Persone, luoghi e altre storie
Il Magazine

La famiglia del secolo – Sgombero in via Pignolo

Reportage

A cura di Mirco Roncoroni

Fotografie di Davide Volpi

Il Laboratorio Triciclo della Coperativa Ruah di Bergamo ha compiuto 20 anni di attività. In una serie di reportage cercheremo di trasmettere quello che è il senso del loro lavoro. Partiamo dagli oggetti per raccontare le storie delle persone che li hanno posseduti restando sul confine fra realtà e immaginazione, lasciando che siano anche gli oggetti stessi a raccontarcele.

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“È un anno che è morta, e qui è un anno che nessuno fa niente”.
Giancarla rimbalza da un locale all’altro dell’appartamento. Insieme a sua cugina Anna ha appena dato il via libera alla squadra di Triciclo per lo sgombero della casa della vecchia prozia. È un appartamento al terzo piano di un complesso di case di ringhiera, si sviluppa in lungo, come certe dimore monarchiche, una stanza dopo l’altra, senza corridoio. Ognuna di queste stanze ha una porta che dà sull’androne che conduce alle scale, scoria di un passato architettonico in cui la vita domestica non si viveva ancora serrati in casa, con le sbarre alle finestre e le porte blindate sempre chiuse a chiave e tutto il resto.

“Per me era una prozia” spiega Giancarla ondeggiando sulla soglia della cucina per far spazio al passaggio dei ragazzi di Triciclo. Cerca di sbrogliare la matassa del bosco genealogico di famiglia. “Era la zia di mio padre”, e riferendosi alla cugina Anna, lì accanto, “per lei invece era una vera e propria zia, sorella di sua madre”. Lei annuisce con un movimento della testa quasi impercettibile.

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La zia-prozia si chiamava Maddalena, ribattezzata Lenuccia. È morta all’età di 103 anni, dopo aver vissuto nella casa dalla metà degli anni Cinquanta, quando la famiglia ha acquistato l’immobile.

“È stata la sua casa, questa; la casa dove ha sempre abitato con i suoi genitori, che sono i miei bisnonni” continua Giancarla. Racconta che la prozia nella vita “ha fatto la signorina”, era l’ultima di sei figli e non si è mai sposata. Ebbe un fidanzato, un tempo, ma non potevano uscire soli nemmeno per andare a messa, e la cosa dopo un po’ finì.
“È rimasta in casa quindi, ha accudito i genitori fino alla morte e ha anche contribuito ad allevare mio padre che era rimasto senza madre a 5 anni, e poi senza padre, trasferitosi in Argentina. Ha aiutato i bisnonni a crescerlo fino ai 16 anni, quando poi è andato partigiano”.

La zia-prozia si chiamava Maddalena, ribattezzata Lenuccia. È morta all’età di 103 anni, dopo aver vissuto nella casa dalla metà degli anni Cinquanta

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Giancarla e Anna sono coetanee, seppur figlie di due diverse generazioni. Raccontano che, dopo la morte dei genitori, la zia-prozia ha sempre vissuto da sola, senza nessun aiuto in casa.

“Venivamo a portarle la spesa, l’abbiamo fatto per gli ultimi vent’anni perché non è più uscita di casa da quando ne aveva ottanta. In certe stanze non ci faceva nemmeno più entrare!” aggiunge Anna.
In mano regge un vecchio manuale d’uso della macchina da cucire Singer che gli operatori di Triciclo stanno faticosamente portando giù dalle scale. Ha rattoppato gonne e pantaloni, calze e calzini, ricamato i centrini del giorno di Natale, le tovaglie dei giorni qualsiasi, le vestine dei bambini, i maglioni degli adulti, rammendato le coperte dell’inverno e le lenzuola dell’estate. Ha decorato la casa e vestito i suoi inquilini per un secolo, servendo tre generazioni. Ora è pronta a pensionarsi, si metterà in mostra nel magazzino di Triciclo per poi finire nella vetrina domestica di qualche collezionista, o di chissà chi altro.

