Persone, luoghi e altre storie
Magazine
Books

Let it frisbee – the spirit of the game

15/09/2016
Uncategorized

A cura di Simone Rocchi

Fotografie di Stefania de Stefano

ultimate-frisbee-bergamo-gioco-4

“I miei amici che facevano sport sono tutti morti da tempo” (Giulio Andreotti).
Se non siete d’accordo con Andreotti (ma quasi quasi lo capite) questa rubrica quasi-sportiva fa proprio al caso vostro.

Il disco è in volo.
Un centinaio di occhi lo osservano, spalancati, affidandogli ognuno speranze differenti; con una parabola incredibile scavalca il difensore che pure ha saltato – e non è basso – e si prepara all’atterraggio dentro l’area di meta: la ragazza in attacco lo afferra al volo, il punto sembra fatto; eppure qualcosa va storto, il disco trema, barcolla e casca di mano. Niente meta, mugugni da pubblico e compagni.

Io e Andrea ci scambiamo un’occhiata; lui è il Commissario Tecnico della nazionale italiana di Ultimate Frisbee e storce il naso, io sono alla mia prima partita da spettatore: ci separa un abisso. La cosa giustifica solo parzialmente la mia espressione quando scopro che la Federazione è la FIFD che, con semplice traduzione, sta per Federazione Italiana Dischi Volanti. Tralascio le battute e vi do qualche dettaglio in più.

Si gioca 7 contro 7, il campo è 100×37 metri con due aree di meta da 18 metri e se fino ad ora avete pensato al frisbee come uno sport statico, di quelli da spiaggia e senza troppi sbattimenti, siete come me: del tutto fuori strada.
Perché va bene le traiettorie da disegnare, il gioco di polso ed i colpi ad effetto, ma qui ogni volta che un giocatore ha il disco tra le mani i sei compagni si muovono, aggrediscono lo spazio e scattano. L’azione si interrompe solo se il disco viene intercettato, se cade o al momento della meta. Categorie disponibili: maschile, femminile e misto.

ultimate-frisbee-bergamo-gioco

Lo sport nasce nei college statunitensi negli anni Sessanta d agli ultimi mondiali gli Stati Uniti hanno vinto in tutte le categorie: lo praticano da più tempo e investono di più (ma tu guarda), con la presenza addirittura di leghe semiprofessionistiche. Andrea mi racconta che lui ha scoperto questo sport mentre si trovava in Erasmus a Southampton: “Era una scusa per stare un po’ con gli inglesi, perché sai, altrimenti rischi di stare sempre con gli italiani”. Poi di rientro a Bologna, dove lo soprannominano Bergy in onore della sua provincia natale, e via via altre città. “Alla lunga è diventato un modo per mantenere e aumentare contatti: mi capita di viaggiare anche per lavoro e di essere ospitato da ragazzi che ho conosciuto tramite Ultimate. Ho trovato un mondo molto aperto”.

“In Italia si contano una cinquantina di squadre con circa mille tesserati, stiamo crescendo molto”. Ma?

“La Federazione mondiale è stata riconosciuta dal CIO, quella italiana non è ancora stata riconosciuta dal CONI: ciò significa niente contributi e totale autofinanziamento; in nazionale abbiamo atleti molto forti ma studiano, lavorano o non si possono sempre permettere di venire alle partite all’estero”.
Riprendiamo a guardare la partita.
Si sfidano una squadra di Brescia e una compagine spagnola; sono le qualificazioni alla competizione continentale per i club dell’area meridionale. Andrea mi ha incuriosito con la sua tecnica standard: “Vieni a vedere una partita, quando ti annoi te ne vai. Ma io scommetto che non succederà”.

ultimate-frisbee-bergamo-gioco-3

Da profano sono particolarmente incuriosito dall’assenza dell’arbitro: il contatto fisico non è ammesso e le controversie sui falli vanno risolte tra i due giocatori in trenta secondi, se non c’è accordo si ricomincia dal momento precedente all’azione incriminata. Penso alle mie partite di calcetto con gli amici, tutti bolliti, in cui le discussioni per i falli e le simulazioni non si contano. Qui funziona? “E’ più gestibile di quanto si pensi” sottolinea Andrea, che poi mi spiega:

“qui tutto si basa sullo spirit of the game, non solo cioè il rispetto delle regole del gioco ma anche quelle della lealtà”.

“I numerosi viaggi (si gioca sui due giorni del fine settimana) e lo spirit of the game fanno sì che questo sport richiami persone che mi piace definire non convenzionali, in cerca di qualcosa di diverso dai soliti sport: in squadra abbiamo dj, meccanici, insegnanti, un ragazzo che ha un mulino”.

In effetti il tutto, nonostante l’agonismo, è pervaso da una forte senso di socialità e io domando al mio interlocutore come questo spirito si concili con i sacrifici, l’impegno e gli allenamenti richiesti.
Mi sorride: “Dipende dal contesto, dall’impostazione che dai, dal tipo di manifestazione cui partecipi: ci sono tornei “for fun” dove il sabato sera puoi trovare beer race con serate anni Settanta, trash, cartoni animati e ci sono competizioni ufficiali, con gente che arriva da tutta Europa”. In effetti ai margini del centro sportivo, e ben riparate da una fila di alberi, scorgo diverse tende da campeggio ed un tendone per i pranzi ed il post gara.

ultimate-frisbee-bergamo-gioco-2

E la leggenda delle docce miste? Andrea ride. “Non è una leggenda, in passato accadeva, gli spazi a disposizione erano quello che erano. Adesso basta far capire che la sera puoi bere una birra con ragazzi che vengono da tutta Europa e partecipare alla trading night”, uno scambio di magliette e altri gadget tra giocatori di squadre differenti.
E sugli errori, sull’impegno lavorativo (tra le altre cose Andrea è un avvocato penalista)?
“Ripeto, dipende molto dal contesto. Io sono uno che si incazza molto. Come Ultimate Bergamo facciamo due allenamenti a settimana con l’aggiunta, qualche volta, del lunedì atletico: facciamo tutto con il disco. Non ti nascondo che essendo anche consigliere in Federazione ci sono periodi piuttosto intensi in cui dedico più tempo all’Ultimate che al mio lavoro”.

ultimate-frisbee-bergamo-gioco-copertina

Io ascolto anche altri ragazzi dello staff e apprendo che il lancio si perfeziona in un paio d’anni; qualcuno accenna ai rumors che danno l’Ultimate Frisbee come papabile sport olimpico per il 2024.
Faccio un paio di lanci, rigorosamente da fermo, prima che scoppi il centesimo temporale di questa estate bergamasca.
Andrea sottolinea che per ora sono solo voci e mi fa presente che, per ora, la sua speranza più grande è che qualcuno che si riconosca nei valori di questo sport, li contatti e venga a fare una prova: “Non mandiamo via nessuno” garantisce, mentre ci stringiamo la mano.
Mentre mi allontano mi ritornano in mente le sue parole “il maltempo non ci ha mai fermato”: mi volto col mio ombrello e vedo che stanno ancora giocando, sotto il diluvio. E mi viene da chiudere l’ombrello.
Posso fidarmi.