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I vecchi, i nuovi e gli altri – Gente del quartiere Garibaldi, Livorno

Reportage

Testo di Gianluca Pardelli

Fotografie del collettivo fotografico OPS

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La statua stanca e ingiallita del grande condottiero troneggia sulla piazza a lui intitolata nello stretto quartiere omonimo a est del porto. Su tre fronti di questo quadrilatero di erbacce e cemento si diramano fatiscenti viuzze di marciapiedi consumati, intonaci depressi e olezzo di fritto e di urina.

Il quarto lato della piazza si apre, invece, su una strada trafficata che corre parallela alla rete di torbidi canali navigabili, “fossi” in gergo locale, simbolo di questa città. Il Giuseppe Garibaldi di marmo di Carrara e sterco di piccione tiene lo sguardo alto oltre i fossi e ammira le possenti mura macchiate di edera della Fortezza Nuova, mentre ai suoi piedi e alle sue spalle botteghe e vite più o meno antiche animano i meandri del rione più chiacchierato della città.

Il Giuseppe Garibaldi di marmo di Carrara e sterco di piccione tiene lo sguardo alto oltre i fossi e ammira le possenti mura macchiate di edera della Fortezza Nuova.

Fausto, fisico imponente, mani grandi e callose, chioma sporca di salmastro e uno sguardo gentile e un po’ rassegnato, nel Quartiere Garibaldi a Livorno ci ha trascorso gli ultimi settantacinque anni della sua vita rumorosa e travagliata di settantacinquenne livornese purosangue: qui ci è nato, qui è cresciuto e qui spera, dice lui, il più tardi possibile, di morirci. Lo incontro nella sua cantina, così si chiamano qui le rimesse dei barcaioli, mentre lucida le rifiniture metalliche di un piccolo gozzo turistico tra l’odore di muffa e di solvente che avvolge questa umida caverna in cui lavora.

Fausto, che di mestiere fa un po’ di tutto, ma principalmente è pescatore e guida cantante per i pochi turisti che capitano a Livorno, ha visto la “Zona Garibaldi” esistere, resistere e mutare nel corso di sette decenni e un lustro di storia: dal tardo dopoguerra di duri volti pasoliniani, edifici scavati dalle bombe e baracche di lamiera improvvisate fino alla quotidianità postmoderna di marciapiedi congestionati da auto parcheggiate alla “me ne frego, non so se ben mi spiego” e sguardi di passanti spenti sullo schermo nervoso dei cellulari.

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Fausto ha urlato di rabbia e di gioia negli anni Sessanta, quando il quartiere era una roccaforte di rosso colore, e ha visto, poi, la morte arrivare a braccetto dell’eroina, durante quei tardi Settanta, che qui, più che altrove, furono pesanti come il piombo e disperati come gli ultimi idealismi. Fausto ha visto gli Ottanta e l’anarchia del consumismo all’americana e poi le felpe lunghe e gli sguardi mogi degli anni Novanta, quando a Mosca moriva un’utopia e qui a Livorno si perdeva un’identità.

Come Fausto ce ne sono ancora tanti nella Zona, abitanti storici del quartiere o gente che in Garibaldi non abita, ma che qui ha lavorato tutta una vita: Anna la parrucchiera, Mirko il libraio, Giuseppina che vende solo farina e sementi, Andrea il farmacista gentiluomo, Elena la moglie del meccanico che canta nei bar del porto, Piero il giornalaio e Ugo che gli taglia i capelli nella sua bottega d’antan.

A nutrire bottegai e barcaioli c’è poi la folta schiera di osti, cuoche e ristoratori che hanno reso Garibaldi, archetipo del quartiere popolare, una meta di pellegrinaggio per gli annoiati signori della Livorno bene che si spingono nei bassifondi urbani alla ricerca del cacciucco perfetto o di un fritto misto senza fronzoli.

Fausto, che è anche stornellatore, poeta e grande romantico di facili nostalgie, si lascia ogni tanto andare nel ricordo di quelli che, per un motivo o per un altro, non animano più il quartiere con la loro presenza. «Con i morti» mi dice con voce calda e profonda da uomo di porto, «è inutile arrabbiarsi, perché tanto, anche a urlargli contro, quelli non tornano». È con i vivi che Fausto vorrebbe far quattro chiacchiere, con quelli che hanno chiuso la porta di casa o l’uscio della bottega (o entrambi) per cambiare zona della città, perché Garibaldi, a sentir loro, era diventato un rione invivibile.

