Persone, luoghi e altre storie
Magazine
Books

Nascita della menzogna fotografica – Roger Fenton e la guerra

29/04/2016
Fotoracconti

A cura di Pavlov Arnoldi

Foto-racconti è una rubrica che esercita la riflessione attraverso l’osservazione fotografica, cosa non da poco in una società non fotologica, bombardata da stimoli fotografici complessi e multiformi, che spesso non riesce a decifrare. Qui, nel caso vi interessasse l’argomento, una introduzione alla rubrica.

ZZ Roger_Fenton's_waggon-net[1]

Quando nacque la fotografia si credette d’aver trovato finalmente il mezzo per riprodurre la realtà fedelmente, senza la mediazione dell’artista (come accadeva con il disegno, la pittura e l’incisione). Ma poco ci volle per ricredersi. Questa meravigliosa creatura, che sembrava poter tutto, era appena quindicenne che già venne deviata: era l’autunno del 1854 quando il fotografo inglese Roger Fenton fu pagato dal governo per mentire con la fotografia.
In quei mesi l’opinione pubblica inglese era stata scossa dai dispacci giunti dalla Crimea dal corrispondente del Times William H. Russell: egli denunciava che che i soldati, in trincea, non morivano tanto combattendo in eroiche battaglie, ma per la fame, il freddo, le malattie e le infezioni dovute a scarse cure mediche. Era la pura e semplice verità, e quegli articoli non facevano che alimentare in patria l’impopolarità di questa guerra. Ed ecco che il Principe Alberto, consorte della Regina nonché patrocinante della neonata Royal Photographic Society, e il Duca di Newcastle, ministro della Guerra, proposero a Fenton di abbandonare la ritrattistica blasonata per diventare il primo fotografo di guerra. Egli organizzò allora un carro per il trasporto del materiale fotografico (a quei tempi a dir poco ingombrante), assunse un assistente, tale Marcus Sparling, un cuoco tuttofare di nome William, e s’imbarcò così sulla nave Hecla con destinazione Balaklava.

Se pensiamo anche solo vagamente all’attrezzatura dell’epoca, possiamo facilmente immaginare quanto era difficoltoso esporre lastre di vetro in posti diversi da un comodo studio fotografico: lavorando all’alba per evitare il deteriorarsi degli acidi (tanto faceva caldo durante il giorno) e stando a debita distanza da campi di battaglia e cannoneggiamenti di ogni sorta. Quest’ultima accortezza stava molto a cuore al nostro fotoreporter. Oltre alla delicatezza dell’attrezzatura e la poca manovrabilità di un simile carro, la scusa ufficiale era che le esposizioni troppo lunghe non avrebbero catturato l’azione della battaglia, se non in scie informi di movimenti in un paesaggio statico e ben a fuoco. Questa motivazione certo non reggeva nel caso di fotografie a cadaveri e ponti crollati (i primi statici, i secondi a fuoco), ma neppure di questi Fenton ritrasse alcunché.

A quanto pare, al fotografo inglese interessava di più l’aspetto umano della guerra: infatti la gran parte delle foto raffigurano soldati felici e contenti, come se si trattasse di una bella e tranquilla spedizione militare.

Ufficiali con divise fresche di bucato, in posa davanti alle tende, a leggere il giornale, suonare il piffero e bere vino. Addirittura allo zuavo ferito, supino con la testa sorretta dal compagno d’arme, l’impeccabile infermierina offre del vino. Era questa l’idea che l’opinione pubblica doveva avere del ferito di guerra.
Altro aspetto che stava a cuore al fotografo (e alla propaganda) era la diversità etnica dell’alleanza britannica:
macedoni, egiziani, algerini, croati… tutti uniti contro l’Impero Russo. Ci teneva a tal punto che per sicurezza si fece fotografare lui stesso, dal suo assistente Marcus, vestito da zuavo, con pipa e fucile. In studio.
La costruzione di finte situazioni e manipolazioni minò in seguito tutta l’attendibilità del reportage di Fenton, tanto da far nascere un interminabile dibattito sull’autenticità della sua foto più emblematica, la Valle dell’ombra della morte: un avvallamento desolato dove l’esercito britannico era stato più volte sconfitto. Ma tutto ciò, appunto, in seguito. Quando le fotografie di Fenton giunsero in patria, ebbero l’effetto sperato: la gente si trovò davanti scenette serene nelle retrovie, e questa volta non erano descrizioni spedite via telegrafo ma immagini, immagini vere, non disegni. Quale mezzo migliore della fotografia, che è “vera”, per dimostrare che le parole del giornalista William H. Russell erano menzogne? D’altronde, da un irlandese così volgare c’era da aspettarselo… inoltre, se il comandante Lord Raglan già da tempo avvisava gli ufficiali di non parlare con quel giornalista un motivo ci sarà stato…
Nel dicembre del 1855 William H. Russell venne fatto rimpatriare. Roger Fenton continuò la sua carriera d’inviato finchè il karma non lo colpì col colera (mai presente nelle sue fotografie), costringendolo a rientrare anch’egli in patria.

ZZ roger_fenton_wounded_soldier_crimea_1855_high_resolution_desktop_1600x1359_hd-wallpaper-917859[1]

Ma i falsi fanno parte della storia fotografica tanto quanti i veri. E già da allora abbiamo centinaia di esempi… Nel risorgimento si facevano dei “mosaici fotografici” per illustrare battaglie già belle che concluse (come per esempio la breccia di Porta Pia). Nella seconda metà dell’800, nel sud Italia, i cacciatori di taglie si facevano immortalare coi cadaveri dei briganti tenuti in piedi con stecchi e fili per riscuotere la ricompensa che li esigeva vivi (cosa che si è fatta poi con le polaroid negli anni ’70 e ’80 durante i sequestri di persona).
Nei governi totalitari, durante lo stalinismo in primis, il fotoritocco faceva miracoli: gente bollata come traditore dello Stato spariva in ogni foto di gruppo antecedente senza lasciar vuoti. Era un confine che si era varcato quando Roger Fenton affondò il cavalletto nella terra della Crimea, in quel caldo marzo del 1855, e che ci accompagna tutt’oggi con photoshop.