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L’isola che (non) c’è

20/11/2017
Reportage

A cura di Nicola Feninno

Fotografie di Luca Viganò

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Quello che vi apprestate a leggere è un reportage da Gran Canaria. Un racconto – fotografico e narrativo – tutto reale; ma che sta in piedi appoggiando le sue gambe su piani diversi dello spazio-tempo. Una strana creatura.

Ci sono le fotografie di Luca Viganò, che ha passato a Gran Canaria tre settimane, per un suo progetto di reportage. Poi è tornato. Dopo pochi giorni ha avuto un incidente in moto. L’hanno preso in fin di vita. È entrato in coma. Ci è restato per 24 giorni. Poi si è risvegliato: di quelle tre settimane a Gran Canaria non ha più ricordi. Qualcosa riaffiora, guardando quegli scatti, che per lui sono diventati delle specie di scogli, a cui si attaccano degli stralci di memoria perduta. Quegli scatti erano tutti salvati su un hard disk, che si è frantumato nell’incidente. Fortunatamente erano anche sul mio pc. Luca è un amico, e mi aveva passato quelle foto, appena tornato dal suo viaggio.

Poi c’è un reportage da Gran Canaria di Giovanni Boccaccio.
Che non è mai stato alle Canarie.
Concorderete che non aveva il physique du rôle (per come ci possiamo immaginare il physique del creatore del Decameron).
Quindi cos’è accaduto? E come nasce il reportage?

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Siamo nel 1341: due mercanti italiani prendono tre galee – pagate da re Alfonso IV di Portogallo – le mettono in mare, salpano da Lisbona, direzione sud, solcano l’oceano per cinque giorni e cinque notti, si imbattono nelle isole Canarie. Angiolino de’ Corbizi e Nicoloso da Recco, questi i nomi dei due mercanti-esploratori, toscano il primo, ligure il secondo.

Nicoloso, al ritorno, si ferma a Siviglia da alcuni amici fiorentini; racconta loro la sua avventura. Questi la ri-raccontano in una lettera, spedita nella natìa Firenze. Lettera che finisce nelle mani del Boccaccio, allora poco meno che trentenne, che decide di ri-raccontare quella storia in un trattatello in latino, De Canaria et insulis reliquis ultra hispaniam noviter repertis (Sulla Canaria e sulle altre isole da poco scoperte al di là della Spagna).

Il reportage del Boccaccio (ri-tradotto in italiano nel 1821, da Sebastiani Ciampi, prete, filologo, slavista) inizia così:

“Correndo anni Domini MCCCXLI vennono a Fiorenza lettere de’ mercadanti fiorentini, che erano in Sivilia città de la Spagna ulteriore, et quivi sugiellate a’ XV di novembre, dove era scritto quanto disotto racconteremo.

Dicono dunque come a dì primo luglio di questo anno sopradetto, dua navi provedute per lo re di Portogallo d’ogna bisognevile per lo passaggio, et con esse un’altra navicella bene guernita, con giente de’ fiorentini, genovesi, et spanioli catalani, et altra giente d’Ispania sciolte le vele dalla città di Lisbona presono l’alto, conducendo con se cavalli, armi et macchine di guerra per isforzare cittadi et castella, et andaro a cercare quelle isole che volgarmente è voce essere state trovate.”

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Dunque: l’idea è andar per mare, cercando quelle isole di cui si favoleggiava, in Portogallo, in Spagna, in Italia. Quando si andava a scoprire qualcosa si mettevano in valigia e nelle stive armi, cavalli, macchine per assediare città e castelli.

“Tutte le dette navi con favore di vento in capo al quinto dì arrivate colà, vennono in dietro, et alle case di loro giunsono in novembre riportando le prede che ora diremo; et primieramente condussono quattro huomini degli habitatori di quelle isole, et anchora pelli di becchi et di capre in buondato, et sevo, olio di pesce, et spoglie di foche, et anche lignami rossi, tingenti quasi fussono verzino, e fatti a simile del verzino; […] et anco portonno delle buccie degli alberi buone similemente a tignere in rosso, et della terra rossa et simili”.

Si comincia dalla fine, dall’elenco dei souvenir portati in patria: 4 indigeni, pelli di becchi e di capre, grasso di origine animale (sevo), olio di pesce, cadaveri di foche, legni e cortecce buone per produrre tinture rosse, terra rossa.

