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Un atto di gioia – intervista a Filippo Ceredi, fratello di Pietro, scomparso nel nulla 29 anni fa

13/02/2017
Interviste

A cura di Ivan Carozzi

FOTO FILIPPO CEREDI SCENA 2Fotografia di scena di Michela Di Savino

Nel luglio del 1987, Pietro, un ragazzo di 22 anni, lascia la sua casa di Milano e scompare. Circa trent’anni dopo Filippo, il fratello che all’epoca aveva appena cinque anni, porta in scena quel fatto enigmatico. L’opera si chiama Between Me and P., è il debutto di Filippo Ceredi – come performer e come drammaturgo – ed è stata presentata lo scorso novembre a Milano, presso lo spazio LachesiLAB nel corso del Festival Danae. Filippo, nello spettacolo, siede a una scrivania e scrive al computer la frase che vediamo comporsi sopra uno schermo videoproiettato: “Mio fratello Pietro è sparito nel luglio del 1987, a 22 anni, quando io ne avevo 5”. E poi, a capo: “E’ andato via di casa senza lasciare tracce e da allora nessuno ha avuto più sue notizie”. Sono i primi minuti di un racconto intimo, epigrafico, costruito su un archivio di oggetti appartenuti allo scomparso e l’audio di interviste realizzate con amici e famigliari. Filippo si limita a digitare qualche riga sul foglio di testo, con una lingua neutra e piana, che si alterna alla voce degli intervistati e allo slideshow delle foto scattate a suo tempo dal fratello.
A oltre tre mesi dal Festival Danae, contemporaneamente alla morte del critico Mark Fisher che ha fatto riaffiorare in molti articoli e riflessioni il concetto di hauntology, mi sono dato appuntamento con Filippo per parlare di questo spettacolo misterioso, toccante, in cui si ricostruisce non solo il profilo di una persona sparita e mai più tornata, ma i frammenti di un tempo altrettanto scomparso. Pietro da quel tempo storico si è sfilato -come tanti altri fra gli anni 70 e 80- nel momento in cui, forse, è stato avvertito che qualcosa in Italia e nel mondo stava accadendo, lasciando smarrito chi, come lui, viveva animato da ciò che nella sua ultima lettera, forse impropriamente ma con efficacia, chiamava “sensiblerie”.
Ho incontrato Filippo una sera di gennaio, nella casa dove vive a Milano.

La prima cosa che ti vorrei chiedere si riferisce a un dettaglio: all’inizio dello spettacolo ti alzi e chiudi le tende alle tre finestre che si trovano nello spazio dove ti sei esibito. Che significato ha quel gesto all’inizio della drammaturgia?

«In realtà non è il primo gesto che faccio. Io sono già presente in scena mentre il pubblico entra. Sono seduto alla scrivania, metto una musica e poi con uno straccio pulisco quel pezzo di pavimento dove andrò a sistemare una serie di oggetti. Qualcuno vede questi movimenti, altri no. Dipende dal momento in cui arrivi e ti siedi. Poi chiudo le tende per fare buio perché ci sarà una videoproiezione, per isolare l’ambiente dai rumori esterni e per creare un prima e un dopo».

FOTO SPETTACOLO

Quando hai iniziato le ricerche per questo lavoro?

«Ho iniziato nel marzo 2012 con un’intervista a mia madre, in un momento di grande connessione affettiva con lei, poco tempo prima che perdesse la capacità di raccontare. Abbiamo parlato della sua vita e inevitabilmente anche di Pietro».

E il passo successivo?

«Altre interviste. Per esempio a mio padre, che non è lo stesso padre di mio fratello Pietro, ma è la persona che comunque stava con mia madre all’epoca della sparizione. Altri incontri sono nati dallo studio dei documenti che ho ritrovato. Per cui mi sono messo in contatto con persone di cui non supponevo neppure l’esistenza».

Lo spettacolo è costruito su un archivio di foto, ritagli di giornale, lettere indirizzate a Pietro, musicassette, carte topografiche e nastri con la voce di tuo fratello. Come hai scoperto l’esistenza di questi materiali?

«In realtà sono sempre stati a disposizione in un grande cassetto, nella stessa stanza della casa di campagna dove si trovavano i libri di Pietro. Eppure fino al dicembre 2012 non ho mai davvero aperto quel cassetto. Non avevo realizzato che se avessi voluto conoscere meglio mio fratello, era da lì che dovevo partire».

Fino al dicembre 2012 non ho mai davvero aperto quel cassetto. Non avevo realizzato che se avessi voluto conoscere meglio mio fratello, era da lì che dovevo partire.

Chi è la prima persona che hai cercato tra gli amici?

