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La giornata del cronometrista

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A cura di Valerio Millefoglie

Fotografie di Mattia Rubino

Un’antica clessidra di legno e matita. Nella parte superiore la sabbia è una scacchiera. Tasselli bianchi e neri sono in fila per scendere nella parte inferiore, vuota, dove c’è il tempo che verrà. Attorno alla clessidra, seguendo un movimento circolare, si legge: Federazione Italiana Cronometristi. È uno dei primi loghi della FICr, fondata nel 1921 a Milano e riconosciuta dal CONI nel 1934. Ogni settimana, in tutte le parti d’Italia, i suoi associati cronometrano gare sportive. Li abbiamo seguiti per cronometrare un giorno della loro vita.

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I cronometristi si svegliano all’ora esatta delle 05:15 di una domenica mattina. Alle 06:01 il semaforo lampeggiante giallo illumina i passi dal portone di casa al furgoncino preso a noleggio e parcheggiato il giorno prima. Ci impiegano 00:36,51. Indossano berretti, sciarpe e guanti e sotto i guanti portano l’anello di matrimonio, sono sposati da 284018400 secondi, ovvero dal 2008.

Si sono conosciuti al Politecnico di Milano moltissimi secondi prima, a metà anni Ottanta. Si sono laureati in architettura e poi hanno risposto alla domanda: Vuoi tu Sabino sposare la qui presente Marialuisa? Vuoi tu Marialuisa sposare il qui presente Sabino? Nel 2009, la qui presente Marialuisa propone a Sabino di frequentare un corso per allievi cronometristi. Come nel 2008 Sabino risponde Sì, non immaginando quanto sarebbe diventato parte della loro vita. Pur non essendo un vero e proprio lavoro, entrambi fanno gli architetti, a ritmi da badge. Cronometrano il venerdì, il sabato, la domenica, a volte anche il giovedì.

“La domenica sera ci ritroviamo a dire – Meno male che domani è lunedì”, dice scherzando Marialuisa mentre in 01:42,09 facciamo benzina in una stazione di servizio. In 27:02,77, da Milano, raggiungiamo Monza. A quest’ora, di domenica mattina, il mondo non ha ancora confini e si attraversa un unico territorio onirico. In questo dormiveglia pneumumatico – dato dal ventilatore che soffia aria calda e dal moto delle ruote del furgoncino sull’asfalto, dal sobbalzo degli strumenti di cronometraggio nel vano posteriore – cronometro i loro ricordi. Oggi sono il loro cronometrista ufficiale.

In questo dormiveglia pneumumatico – dato dal ventilatore che soffia aria calda e dal moto delle ruote del furgoncino sull’asfalto, dal sobbalzo degli strumenti di cronometraggio nel vano posteriore – cronometro i loro ricordi. Oggi sono il loro cronometrista ufficiale.

Andiamo indietro all’8 dicembre 2013, quando una donna percorre in bicicletta la pista del velodromo di Montichiari, in provincia di Brescia, per 3603 volte. È l’atleta Anna Mei, che pedalando per 32,02h consecutive, corre contro se stessa che aveva stabilito il record precedente e stabilisce quello nuovo, di permanenza su pista, con 901 km percorsi. Davanti a lei, a vederla passare giorno e notte, ci sono Sabino, Marialusia e altri colleghi cronometristi.

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“L’idea era di darci il cambio ogni due o tre ore – racconta Sabino – ma poi ci si stendeva giusto un attimo, ha prevalso lo spirito di squadra. Si stava lì insieme, si mangiava per rimettere energie in corpo e far passare le ore”. Marialuisa aggiunge, “Di notte ci guardavamo e ci chiedevamo, Ma è passata?”.

“L’entrata nelle piscine è sempre un dilemma – dice Marialuisa dopo aver parcheggiato all’ingresso della piscina Pia Grande di Monza- Rimani ad aspettare che l’addetto venga ad aprire, magari arriva ogni cinque minuti con un diverso mazzo di chiavi fino a che non le trova. Una volta siamo rimasti mezz’ora ad aspettare”.

Oggi calcolo 02:54,84. Le porte si aprono e l’odore del cloro mi riporta a una madeleine dell’acqua: il ricordo delle lezioni di nuoto cui ero costretto da piccolo. Il momento che più aspettavo era quando, riemerso, mi mettevo in fila nello spogliatoio per l’asciugatura dei capelli. Un addetto ci passava le mani sulla testa per qualche secondo, surrogato di barbiere, alle spalle l’infanzia degli altri bambini e per un attimo la testa altrove, nel mondo fonato, scompigliato, di capelli al vento caldo dove tutto era al riparo. Qualcosa mi riporta ai giorni nostri. Un grande orologio che segna un solo minuto, sembra voler far riflettere su quanto sia importante ogni singolo momento.

