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Istruzioni per cogliere l’attimo – intervista al professor Arnaldo Benini, neurochirurgo

15/02/2017
Interviste

A cura di Nicola Feninno

Arnaldo Benini - Neurobiologia del tempo

Compongo al telefono un numero svizzero. Dall’altra parte risponde il professor Arnaldo Benini, una voce con inflessione romagnola, 79 anni, neurochirurgo, uno dei maggiori studiosi europei e mondiali dei meccanismi del cervello, docente all’Università di Zurigo, ha scritto saggi sull’eutanasia nella coscienza del medico, su Oliver Sacks, sul giovane Benedetto Croce, su Thomas Mann (per fare solo qualche esempio), ha una voce scattante, divertita, divertente, una voce modulata negli anni dal ritmo della ricerca costante, mi viene da pensare.

Il suo ultimo saggio, Neurobiologia del tempo, è appena uscito per Raffaello Cortina editore.

Andiamo dritti al punto: il tempo esiste? Esiste anche se molti fisici, da Einstein in poi, siano convinti del contrario?

Si, le neuroscienze cognitive dimostrano che il tempo è reale. E che il senso del tempo è comunicato da diverse aree del cervello ai centri nervosi della coscienza, secondo meccanismi fisiochimici trasmessi da una generazione all’altra, emersi, insomma, da una lunghissima evoluzione. Tutti gli esseri viventi provvisti di sistema nervoso, anche minuscolo, hanno il senso del tempo, che non si esprime in termini numerici, come nell’uomo, ma con la numerosità, cioè con il senso della durata.

Nel concreto?

L’umanità ha il concetto di numero – la matematica, in sostanza – a partire da circa 6/7mila anni prima di Cristo. Prima non c’era niente. Per gli animali è diverso: se lei mette un ranocchio davanti a un bacchetto con 4 larve e a un altro con 7, stia sicuro che il ranocchio va dritto verso quello con 7. Questo significa che sa distinguere, senza avere il concetto di “4” o di “7”; gli animali non hanno il senso del numero, ma quello della numerosità, cioè di quantità e durata. Il professor Giorgio Vallortigara, dell’Università di Torino, ha fatto degli studi straordinari sulla categoria della numerosità nel mondo animale, nei pulcini in particolare.
Io osservo la numerosità in mia nipotina, che ha 3 anni: si aggira e cerca le cose secondo un criterio numerico, senza avere ancora la coscienza del numero. È attirata da ciò che è più numeroso: caramelle, cioccolatini, pezzi di Lego.

E come si lega tutto questo al senso del tempo?

Glielo spiego con un altro esempio: alcuni ricercatori hanno preso dei topi di laboratorio e ogni giorno, puntuali, portavano loro da mangiare alle 17. E si è osservato questo: tutti i topi, qualche minuto prima delle 17, lasciavano quello che stavano facendo e si radunavano nel posto dove sapevano di trovare il cibo, ogni giorno, alla stessa ora. Questo vuol dire che hanno il senso dello spazio, del tempo, della durata – e la durata è una numerosità – senza avere il senso del numero. Sentivano, insomma, che erano passate 24 ore.

Tornando all’homo sapiens. Quando si impara il senso del tempo?

S’impara, diciamo così, intorno ai 3/4 anni: in quel periodo si attivano anche i centri della memoria episodica. Il bambino impara prima la parola “domani” che la parola “ieri”: e non è un caso. Questo perché “ieri” presuppone l’attività dei centri della memoria episodica, che maturano a quell’età.

E tutto il tempo che viene vissuto nei primi 3 anni di vita?

Sparisce.

“Ci sentiamo trascinati o gettati – come diceva Heidegger – in un meccanismo che noi stessi – il nostro cervello – creiamo per ordinare gli eventi dell’esistenza.”

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Completamente?

Dei primi tre anni di vita non ricordiamo nulla. Freud la chiama “amnesia infantile”. Allo studio di quei meccanismi si stanno dedicando diversi neuroscienziati, con dati interessanti ma ancora non omogenei. Il dilemma è che in quel periodo funziona a perfezione la memoria semantica, quella della lingua madre, che s’impara, si memorizza, senza difficoltà. Perché la memoria semantica e non anche quella episodica?