È con i vivi che Fausto vorrebbe far quattro chiacchiere, con quelli che hanno chiuso la porta di casa o l’uscio della bottega (o entrambi) per cambiare zona della città.

«Uno a uno li ne ho visti andar via tanti da qui» continua Fausto mentre mi mostra orgoglioso la nuova tinta rosso fiammante della sua barca «pure i miei figlioli hanno lasciato sto posto, uno è andato addirittura a vivere in Australia… ma dico io: ma ti faceva proprio così schifo Livorno che dovevi andare a vivere all’altro capo della terra?» e sorride tra scherno e amarezza pulendosi con uno straccio antidiluviano il rosso chimico attaccato polpastrelli.

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Il barcaiolo Fausto, la parrucchiera Anna, il barbiere Ugo e, come loro, tutta la vecchia guardia del quartiere sono stati testimoni di un esodo in miniatura di amici e colleghi, che dai vicoli umidi di Garibaldi sono trasmigrati verso i lidi più sereni della periferia sud della città. A spingerli lontani dalla Zona sono state di certo gli intonaci intatti, le vie ariose e l’asettico odore di nuovo dei quartieri piccolo-borghesi; sicuramente, e Fausto prova a convincersene, c’era il desiderio di non doversi più svegliare tutti i giorni al suono di motorini scarburati e con il tanfo di fogna del Fosso Reale; probabilmente sulle pareti dei moderni appartamenti di periferia non cresce aggressiva la muffa scura che abita le case di Garibaldi.

Eppure dietro all’esilio volontario degli ex Garibaldini c’è anche, e soprattutto, il desiderio malcelato di staccarsi e distinguersi da quello che è stato troppo spesso dipinto dai giornali locali come un quartiere maledetto, un ghetto di degrado e delinquenza dal quale è meglio girar lontani. Fausto questo lo sa, non può negarlo. Di là dalle esagerazioni della discutibile stampa cittadina, è evidente come la Zona Garibaldi, già da tempo teatro di un lento ma continuo deterioramento del tessuto sociale, sia ormai afflitta dai problemi cronici di una criminalità in continuo aumento. Addio bella Livorno mia recita una delle tante poesie di Fausto; sfumar ti vedo tra una rete ormai stanca e un altro vecchio che va via, lasciandomi solo su sta panca.

Addio bella Livorno mia, recita una delle tante poesie di Fausto; sfumar ti vedo tra una rete ormai stanca e un altro vecchio che va via, lasciandomi solo su sta panca.

Naturalmente si parla pur sempre di Livorno e, checché ne dicano i giornali, Garibaldi non è di certo paragonabile a Scampia o a Quarto Oggiaro. Tuttavia, per una città medio-piccola come questa, la “faccenda Garibaldi” è comunque diventata una questione centrale nei discorsi dei cittadini e nelle aule del Comune, così come centrale è il fenomeno che, a detta di molti, sta alla base della parabola discendente della Zona: l’immigrazione incontrollata.

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Non sorprende, infatti, che Garibaldi, quartiere povero, popolare ed economico, ha attratto, a partire dagli ultimi anni Novanta, flussi sempre più cospicui di immigrazione comunitaria e non. Gli “altri”, venuti da paesi lontani, hanno portato nuova linfa e colori accessi nel grigiore un po’ stantio del quartiere e il loro arrivo ha ringiovanito e rinvigorito un quadro demografico ormai vetusto e assopito. Ugo, barbiere ottuagenario rigorosamente per soli uomini, reagisce un po’ imbarazzato se gli si chiede un parere sulle genti straniere venute dall’Est e dal Sud del mondo. Apre la porta di una bottega rimasta praticamente invariata dagli anni Sessanta, pavimento in linoleum macchiato di balsamo e capelli, pareti ricoperte di panelli finto legno e calendari Pirelli, ventilatori arresi alla polvere e specchi graffiati dal tempo, e con voce insicura e sorriso sincero mi accoglie nell’anticamera della sua vita.

Gli “altri”, venuti da paesi lontani, hanno portato nuova linfa e colori accessi nel grigiore un po’ stantio del quartiere.

«Guarda, a esser sincero non so che dirti su questi giovani che vengono qui» accenna riferendosi ai migranti e temendo di essere tacciato di un razzismo che invece non mi sembra ci sia, «tanti sono venuti e si son trovati subito da lavorare, hanno aperto un sacco di negozi nuovi e anche se fanno un po’ di concorrenza a noi vecchi del quartiere, devo dire che, almeno io, mi son sempre trovato bene con loro» poi guarda le pale assopite del ventilatore e come liberandosi da un piccolo peso cresciutogli in gola, continua.