Alle 06:32 i cronometristi iniziano a montare le piastre di contatto all’interno della piscina, grandi rettangoli gialli immersi nell’acqua ai blocchi di partenza che diventano l’orizzonte e la meta dei nuotatori. Dopo l’ultima bracciata il tocco segna il tempo impiegato e da qui, dalla mano dell’atleta, scorre sulla piastra. A questo punto il tempo attraversa, tramite dei cavi elettrici, il pavimento della piscina fino ad arrivare alla postazione dei cronometristi, tre tavoli dove sono montati dei terminali di controllo. Alle 06:56 lo Start è pronto, andiamo a fare colazione nel bar del centro sportivo: 3:42,55 secondi. Poi, aspettiamo che tutto abbiamo inizio.

Alle 06:56 lo Start è pronto, andiamo a fare colazione nel bar del centro sportivo: 3:42,55 secondi.

Alle 07:42 è giorno. Uno dopo l’altro cominciano ad arrivare gli altri cronometristi. Un impiegato delle poste, un’assistente amministrativa presso una scuola, una donna in pensione, persone che indossando la divisa composta di pantaloni, maglia bianca e cronometro, si allontanano dal loro mondo feriale. C’è chi ha fatto il Giro d’Italia, cronometrandolo naturalmente, e chi un giorno di dieci anni fa ha vissuto attimi interminabili dopo l’incidente di una persona cara.

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Giancarlo, impiegato di banca, mi racconta, “Io lo faccio su consiglio del medico, per non rimanere concentrato sulle cose. Vado anche negli stadi, a seguire le partite e racconto ai bookmakers per telefono quello che succede”. Fiorenza, quarantadue anni trascorsi dietro alle tempistiche di negozi di abbigliamento di cui seguiva tutto, dalla costruzione all’arredamento fino al personale, dice: “In questi ultimi quattro anni, da quando sono in pensione, ho abbandonato l’orologio e vivo alla giornata guardando il calare e il sorgere del sole”.

“Signore e signori, buongiorno e benvenuti alla prima prova Coppia Tokyo”, esclama una voce che fuoriesce da un altoparlante e rimbomba sul soffitto così alto da essere un cielo, ricade in picchiata tra le signore e i signori genitori, parenti dei giovani atleti, e poi sui corpi in costume dei giovani atleti, le parole si perdono, si sfibrano contro le boe e si affogano, s’intuiscono, nessuno le ascolta, ognuno parla con qualcun altro; fischi d’incitamento e urla degli allenatori, convenevoli e chiacchiere della domenica sportiva perpetua. Io prendo un cronometro e mi avvicino a bordo vasca.

I cinquecento partecipanti, i nati nel 2003, nel 2000, nel 2005, nel 2004, nel 1999, con le braccia, le gambe, le cuffie, affiorano dall’acqua con le membra smembrate, una batteria di ambizioni e di viscere appena nate in corsa per i 200m stile libero assoluti, per i 50m dorso assoluti, per i 100m rana assoluti, femminili e maschili, uno dietro l’altro, anche se in movimento diventano una cosa ferma, un quadro, una sindrome di Stendhal in cui si immergono i miei occhi e la mia mente diventa un rifugio, un bunker antiatomico contro il resto dei giorni della settimana e non penso a nient’altro che a questa illusione ottica azzurra increspata.

Io prendo un cronometro e mi avvicino a bordo vasca. I cinquecento partecipanti, i nati nel 2003, nel 2000, nel 2005, nel 2004, nel 1999, con le braccia, le gambe, le cuffie, affiorano dall’acqua.

“La piastra è il frutto del tuo lavoro. Vedi ciò che hai fatto. Io ci metto cattiveria, l’ultima bracciata la do sempre con la destra, mi dà forza per fare il tempo migliore”, mi dice Lisa Cremonesi, classe 2000, al 19° posto per i 50m farfalla con 00:30,93. Uscita dalla vasca sembra perdere il vigore delle bracciate, la sicurezza con la quale fende l’acqua per primeggiare su di essa. Le goccioline si asciugano sul suo corpo e, avvolta in un asciugamano, non nasconde la timidezza della sua età. Intanto arrivano i primi pronostici. Secondo il giudice di gara finiamo in perfetto orario per la pausa pranzo, “Ben prima dell’una”. Il cronometrista che aggiorna in diretta la classifica sul sito dice, “No siamo in ritardo di dieci minuti, adesso facciamo una media, abbiamo nove minuti di ritardo”.

