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Russia all’1,5% – Mario Donati, reduce

05/04/2017
Persone

A cura di Alessandro Monaci

Fotografie di Paolo Vezzoli

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Se non fosse per le Orobie in lontananza, l’orizzonte potrebbe essere simile a quello che vedeva Mario Saverio Donati nel ’42. Di sicuro lui non provava però lo spaesamento che provo io ora: da montanaro, quando non ho almeno tre lati del paesaggio intorno a me chiusi dalle montagne, mi sento spaesato. Forse esposto. Troppa aria attorno a me, nonché la sensazione di non poter possedere – fosse anche solo con lo sguardo – tutto l’orizzonte. Mario invece è un bergamasco di pianura.

È nato nel 1920 a Pumenengo ed è qui che lo incontro durante una delle prime giornate calde del 2017. La sua casa si trova in campagna, nella frazione Finiletti, lungo una via in cui si alternano abitazioni, un’osteria svecchiata e resa meno ruvida di come doveva apparire un tempo, e alcuni pollai, questi invece sempre uguali a come penso siano i pollai in tutto il mondo. Anche l’edifico potrebbe meritare un racconto, quantomeno per la sua longevità: seppur ristrutturato, è la stessa casa in cui Mario vive da sempre, e in cui visse suo padre prima di lui.

È nato nel 1920 a Pumenengo ed è qui che lo incontro durante una delle prime giornate calde del 2017. La sua casa si trova in campagna, nella frazione Finiletti.

Sempre nei dintorni di Pumenengo, Mario frequentò la scuola dell’obbligo per poi continuare il lavoro del babbo, dividendosi tra mucche e lavoro nei campi. Al momento del servizio militare tentò così di mantenere il contatto con gli animali: richiamato si offrì volontario per servire nei reparti a cavallo dei Carabinieri, ma a causa della guerra venne trasferito. Rimase a cavallo, ma nell’artiglieria: andrà a far parte della batteria ippotrainata del 3° rgt. della 3a divisione celere.

2I luoghi della Campagna di Russia sull’Atlante Fisico.

L’esercito lo costringerà per la prima volta a vivere altrove. Quei quattro anni di, come la chiama lui, «ultima guerra» influenzeranno il resto della sua vita. E la cosa non è di poco conto, visto che questa di anni ne conta ormai novantasette.

Quando incontro Mario già so della sua eccezionale salute, ma resto ugualmente sorpreso nel ritrovarmi di fronte una persona che di anni ne potrebbe avere trenta di meno. È vispo, presente, cammina e parla senza sforzo. Va perfino in bici. Fino ai novanta aveva anche la patente. Ora non gliela hanno più rinnovata, ma “qualche volta ho guidato lo stesso anche dopo. Poi ho smesso, perché anche se non ho mai fatto incidenti, se dovessi farne uno senza avere la patente mi darebbero la colpa anche se mi venisse addosso qualcuno”.

Qui è giunta l’ora di fare per me una premessa. Il mio grande sforzo nell’intervistare Mario è quello di far emergere e percepire la sua individualità. In passato ho sentito e analizzato decine di interviste a reduci della Russia. A grandi linee so già cosa Donati mi racconterà, quali momenti narrerà e quali ometterà. Non sono qui neppure per avere delle informazioni riguardo alla guerra, intesa come nomi, eventi e date. Queste sono cose che già conosco. Quello che m’interessa ora è la memoria. La sua memoria.

Dopo i venticinque anni lui è sempre stato, in primo luogo per sé stesso, il reduce della Russia.

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La mente rielabora ogni fatto. L’atto del narrare rielabora a sua volta la memoria. Ogni evento che Mario racconta è dunque frutto di complicati processi cerebrali, la maggior parte dei quali involontari. Le sue parole dicono perciò molto più di quello che vogliono raccontare, ed è leggendo tra queste righe che cerco di capire la sua storia personale, vissuta all’interno di quella che è una vicenda che ormai si trova fissata nei libri di storia.

Appena ci presentiamo, senza che io abbia neppure il tempo di accomodarmi al tavolo, già mi parla dei diciotto mesi passati in Unione Sovietica. Sono questi a caratterizzare il cuore della sua guerra, dunque della sua vita1. Dopo i venticinque anni lui è sempre stato, in primo luogo per sé stesso, il reduce della Russia. Ma la sua esperienza bellica non si limita, e non inizia, sul fronte Orientale. Nel giugno del 1940, nel momento dell’inizio delle ostilità con la Francia, Mario si trovava già sotto le armi. Il suo reparto venne mandato a Cuneo, ma la pace arrivò prima che potesse anche solo uscire dalla caserma, dunque questa vicenda viene raccontata solo dietro specifica domanda e liquidata con poche parole. Una guerra senza morti non è guerra.

