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Mate alla Vucciria – Argentini a Palermo

26/09/2017
Reportage

A cura di Antonio Moschella

Illustrazioni di Gabriele Ghisalberti

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Percorrendo la lunga via Maqueda, arteria principale del cuore pulsante di Palermo, è facile percepire l’effluvio del caffè in ogni angolo, dai bar alle abitazioni. A fare eccezione vi è il salone di un appartamento sito al terzo piano del civico 129, all’incrocio con via Giardinaccio.

È lì che ogni mattina, invece di svitare e avvitare una classica moka per miscela arabica, Antonella Volpentesta procede al rituale della cebadura del mate, ossia la disposizione accurata di una tipica erba proveniente dalla lontana Argentina, rigorosamente nella calabaza, un recipiente a forma di zucca in cui si inserisce una cannuccia di acciaio, la bombilla, che fa al contempo da perno e da tramite tra l’infusione e le labbra di chi lo consuma, con un passaggio di mano in mano, e di bocca in bocca, che nel paese sudamericano indica amicizia e intimità.

A condividere appartamento e yerba mate con Antonella ci sono Ana Lucia Chiarello, Luisina Chiarello e Sol Aumasque. Compongono un gruppo di ragazze argentine tra i 24 e i 28 anni, con una scia di italianità che le ha spinte a tornare nel paese dei loro nonni per richiederne ufficialmente la nazionalità.

L’immigrazione italiana in argentina è stata copiosa nella seconda metà del XIX secolo e tra la prima e la seconda guerra mondiale, quando le famiglie con poche risorse economiche scelsero di popolare la vastissima terra del Cono Sud attirate da una possibilità di un futuro migliore. La comunità siciliana fu una delle più rappresentate a Buenos Aires e dintorni, insieme a quella napoletana, quella piemontese e quella genovese.

Senza conoscersi prima, le quattro coinquiline dell’appartamento di via Maqueda sono inseparabili amiche unite dal caso in quel di Palermo. Una scelta che sembra controcorrente, vista l’abitudine degli argentini di origine italiana a preferire città come Milano, Roma o Torino, per un’efficienza di servizi lontana dagli standard di Buenos Aires. Lì la precarietà è all’ordine del giorno e le scene di vita quotidiana ricordano quelle napoletane o, appunto, palermitane.

Ogni mattina, invece di svitare e avvitare una classica moka per miscela arabica, Antonella Volpentesta procede al rituale della cebadura del mate.

Il quartiere più genuino e vivace di Palermo richiama il bonaerense San Telmo, dove la vita di strada senza programmi batte ancora forte, alla ricerca di un tango improvvisato ballato su un marciapiede o di un mate consumato nel continuo andirivieni delle persone tra le stradine di pietra.

Passeggiando con il termos del mate sotto braccio, Antonella percorre via Argenteria come se vivesse lì da sempre. Con la tranquillità di un’autoctona saluta praticamente chiunque incontri, con il sorriso sulle labbra, come se si sentisse in un’oasi di serenità priva di stress e sgomento. Fino all’arrivo alla fontana del Garraffello, sul muretto sul quale è solita sedersi contemplando la mattina e i bambini che invasati rincorrono un pallone e la transumanza di anziani che brulicano costantemente creando un vortice di vita che la affascina. “È tutto così vivo e dinamico che sembra di essere in un film” dice entusiasta.

Negli scambi fugaci alla luce del sole e in quella informalità tipicamente gaucha, gli argentini dal sangue italiano arrivano a percepire l’inspiegabile nostalgia di un luogo raccontatogli dai loro nonni, molti dei quali neanche parlavano spagnolo.

“Sono venuta a Palermo a luglio perché cercavo un posto speciale e con un buon clima. Un’amica mi ha suggerito Palermo e grazie a Google ho scoperto che era vicino al mare. La prima impressione è stata di una città particolare e molto viva. Poi, grazie a una pagina Facebook che si chiama Ciudadanía Italiana en Italia – 1000 cosas interesantes mi sono informata sulle procedure generali” afferma Antonella. Ha poi scelto il capoluogo siciliano anche perché “ho visto che era una delle città dove si otteneva la cittadinanza più velocemente e l’ubicazione geografica ha fatto il resto”.

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Nata nel 1988 a Buenos Aires, Antonella riesce a mantenere intatta la sua passione per la musica anche a 13 mila km di distanza, grazie al suo ukulele e a una voce cristallina. “Come musicista, l’unico appunto che faccio a Palermo è l’assenza di frequenti proposte musicali in strada o nelle piazze, un tocco culturale che mi manca non poco e che cerco di compensare suonando con i miei amici”.

