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La necessità di provarci, e di marcirci sopra – Intervista a John De Leo

02/07/2015
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a cura di Gionata Giardina

 

 Il mondo in cui John de Leo non ha bisogno di presentazioni è un bel mondo.
Coloro che di quest’orbe si sentono alieni  potrebbero rimediare leggendo qui sotto, ma soprattutto ascoltando il nuovo (sorprendente) disco, che da qualche parte si trova.
E stasera suona pure allo Young ‘n Town.

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Come va, stai bene?

Davvero mi hai chiesto questo? È una domanda impertinente, non si chiede. Ma no dai, sì, sto meglio di quel che credo. Nel senso che sto lavorando molto, quindi evidentemente dev’essere un buon periodo. Anche se, insomma, credo che vivere al di là del proprio mestiere sia qualcosa di salutare e che non voglio dimenticare. Ma, visti i tempi, quando si lavora pare che sia una fortuna…

Si, sono un po’ tempi in cui l’attività produttiva coincide con la nostra identità.

Faccio fatica a pensarla come un’attività produttiva, ma in effetti di questo si parla. È un meccanismo economico, e spesso la poesia viene un po’ dimenticata. La mia battaglia è soprattutto quella, cercare di farla sopravvivere in qualche modo. Anche perché se sparisce quella scompaio anch’io, e cambio mestiere insomma.

In questo senso, la scelta di produrti da parte di un’etichetta come Carosello – grossa, e sicuramente legata alle dinamiche del mercato – è stata coraggiosa.

Mi ritengo fortunato, presto o tardi dovrò farli contenti in qualche modo. Ti spiego questo paradosso: io in questo momento sono fra le cose meno commerciali ma più di qualità, ecco. Secondo me è paradossale, penso che dovrei essere l’ultima ruota del carro. Alla fine faccio intrattenimento, magari condito da altro, ma da questo in poi mi aspetterei di sentire altra musica, non so se mi son spiegato. Passo sempre per alieno, ma dipende con cosa fai il paragone. Se paragoniamo questo prodotto (ride della parola “prodotto”, N.d.R) con quello che circola nelle classifiche, allora sì, sono alieno, però rispetto a Stravinskij… non mi sembra di aver fatto molto. Di aver potuto fare molto.

Perché?

Perché comunque bisogna rispondere di un pubblico, di cui io tengo sempre conto. Pensandolo comunque come un’entità intelligente, che ha fame di qualcosa di antitelevisivo. Ma in realtà è tutto molto più complicato. Gli artisti fanno i conti con qualcosa che per sopravvivere deve assolutamente vendere. In un modo o nell’altro l’opera dev’essere rinchiusa in qualche target commerciale. Io sto parlando della classica, del jazz, della contemporanea. Sono le cose che più mi indignano: negli ambiti più d’élite e prestigiosi noto una decadenza drammatica. Spesso è una farsa. Di chi è la responsabilità? C’è anche una responsabilità dell’artista: la ricerca non può esaurirsi perché non vende. Per dirti, sono andato a dei concerti jazz dove era inutile fare le cose più astruse, più jazz, non sarei stato capito. È paradossale ma c’è una involuzione da tutte le parti. Secondo me è importante che sopravvivano certe tensioni alla bellezza, al di là del risultato, perché qualcuno possa dire di aver visto qualcosa di diverso.

Hai auspicato che il tuo lavoro – nella sua indipendenza in quanto tale da chi lo fa, e nella sua cripticità – possa stimolare nell’ascoltatore la spontanea ricerca di un senso, la voglia di farsi delle domande.

E che generi dubbi anche rispetto all’opera stessa, perché no. Mi voglio confrontare con chi vuole criticarmi; non ho nessuna presunzione di essere arrivato da nessuna parte, questo lo credo fermamente. Diciamo che comunque lavoro per tentare strade nuove, belle o brutte che siano. Questo vorrei che sopravvivesse per me, come per tutti gli altri artisti stimati che sento soltanto alle due di notte su Radio 3.

