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Inside OUTLET

15/10/2015
>5 min
a cura di Dario Indecenza

 

Ci sono cose che, nel mondo di oggi, ti devono piacere per forza, non ci sono alternativismi che tengano. La Pixar è una di queste, altrimenti sei un amorale e/o non capisci proprio nulla. Inside Out, incensato di qua e di là, strabello, istruttivo, geniale e quant'altro rientra a pieno titolo tra gli "istant classics" di questo tempo accelerato. Magari no, fermate il pollicione da like e leggete.

 

Sei contento! Solo se vinci tu..
Stai vincendo! Io non ti fermo più..
Sei contento! E cosa vuoi di più?
Sei contento! Io non ti resisto più..

(Iva Zanicchi)

InsideOut

Non so se lo sai, ma se ti occupi di cinema ci sono delle cose che non puoi dire a cuor leggero, tipo che ritieni Stanley Kubrick uno dei più grandi palloni gonfiati della storia del cinema, che il primo Rambo è un grande film, che Inland Empire è il peggior Lynch di sempre, che detesti Bellocchio, Moretti e parecchi altri autori generalmente riveriti. Ma fin lì sei ancora tollerato su un piano, come dire, umano: ti si guarda come un subnormale, ti si dice che evidentemente non sai cos’è il Cinema (occhio: C maiuscola), che dovresti tornare a studiare quelle cose di cui vai sparlando, e solitamente la si pianta lì. Ma dire che non ti piace Hayao Miyazaki o la Pixar, beh, quella è un’altra storia, finisce per avere pesanti ricadute a 360° sulla tua persona, un po’ come ammettere di fare la cacca nei cassoni di raccolta abiti della Caritas, o di usare il proprio gatto per levare le ragnatele dove non si arriva con la scopa telescopica: significa essere delle persone orribili. Voglio dire, ce l’hai un cuore, una testa? Come puoi non farti coinvolgere da quelle storie, intenerirti da quelle creaturine, quegli occhioni, quei colorini, pucci pucci tricci tricci? Vaglielo a dire, alla persona che ti piace, che ne hai piene le palle di questi film d’animazione a base d’orge di software e intrecciolatria, e poi vediamo che reazioni ottieni.

Ecco: presupposto di questo commento polemico è che ci sono un sacco di prodotti culturali che impazzano tra i più, o che hanno ogni tipo di benedizione critica, ma che non per questo smettono di essere, come dire, quantomeno discutibili – e l’elenco sarebbe bello lungo anche fuori dal cinema, a dire il vero, dalla cosiddetta democrazia a Facebook. E allora che se ne discuta, no?
Specie in un’epoca in cui s’è d’improvviso tutti opinionisti culturali, autori, critici e imprenditori di se stessi, e la sedicente critica cinematografica d.i.y. è una cosa che da almeno un decennio tira parecchio più del fantacalcio e delle chat via Meetic. Specie quando parlare di cinema è tutto un ricorrere a linciaggi formulaici o messianiche glorificazioni a base di voti, pollici su e pollici versi, gare di celodurismo da trivial kritik blogofascist e sagre del ditalino pseudofanzinaro – dove, in sostanza, continua a sopravvivere più afflato squadrista che non autonomia di pensiero, necessità della ricerca, amore ludico/lucido per il cinema.
Questa, in breve, è la mia sgradevole versione dei fatti.

Il primo intoccabile di questa rubrica – per critici e pubblico, direi – è appunto la Pixar, e in particolare l’ultimo, già campione d’incassi, sovrincensato a destra e manca, e titolato come un giustamente celebre disco di John Martyn.

Vedo il pedantissimo trailer e mi chiedo, con un leggero brivido di piacere, se la Pixar non si sia finalmente decisa ad assumere John Barth come script consultant. Wow: finalmente il cartone animato cervellotico e prolisso che potrebbe scrivere una matricola di psicologia sbronza! Avvincente! Poi scopro che è la storia di una ragazzina vista da dentro, con tutti i suoi turbinii emotivi ridotti a uno schemino tipo Forza 4. Sempre meglio! C’è Gioia, la Presa Bene, che è una specie di Campanellino che sistema tutti i casini ed è la più fica di tutti, e c’è Tristezza, che è una Presa Male grassottella e bruttona, ma in fondo tenera anche lei, povera – mentre insomma Paura, Rabbia e Disgusto contano, ma da sole non servono mica a granché. La morale è che delle volte anche Tristezza (che comunque sarebbe da super-evitare) ci sta, anche se poi neanche tanto (se ci pensi bene), che l’importante è che poi arrivi Gioia e si lasci fare a lei, ecco, e che insomma la vita interiore ed esteriore è un po’ tutta così, un fragilissimo ed esitante interscambio tra loro due, Yin e Yang, Ricordato e Rimosso, Gianni e Pinotto, Emetico e Antiemetico, Scava la Fossa e Riempi la Fossa.

Anger-commercials

Fatto sta che devo proprio aver visto un’altra roba, perché tutti qui mi dicono che invece è un coraggioso film sull’accettazione del proprio lato oscuro, dove finalmente la Tristezza assurge a valore positivo, e che no, questa storia in cui l’inconscio è semplicemente “il posto in cui rinchiudono i piantagrane” e coincide con l’unico suggestivo momento di scialo (computer)grafico del film (insieme alla fulminea riduzione ai minimi termini bidimensionali), è invece una bomba di intelligenza e sensibilità. In un approfondimento sul film uscito su Rivista Studio, tipo, si arriva a scrivere che “Inside Out è un film che tenta di disinnescare certe rappresentazioni del disagio mentale e della depressione prêt-à-porter che alimentano l’abuso crescente di psicofarmaci in Occidente”. E certo. Perché se a un certo punto di questa comunissima storia non entra in gioco il Ritalin, quello diventa in automatico un film contro gli psico-farmaci. Forte, eh?

Forse un tentativo all’avanguardia di creare un sottotesto esplicativo più grosso del film, Inside Out riesce a contorcere concetti semplicissimi fino a renderli inservibili (suggeriamo di mettere in lavorazione anche La Terra è rotonda, magari tirando in ballo appena 21 personaggi, e con solo 50 milioni di dollari di budget), con un’attitudine normativa e pseudofamilista che neanche lo Spielberg dagli spigoli più arrotondati: al suo confronto La storia infinita è L’unico e la sua proprietà di Max Stirner e il classicone Nel paese delle creature selvagge cova la stessa carica eversiva di Il manifesto dell’Unabomber.

Più che al pensa positivo jovanottesco, viene da pensare al sorriso obbligato che McDonald’s chiede per contratto ai suoi dipendenti – tutti belli e sorridenti, con Gioia. Solo, ci si dimentica che al centesimo tentativo di farmi mandare giù la tua pappa, io te la risputo in faccia, cazzone.

Questi mentecatti adulti che scimmiottano i più piccoli con la pretesa di farsi capire, quando si renderanno conto che i bambini ne sanno molto più di tutti loro messi insieme? A quel punto meglio la seriosa, indecrittabile didattica di Esplorando il corpo umano, che almeno permetteva di farsi dei gran bei trip endoscopici senz’obbligo di rincasare presto. Ridateci Albert Barillé, per favore.

Affinità e divergenze: Salto nel buio (1987) di Joe Dante
Italians do it worse: Un gatto nel cervello (1990) di Lucio Fulci
Titolo alternativo: Inside OUTLET

 

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