Di lontane origini cosentine, luogo di nascita dei nonni paterni, ha deciso di ritrovare l’essenza perduta del Sud recandosi da sola a Palermo, dove ha incontrato Sol, che mentre posa il termos sul tavolo e accomoda con cura il mate evidenzia come gli argentini siano una delle comunità più presenti in città, proprio per lo stesso motivo:

“Dopo i pakistani gli argentini sono tra i principali colonizzatori della scena interna di Palermo, che tra l’altro è il nome di uno dei quartieri più moderni di Buenos Aires”, indizio che rivela un vincolo viscerale tra la città siciliana e la capitale argentina, dove abbondano i cognomi siculi. Il legame tra chi porta nel cognome un po’ di cultura tricolore e il paese degli antenati, lontano fisicamente ma vicino culturalmente, è riscontrabile non solo nel tono della parlata, ma soprattutto nel modo di vivere, leggero e disteso, calcolando il tempo in base ai propri bisogni e non al contrario.

La cittadinanza di uno stato membro dell’Unione Europea è il lasciapassare per i sudamericani che intendono soggiornare nel vecchio continente, che sia in Spagna, in particolare Barcellona e Madrid, dove la lingua aiuta, o in Italia e in Francia, le due destinazioni più gettonate dopo la penisola Iberica. E in questo contesto, l’informalità palermitana ha favorito l’arrivo di tanti giovani argentini alla ricerca delle proprie origini.

“Dopo i pakistani gli argentini sono tra i principali colonizzatori della scena interna di Palermo, che tra l’altro è il nome di uno dei quartieri più moderni di Buenos Aires.”

“Non è stato difficile trovare una casa, qui i prezzi sono economici, anche chi viene da un paese meno abbiente come il nostro può permettersi un affitto” continua Antonella, che ha cercato casa immediatamente per avere in primis la residenza e poi richiedere la nazionalità. E così, poco a poco, le stradine della Kalsa, di Ballarò e, soprattutto, della Vucciria, hanno vissuto un processo di internazionalizzazione prima riscontrabile solamente grazie agli studenti Erasmus.

Adesso, invece, i tanti argentini che sbarcano il lunario sono entrati di diritto nella routine locale, importando il loro rituale del mate in qualsiasi angolo delle strade, dove si sentono al sicuro e tranquilli a qualsiasi ora. Antonella dice che “Palermo è una città che in Sudamerica non esiste, anche se lo spirito della gente è simile. Non a caso ci siamo ritrovati in molti argentini qui e il solo fatto di poterci muoverci sempre a piedi è un vantaggio enorme. Perché Buenos Aires è enorme ed è inconcepibile prescindere da qualsiasi mezzo di trasposto, sia esso pubblico o personale”.

Attraverso la stessa pagina di Facebook usata per le informazioni burocratiche, Antonella e le sue coinquiline hanno conosciuto un numero importante di connazionali, con i quali hanno subito condiviso un asado, l’altro rituale argentino per antonomasia.

“In Argentina preparare un asado va oltre il concetto del cibo. È un vero e proprio momento di condivisione di spazio, tempo e risorse che crea vincoli indissolubili” esclama Sol appena sente l’odore virtuale di una buona entraña (parte del diaframma dietro le costole, tra i tagli più corposi e gustosi della tradizione argentina) lasciando da parte la chat su WhatsApp nella quale era impegnata.

E continua: “Da metà mattina, quando si inizia ad accendere in fuoco, fino al tramonto, gli invitati all’asado entrano in una dimensione unica di piacere, allegria e isolamento dal mondo” mentre i carboni sulla brace scandiscono il passaggio di una giornata che per molti è sacra, e tra il sacro e il profano viene quasi sempre organizzata di domenica. Anche durante l’asado il mate passa di mano in mano e di labbra in labbra, fino a quando, a ora di pranzo, in molti non preferiscono sostituirlo con Fernet e Cola, il cocktail più bevuto di Buenos Aires, a dimostrazione di quanto l’impronta italiana sia ancora fortissima.

L’intesa tra nuovi e ‘vecchi’ immigrati è stata immediata, e il tessuto urbano palermitano sembra essere uno scenario ideale per l’instaurazione di un rapporto interculturale e interetnico genuino e spontaneo. Riflesso di essa è la perfetta convivenza tra giovani argentini e le famiglie di senegalesi ormai lì da anni.