1Per chi ama le statistiche, 18 mesi su 1164 sono circa l’1,5%.

Di morti ne vedrà molti più nei Balcani. Fu trasferito lì nel 1941 e destinato a Sanski Most (Bosnia), subito dopo la dura repressione tedesca. Al suo arrivo i morti civili non sono più appesi nel centro della città, ma i muri e gli alberi ancora pieni di calce e l’umore della popolazione non riescono a non fargli percepire l’orrore di quello che era successo. Infine, dopo qualche mese e “ventiquattro ore di permesso per salutare la mamma e il papà” il trasferimento sul fronte russo. Non partì però con l’ARMIR, resa “celebre” dall’epopea degli alpini che di essa facevano parte, ma bensì col dimenticato CSIR, il corpo di spedizione che precedette di un anno i soldati con la penna nera.

4Due piccole fotografie che Mario tiene nel portafogli: il cimitero dei bersaglieri nel villaggio di Ivanovskij e un ritratto del Capitano Sabatoli, che gli salvò la vita.

Il fronte Orientale fu quello più duro e violento del conflitto, quantomeno in Europa e Africa. I primi morti il reparto di Mario li ebbe ancor prima di arrivare sulla linea di fronte, quando “un apparecchio venuto alla mattina ha lanciato giù delle bombe che hanno ucciso due dei nostri”. Il suo percorso fu in direzione inversa rispetto a quello percorso dagli alpini: dal fiume Dnepr arrivò al Don. Il fronte nel 1941 avanzava in maniera veloce, senza dare modo alle linee di formarsi. Fu una guerra diversa da quella di trincea vissuta durante la Grande Guerra dai padri di questi ragazzi. Qui gli spazi sono infiniti e vuoti. Il nemico poteva essere davanti come dietro: le distanze tra i reparti erano così larghe “che intere divisioni avversarie passavano e ci attaccavano alle spalle”, appoggiate e rifornite dall’aviazione. Era una guerra che procedeva per “sacche” (si puntava cioè a circondare grosse unità nemiche e farle arrendere), fino ad arrivare a quella celebre di Stalingrado.

Stalingrado è il simbolo dell’insensatezza e della crudeltà della guerra tra nazisti e sovietici: la città è tenuta (o attaccata) con tale vigore in virtù del nome con cui è stata ribattezzata. L’ideologia costò ai tedeschi la 6a armata, a tutti e due i contendenti perdite che arrivarono al milione di uomini2.

Qui gli spazi sono infiniti e vuoti. Il nemico poteva essere davanti come dietro: le distanze tra i reparti erano così larghe “che intere divisioni avversarie passavano e ci attaccavano alle spalle”

2I numeri enormi sono incomprensibili. Per dare un’idea è come se a Stalingrado fosse rimasta uccisa o ferita il doppio dell’intera popolazione della provincia di Bergamo.

Sarà combattendo per Stalingrado che gli alpini italiani furono costretti a ritirarsi in pieno inverno russo. Mario, insieme al suo reparto, si salva però da questo momento, venendo rimpatriato verso il Natale del 1942, “dopo aver conquistato la quota trecentoequalcosa(il fatto che si ricordi e dia importanza alla conquista di un saliente all’interno di una guerra di movimento, è allo stesso tempo divertente e tragico). Non partecipare alla ritirata lo esclude però dall’evento che più ha caratterizzato il fronte russo per gli italiani, soprattutto nella sua narrazione e rappresentazione successiva. Mario ne elabora dunque una sua personale, nella quale durante i “40km a piedi per prendere il treno che ci avrebbe riportati in Italia” un suo compagno sfinito viene trascinato per il tascapane nella neve alta.

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Qui bisogna fermarsi a riflettere un secondo sul perché la narrazione dei reduci di quel fronte, nonché la memoria collettiva e in parte perfino quella di Mario, siano quasi fisse solo sui giorni del ripiegamento. Essi sono certamente il simbolo di una guerra insensata e affrontata in modo inadeguato, nonché il momento catartico che ha permesso ad alcuni di ravvedersi sul piano dell’impegno politico3. È anche però una narrazione che lascia il testimone nel ruolo di vittima, di sofferente quasi eroico in contrasto con i comandi e i poteri superiori, in balia di eventi più grandi di lui e sui quali non ha possibilità d’intervenire. A mancare nelle memorie dei reduci e nelle parole della persona che ho ora di fronte, sono invece dei racconti espressi in maniera altrettanto partecipata di azioni compiute prima del ripiegamento o, ancor meno, sulle azioni di contrasto alla resistenza partigiana compiute sul fronte orientale o nei Balcani4.

