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Nebbie del tempo e demoni cinesi da una scatoletta di plastica

20/09/2017
Fotoracconti

A cura di Pavlov Arnoldi

Fotoracconti è una rubrica che esercita la riflessione attraverso l’osservazione fotografica, cosa non da poco in una società non fotologica, bombardata da stimoli fotografici complessi e multiformi, che spesso non riesce a decifrare. Qui, nel caso vi interessasse l’argomento, una introduzione alla rubrica.

Michael Kenna HOLGA - Montecito Garden, Study 14, U.S.A. 2006Michael Kenna – Montecito Garden, USA, 2006 (scattata con macchina fotografica Holga)

Una volta, al fotografo paesaggista Michael Kenna dissero: “Facile che ti escano così le foto, c’hai una Hasselblad! Prova ad usare una macchinetta di plastica come la Holga, poi vediamo”. Così il signor Kenna si mise a fare foto con una Holga, senza perdere un briciolo dello stile e dell’atmosfera tipica delle sue foto.

Questa è la storiella, e per quanto sia falsa, ci mostra una verità: lo stile può esulare dall’attrezzatura, per quanto essa abbia un peso nel risultato finale. Michael Kenna ha effettivamente fatto delle foto con una Holga, e non poche: una sorta di pausa dall’ingombro fisico e mentale della sua Hasselblad, nonché un’intimità a lui cara. E nonostante i suoi limiti tecnici, restano foto suggestive.

La precisione dell’eccelsa macchina svedese e l’approssimazione da catena di montaggio madeinchina, si contendono così le lunghe esposizioni di paesaggi desolati e sospesi, come pozze d’argento liquido sulla quale sciamano nuvole come veli e acque vaporose. La scia del tempo che scorre, in un accumulo di movimento e luce, come un lungo respiro. Un respiro invisibile all’occhio umano, sempre in formato quadrato, 6×6.

La scia del tempo che scorre, in un accumulo di movimento e luce, come un lungo respiro. Un respiro invisibile all’occhio umano, sempre in formato quadrato, 6×6.

Twenty Sticks, Kohoku, Honshu, Japan, 2003Michael Kenna – Twenty Sticks, Kohoku, Honshu, Japan, 2003

Del capolavoro elitario della Hasselblad ho accennato tempo fa (vedasi Fotoricordo dallo spazio), e per par condicio volevo testé elogiare un prodotto uscito dalle fabbriche per gli operai stessi. La Holga nacque nel 1982 nella Repubblica Popolare Cinese, e fu pensata proprio per le tasche della classe operaia che quel paio di volte all’anno, con la famiglia o in gita aziendale, andava al lago o in montagna e voleva cimentarsi in foto ricordo.

Oggi considerata toy camera, è un prodotto lo-fi interamente in plastica (salvo la molletta dell’otturatore e le clip di chiusura del dorso) avente due scelte di diaframma, un tempo di scatto fisso, caratterizzato da una marcata vignettatura e deformazione sui bordi dell’immagine detta “a cuscino” (se si fotografa un reticolato di linee parallele la cosa è evidentissima). I pezzi non sono mai identici fra di loro, e può capitare che una macchina abbia più vignettatura rispetto ad un’altra, o un tempo di scatto leggermente discostante dal 1/100 ufficiale. La leggera differenziazione, se non da pezzo a pezzo, era plausibile da lotto a lotto.

 La Holga nacque nel 1982 nella Repubblica Popolare Cinese, e fu pensata per le tasche della classe operaia. Oggi considerata toy camera, è un prodotto lo-fi interamente in plastica.

Nine Boats, Andakarnnazi Beach, Kerala, India, 2008Michael Kenna – Nine Boats, Andakarnnazi Beach, Kerala, India, 2008

La Cina iniziava ad aprire le porte all’Occidente, e dallo spiraglio arrivarono voci di una macchina fotografica in plastica, il cui nome si diceva derivasse dalle parole molto luminoso, e che utilizzasse stranamente una pellicola 120mm anziché la classica (per gli occidentali) 35mm. Quella macchina aveva addirittura le lente stessa di plastica e presentava un difetto di montaggio non da poco: delle due mascherine che fungevano da diaframma, quella col buco più piccolo (leggasi SOLE) venne applicata dietro quella col buco più grande (leggasi NUVOLO), cosicché quale dei due diaframmi selezionavi, lo scatto avveniva sempre con quello più piccolo: la scelta del diaframma era di conseguenza una cosa inutile, un placebo.

Quando, anni dopo, è stato segnalato il problema, l’Holga era divenuta un’icona della fotografia lo-fi occidentale e l’azienda ritenne che, nel bene o nel male, il difetto fosse parte delle peculiarità della macchina, ormai in odore di canonizzazione.

Quello che è stato detto finora, è noto a chiunque bazzichi nel mondo della fotografia analogica targata Lomography. Ciò che invece pochi sanno, è che con quella scatoletta di plastica un fotografo cinese è riuscito a registrare su pellicola spettri e demoni.

Ciò che invece pochi sanno, è che con quella scatoletta di plastica un fotografo cinese è riuscito a registrare su pellicola spettri e demoni.

Zhang Xiao -Shanxi, China (4)Zhang Xiao – Shanxi, China, 2007

Zhang Xiao, classe 1981, ha immortalato fantasmi di tempi antichi, Dei di un’arcana mitologia, materializzarsi dalle nebbie della lontana provincia di Shanxi. Figure bianche dai vestiti colorati si palesarono lungo rocciosi torrenti, fra la foschia e il nevischio, al giungere del nuovo anno lunare: fantasmi giunti dal passato a vendicare una cultura secolare soppressa dalle brutali riforme della Rivoluzione Culturale.

Dai campi i demoni emergono con lance, stendardi e corone; più guadagnano il villaggio, più la modernità s’insinua in ciò che li circonda. Ecco dalla lattiginosità distinguersi ora case, pali elettrici… Ma i fuochi fuori da ogni porta invitano gli spiriti a esibirsi, e i proprietari hanno pronti doni per loro. Tuttavia il presente incombe, e i demoni sono costretti a correre ai ripari, nel disperato tentativo di salvarsi: lasciano le stoffe ricamate per giacche a vento e jeans, fumano sigarette, cercano di mimetizzarsi nel nostro mondo. Ma la celebrazione è finita, i fuochi si spengono, le maschere cadono, e i potenti Dei tornano semplici contadini.

Allo sviluppo dei rullini, Zhang ebbe fra le mani la prova che ciò che aveva visto non era stato un sogno:

“Mi sono chiesto più volte se fossi entrato in una sorta di mondo fiabescamente surreale. Ad ogni sguardo sugli eventi che si stavano lentamente svolgendo, sentivo un travolgente senso di felicità. Cercando di non disturbare questa bellissima trance, speravo sinceramente di non svegliarmi mai”.

“Mi sono chiesto più volte se fossi entrato in una sorta di mondo fiabescamente surreale.”

Sfoglia la fotogallery:

  • Michael Kenna - Takaishima, lago Biwa, Honshu, Giappone, 2007