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All’allegria e alla spensieratezza della vita cittadina fa da contraltare la lentezza delle procedure burocratiche necessarie ad ottenere la tanto anelata cittadinanza. Nel caso specifico di Antonella, la discendenza è praticamente diretta grazie al mantenimento della cittadinanza italiana da parte di sua nonna. Per la legge italiana, infatti, i discendenti di chi aveva ancora la nazionalità italiana dopo il 1945 possono richiederla direttamente. Due mesi dopo aver presentato la domanda con tutti i documenti necessari, tutte le inquiline dell’appartamento di via Maqueda hanno ottenuto la cittadinanza.

“L’attesa del vigile, ossia l’incaricato di verificare che vivo effettivamente a Palermo con un regolare contratto di affitto, è stata piuttosto lunga. In realtà non si sa quando può passare per casa. Può essere dopo due giorni o dopo un mese. E durante questo lasso di tempo dalle 8 alle 20 è meglio restare in casa, perché se non ti fai trovare poi perdi il treno”.

Sebbene il procedimento sia uguale per tutti, non manca chi cerca di approfittarne. Lo sa bene Pilar Diaz, mediatrice culturale argentina residente a Roma ed esperta in procedure legali. Qualche anno fa ha creato una pagina Facebook rivolta agli argentini di origine italiana, non solamente per dare assistenza concreta ma soprattutto per evitare che i giovani finissero tra le spire di avvocati e presunti legali del settore.

Contattata via telefono, Pilar denuncia il comportamento di molti legali che “sono coscienti della fretta e dei problemi ai quali i giovani argentini possono essere esposti durante la richiesta della nazionalità e, facendo credere loro di essere un tramite fondamentale per l’acquisizione della nazionalità, si inventano infinite pratiche burocratiche per le quali incassano quantità importanti di denaro, arrivando praticamente a truffare i richiedenti nazionalità”.

Grazie al gruppo creato da lei e Sebastian Poliotto vari anni fa, in molti hanno evitato di essere ingannati da questi presunti esperti del settore che lucrano sulle necessità dei giovani argentini. Non a caso, Antonella e le sue amiche non hanno avuto alcun problema da questo punto di vista, anche perché a Palermo, pausa estiva a parte, le pratiche burocratiche sono poi risultate essere effettivamente veloci.

“Nel momento in cui ho trovato l’erba mate al supermercato all’angolo ho capito che qui mi sarei sentita a mio agio” afferma Antonella, le cui giornate durante i due mesi di attesa sono trascorse all’insegna di un dolce far niente che le ha permesso di portare allegria dentro e fuori le mura di casa, arrivando ad essere tutt’uno con la realtà locale.

“Nel momento in cui ho trovato l’erba mate al supermercato all’angolo ho capito che qui mi sarei sentita a mio agio”.

Con il suo ukulele in mano e la sua voce melodiosa ha diffuso tra i nuovi amici italiani e senegalesi le note armoniose di Mercedes Sosa, Violeta Parra, due classici della musica latinoamericana. Canta anche i meno noti Perota Chingò, un gruppo itinerante composto da tre uruguayani e un brasiliano che viaggiano per l’America del sud con un progetto di diffusione culturale spontaneo e naturale, con alla base l’energia della musica. Un poco come lei.

Due mesi dopo il suo arrivo a Palermo, Antonella ha finalmente ricevuto la visita del “vigile” e dopo un’attesa di pochi giorni ha ottenuto anche la cittadinanza, quasi in contemporanea con le sue amiche. Per festeggiare, stavolta hanno cambiato menù ma non l’ubicazione: nel bel mezzo della Vucciria hanno scelto un tipico ristorante italiano, partendo dagli antipasti e finendo con il caffè, lasciando quindi da parte l’asado e il mate, in una sorta di iniziazione alla loro nuova vita da italiane a tutti gli effetti. Le loro storie sono intrecci complessi di vite e ricordi, di sentimenti che vivono di allegria, umanità, amicizia, e che rafforzano ancora di più il vincolo culturale tra due paesi complici nel passato.

Il prossimo passo per Antonella sarà la richiesta formale del passaporto, le servirà per poter viaggiare e vivere legalmente nell’Unione Europea. La mia prima tappa sarà sicuramente Cosenza” dice, “vorrei conoscere da vicino il luogo d’origine dei suoi nonni”. Per la prima volta potrà viaggiare da italiana. Con il mate nella mano sinistra e Palermo nel passaporto.