3Molti alpini scampati alla ritirata diventeranno antifascisti e antimonarchici, prendendo quindi parte in maniera attiva alla Resistenza.
4Il Montenegro ad esempio si tende a dimenticarlo, molto più semplice parlare di El Alamein.

La violenza commessa è certamente uno dei tabù per gli ex-combattenti, unito a quello della sessualità. I racconti di visite a postriboli o flirt con ragazze locali, sono anch’essi omessi dalla memoria. Eppure viene difficile credere che dei giovani ventenni non avessero mai l’impulso di fare quello che avrebbero fatto in un qualsiasi altro contesto, ovvero cercare contatti e relazioni con l’altro sesso. Per carità, sono aspetti forse minori e privati, di poca importanza, fatti cadere nell’oblio anche in virtù della vita successiva, in cui i sopravvissuti si sono sposati e hanno messo su famiglia.

In questo caso in particolare, Mario si ritrova a ripercorrere la sua vicenda in presenza della moglie Giacomina, detta Mina, anch’essa novantenne e vispa (che l’aria della Bassa non sia così malsana come appare?), la quale ascolta le sue parole e interviene spesso, fondamentalmente per dare del logorroico al marito e per scusarsi del fatto di aver avuto timore nell’aprirci la porta di casa “perché coi tempi che corrono…”. Nonostante i ben settant’anni di matrimonio, quindi forse Mario è attento a risparmiarle storie che potrebbero dar vita a gelosie. Il fatto che tra le frasi in russo che si ricorda (e che esercita con Paolo, il fotografo, inquietandolo e divertendolo allo stesso tempo) ce ne siano diverse con temi affettivi, lascia tuttavia poco spazio a dubbi.

6Croce di Ghiaccio del Corpo di Spedizione Italiano in Russia (a sinistra) e Distintivo commemorativo del Fronte Russo (a destra).

A volte la memoria è modificata in maniera molto più attiva. Ad esempio i rapporti coi tedeschi non sono mai descritti come positivi. Possibile che nessuno abbia fraternizzato con gli alleati? Che tutti i ragazzi inquadrati nella Wehrmacht fossero crudeli e che Mario e tutti i suoi commilitoni lo avessero già capito? Certo, i raggruppamenti per nazionalità favoriscono gli stereotipi (curioso quello sugli ungheresi “gran signori” penso dovuto ad alcune affinità alcoliche), ma il sospetto ritengo resti lecito. Questo appiattisce anche l’interpretazione degli eventi: la suddetta strage di Sanski Most, Mario la motiva come una rappresaglia scatenata dall’uccisione di un tedesco. In realtà si trattò di un episodio che ebbe come fattore scatenante le rivalità etniche della regione (furono i fascisti croati a chiedere il supporto delle armi germaniche contro i serbi), ma la realtà è complessa e la memoria agisce tendendo a semplificarla secondo uno schema che l’autore possa comprendere con facilità. E che forse lo aiuti a ripensarsi in maniera positiva: è meno traumatico parlare dei bombardamenti subiti, che raccontare dei morti causati da lui.

Parlando per una vita di quelle esperienze è riuscito a distribuire parte del peso dei ricordi su tutti i suoi interlocutori, allontanandosi – almeno in minima parte – dal suo passato e dai suoi lati traumatici.

I racconti dei reduci hanno quindi loro tematiche, ma anche loro tempistiche. I ricordi sono scanditi da date che spesso non sono così note all’esterno, come l’8 settembre 1943. È un giorno assai significativo per ogni combattente e quando pongo una domanda relativa ad esso, il volto di Mario si rallegra. Sa che so di cosa sta parlando, si crea un’atmosfera diversa. Da questo momento entra maggiormente nei dettagli militari, lo prende il timore di non riuscire a raccontarmi ogni singolo episodio di cui si ricorda.

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Aperto il flusso, la narrazione diventa continua, cospicua e senza pause. Sarebbe impossibile per me trascriverla tutta in questo spazio, forse non avrebbe neppure senso: gli aneddoti sono più o meno sempre uguali: i pidocchi, il freddo, la fame (in questo caso poca: l’artiglieria ha la fortuna di operare più vicina ai magazzini), qualche scena cruenta raccontata però senza troppa drammatizzazione. In parte perché la sensibilità, almeno quella palesata, un tempo era diversa. In parte perché forse l’atto del narrare fa bene a noi che ascoltiamo, ma in primo luogo è utile a Mario stesso.