«Tuttavia, ‘sti nuovi che sono arrivati ora, questi ragazzi africani, i rifugiati come li chiamano, stanno qui e non fanno niente, ciondolano tutto il giorno per le strade, sempre appiccicati a quel cellulare, non lavorano, non sanno neanche dove sono secondo me… e poi c’è quel gruppo di tunisini lì, che per davvero, è meglio non parlarne neanche…».

Già, i tunisini del Quartiere Garibaldi. Problema ormai cronico che sembra affliggere e preoccupare l’intera città. Gli esempi di riuscita integrazione certo sono tanti: dalla famiglia Yi che dalla Cina è venuta a fare i cappuccini più buoni del quartiere (personale giudizio di Fausto il barcaiolo), ai fratelli Ganguly dal Bangladesh che in Garibaldi hanno aperto un mini-market di prodotti tanto esotici quanto improbabili, fino a un gruppo di giovani artisti senegalesi con il loro piccolo laboratorio di artigianato tradizionale.

Sarebbe, però, naïf pensare che il contatto fra popoli e culture sia sempre rose e fiori. Tralasciando inutili e dannosi perbenismi, è purtroppo evidente che un numero imprecisato d’individui stranieri, per la maggioranza di nazionalità tunisina, ha preferito integrarsi con il tessuto criminale fieramente italiano già esistente nel quartiere, espandendolo e acutizzandolo abbastanza per sconvolgere la coscienza pubblica di una città relativamente tranquilla come Livorno.

È una storia sentita già tante altre volte, quasi ogni giorno a dire il vero, e altrettante volte strumentalizzata ad hoc dalle varie forze politiche: un quartiere popolare italiano, con una rete di piccola criminalità già in essere, diventa palcoscenico involontario di ondate migratorie che portano, quasi sempre, a risultati ambigui e indefiniti, tra tante luci e molte ombre.

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Dana Popa, giovane ristoratrice rumena, è partita nel 2002 dai tetri casermoni di Vâlcea, alle pendici delle Alpi Transilvane per raggiungere amici e conoscenti a Livorno. Passati dieci anni di gavetta come badante, cameriera e barista, ha aperto il suo primo punto di ristoro proprio nella piazza centrale del quartiere Garibaldi. Dopo diverse aperture e chiusure, tra cui anche una curiosa rosticceria rumeno-italiana, adesso Dana gestisce con orgoglio un piccolo ristoro all’interno di una delle tante baracchine installate sulla piazza dall’amministrazione cittadina per rivitalizzare il commercio nel quartiere e risanarne l’aspetto sociale.

Dana, che ha scelto Garibaldi perché un po’ le ricordava la Romania, con quel suo aspetto urbano trasandato e romantico al contempo, non è stata subito accolta a braccia aperte dagli abitanti del quartiere che, anzi, hanno a lungo boicottato la sua rosticceria designandola come un covo di “stranieri delinquenti”. Dana, fiera ora di essere una rumena livornese, si è però a poco a poco conquistata la fiducia di tutti fino a diventare una figura di riferimento centrale nel rione.
«La mia soddisfazione più grande» dice con la voce tremante di orgoglio, «l’ho avuta quando, una a una, la gente di Garibaldi è venuta a chiedermi scusa per aver pensato e parlato male di me».

Adesso Dana, donna immigrata con lo sguardo forte e deciso, non si nasconde dietro tanti giri di parole e con rinfrescante onestà dice a chiunque glielo chieda che lo spaccio di droga sta affossando il quartiere ormai da anni. Un mercato, quasi a cielo aperto, gestito a valle prevalentemente dalla comunità tunisina e a monte dalla criminalità tutta italiana che gira intorno al porto di Livorno. Salvo qualche rara eccezione, i clienti finali di questa fremente attività commerciale, sono, immancabilmente proprio quei livornesi della parte bene della città che qui vengono per il cacciucco e per una botta di cocaina.

Salvo qualche rara eccezione, i clienti finali di questa fremente attività commerciale, sono, immancabilmente proprio quei livornesi della parte bene della città che qui vengono per il cacciucco e per una botta di cocaina.