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Il Grande Abarasse è – attraverso dieci individualità, prospettive e identità sonore – il racconto di una deflagrazione. Una deflagrazione, così ho inteso, il cui cuore risiede proprio nel potenziale insito nell’incontro fra esse. La condizione necessaria affinché questo accada è però la disponibilità all’ascolto, all’avvicinamento da parte delle singole entità.

Si, è assolutamente un’esplosione. Nonostante il tempo che stiamo vivendo amplifichi il nostro ego, in ogni caso un incontro è sempre un incontro, uno scontro. È quando hai assistito a qualcosa che non fa parte di te, ed è inevitabile che non ci si faccia i conti.

Non pensi che si stia andando in direzione opposta, da questo punto di vista?

Assolutamente, è per quello che lo trovo deflagrante. E necessariamente defrlagrante dovrà esser ancora di più. Altrimenti è la salvaguardia del piccolo proprio orticello, e dell’io che vede solo sé stesso, e il mondo come proiezione di sé.

In un’altra intervista hai dichiarato di aver speso molto tempo alla ricerca dei più vari significati della parola “io”, oltre che delle altre parole che compongono il titolo Io non ha senso. Cosa diresti delle ripercussioni che queste ricerche hanno avuto sulla tua percezione di te stesso?

A livello psicologico è stato devastante. Al di là della mia problematica diciamo che la cosa che più da senso a quell’io, oltre al mio io, è la rappresentazione di quell’io in noi, ecco. Questa introspezione sapevo dove sarebbe andata a parare. È comunque legata alle cose di cui si parlava prima, dell’io da un versante sociopolitico. La domanda di Io trova una risposta: Io trova senso quando Io fa parte di Noi.

Dal tuo lavoro e dalle tue parole emerge una maniacale cura per il dettaglio. Ma la generazione ipertrofica di dubbi, la frammentazione esponenziale del significato porta probabilmente al vuoto o ad una schizofrenica corsa senza fine. Pensando anche alla composizione, fino a che punto i dettagli compongono, e fino a che punto distorcono la costruzione del tutto?

Purtroppo io faccio i conti con questa mia patologia, se vogliamo. Ma la cosa è motivata dal fatto che io vorrei semplicemente dare il meglio di me. Non per fare bella figura; è perché ho una responsabilità verso gli altri. Se ti guardi attorno spesse volte ci sono anche tante brutture, tante cose fatte pressappoco. È sicuramente vero che qualche volta l’idea originaria, la prima, sia la cosa più sensata, anche se è sbagliata. Detto questo, c’è anche chi si nasconde dietro questa idea estemporanea del “buona la prima”, anche solo perchè l’ha fatta con onestà. L’onestà non è sufficiente, con l’onestà intellettuale puoi anche dire delle fregnacce, come se ne sentono tante.

E non hai mai avuto la sensazione, inseguendo i dettagli, di smarrire la strada?

In realtà ha tutto una motivazione, ha tutto un perché, anche se non è sempre leggibile, Anelare alla semplicità è un buon lavoro, la complessità della semplicità è una cosa difficile. Spesse volte si vedono e si sentono banalità, banalità gigantesche. Io non le vedo neanche, o comunque cerco di difendermi. A quelle preferisco la tua interpretazione schizofrenica e senza senso. Anche se non ha senso per me, un senso eppur ce l’ha.

Perché scegli di affidare una parte alla voce (che sia melodica, armonica o ritmica) invece che a uno strumento?

Prima di tutto perché è una sfida. La classica formazione basso- batteria-chitarra cerco di evitarla, perché è una strada già percorsa; questo non significa che nell’usare quegli strumenti si facciano delle cose già dette. Diciamo che mi piace complicarmi la vita anche da questo punto di vista. Ovviamente – sia chiaro – non ho nessuna presunzione di riuscirci, chi ci riesce è bravissimo e vorrei vederlo sempre. Diciamo che io ho la necessità di provarci, e di marcirci sopra, purtroppo per me. Forse il massimo per uno strumentista è emulare le possibilità della vocalità umana, anche se è solo un punto di vista come un altro.