E dove finisce tutta quella mole di informazioni dimenticate?

Rimane una traccia nel carattere. Sono effetti del tutto incosci sugli organi dell’emotività e dell’affettività. Un famoso neurochirurgo canadese, Wilder Penfield, provò a stimolare con delle scosse elettriche (del tutto innocue) alcune specifiche regioni del cervello di alcuni pazienti operati in anestesia locale. Quelli ricordavano eventi del tutto dimenticati: ricordi pieni di dettagli, di colori, di suoni, stati d’animo, odori; ed erano coscienti che di ricordi si trattava, non di realtà presente. Questo vuol dire che quelle memorie sono collocate da qualche parte, ma in modo tale che la coscienza non le raggiunga. Esperienze traumatiche – fisiche e mentali – subite nei primi anni lasciano tracce inconsce che possono condizionare la vita per sempre; questo si sa con certezza. Eh, il cervello è una macchina molto complicata!

Mi perdoni se torno su sua nipotina. Ma m’interessa capire com’è, per lei, osservarla con occhio scientifico.

È bellissimo! Ricordo una volta, lei aveva 7 o 8 mesi, e viveva in Messico, perché allora mio figlio abitava lì. Andai a trovarli. Allo stereo suonava un disco di Renato Carosone, “Tu vuo’ fa l’americano”… Se lo ricorda? Lei si mise a ballare con un senso del ritmo incredibile: e, ripeto, aveva 7 o 8 mesi! Quelle del ritmo e del senso musicale devono sicuramente essere delle categorie cerebrali congenite, più o meno sviluppate a seconda delle persone. E devono essere collegate al senso del tempo. E si è scoperto che ci sono anche degli animali sensibili alla musica. Tutto questo può avere delle connessioni con il senso del tempo… Ma è un altro discorso lungo.

[Qui cade la linea; il professor Benini mi aveva avvisato che in questi giorni in Svizzera avevano problemi con le linee. Nella registrazione si sente una mia imprecazione stretta tra i denti. Poi lo richiamo]

Riprendiamo dal suo libro. Lei ha deciso di aprirlo con una citazione di Borges; questa: “Il tempo è un fiume che mi trascina, ma io sono il fiume…”.

L’ho scelta perché Borges, in meno di una riga mirabile, concentra la realtà del tempo: ci sentiamo trascinati o gettati – come diceva Heidegger – in un meccanismo che noi stessi – il nostro cervello – creiamo per ordinare gli eventi dell’esistenza. Lo creiamo per una spinta evolutiva già presente e attiva in cervelli e sistemi nervosi remoti e piccolissimi (ma mai semplici).

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Il suo ragionamento sulla realtà del tempo, nel testo, parte dal concetto di temps perdu. Di che si tratta?

Il temps perdu è il periodo di latenza fra un evento e la sua percezione cosciente. Il termine fu usato per la prima vota da Herman von Helmholtz nel 1849 per indicare l’intervallo fra la stimolazione elettrica di un muscolo e la sua contrazione. Fino ad allora si pensava che stimolo e coscienza di questo fossero simultanee, perché l’intervallo di tempo non si percepisce. È, appunto, perdu. In realtà è perdu per la coscienza che non lo avverte, ma non per i meccanismi del cervello che lo comprimono. Se veniamo toccati simultaneamente nella faccia e in un piede, abbiamo coscienza dei due eventi come se fossero simultanei: in realtà lo stimolo dal piede al cervello impiega il triplo del tempo di quello dalla faccia. Il primo viene compresso in modo da essere percepito come simultaneo al secondo.

“Il temps perdu è il periodo di latenza fra un evento e la sua percezione cosciente.”

Quindi l’attimo presente non lo si coglie mai?

Viviamo nel passato, avvertito come presente grazie alla compressione del tempo. Cogliamo l’attimo, come lei dice, nel momento in cui ne diventiamo coscienti.

Il cervello manipola il senso del tempo e annulla questo ritardo. Si può dire così?