Parlando per una vita di quelle esperienze è riuscito a distribuire parte del peso dei ricordi su tutti i suoi interlocutori, allontanandosi – almeno in minima parte – dal suo passato e dai suoi lati traumatici. Il processo del ricordo, se da un lato ci priva della realtà evenemenziale, dall’altro lima gli spigoli più dolorosi, contro i quali la sua mente avrebbe continuato a scontrarsi.

Al tempo stesso raccogliere testimonianze è utile per noi. Non starò qui a dire a che cosa serve studiare la storia, come possa essere utile capire cosa sia successo a quei ragazzi e come loro lo abbiano vissuto. La ricerca per essere corretta dev’essere fine a sé stessa, i risultati pratici sono un effetto collaterale. Sentire un testimone aiuta però a umanizzare, a rendere reale, quello che la documentazione cartacea o i libri rischiano di farci parere lontano e irreale.

8Quadro con fotografie del Gruppo Reduci e Combattenti di Pumenengo.

Migliaia di uomini servirono nella 3a divisione celere e il mio interlocutore è parte di questi, ma è anche unico. E in effetti in ogni intervista a un reduce, un qualcosa di diverso rispetto agli altri emerge. In genere ad esempio gli anziani ex-combattenti parlano a fatica dei loro compagni, e ancora più a fatica ricordano i loro nomi. Mario invece se li ricorda tutti. Anzi, usa ripetersi questi e quelli dei suoi coscritti di Pumenengo ogni sera, prima di addormentarsi. Una litania che forse lo aiuta a superare il fatto di essere rimasto ora, per la prima volta, davvero l’unico e il solo.

Una solitudine strana la sua. L’aspetto del legame coi vecchi compagni m’incuriosisce, così domando come e se si siano rivisti dopo il termine della guerra. Mi risponde che no, non si sono mai più incontrati o sentiti. Conosceva dove abitavano, sapeva i loro nomi, ma nessuno ha provato a rivedersi. Nessuno di loro ha scritto a lui e Mario a sua volta non ha contattato nessuno di essi. Come non ha mai provato né ha mai voluto tornare nei luoghi che ha percorso in divisa. Forse la memoria è sì viva e ritorna ogni giorno su quel periodo, ma ha come obiettivo separare quegli eventi dal presente. Quella parte della sua vita è finita un paio di giorni dopo l’armistizio, quando il suo reparto si è sciolto, i soldati hanno abbandonato la caserma e Mario con loro. Ha nascosto le bombe a mano in una tomba, scaricato il fucile sparando nella fontana del paese, gettato via l’otturatore, e con un viaggio di tre giorni è tornato a casa. Qui sulla carta ha fatto il partigiano nelle Fiamme Verdi, ma il suo scopo era di restare tranquillo e vicino ai parenti, evitando ulteriori scontri.

Della guerra ha tenuto solo una bici, abbandonata dai tedeschi in ritirata, e che è stato il solo mezzo di trasporto che lui e Mina avevano per incontrarsi e iniziare a frequentarsi.

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Della guerra ha tenuto solo una bici, abbandonata dai tedeschi in ritirata, e che è stato il solo mezzo di trasporto che lui e Mina avevano per incontrarsi e iniziare a frequentarsi. Poi, dal 1945 ad oggi, una vita di sereno lavoro e di racconti, circondato da un’abbondante e affettuosa famiglia e in cui la maggior evasione dalla routine sono le gite parrocchiali. Una vita segnata da quei ricordi, ma al tempo stesso nettamente divisa da essi.

Per finire, una nota. Quello che leggete è frutto della rielaborazione di Mario della sua esperienza, il cui racconto è a sua volta reinterpretato da me. Ad altri avrebbe raccontato cose differenti, altri interlocutori avrebbero percepito sfumature diverse. Nei libri abbiamo ricostruito con estrema precisione la storia dei migliaia di ragazzi che furono inviati in Russia durante la guerra, ma ci troviamo nell’impossibilità di conoscere con esattezza la singola vicenda di ognuno di loro.

Nel parlare e nel risentire le parole di Mario sono colto dallo stesso spaesamento che provo in pianura. Capisco dove sono, ma ho la sensazione di non poter possedere e cogliere tutto. Forse in fondo ha ragione Jannacci: la memoria ha dei risvolti curiosi: più dentro ci vai, più niente viene di fuori5.

5Jannacci, “L’uomo a metà”