“Avrà cento anni quella Singer” dice Giancarla. “È di quelle vanno a pedale, è ancora completamente funzionante. La prozia la usava sempre, era molto creativa, faceva un sacco di cose con quella macchina. Vestiti, cappotti, centrini”.

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Pare di sentirlo il disappunto della prozia, ora che la sua casa e le sue cose non hanno più segreti nemmeno per degli estranei. La si immagina rincorrere gli operatori dello sgombero, premurarsi che tutto sia maneggiato con cura e riposto con delicatezza nel furgone.
Per Diana, attenzione con quella vecchia stufa bianca!
Con tutta la legna che ha bruciato negli anni, con tutte le sere in cui ha garantito ambienti e pasti caldi, merita di essere coccolata.

“Abbiamo così tanti ricordi legati a questa casa e ai suoi oggetti, l’abbiamo sempre frequentata, da piccole e da grandi” dice Anna. “Da piccola se passavo davanti a questo specchio e mi guardavo la nonna mi diceva Non guardarti allo specchio perché esce il diavolo. E un pochino ci credevo”.

Ci sono le porcellane nel mobiletto della cucina, la moka, le sedie, le coperte in lana, gli armadietti, i comodini, i letti con le testiere in ottone dei primi del Novecento, pesantissime. Tutto pronto per essere sgomberato. I quadretti religiosi, l’orologio a muro, i libretti di cartoline degli anni Cinquanta, di quelli che ora si vedono solo nei mercatini dell’antiquariato: Ricordo di Abano Terme, Ricordo di Roma, Ricordo di Venezia con vedute.

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“Da piccola se passavo davanti a questo specchio e mi guardavo la nonna mi diceva non guardarti allo specchio perché esce il diavolo.

“Io posso dire…”, interviene Giancarla, per un attimo le mancano le parole. “Quel tavolo di là era il tavolo di quando si faceva il Natale e si festeggiava. Da piccole andavamo sempre lì sotto. So che anche mio padre si sedeva lì sotto, quando era bambino”.

Le due raccontano di una famiglia meridionale umile ma molto severa, dove “le femmine non dovevano parlare”. Giancarla ricorda con loquacità: “I bisnonni, cioè il papà e la mamma della prozia, erano entrambi del 1876. Si sono sposati alla fine del secolo, dopo sette anni di fidanzamento in cui, quando si vedevano, lei stava da una parte del tavolo, lui dall’altra, sempre con un’altra persona presente. Mentre lui era lì, lei doveva lavorare all’uncinetto, non doveva guardarlo. Hanno passato sette anni così, senza toccarsi. Almeno ha potuto scegliersi il fidanzato da sola. Insomma, poi si sono sposati e hanno comprato i mobili e i letti, e quelli hanno tenuto, testiere comprese. Su questo lettino c’è morto il mio bisnonno. Questo invece è il letto dove volevano costringermi a fare il sonnellino pomeridiano quando venivo a trovarli”. E attaccato alla struttura, un cartello, inequivocabile monito agli operatori di Triciclo: “NO”.

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Il bisnonno fu socialista. Crebbe a Molfetta, durante il Ventennio allestì un’impresa di produzione della calce nei fondi fuori città. “Era uno di quelli che venivano chiamati calcaroli” racconta Anna. “Cuoceva le pietre in forni appositi, giù in Puglia. Era molto bravo a capire il momento giusto, la calce doveva essere venduta ancora morbida, viva, perché la gente la potesse usare. All’epoca girava in treno tutta Italia per trovare i compratori, aveva l’abbonamento. Era un imprenditore illuminato, innanzitutto perché gli operai li trattava benissimo e le mogli a loro volta lavoravano in casa della nonna, la mamma della Lenuccia. Poi però qualcuno cominciò a boicottare l’attività. Sai, un socialista antifascista durante il Ventennio…”.