«La fidanzata di Pietro tra i 13 e i 20 anni, Fedelma, che ho trovato su Linkedin e a cui ho scritto una mail».

FOTO PONTE VIA FARINIMilano, ponte di via Farini. Fotografia di Pietro Cossu Blanc

“Ciao, sono il fratello di Pietro”..

«Più o meno. Ci siamo visti ed è stata molto affettuosa, cosa che per me è stata importante. Mi ha raccontato diversi episodi della loro vita insieme».

Per esempio?

«Mi ha raccontato della volta in cui Pietro la portò in una fabbrica abbandonata, la Montedison Bovisa, dove andava spesso con Luca, il suo migliore amico (ne parleremo più avanti, Nda). Con Luca di solito saliva fino sul tetto e da lì guardavano questo panorama di Milano grigissimo, apocalittico, e quello che restava delle vecchie fabbriche, i binari della Bovisa, i treni merci. Alla Montedison Bovisa Pietro aveva attrezzato una specie di studio e di rifugio, dentro un tubo, dove aveva sistemato delle coperte. Ci sono delle foto che mostrano questo luogo. Fedelma mi ha raccontato che quel giorno dormirono nella fabbrica abbandonata e che al mattino vennero risvegliati dalla Digos, che li aveva scambiati per una coppia di brigatisti. Qualche giorno prima Luca era salito sul tetto e aveva sparato con una scacciacani. Forse qualcuno aveva segnalato gli spari. Pietro, provocatoriamente, chiese a uno degli agenti: “Ma lei si occupa di terrorismo rosso o terrorismo nero?”».

Nello spettacolo la voce di tuo padre racconta che Pietro aveva una vecchia moto Gilera 125, con cui partiva e non si sapeva mai dove sarebbe finito. Poi tornava e raccontava di essere stato in Israele, in un kibbutz, e nella terra di nessuno tra Israele e la Siria, sempre in moto, e poi a Istanbul, e poi di aver proseguito per Trebisonda, sul mar Nero, dove si sarebbe guadagnato da vivere facendo il bibliotecario in un monastero, dove viveva una suora francese. Tu non hai pensato di andare a cercare questo monastero?

«In realtà non è un monastero, ma una piccola chiesa cattolica, la chiesa di Santa Maria, forse l’unica chiesa cattolica turca sul Mar Nero. Si, ci sono stato».

E c’è ancora la biblioteca?

«Questa è una cosa che non sono riuscito a capire. Il prete mi ha detto che attualmente non ci sono libri e che forse sono stati trasferiti in un altro luogo. Il predecessore di questo prete fu Padre Andrea Santoro (ucciso nel 2006 proprio nella chiesa di Santa Maria, da un sedicenne, Ouzhan Akdil, per vendicare le vignette su Maometto pubblicate in Danimarca, Nda). Non sono riuscito a trovare altro, se non la conferma che lì aveva abitato una suora, in realtà non francese ma belga. Ho trovato su una rivista cattolica una lettera scritta da lei, in cui parlava dell’importanza della pace interreligiosa».

CHIESA TREBISONDA (PDF PAG. 64)Fotografie scattate da Pietro Cossu Blanc a Trebisonda, in Turchia. Sulla sinistra, la chiesa di Santa Maria.

Dopo la testimonianza sul viaggio di Pietro a Trebisonda c’è un brusco cambio di tono nel racconto: parte Born to be alive, il pezzo disco del 1978 di Patrick Hernandez. Non sembra il tipo di musica che tuo fratello avrebbe potuto ascoltare…

«Un suo amico mi ha detto che era una delle sue canzoni preferite».

La sorella acquisita di tuo fratello racconta che Pietro, di notte, andava a intervistare delle persone, per esempio una ragazza che per procurarsi l’eroina batteva, e dice che Pietro era una specie di animale notturno. Conoscevi questi aspetti di Pietro?

«Fino all’inizio di questo lavoro, sapevo pochissimo di mio fratello. Avevo un’immagine molto stilizzata di lui, in parte mitizzata».

Mi dicevano che aveva viaggiato molto, che era stato in Turchia, che aveva studiato il Corano, che era stato fidanzato con Fedelma, e poi si passava ad altro. A meno che non partisse il discorso sui maghi.

In famiglia si parlava di Pietro?

«Non c’erano né tabù né rimozione, però il peso della questione era enorme e ogni volta il discorso si fermava nel giro di poche frasi. Mi dicevano che aveva viaggiato molto, che era stato in Turchia, che aveva studiato il Corano, che era stato fidanzato con Fedelma, e poi si passava ad altro. A meno che non partisse il discorso sui maghi. Mia madre si era rivolta a dei maghi, a uno in particolare, il quale sosteneva che mio fratello avesse vissuto in una regione remota dell’Africa centrale, per poi spostarsi nell’Africa nord orientale. L’altro discorso che si faceva in famiglia girava invece attorno alla teoria che Pietro si fosse fatto una famiglia e vivesse all’interno di una comunità, forse di carattere religioso, forse Sufi, dato il suo interesse filosofico per il Corano e il misticismo, come emerge dalle carte».

