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Lo scrittore dai capelli strani – intervista impossibile a David Foster Wallace

11/04/2016
Interviste

A cura di Alessandro Monaci

Illustrazione di Davide Baroni

David Foster Wallace intervista impossibile 1000

Wallace è lo scrittore contemporaneo maggiormente in grado di far innamorare il lettore di sé. Non so se ciò sia dovuto alla sua scrittura, capace di passare dalla più ardita sperimentazione letteraria ad una profonda semplicità, o alla fragilità emotiva che trasuda dalle sue parole.
Di certo pensare di incontrare Wallace ha a che fare col desiderio. E il desiderio ha a che fare col proiettare su di un altro i propri desideri. Incontrarlo significa invece guardare nel profondo, e non sempre quello che si trova soddisfa. Forse ciò che in realtà trovo divertente è il solo desiderare.
Cosa si deve fare per diventare bravi scrittori?

Il problema è che tutti mi chiedono come diventare scrittori e non come scrivere bene.

Parliamo allora del suo libro più complesso. Infinite Jest è un romanzo potente, triste, ironico disconnesso e volutamente inconclusivo: perché?

I.J. deve rappresentare un intrattenimento fallito. Laddove dovesse provocare assuefazione si dovrebbe trattare di una forma autocosciente di dipendenza.

Riflette l’esperienza quotidiana nell’era dei computer?

Rappresenta ciò che significa essere vivi. Non c’è bisogno di stare continuamente su internet per sentirsi così.

Lei nutre un grosso interesse per la TV, come mai?

Io riconosco che la guardo per divertirmi, e che almeno per il 51% del tempo che la guardo mi diverto. Questo non vuol dire che non prendo la televisione sul serio: gli scrittori tendono a essere una razza di guardoni. Sono osservatori nati. Sono spettatori. Questo perché si nutrono delle situazioni della vita, e la televisione ha a che fare in tutto e per tutto con il desiderio. E, letterariamente parlando, se gli scrittori si nutrono delle vicende umane, il desiderio non è altro che lo zucchero.

Non la ritiene dannosa quindi?

Non sono per niente d’accordo con quei reazionari che considerano la tv come fosse un qualche funesto flagello abbattutosi sul popolino innocente, abbassandone il quoziente intellettivo e compromettendone il rendimento scolastico.

Perché?

Quello che la tv è estremamente brava a fare – e rendiamocene conto, non fa altro che questo – è riconoscere cosa vogliono grandi masse di persone e fornirglielo. Non è stata la tv a inventare il nostro infantilismo estetico, ha semplicemente intensificato le conseguenze di certe nostre tendenze, ha alzato la posta in gioco.

Quali tendenze?

La tv è ciò che è per il semplice motivo che la gente tende ad assomigliarsi terribilmente proprio nei suoi interessi volgari, morbosi e stupidi, e a essere estremamente diversa per quanto riguarda gli interessi raffinati, estetici e nobili.

E cos’è la letteratura quindi? Di cosa parla?

La letteratura si occupa di cosa voglia dire essere un cazzo di essere umano. Se uno parte, come partiamo quasi tutti, dalla premessa che oggi ci siano cose che ci rendono decisamente difficile essere veri esseri umani, allora forse metà del compito della letteratura è spiegare da dove nasce questa difficoltà. Ma l’altra metà è drammatizzare il fatto che nonostante tutto siamo ancora esseri umani. O possiamo esserlo.

Anche se viviamo in tempi bui per l’arte?

Senti amico, probabilmente molti di noi concordano sul fatto che questi siano tempi bui, e pure stupidi, ma abbiamo davvero bisogno che la narrativa non faccia che drammatizzare quanto tutto sia buio e stupido? Nei tempi bui, la definizione di arte buona sembra applicarsi a quell’arte che pratica il massaggio cardiaco agli elementi di umanità e di magia che ancora resistono e luccicano malgrado l’oscurità dei tempi.

Perché nel libro a cui sta lavorando (Il Re Pallido N.d.A.) vuole parlare di noia?

La beatitudine è al capo opposto della noia veramente mortale. Presta grande attenzione alla cosa più noiosa che trovi (dichiarazioni dei redditi, il golf in televisione) e, a ondate, una noia mai provata ti invaderà finendo quasi per ucciderti. Superala e sarà come passare dal bianco e nero al colore, come l’acqua dopo giorni nel deserto.

Nei suoi scritti si trova moltissima ironia, ma al tempo stesso lei la condanna. Come mai?

L’ironia non è malvagia di per sé, ma l’uso prolungato la fa diventare la voce di gente in gabbia che ha finito per amare le proprie sbarre. Ciò è dovuto al fatto che ha esclusivamente una funzione critica, fa tabula rasa. Ma è inefficiente quando si tratta di costruire qualcosa per prendere il posto delle ipocrisie che ha demolito.

Infine non posso non farle una domanda sulla depressione. Cos’è nel concreto?

Per me è come una nausea completa, totale, assoluta. Immagina di avere una nausea davvero tremenda che parte dallo stomaco. Immagina che tutto il corpo abbia la nausea, che ogni singola cellula del tuo corpo stia male come quello stomaco nauseato. E non solo le cellule, ma anche gli e.coli e i lactobacilli, i mitocondri, i corpi basali, tutti con la nausea a ribollire infiammati come larve nel collo, nel cervello, ovunque, dappertutto, in ogni cosa. Ora immagina che ogni singolo atomo di ogni cellula del corpo abbia quella stessa nausea, una nausea insopportabile. E ogni protone e neutrone di ogni atomo sia gonfio e pulsante, malaticcio, nauseato, senza speranza di vomitare per liberarsi da quella sensazione. Ed è allora, mi sa, che guardi il buco nero e vedi che ha la tua faccia. È in quel preciso istante che la Cosa Brutta ti divora: ti rendi conto che la Cosa Brutta sei tu. Nient’altro, tu sei la malattia.

Allude al suicidio?

Facciamo tante storie quando chi ha una grave depressione si suicida; diciamo: «Per la miseria, dobbiamo fare qualcosa per impedire che si suicidino!» Errore. Perché, vedi, tutte quelle persone a quel punto si sono già uccise, nel senso che conta per davvero. Quando “si suicidano” si dimostrano semplicemente coerenti.

Tutte le risposte trovano conferma in:

D.T.Max, Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi, Einaudi, Torino, 2013
David Foster Wallace, Opere