I pro insistono sull’opportunità di lavoro offerte dalla miniera, sminuendo i rischi della lavorazione del materiale radioattivo. Rischi che sembrano eccessivi e soprattutto poco valutabili nel tempo per i contro, preoccupati anche per la tutela del territorio e la compromissione del paesaggio.

Pure la Chiesa scende in campo. Osvaldo Belotti, il parroco di Boario di Gromo, diventa la testa di ponte degli attivisti di Bergamo, con cui organizza la mobilitazione locale.  Nelle foto dell’epoca appare orgoglioso e sorridente in dolcevita bianca e barba nera.