Ma Dana, da piccola imprenditrice lungimirante del vecchio blocco socialista, sa anche che la soluzione al problema è a portata di mano. «La gente deve stare in piazza, deve vivere il quartiere, deve fare presenza» dice con entusiasmo mentre stappa una birra per un cliente. «Le forze dell’ordine sono essenziali, ma è tutto inutile se poi gli abitanti stanno a lamentarsi su Facebook senza farsi vedere in strada; se le panchine, i marciapiedi e i bar sono occupati dalla brava gente di Garibaldi, gli spacciatori e i loro clienti non hanno posto dove andare: è semplice, è una questione di spazio» conclude servendo la birra a un suo connazionale, muratore, che se ne sta seduto su una pericolante sedia di plastica bianca assieme a tre suoi colleghi livornesi.

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Forse così semplice come dice Dana proprio non è, ma intanto l’amministrazione della città e cittadini stessi hanno dato il via a una serie di iniziative dai nomi più o meno bizzarri (“Garibaldi Top”, “Garibalta”, “Sicurezza in Garibaldi”) mirate a una reale e duratura riqualificazione del quartiere. Concerti, mostre, mercatini e spettacoli animano, soprattutto d’estate, la piazza centrale del quartiere e, di riflesso, anche le vie limitrofe, attirando per strada non solo i residenti della Zona, ma anche e soprattutto, gli abitanti degli altri quartieri della città che adesso si avventurano intimoriti e incuriositi a vedere cosa succede in quel rione di cui tanto si parla sulle pagine dei quotidiani locali.

Uno dei fenomeni più interessanti è sicuramente l’arrivo nel quartiere di una nuova generazione di artisti e piccoli imprenditori livornesi che, grazie a un bando comunale, hanno trovato qui una nuova sede ideale per le loro attività. Sono “i nuovi”: gallerie fotografiche, botteghe di abbigliamento vintage, negozi di dischi e spazi educativi sono andati a integrarsi e intersecarsi nel complesso tessuto umano e commerciale del quartiere, portando un’ulteriore ventata di aria fresca in quartiere splendidamente popolare che non ha alcuna intenzione di demordere.

Sono “i nuovi”: gallerie fotografiche, botteghe di abbigliamento vintage, negozi di dischi e spazi educativi sono andati a integrarsi e intersecarsi nel complesso tessuto umano e commerciale del quartiere.

Giulia Bernini, ragazza classe ’82 piena di contagioso entusiasmo e con una lieve ma genuina tendenza all’esser prolissa, è grafica, illustratrice e designer freelance, formatasi a Siviglia a fianco del disegnatore Pedro Cabañas, uno famoso dice lei, anche se il nome a me e alla mia ignoranza nel settore ci lascia assai indifferenti. Dieci anni fa inventa una serie di animali e volti umani con uno stile deformante e visionario che diventeranno, poi, un vero e proprio brand.

A Livorno è stata una delle pioniere nell’apertura di pop-up stores, ovvero attività commerciali caratterizzate da un’effimera esistenza a tempo determinato e ben definito, portando in una città di provincia una concezione commerciale più o meno discutibile, ma sicuramente innovativa.
Dal giugno dello scorso anno è una delle protagoniste del processo di gentrificazione artistica e culturale del quartiere, che poi una vera e propria gentrificazione non è, poiché, per fortuna, in Garibaldi, per adesso, manca ancora il rovescio della medaglia che questo fenomeno di riqualificazione un poco elitaria porta con sé, ovvero l’aumento degli affitti e il conseguente allontanamento dal quartiere della classe meno abbiente della popolazione.

Il suo “Uovo alla Pop”, uno spazio che gestisce assieme ad altre tre ragazze, è un laboratorio che si occupa d’arte contemporanea, pop e urbana e, attraverso eventi, mostre, workshop e percorsi tematici, tenta di riallacciare il rapporto fra cultura locale e visione artistica. Le attività svolte da “Uovo alla Pop”, che, Giulia tiene a precisare, non è solo galleria d’arte ma anche luogo d’incontro, hanno attratto l’attenzione di artisti come Clet Abraham e critici d’arte quali Francesco Bonami, nomi importanti del settore che, adesso sì, non risuonano proprio sconosciuti alle mie orecchie.