In un certo senso. Non c’è esperienza cosciente simultanea alla sensazione o alla riflessione, perché la percezione cosciente richiede un intenso e complesso lavoro nervoso che ha bisogno di tempo. Nonostante esso sia relativamente lungo (circa mezzo secondo, ad esempio, fra sensazione e coscienza della percezione tattile) il meccanismo della compressione del tempo lo rende incosciente. Se la compressione del tempo non ci fosse, la percezione del mondo e della nostra interiorità, con una lunga latenza cosciente fra sensazione e coscienza di essa, sarebbe verosimilmente molto sgradevole.

Quanto sgradevole?

Quanto guardare un film con l’audio non sincronizzato alle immagini, ad esempio. La sincronicità di un’esperienza multisensoriale è un’illusione. Mi spiego: se ascoltiamo e vediamo una persona che parla, il movimento delle labbra ci appare simultaneo alla comprensione di quanto sta dicendo. In realtà il tempo impiegato dalla stimolazione visiva che va dagli occhi all’area visiva primaria nel lobo occipitale è di 15/20 volte superiore al tempo impiegato dalla stimolazione dall’orecchio alle aree acustiche del cervello. A noi le due cose sembrano simultanee – e per fortuna – perché il nostro cervello manipola, appunto, il tempo delle due percezioni. Questi meccanismi possono alterarsi, rendendo la vita davvero difficile. Alcune forme di dislessia potrebbero essere causate da una lesione congenita di meccanismi della compressione del tempo.

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Lesioni al cervello possono anche spegnere temporaneamente o per sempre il senso del tempo (timeless life, secondo gli anglofoni). Come si vive nella vita senza tempo?

I pazienti che superano la condizione del timeless life non la sanno descrivere. Non sanno descrivere cosa sia una vita senza tempo È simile a ciò che avviene nei pazienti con afasia, cioè incapaci di parlare. Quelli che riacquistano il linguaggio, non sanno descrivere quella loro condizione. Non esiste un linguaggio per descriverne la mancanza, si può dire così. E, allo stesso modo, non esiste un linguaggio che sia in grado di descrivere l’assenza del senso del tempo.

Ricorda un caso?

Una paziente, un’architetta colpita a 40 anni da un ictus cerebrale con perdita irreversibile del senso del tempo. Ha potuto riprendere il suo mestiere usando marchingegni (orologi, sveglie, lampeggianti) che segnalano il tempo come evento acustico o ottico. I casi di alterazioni del senso del tempo in seguito a lesioni del cervello, di cui nel libro porto molti esempi, sono un’ulteriore conferma della realtà del tempo come evento nervoso: se il cervello non funziona bene, il senso del tempo può essere distorto o scomparire.
Ho avuto un altro caso, un paziente giovane operato per un tumore benigno al cervelletto. La moglie lo vedeva cambiato: prima era la persona più puntuale del mondo, dopo si è trasformato in un inguaribile ritardatario. Aveva subito un’alterazione definitiva del senso del tempo, che però non gli impediva di lavorare e di vivere normalmente. All’epoca non esistevano casi del genere nella letteratura scientifica.

Quanto tempo fa?

25 o 30 anni fa. Dell’importanza del cervelletto per il senso del tempo si parla solo da alcuni anni. Sono andato a ricercare la sua storia clinica, ma….niente.

Niente?

Sparita. Qui in Isvizzera oggi è tutto moderno, e tutto molto caro. Per cui si è adottata una legge secondo cui le cartelle cliniche, dopo 10 anni, si buttano tutte nel fuoco, per far posto alle nuove; altrimenti bisognerebbe fare degli archivi, come delle torri di Babele di carta. Sono andato a cercare la storia clinica ma non c’era più. E questo è un peccato grave, perché si perdono delle storie straordinarie. Ora tutto viene scritto direttamente su pc ed è disponibile immediatamente on-line per tutto l’ospedale. Poi viene archiviato in compact disc. Ma anche i compact disc, alla lunga, si alterano; e dopo un certo tempo non funzionano più.
 

*Le foto sono tratte dal progetto Human Connectome, che si prefigge di mappare le connettività anatomiche e funzionali del cervello umano