Giancarla ricompare sull’uscio e appoggia a terra gli strumenti che il bisnonno utilizzava per lavorare il legno, raccolti da una vecchia cassetta.

“Il bisnonno era amico di Gaetano Salvemini” dice, “è probabile che fossero anche imparentati. Certo, non era un intellettuale come lui, ma faceva parte di quella particolare razza di terroni che di solito in Settentrione non si conosce, individui che non sono particolarmente istruiti ma che erano appassionati di politica e di tutte quelle nuove idee socialiste, per cui erano in grado di parlare e di discutere anche con degli intellettuali. Mi ricordo che quando ero bambina veniva a farmi fare il giro dei colli a piedi, e tutte le volte si fermava in Piazza Vecchia a leggere l’Unità, che era sempre appesa là dove ora c’è il Bar Flora, presente? Io mi stancavo di aspettare, gli chiedevo di andare e lui mi diceva sì sì. Era molto dolce. Con i suoi figli fu severissimo, ma con i nipoti è stata tutta un’altra cosa. Forse perché era già molto vecchio”.

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La finestra della camera da letto lascia correre all’interno l’aria frizzante del primo mattino. Sporgendosi un po’ si scorge, sulla destra, un ritaglio delle mura venete. Pietra grigia e cielo azzurro mare tra i profili dei palazzi. Dietro l’anta aperta, incastrato in un angolo della stanza, è appesa una vecchia fotografia di un ragazzo, giovanissimo, in divisa.

“Quello è Sergio, mio zio, uno dei fratelli della Lenuccia” dice Anna. “È morto a Pola, in Croazia, durante la seconda guerra mondiale. Era un marinaio, i pugliesi si facevano tutti marinai, ed è morto annegato. Quando è successo il nonno non si è più ripreso, era depresso e ha lasciato andare l’attività della calce. Poi considera che anche altri due figli se n’erano già andati, qualche anno prima. Un maschio in Argentina, che era il nonno di Giancarla, e una figlia negli Stati Uniti, a new York. Si è sposata e ha creato un ramo della famiglia che tuttora vive là”.

Dietro l’anta aperta, incastrato in un angolo della stanza, è appesa una vecchia fotografia di un ragazzo, giovanissimo, in divisa.

Insieme, in un racconto al contrappunto, ricordano gli enormi bauli che di tanto in tanto arrivavano via nave dall’America. Contenevano pacchi di vestiti, “cose americane degli anni Quaranta e Cinquanta, alcune buffissime, tipo mantelline di pelliccia con i fiocchi, o biancheria stranissima”, “e poi collane, spille, borsette totalmente americane”.

Giancarla dice che delle connessioni con questi parenti americani non sapeva molto. Li ha conosciuti solo recentemente, via internet, perché “Adesso è facilissimo, non come quando se ne sono andati un tempo”.

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Qualche giorno fa, dietro l’armadio, ha trovato delle buste contenenti una serie di lettere ricevute dalla prozia nel corso del tempo, lettere dall’America con gli auguri di Natale e altre corrispondenze.

“Pensa che ci ho trovato persino una lettera che avevo scritto ai miei nonni quando avevo sei anni. Non è facile svuotare, liberarsi delle cose sulle quali hai avuto, come dire, una proiezione di affetti, anche indiretta. Ti devi sganciare definitivamente dalla tua infanzia. Anche se ormai cominci a essere vecchietta”.
 

Quello che avete appena letto è il racconto di uno sgombero svolto in collaborazione con Laboratorio Triciclo – Ritiro, Riuso Riciclo. Ognuno degli oggetti descritti o fotografati in questo reportage può essere trovato e adottato nel negozio dell’usato in Via Cavalieri di Vittorio Veneto 14 a Bergamo.
Attività e missione di Triciclo: laboratoriotriciclo.it cooperativaruah.it