FOTO RUBO FABBRICA ABBANDONATAIl tetto della fabbrica abbandonata Montedison Bovisa. Fotografia di Pietro Cossu Blanc

La tua famiglia che tipo di sforzi ha fatto per ritrovarlo?

«È stata presentata una denuncia di sparizione, ma non immediatamente, dato che in fondo non era così strano che mio fratello, una persona estremamente autonoma, sparisse per qualche giorno. Per di più quando finalmente andarono in commissariato gli dissero che il ragazzo era maggiorenne e non avrebbero potuto, eventualmente, fermarlo e rispedirlo a casa. Nella ricerca si sono limitati molto, per loro ragioni personali, tra cui il rispetto».

Il rispetto di cosa?

«Della scelta di mio fratello, che era abbastanza chiara».

In che senso era chiara?

«Poco prima di sparire era andato a trovare mia madre in ospedale, operata di ernia. Lì aveva incontrato mio padre, all’ospedale di Niguarda, in una giornata di luglio molto, come dire, abbacinante, e a mio padre aveva detto che la mamma stava bene e che ora era giunto il tempo che lui si occupasse di sè stesso. Sul momento mio padre non capì bene, però a posteriori quelle parole vennero interpretate come una frase di commiato, espressa nello stile enigmatico di Pietro. Aveva una personalità poetica».

Luca era il migliore amico di Pietro. Quando tu lo contatti, lo trovi in un momento della sua vita abbastanza particolare. È appena tornato dall’India, dove ha vissuto per venti anni in alcuni villaggi sperduti…

«Luca e Pietro si sono frequentati molto in un’età decisiva, cioè nell’adolescenza e tarda adolescenza. Non mi stupisce che anche Luca abbia fatto una scelta non troppo diversa da quella di mio fratello».

Luca dice anche che entrambi avevano avuto una simpatia per la lotta armata, per quanto in quegli anni le Br e le altre organizzazioni fossero ormai al crepuscolo.

«Era una simpatia non tanto politica, quanto esistenziale. Non erano interessati al marxismo-leninismo. Questa simpatia con i gruppi armati veniva da una valutazione sull’esistente e sul cambiamento epocale che sentivano aprirsi intorno a loro. Rispetto a questo scenario -che loro credevano di vedere simboleggiato, in qualche modo, nel panorama visto dal tetto della Montedison Bovisa- gli unici che sembravano opporsi, secondo il giudizio di Pietro e Luca, erano le organizzazioni armate».

agrigento pietro cossu blancAgrigento. Fotografia di Pietro Cossu Blanc

Luca racconta che a un certo punto cominciano a pensare all’ipotesi di sparire, a pensare che Milano e l’Italia non erano luoghi che facevano per loro, “nemmeno per essere sepolti”.

«Avevano un forte rifiuto non tanto per il mondo, l’amore per il quale è testimoniato da molti episodi, ma per la situazione politica e la democrazia in cui vivevano, che forse non gli sembrava più una vera democrazia. C’è una storia che mi sembra molto significativa. Risale al tempo in cui Pietro faceva il militare a Treviso. Si tratta di una cosa che aveva scritto e appeso nella sua camerata, un appello a non sottostare alle regole della vita di caserma, comprese quelle che avevano a che fare con il nonnismo, imposte dallo scaglione precedente. In questa specie di appello aveva perfino scritto il verso ‘Life’s what you make it’, la vita è come te la fai tu, citando la canzone dei Talk Talk. Un’amica di mio fratello, Simonetta, dice che in quella situazione Pietro, in fondo, era stato una specie di Cristo, di rivoluzionario, in un’epoca in cui ancora si pensava che le cose potessero essere cambiate. Quell’appello è la testimonianza di un lavoro che Pietro aveva provato a fare insieme ai suoi commilitoni, che tra l’altro continuarono a scrivergli per diverso tempo, non sapendo che in realtà era scomparso. Era stato congedato nel maggio del 1987, un paio di mesi prima di sparire».

Tuo fratello potrebbe non essere più vivo…

«Può essere».

È un pensiero che ti tormenta?

«Sì, però il lavoro artistico mi ha consentito di tenere questo pensiero con me e, in parte, di trasformarlo in un atto di gioia».

Ho capito che il dolore può trasformarsi in un processo di ricerca  e creazione.

