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Le storie di Fenoglio – Il cimitero di San Benedetto Belbo

05/11/2018
RIPadvisor

A cura di Mirco Roncoroni

Invece del solito trip certe volte è meglio un rip. RIPadvisor è la nostra rubrica di reportage cimiteriali: un racconto fotografico e narrativo aldilà dei luoghi comuni.

Valutazioni:

Natura ++++
Architettura ++
Eros ++++
Thanatos ++

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“Guardai dapprima in alto, alle strade sulla cresta delle due colline. Erano deserte, vi correvano solo bianchi soffi di polvere incalzati dall’aria. Guardai più in basso: oltre il cancelletto spalancato un carro cigolando tornava su per la stradina del camposanto. Sopra c’era seduto un uomo, tutto giacca e cappello come uno spaventapasseri visto di spalle, e agitava una canna sulla schiena del bue ma senza toccarlo. Sulla ghiaia passato il cancelletto c’erano due casse, bianche del colore del legno tagliato di fresco. Ogni forza mi venne meno, i polsi non mi ressero più, ma il becchino mi trattenne per le spalle in tempo”.
[Nella valle di San Benedetto, Beppe Fenoglio]

A metà mattina di un sabato di settembre quel cancelletto, il cancelletto del cimitero, è chiuso. Lo apre una signora sbucata d’improvviso dal nulla, come uno spaventapasseri tra i filari, venuta su per la stradina. Si avvicina, accenna un sorriso, apre il passaggio al tizio che poco prima deve aver visto ronzare attorno alle basse mura del camposanto, davanti all’entrata ancora chiusa. Insieme siamo gli unici essere umani vivi e visibili, al momento. Tutt’intorno sono i mille verdi dell’Alta Langa, gli alberi di mele e di pesche, le colline, gli sbuffi di nuvole, il cielo così vivo e azzurro e talmente basso che pare non voglia far altro che cadere di gran peso sui seni delle colline.

Prima i tornanti del Passo della Bossola, poi il ponte, una discesa, due curve, una lunga salita alberata che tratteggia il colle su cui siede il paese. Il cimitero è il primo a salutare chi arriva da questo versante.

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A San Benedetto si arriva attraversando il piccolo ponte che sovrasta il Belbo, il torrente che taglia la valle. Prima i tornanti del Passo della Bossola, poi il ponte, una discesa, due curve, una lunga salita alberata che tratteggia il colle su cui siede il paese. Il cimitero è il primo a salutare chi arriva da questo versante. Il cimitero è anche il punto di partenza dell’itinerario fenogliano, il percorso geografico-letterario che il comune ha predisposto per visitare i luoghi dei racconti dello scrittore albese che qui passò le estati d’infanzia, ospitato dai parenti paterni.

È un luogo che in età adulta, e per tutta la sua breve vita, non ha mai smesso di frequentare. Durante i soggiorni a San Benedetto era solito girare per cascine, parlare con paesani e contadini, farsi raccontare storie, memorie, aneddoti. Un po’ come fece anche un altro cuneese, scrittore e partigiano, Nuto Revelli (della vita di langa tratta ne Il mondo dei vinti).

Dopo la guerra e l’esperienza partigiana, quel materiale avrebbe trovato posto nei suoi racconti: Un giorno di fuoco, Superino, Nella valle di San Benedetto, Ma il mio amore è Paco, Pioggia e la sposa, La Malora e altri ancora. I parenti stessi sarebbero diventati oggetto di narrazione. Due su tutti, la zia Giuseppina Fenoglio e lo ziastro “Fresia”. Entrambi sono sepolti qui.

«Debbo dire che quella miscela di sangue di langa e di pianura mi faceva già da allora battaglia nelle vene» dice il suo alter-ego letterario in Ma il mio amore è Paco. «E se rispettavo altamente i miei parenti materni, i paterni li amavo con passione, e quando a scuola ci accostavamo a parole come “atavismo” e “ancestrale” il cuore e la mente mi volavano subito e invariabilmente ai cimiteri sulle langhe».