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Gli eventi organizzati dalle ragazze hanno riscontrato sempre grande successo e una folta partecipazione da parte degli abitanti del quartiere e della città, tanto che a novembre scorso sono riuscite a diffondere la loro arte al di fuori, nel resto del quartiere, attraverso il progetto “parete aperta”: saracinesche di fondi commerciali ormai sfitti, simbolo del passare dei tempi e dei cambiamenti demografici, si sono rianimate con un progetto di street art, creando un percorso artistico cielo aperto. Grazie alla loro attività di divulgazione su internet Giulia e le altre sono riuscite addirittura ad attrarre visitatori stranieri che da Firenze o Pisa si concedono un detour dagli itinerari turistici classici per andare a vedere un quartiere atipico nella città meno tipica della Toscana da cartolina.

«La cosa che più mi infastidisce» dice Giulia mentre io cerco di estrarre l’essenza da quel fiume frenetico di nomi e parole con cui mi mitraglia dolcemente «è che questo quartiere, sicuramente pieno di problemi – non lo nego – è diventato, nolente o volente, simbolo di una qualcosa che secondo me non è: un ghetto degradato dal quale è meglio girare alla larga». Si ferma a riprender fiato e, ormai conscia di avere conquistato il mio interesse, continua: «Per intervenire sulle situazioni di degrado e sulla cattiva nomea della Piazza non basta parlare di controllo e sicurezza senza vivere i luoghi. Anche questa piazza con le difficoltà esasperate negli anni è capace di pura poesia».

«Tutta questa attenzione mediatica ha avuto l’effetto paradossale di attirare ancora più delinquenza in un quartiere che poi così degradato non era».

L’effetto boomerang, il sintomo paradosso, per citare i bugiardini dei medicinali è, in effetti, qualcosa cui raramente si potrebbe pensare, ma che è assai più comune di quel che si creda: il reale è influenzato dall’immagine, più o meno veritiera, che i media ne diffondono e, di conseguenza, dalla percezione che il pubblico se ne fa. Garibaldi, a quanto dice Giulia, non sembra sfuggire a questo ingrato destino.

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L’ultima “nuova” che incontro è Chiara, fotografa e madre trentenne appassionata di vecchi e di mare e di vecchi al mare, il tema preferito dei suoi reportage. Chiara, capelli corti sbarazzini, voce calda e un po’ mascolina, occhi buoni e curiosi che ispirano fiducia, nella Zona gestisce, assieme alla sua amica e collega Pamela, uno spazio interamente dedicato alla fotografia, in tutte le sue forme ed evoluzioni.

«Grazie al bando indetto dal Comune e al progetto di riqualificazione del quartiere ho finalmente trovato uno spazio per me, il mio lavoro e la mia passione» racconta, mentre mi mostra il locale a due piani un po’ disordinati, pieni di fili, nastro adesivo e fotografie.

Chiara ha a lungo cercato di donare delle radici stabile a quello che temeva potesse essere solo un capriccio aleatorio: fare la fotografa, vivere d’immagini. Uno spazio concreto, quattro mura bianche di calce, un pavimento grigio di polvere e una grande saracinesca ad aprirsi come il sesamo magico, era tutto ciò che poteva desiderare per coronare con un risveglio pratico i suoi sogni di fotografia.

Come andrà a finire, lo sa solo Garibaldi che con occhi di marmo guarda al di là del fosso.

Sentendo fin da subito un forte legame con il quartiere che le ospitava, Chiara e Pamela hanno deciso di condurre un’ambiziosa mappatura antropologica della Zona fotografando gli abitanti del quartiere, tutti: i vecchi delle botteghe antiche, gli altri venuti da lontano e i nuovi arrivati con le loro idee di arte e speranza. Le fotografie sono state poi stampate in formato gigante su carta da manifesto elettorale e i ritratti sono andati, grazie a una paziente opera di attacchinaggio di antica maniera, ad abbellire i muri sporchi di piscio, graffiti ed erbacce della Zona.

Chi passeggia per il Garibaldi, come faccio io adesso, tra le vie umide ed anguste, tra le merci del passato e le spezie del presente, tra un vociare in vernacolo livornese e una conversazione in arabo o wolof, magari alla ricerca del cacciucco perfetto, oppure con un kebab fumante fra le mani, potrà tentare di carpire il volto sfuggente di questo rione osservando le mille facce che lo compongono.

E tornando ai piedi della statua stanca dove ho parcheggiato distratto il motorino, passando davanti al ritratto di un ragazzo del Gambia che sorride con occhi di carta al profilo di una nonna livornese attaccata in formato gigante all’edicola del quartiere, penso che in fondo questo esperimento umano e sociale, ancora in fase embrionale, ha creato il quartiere più interessante della mia città.
Come andrà a finire, lo sa solo Garibaldi che con occhi di marmo guarda al di là del fosso.