In che senso?

«Nel senso che questo spettacolo mi ha permesso di elaborare e di comunicare al pubblico quello che c’è dietro un evento così terribile. Ho capito che il dolore può trasformarsi in un processo di ricerca e creazione. È uno dei regali più grandi che ho ricevuto dalla vita. Il pezzo di danza nella performance testimonia apertamente questo aspetto».

proust libro la fuggitivaFotografia di Pietro Cossu Blanc

Tuo fratello potrebbe tornare da un giorno all’altro. Come si convive con quest’altro pensiero?

«È una possibilità che considero abbastanza remota».

Perchè remota?

«In trent’anni si può morire, ma ci si può pure costruire una nuova identità o vivere nella marginalità, ci si può ammalare, perdere la memoria o più semplicemente può accadere di non voler più tornare. Certo, se un giorno ricomparisse sarebbe bello, anche se è una possibilità che mi spaventa».

Ci sono anche dei nastri con la voce di tuo fratello nello spettacolo. Tu ricordavi la sua voce?

«No».

Com’è stato ascoltarla?

«Impressionante».

I primi oggetti che vediamo in scena, al di là delle fotografie scattate da Pietro, sono dei libri, ripresi in un video, dei quali vediamo le costolette…

«Questi libri a me hanno raccontato di un impegno intellettuale molto forte, maturato direttamente sulle fonti. Mentre io al liceo studiavo le sintesi degli autori, mio fratello leggeva le opere. Non leggeva i riassunti di Kierkegaard, di Dante o di Marx, ma direttamente le opere. Ho avuto la sensazione di un attaccamento viscerale a quei testi –Roland Barthes, Benjamin, la Recherche, Wittgenstein- e mi sono fatto l’idea di una persona completamente immersa nei testi. Mio fratello studiò per qualche anno al Liceo Classico Parini, poi al Berchet, ma decise di non iscriversi all’università, considerandola un’esperienza per lui totalmente inutile».

fontana milano uomo si nascondeMilano. Fotografia di Pietro Cossu Blanc.

Luca racconta che tuo fratello era un grande ammiratore di Wittgenstein, specie nei due anni prima di sparire. Ecco, vedendo il tuo spettacolo, mi è sembrato di notare una coincidenza elettiva, se mi passi l’espressione, tra l’amore di tuo fratello per Wittgenstein e una messa in scena così rigorosa, esatta, che non posso non definire “wittgensteiniana”…

«Per quanto non conosca Wittgenstein, se non superficialmente, penso che in effetti ci sia una familiarità. Lo scambio epistolare con Luca –fondamentale nella mia ricerca- è stato all’insegna della considerazione dei fatti e della logica, anche nei momenti in cui il mio impulso sarebbe stato di trovare delle interpretazioni e stabilire dei collegamenti extra-fattuali. L’intuizione artistica che mi ha portato a presentare questa storia nella forma che hai visto risale al febbraio 2015, quando feci un tentativo di presentazione dei materiali durante un laboratorio di Daria Deflorian a LachesiLAB. E’ stato poi grazie al suo tutoraggio, all’ispirazione che ho tratto dai suoi spettacoli e alla collaborazione con Alessandra De Santis e Attilio Nicoli Cristiani del Teatro delle Moire, che ho perseguito in maniera radicale una forma asciutta, funzionale al rapporto con la materia che doveva emergere in tutta la sua semplicità, senza fronzoli. Anche la mia precedente esperienza lavorativa con Marco Bechis e uno sguardo di Danio Manfredini sul mio lavoro sono stati elementi preziosissimi in questo senso. Pietro era molto affezionato alla biografia di Wittgenstein, rispetto alla quale Luca mi ha suggerito la lettura di Ray Monk, “Wittgenstein. Il dovere del genio”. Leggendo questo testo diventa più chiaro quale potesse essere la posizione di Pietro rispetto a sé stesso e al contesto che lo circondava. Insomma non avrebbe mai accettato di scendere a compromessi con la realtà: meglio mettere a rischio la propria vita o scegliere un lavoro umile».

Un giorno sono entrato in sala prove e ho trovato un bigliettino lasciato da qualcuno su cui era scritto “botanica e giardinaggio”

Per esempio?
«Con Luca aveva considerato che fare il giardiniere in un cimitero non sarebbe stata una cattiva scelta. Un giorno sono entrato in sala prove e ho trovato un bigliettino lasciato da qualcuno su cui era scritto “botanica e giardinaggio”: ho capito che anche il mio lavoro poteva semplicemente seguire quella traccia, di umile servizio a un regno diverso e familiare, rispetto al quale stare in ascolto e prendermi cura, rimanendo nell’ombra».