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Intanto la cronometrista stanca, seduta su un muretto, spalle al vetro dietro cui ci sono borsoni e attrezzi da palestra, disperde il suo sguardo nella folla di nuotatori. Ai blocchi di partenza, qualche passo prima del trampolino, ci sono due sedie in modo che gli atleti in procinto di essere chiamati si sistemino lì. Dietro le sedie c’è poi il gruppo di atleti in attesa di sentir pronunciare il proprio cognome, un gruppo in movimento, ancora una volta, di corpi bianchi e costumi da bagno, un’unica entità che si sposta ora di qua, ora di là, ondeggiando proprio come fossero già in acqua, il futuro della nazione prima di spiccare un volo e toccare una piastra. “Nei master invece – mi dice un cronometrista – perdiamo tantissimo tempo perché non arrivano mai”. Ai master gareggiano atleti in età avanzata, “Ci trovi anche chi ha novant’anni”.

Secondo il giudice di gara finiamo in perfetto orario per la pausa pranzo, “Ben prima dell’una”. Il cronometrista che aggiorna in diretta la classifica sul sito dice, “No siamo in ritardo di dieci minuti”.

La barista ci fa liberare il tavolo da un gruppo di ragazzi in 00:12,06 secondi. Marialuisa ordina un panino e per mangiarlo ci impiega 5:27,30. Sabino ci racconta di quando l’estate scorsa è stato chiamato a cronometrare il campionato nazionale di boscaioli. Tutti gli altri ci impiegano non oltre i sei minuti per terminare il proprio pasto, a parte Fiorenza che finisce l’insalata in 14:12,56. Rimaniamo solo noi due al tavolo. Indossa una sciarpa con una serie di piccoli teschi illustrati, “La morte fa parte della vita – dice – e io vorrei essere immortale, avere un tempo infinito, avere più tempo per i figli, con più tempo avrei potuto frequentare l’Isef, sarei voluta essere una persona più calma e invece sono uno scorpione”.

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Dopo pranzo, nel pomeriggio, riprendono le gare e io cronometro il sonno del medico. Accovacciato sulla sedia accanto alla postazione dei cronometristi, ma messo in un angolo che quasi lo confina all’uscita di sicurezza, si ripiega in un riposo aspettando che qualcuno si faccia male. Dopo 03:11,20 si muove su un bracciolo. Continua a dormire per 05:17,28. Si sveglia quando la numero 8 tocca la piastra di arrivo prima che l’arbitro dia il via e viene squalificata per falsa partenza. Si riaddormenta per 1:44,06, si risveglia, poi si riaddormenta per 1:16,61. Alle 18:01 minuto registro uno sbadiglio di Sabino che dura 00:02,12.

A distrarmi dagli slalom di sonno è Rodolfo Paglia, settantasette anni, per la precisione 2,43×1018 secondi di vita. Di professione agente di commercio per le Pagine Gialle fino al 1999 e cronometrista da quasi trent’anni. Dei suoi esordi ricorda il signor Cima, proprietario di una cartiera e anche di una montagna, la montagna Cima. “Era un fanatico dello slalom – dice Paglia- e organizzava gare anche in estate. Quando ho iniziato avevo notato che l’azienda elettrica municipale forniva cronometristi grazie al passaparola, così i colleghi si ritrovavano anche fuori dal lavoro. Io lessi l’annuncio di ricerca allievi su un giornale e risposi.

“Il cronometrista è uno che sacrifica famiglia o amori o la fidanzata la domenica e nei giorni festivi.”

Oggi i giovani arrivano ai corsi chiedendo subito quanto si guadagna, ma il cronometrista è uno che sacrifica famiglia o amori o la fidanzata la domenica e nei giorni festivi e non guadagna nulla se non il rimborso spese”. Il medico ci interrompe per raccontarci di quando una volta il figlio di un cronometrista si sentì male, vomitava, doveva essere portato subito in ospedale e il padre chiedeva se si poteva aspettare la fine della gara. Ci parla poi di un altro cronometrista che dopo essere scivolato e aver sbattuto violentemente la testa, prima di essere medicato voleva finire di cronometrare.

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“Dobbiamo essere in efficienza – commenta Rodolfo Piglia – Infatti dobbiamo sempre esibire un cardiogramma, se cadi in acqua perdi due cose: il cronometrista e il tempo”. Ed è quello che a un certo punto perdo io. Gli ultimi atleti salgono sul trampolino patibolo. La piscina lentamente si svuota. I cronometristi ripongono tutti gli strumenti da lavoro. Nuvole di caldo rendono i vetri ovattati. Fuori è di nuovo buio. Ho la sensazione che da stamattina sia passato un solo secondo, non ho mai visto la luce del sole, non sono mai uscito da qui e rientro in furgoncino.

Torniamo a Milano in 38:32,96 e passiamo a lasciare l’attrezzatura nella sede della FIC, all’interno del CONI. Poi restituiamo il furgoncino alla ditta dove è stato preso a noleggio. Infine, i due cronometristi mi lasciano al semaforo giallo sotto il quale ci siamo incontrati alle 6:01 del mattino. È tardi. Meno male che domani è lunedì.

*Per diventare cronometrista o scoprire il Museo del Tempo di Roma visita il sito www.ficr.it

 
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