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La fune lo sa – Slackline sulle mura

17/06/2016
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A cura di Simone Rocchi
foto di Stefania De Stefano

 

“I miei amici che facevano sport sono tutti morti da tempo” (Giulio Andreotti).
Se non siete d’accordo con Andreotti (ma quasi quasi lo capite) questa rubrica quasi-sportiva fa proprio al caso vostro.

copertina

Parcheggio la moto in prossimità dello spalto di San Giovanni e, da lontano, tre figure mi paiono danzare sospese a circa un metro da terra. Avvicinandomi, in controluce riesco anche a scorgere la lunga corda che unisce i due grossi alberi e che permette ai ragazzi di stare sospesi da terra.
Gabriele mi viene incontro e ci salutiamo: ha 25 anni, occhi e barbetta chiari e sorride subito; visto che la pioggia ci ha cavallerescamente dato un’intera giornata di tregua, ci sediamo nell’erba; mi viene spontaneo chiedergli in quale momento della propria esistenza ad un ragazzo possa venire in mente di provare a fare Slackline: “è stato quattro anni fa, una domenica pomeriggio. Mia mamma stava guardando in tv uno di quei programmi di Licia Colò: c’era questo tizio che aveva tirato quella che a me sembrava una corda sulle Tre Cime di Lavaredo e camminava nel vuoto; ho pensato: “tra un anno voglio farlo anche io”. Sembrava una di quelle frasi che uno dice così, per ridere, e invece…”.
E invece qualche giorno dopo, Gabriele, si presenta alla Decathlon:

“Vorrei una di quelle fettuccine che usano i funamboli moderni”.

Più o meno hanno capito. Anche oggi, con poco più di 100 €, puoi farti un buon equipaggiamento. Per il materiale è seguito un periodo di ricerca su blog stranieri, con ringraziamento speciale a Google Translator.

All’inizio i primi tentativi sono in Maresana, da solo; un anno dopo il primo meeting con Armin Holzer (il tizio delle Tre Cime di Lavaredo di cui sopra, recentemente scomparso in un incidente col parapendio) e la prima Highline. Il termine tecnico mi fa capire che ho bisogno di saperne di più: Gabriele mi spiega che la Slackline, nata inizialmente negli anni ’70 come allenamento per migliorare l’equilibrio degli arrampicatori, ha subito negli anni alcune diramazioni: la Highline prevede appunto che si cammini ad una distanza da terra di almeno qualche metro; la Longline utilizza fettuccine lunghe, con un record appena stabilito di circa un chilometro. (No, non ho sbagliato a scrivere) ed infine il Freestyle, fatta sul tessuto più largo e più teso, molto vicino all’acrobatico, con vere e proprie esibizioni e giurie che assegnano punteggi.
Lui opta principalmente per la Longline: record personale circa 120 metri, media quattro pomeriggi a settimana di allenamento. Una questione di concentrazione e respirazione: “è quasi una cosa filosofica. Anche quanto sciavo, avevo un problema di apnea, nell’incertezza trattenevo il respiro e, qui come in quasi tutti gli sport, non va bene: se hai un dubbio, un piccolo tremore, la fune lo sa. Se smetti di respirare sei a terra”. Ciò vale anche per la concentrazione: “Alcuni ragazzi mi hanno detto che, da quando hanno iniziato è aumentata anche nello studio di alcuni esami”.

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Al meeting sulle Dolomiti, però, le linee ci sono già, mentre nelle nostre montagne sono tutte da inventare e tracciare: “Quando sono tornato mi sono scontrato con alcuni problemi pratici: trovare un posto adatto, come montare, scelta dei chiodi e degli strumenti giusti, che devono avere una batteria e non possono essere collegati alla corrente”. Il posto giusto l’ha trovato, da qualche parte, sul Monte Cornagera: “All’ultimo mi sono accorto che la linea non era dritta. E la notte prima di provare poi non ho chiuso occhio: “I chiodi che ho messo reggeranno? Posso fidarmi?”.

E la paura? “La paura del vuoto c’è ancora ed è molto forte; quando sei lì non vorresti salire, ma poi c’è una forza misteriosa che ti spinge a provare. Non so cosa sia, forse a 25 anni ti fai delle domande sull’infinito ed il vuoto che hai sotto i piedi è ciò che ci assomiglia di più, e forse a sua volta l’infinito è ciò che più si avvicina alla morte, non so…”. Il passaggio al voler trovare qualcosa sulle Mura di Città Alta, è stato spontaneo e l’idea lo ha assillato per mesi: “Per prima cosa sono andato dai Vigili: si sono messi a ridere, mi hanno detto che ero anche simpatico, ma che dovevo chiedere al Comune. Ed il responsabile dell’ufficio che si occupa dei parchi all’inizio scuoteva la testa. Poi si è calmato, ha voluto un progetto e l’abbiamo fatto a S. Agostino. Ho firmato una montagna di fogli, prima”.

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Mentre noi parliamo gli altri due ragazzi continuano ad esercitarsi ma lui mi spiega che si tratta di un gruppo spontaneo, niente società sportive, federazioni o altro: una settantina di persone tra Bergamo e provincia, che si incontrano per allenarsi e che si accordano e confrontano tramite Facebook.
“Ci incontriamo spesso sulle Mura ed a volte sui social trovo delle foto che ci ritraggono, alcune hanno un tramonto romantico come sfondo; una volta ne è uscita una in cui uno di noi era appeso a testa in giù: mi sono messo a leggere i commenti: “guarda cosa fanno quelli dei Centri Sociali”, “potrebbero pulire le Mura”. Ride di gusto.

Un paio di persone, passeggiando, si fermano ad osservare; mani dietro la schiena ed un’età che non li fa sentire a loro agio nel chiedere qualcosa: “I bambini e gli anziani sono i migliori, i più curiosi: molti, quando scendi, si mettono ad applaudire. Una signora, una volta, voleva darmi 5 euro, ha insistito.

Invece gli adulti restano molto scettici: li sento spesso dire che c’è il trucco, che abbiamo scarpe speciali…”.

Durante la nostra chiacchierata, c’è solo un momento in cui smette di sorridere, è quando mi parla delle reazioni della gente alle tragedie che si verificano e che, negli sport estremi, possono capitare: “non mi piace quando si punta il dito, quando sento dire che uno se l’è cercata, che era un’incosciente, perché so che non è vero: ti posso garantire che la maggior parte di queste persone sanno quello che fanno e sono molto preparate. Non è che non amano la vita, è proprio il contrario, la amano all’estremo”.

C’è un attimo di pausa, poi inizia a raccontarmi di quando, all’inizio leggeva sui vari blog che a molte persone la Slackline aveva cambiato la vita. Non ci credeva. “La mia è cambiata, in meglio. Sono sempre stato una persona insicura: pensa all’inizio, quando ti raccontavo della Maresana, lì non mi vedeva nessuno. Adesso ci troviamo tutti i giorni in Città Alta, non è un caso: ho imparato a fregarmene”.
E’ quasi un’ora che parliamo e lui deve smontare tutto ed andare al lavoro. Ci salutiamo mentre è appeso ad una corda, intento a slegare un tirante insieme ad un altro ragazzo.
Mi allontano camminando nell’erba, con la certezza che le vertigini di cui soffro da sempre non siano scomparse, ma che possano essere accantonate, per un attimo.

finale