Poi la lettera-trattatello-reportage riprende dall’inizio, dalla descrizione dell’avvistamento dell’arcipelago, le Canarie. La prima isola che le tre galee incontrano è “sassosa tutta, et selvosa et abondante di capre, et altri bestiami”. Gli equipaggi notano “gli huomini et le donne andare nude et essere salvatiche per li costumi et li riti.”

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Non è ancora tempo di sbarcare. Meglio perlustrare, dal mare, vicino alla riva, un’altra isola. Le scene, viste dal ponte cullato dalle onde, sono simili:

“Da quivi trapassati in altra isola quasi maggiore, vidono venirsi all’incontro sul lido moltitudine grande, huomini et donne, che quasi tutti erano nudi. Alcuni che pareano più alti vestivano pelli caprine tinte di giallo, et di rosso, e, secondo parea di lungi, morbidissime e dilicatissime, cucite con assai artificio di corde de’ budelli; e come poteasi cognoscere dagli atti di loro mostravano avere un principe, che riverito era da tutti et honorato. Quella moltitudine di giente mostrava desiderio di avere abboccamento et commercio, et trattenersi con que’ di sopra le navi.”

“Da quivi trapassati in altra isola quasi maggiore, vidono venirsi all’incontro sul lido moltitudine grande, huomini et donne, che quasi tutti erano nudi.”

Sono arrivati gli alieni: toscani, liguri, spagnoli e catalani. Strane creature. Gli isolani sono curiosi. Vogliono parlare con gli alieni, toccarli, sapere quali meraviglie portano nelle stive delle loro navicelle oceaniche, perché hanno addosso quei panni futuristi, così insensatamente ingombranti, chissà a cosa diavolo servono quegli ingombri, cosa nascondono.

Gli alieni sulle galee circumnavigano l’isola. Trovano un approdo. Si decidono. È tempo di gettare le ancore, e mettere piede sulla terra, tra i Guanci, gli abitanti dell’isola. Strane creature.

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“Sbarcaronvi XXV de’ loro con armi, i quali cercando chi dentro fosse di quelle case, trovorno esservi circa XXX persone tutte ignude: le quali spaurite in vedere quelli armati, se ne diero alcune a fuggire, et empiero di alti gridori que’ luoghi. Entrati dentro nelle case viderle fabricate di pietre quadre con arte maravigliosa, e con legni grandissimi et bellissimi ricoperte: et perché trovorno le porte serate, e vollero vedere come dentro fossono, quelle infransono co’ sassi et aprironle”.

È il 1341. L’America esiste, ma non per gli europei. Mancano 110 anni alla nascita di Colombo. Il colonialismo ancora non esiste. Non esistono ancora le stragi che del colonialismo furono (e sono) conseguenza.
I Guanci abitano le Canarie da più di 4mila anni.
È il 1341, sono sbarcati gli alieni, non vengono in pace:

“Rotte le porte quante n’ebbono trovate, entraro per le case, dove non altro era che fichi secchi, buoni che pareano di que’ da Cesena, entro a sporte di palma, et frumento assai più bello che ‘l nostro, havendo li grani più lunghi et grossi, et sendo anche più bianco; et similmente dell’orzo, et altre biade di che quelli habitatori viveano. Le case fatte, com’erano, di pietrami bellissimi, et di bellissimi legni, erano dentro imbiancate che pareano di giesso. Vidono anche una chiesuola, dove pittura non era, né altro adornamento, fuori di una statua di pietra avente la imagine d’huomo con una palla in mano; coperte le vergogne con brache di palma secondo l’uso degli habitatori di quel paese, e la tolsono, e caricatala sulle navi la portaro a Lisbona.”

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Insomma, già che ci sono, gli alieni si fottono anche la statua del dio degli indigeni.

“Molte altre cose trovorno che il detto Niccoloso non volle raccontare. Pare solo quelle isole non essere ricche, imperciocchè i marinai appena poterono ripigliare le spese dello viatico.”

Rimborso spese: scarso.
Veniamo ai 4 indigeni rapiti: sono belli, vestiti di giunchi legati con corde, dai lunghi e biondi capelli. Cantano e ballano “come francesi”. Non hanno mai mangiato il pane: quando gli viene offerto sulla nave dei rapitori, lo apprezzano. Il vino no, si rifiutano di berlo.