Il live del Grande Abarasse ricalca il più fedelmente possibile in lavoro in studio. Pensi che la dimensione narrativa del tuo lavoro, oltre che quella musicale, stia arrivando al pubblico?

Secondo me no, non passa, esattamente come non passa su disco. Ma non lo credo neanche importante, magari sono altre le cose che si possono cogliere se uno l’ascolta. Io spero sempre – così come faccio io da ascoltatore appassionato – di poter fruire dell’opera diventando anch’io artista, e poterla ricreare immaginando un mio mondo, non limitato dalle immagini di qualcun altro. Questo è un obiettivo ideale, quando ciò accade per me come fruitore l’opera è bellissima. Non sono necessarie le mie intenzioni, non è necessario che si sappiano. A questo ci pensano altri artisti che ti dicono esattamente cosa devi capire, in modi anche musicali magari codificati da trent’anni, quaranta. Spero di essere stato chiaro perché in questo ci credo profondamente.

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Nel tuo lavoro i riferimenti ad altre opere, letterarie o musicali che siano, non si contano. Eppure essi appaiono come un semplice terreno, una rampa di lancio tesa verso la definizione di ex novo indefinito (forse quasi impossibile da raggiungere). Come vivi – concretamente – l’ascolto e lo studio della musica? E in che modo le strutture e i linguaggi che apprendi si traducono nel tuo processo compositivo?

Voglio dire, cos’è una invenzione? Non lo so cosa sia. Anche l’istinto in realtà è un processo, e corre su binari già codificati, è la somma di parole di altri. Mi stai chiedendo come ascolto la musica? Ma tu sapresti rispondere a questa domanda? Dipende… dipende da che musica sto ascoltando. Ci sono delle musiche che non mi piacciono da un punto di vista emotivo, metti, ma che per me sono esaltanti da un punto di vista intellettuale. Magari quel pezzo io non l’avrei mai composto, non mi piace quella cosa lì, ma di certo c’è una bellissima idea musicale, una bellissima ricerca. Quindi quando so che non devo pensare a come è strutturato un brano quantomeno mi aspetto comunque che sia fatto con la mira verso la bellezza. Cercare di avvertire questa “tensione verso”. Se mi metto ad ascoltare un pezzo e noto che quella cosa è detta o suonata per il favore del pubblico – ovvero dell’economia – io so già che quel pezzo non mi piace. Ciò non ha niente a che vedere con la musica di intrattenimento, si può fare nobilissima e semplicissima musica di intrattenimento. E non ha niente a che fare neanche con l’onestà. Io penso ad artisti molto noti, parte di un meccanismo economico gigantesco, che magari lo fanno con onestà: si commuovono mentre dicono certe cose. Ma a me non mi toccano, perché son tutte cose stradette, banali. Spesso diventano offensive di quel sentimento di cui stanno parlando.

Cosa cerchi nei musicisti con cui scegli di collaborare? O meglio, cosa ti piace trovare?

Quelli che mi piacciono di più sono quelli che sono aperti mentalmente, ma per davvero. Ed è importante che il loro linguaggio sia articolato, perché…perché poi magari non sono solo musicisti. Non credo che un grande pittore possa essere ciò che è perché guarda solo ad altri pittori. Credo che un grande pittore sia un grande pittore perché magari si interessa anche di politica, di musica, magari non legge un solo libro. Quando sento un musicista che ha un linguaggio profondo, articolato e vario (come penso debba averlo un musicista con le palle), guarda caso ha spesso tanti altri interessi.

 Grazie, John.

Veniamo a fare un po’ di casino domani, dai.

 

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