All’ingresso del camposanto troneggia un cartello. “Luogo Fenogliano – Fenoglio’s inspiration place – Literarischer ort Beppe Fenoglio”. Il cimitero è detto “luogo di importanza capitale nella geografia fenogliana”. Qui ha ambientato vicende memorabili e sepolto tanti dei suoi personaggi letterari. Qui era solito “entrar nel camposanto e girar per le tombe e segnarmi nomi e date”.

All’ingresso del camposanto troneggia un cartello. “Luogo Fenogliano – Fenoglio’s inspiration place – Literarischer ort Beppe Fenoglio”.

Oggi il cimitero si trova in via Beppe Fenoglio. Prima di entrare penso a cosa direbbe se da Alba, dove riposa nella tomba di famiglia, cullato dagli effluvi al cioccolato dello stabilimento Ferrero a poca distanza, tornasse qui a San Benedetto e vedesse il segno che ha lasciato. Lui che di sé stesso disse “Debbo constatare da per me che sono uno scrittore di quart’ordine”.

Chiaramente troverebbe il cimitero diverso da come lo lasciò. Un vialetto a croce, che non è più in ghiaia, introduce al cortile rettangolare cintato per tre lati da sepolcri familiari in marmo bianco, scuriti qua e là dallo sporco e dal muschio. Famiglia Fazzone, Montanaro, Taricco. Mi avvicino ai Chiavarino.

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Il Dott. Elio era un medico veterinario, morto nel ’63 a trentotto anni. Olga invece era laureanda in lingue estere, nata a Murazzano nel ’18, morta nel ’43, “caduta nella lotta di liberazione”.
Più sotto qualcosa attira la mia attenzione. Vicini si trovano don Luigi Chiavarino, “parroco emerito di San Benedetto” e Luigia Chiavarino, “insegnante a riposo”. Penso al racconto Superino: un ragazzo del paese che quando scopre di essere il frutto di un amore segreto tra il prete e la maestra si toglie la vita gettandosi nel torrente Belbo. Fenoglio lo seppellisce qui:

“– Ma non l’hai visto? – mi domandò allora Menemio.
(…)
– No!
– Eppure gli sei passato vicinissimo! È a due tombe di distanza dalla fossa in cui abbiamo calato tuo zio.
E la vecchia: – È laggiù, povero Superino, dall’altro settembre”.

Superando i due fazzoletti di prato per gli interrati a destra e a sinistra del vialetto, si trova Ghirardi Giuseppe, il morto più giovane del cimitero. La sua tomba è defilata in un angolo, la lapide nascosta dietro un vaso. È deceduto a diciotto anni, nel 1937. Anno in cui Fenoglio colloca la morte di Superino.

Nel prato si trovano le tombe più vecchie. Lo si può immaginare, viste le lapidi sbrecciate e sghembe e senza più tracce leggibili delle incisioni. Alcune hanno delle pietre crociate poggiate a terra. Mi piace pensare che tra quelle vi sia la tomba del padre di Agostino Braida, il ragazzo-servo protagonista del romanzo breve La Malora:

“Pioveva su tutte le langhe, lassù a San Benedetto mio padre si pigliava la sua prima acqua sottoterra. Fortuna che il mio padrone m’aveva anticipato tre marenghi, altrimenti in tutta casa nostra non c’era di che pagare i preti e la cassa e il pranzo ai parenti. La pietra gliel’avremmo messa più avanti, quando avessimo potuto tirare un po’ su testa”.

La casa dei Braida – o quantomeno quella si dice essere stata di ispirazione – è poco più su, proseguendo per via Fenoglio, verso il centro del paese. È abbandonata e in vendita. Il tetto pare non essere cambiato da come lo descriveva Fenoglio e che ancora porti su di sé “tutto il peso del cielo”.

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Continuando a costeggiare il piccolo prato del cimitero, ecco Giuseppina Fenoglio, zia e personaggio letterario di Beppe. Il suo secondo marito, lo ziastro Fresia, dev’essere tra quei Fresia che occupano il sepolcro accanto, ma non è identificabile con precisione.
Poco più avanti riposa Placido Canonica, morto nel 2003. Fu grande amico di Fenoglio, proprietario della “censa” tanto frequentata dallo scrittore e tante volte citata nei racconti, luogo di ritrovo del paese: bar, alimentari, tabaccheria.