“Furono mostrati loro i danari d’argiento; che non li conoscono, come ne anche li aromati di qualunche natura. Mostrate collane d’oro, vasi intagliati, sciabole, spade d’ogna sorta, pare che non habbianne vedute mai, né avute; mostrano anche di havere fidanza, et lealtà grandissima infra di loro, per quanto si può far congettura, principalmente perché niuna cosa manucabile (mangiabile, ndr) dassi ad alcuno di loro, senza che prima di manucarla la divida in uguali porzioni, et ne dia ad ognuno la sua porzione. […]
Hanno come noi le unità de’ numeri et mettonle dinanzi alle diecine così:
1, nait, 2, smetti, 3, amelotti, 4, acodetti, 5, simusetti, 6, sesetti, 7, satti, 8, tamatti, 9, aldamorana, 10, marava, 11, nait-marava, 12, smatta-marava, 13, amierat-marava, 14, acodat-marava, 16, sesatti-marava, eccetera.”

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I Guanci avevano già conosciuto gli alieni, ma forse se ne erano dimenticati: parlavano, ancora una volta, l’italiano. Il genovese, per la precisione. Ventinove anni prima di Angiolino de’ Corbizi e Nicoloso da Recco e delle loro galee.
È il 1312: Lanzarotto Malocello (nato a Varazze, morto a Genova) sbarca alle Canarie.
Il nome – Lanzarotto, Lancillotto – fa presupporre che i genitori fossero avidi lettori di poemi cavallereschi.
Lanzarotto è in missione per conto della Repubblica di Genova. Il suo compito è quello di cercare due fratelli, Ugolino e Vadino Vivaldi – genovesi, pure loro – che, a loro volta, ventun anni prima, nel 1291, erano partiti per un viaggio intorno all’Africa alla ricerca di una via per le Indie (un paio di secoli prima di Bartolomeo Diaz e Vasco de Gama e Cristoforo Colombo). Scomparsi nel nulla.

Lanzarotto s’imbatte nell’arcipelago delle Canarie. Sbarca su una delle isole, che da allora si chiama Lanzarote. Dimentica i due fratelli scomparsi. Regna sugli abitanti indigeni per vent’anni, prima di essere ricacciato a Genova da una rivolta.

I Guanci avevano già conosciuto gli alieni, ma forse se ne erano dimenticati: parlavano, ancora una volta, l’italiano.

I fratelli Vivaldi, Ugolino e Vadino, quelli scomparsi nel nulla, partirono da Genova nel 1291, con due galee, l’Allegranza e la Sant’Antonio.
Per primi passarono lo stretto di Gibilterra: le colonne che Ercole pose, “acciò che l’uom più oltre non si metta”. Loro si misero oltre, per primi. Poca gloria ne ebbero. Infame destino: come se l’Ulisse di Dante, superate le colonne, non avesse trovato un Dante che raccontasse la sua storia.

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Ma al tempo loro non potevano saperlo. Così seguitarono a navigare, seguendo il profilo dell’Africa inesplorata. Le galee erano a remi, con scafo basso, sottile: non adatte per l’oceano. La bussola era uno strumento cinese ancora poco utilizzato.

Le imbarcazioni giunsero alla foce del fiume Senegal. Una delle due fece naufragio: viveri merci equipaggio furono caricati sull’altra galea. Poi il nulla. Nessuno fece ritorno.

In seguito solo leggende, stralci di storie possibili: nel 1455 Antoniotto Usodimare, un altro navigatore genovese, in una lettera narra di aver trovato nei pressi del fiume Gambia, un giovane “della nostra stirpe”, che parlava e capiva il genovese, unico bianco in mezzo ai neri; discendente di qualche superstite della spedizione dei fratelli Vivaldi, forse?

Poi, si salta fino alla metà del Novecento.

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Franco Prosperi – regista e naturalista romano, nato nel 1928 e tuttora vivente – durante uno dei suoi viaggi d’esplorazione scientifica trova e fotografa una roccia nelle piane dello Zambesi, tra Zambia e Zimbabwe, nel cuore profondo dell’Africa, più di seimila chilometri in linea d’aria dalle foci del fiume Senegal.
Su quella roccia è incisa una scritta: V V 1294. 5 maggio 1294. Numeri latini e arabi. Secondo Prosperi è la prova del passaggio dei fratelli Vivaldi. Oggi la roccia è sommersa dalle acque del fiume Zambesi, fermate da una diga costruita nel 1959.

Il reportage di Giovanni Boccaccio dalle Canarie finisce così:
Sin qui arriva la relazione; ma sembra che non fosse trascritta per intiero, essendovi la pagina di dietro bianca, come per continuare la scrittura.

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