Placido lo si trova anche in Un giorno di fuoco. Propone allo ziastro Fresia di salire in auto con lui ed altri per andare a Gorzegno a vedere lo scontro a fuoco tra Pietro Gallesio e i carabinieri di Alba. L’eco dei colpi era arrivato fin su a San Benedetto:

“Da dietro la chiesa sbucò la 501 di Placido e scivolò per qualche metro in folle. Tre quattro cinque uomini del paese ci si ficcaron dentro d’assalto, mentre Placido bestemmiava che facessero con garbo e non gli sfasciassero la macchina, già che per quella specialissima corsa a Gorzegno praticava una tariffa che gli salvava sì e no la benzina.
La macchina si avviò sempre in folle e frenò proprio davanti a noi. Placido sporse fuori la testa e disse: – Fresia, ci state ancora. Andiamo a Gorzegno a vederci la battaglia di Gallesio coi carabinieri. Con due lire vi porto e vi riporto.
Dalla voglia mio ziastro ballonzolava tutto, ma subito ci soffiò dentro la voce ghiacciata di mia zia. – Fresia non ci viene, – disse a Placido, – Fresia non le spende due lire per andare a Gorzegno a vedere un fico di niente e magari ricevere nella testa la prima palla spersa.
(…)
Mia zia disse con la sua voce uguale: – Partite, Placido, non state a perder tempo, perché il mio uomo da San Benedetto non si muove.
(…)
La macchina partì. Mio ziastro si voltò verso mia zia e le disse: – Bagascia! – con tanta intensità che con la parola gli uscì uno schizzo di saliva tabaccosa. Ma lei non si riscaldò, gli rispose con quella sua calma: – E già, io per risparmiar due lire di corriera me la faccio a piedi fino ad Alba e tu eri pronto a buttarle via per andarti a vedere il teatro di Gallesio”.

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Oltre il rettangolo, la zona più recente. La morte non smette mai di vivere e il cimitero si è ampliato seguendo la discesa della collinetta su cui è posto. C’è un passaggio, una porta con un cancellino che si apre nel mezzo del muro di loculi. Una scala scende alla nuova sezione in allestimento. Tracce anomale: secchi per la malta, spatole, cazzuole.

Da qui, oltre le sterpaglie perimetrali, si apre la valle di San Benedetto. I boschi e i chiaroscuri instabili come le nuvole che ci corrono sopra. Tira un’aria leggera, elettrica, l’atmosfera è inspiegabilmente familiare, accogliente. C’è uno strano magnetismo, qualcosa di intangibile ma che, in qualche modo, sa spiegare perché Fenoglio fosse così attratto da questi luoghi. Penso che ogni posto, ogni provincia, ogni paese, ogni frazione meriterebbe un suo cantore, qualcuno che ne racconti l’unicità e che renda illustri gli sconosciuti che vi abitano; qualcuno che lasci traccia delle storie che vi sono avvenute.

Ogni posto, ogni provincia, ogni paese, ogni frazione meriterebbe un suo cantore, qualcuno che ne racconti l’unicità e che renda illustri gli sconosciuti che vi abitano.

Da qui, dal retro in allestimento, si vede giù a valle il vento rimescolare l’erba dei campi nei riflessi luminosi di un pelo morbido da accarezzare. Le file di pioppi si agitano lungo il Belbo, nascosto. Laggiù, da qualche parte, in una notte buia, si è gettato Superino. Dritto dentro il gorgo.

“Camminai sulla ghiaia verso le due casse e il becchino mi seguiva dappresso e certo mi parlava, ma le sue parole si disfacevano prima d’entrare nelle mie orecchie. Mi fermai tra le due casse. Le misurai con gli occhi e mi dissi che questo era Giorgio e che quello era Bob. Me lo dissi ad alta voce. M’inginocchiai, posai una mano sulla cassa di Giorgio e l’altra sulla cassa di Bob ed oltre il cancelletto guardai là dove finisce la valle di San Benedetto”.
[Nella valle di San Benedetto]

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