Lella Costa / Attrice, monologhista
A cura di Silvia Lumaca
Incontriamo Lella Costa prima della rappresentazione del suo monologo Ragazze al teatro Creberg di Bergamo, l’8 marzo festa della donna. Cogliamo l’occasione per chiederle di sé e dello spettacolo.
- Ci parli dell’ideazione di Ragazze:
- È uno spettacolo che prende spunto da un’intuizione mia, non so quanto oggettiva o soggettiva, pensavo che fosse il momento per riportare l’attenzione su temi che riguardano il femminile, le donne e una serie di questione a questo collegate e ho scelto di farlo prendendo comunque spunto da un mito antico; negli ultimi anni ho fatto rivisitazione di classici e per questo spettacolo ho preso come filo conduttore la storia di Orfeo e Euridice che è straordinariamente emblematica della difficoltà di comunicazione, del fraintendimento, della difficoltà di interpretare i desideri dell'altro, di capire veramente quelli che sono i bisogni profondi. L'ho fatto appunto con i miti, cercando di capire come mai la storia di Orfeo e Euridice è così affascinante ancora oggi, un po’ tutti se ne sono occupati, l'ultima di scrittura a cui faccio riferimento io è quella di Calvino, più o meno appunto, nei primi anni del Novecento. E questo è il filo conduttore, anche se ovviamente è anche il pretesto per fare una serie di incursioni nella contemporaneità, vedere oggi com'è, però non è uno spettacolo d'attualità, non ci sono le veline, non ci sono allusioni a quella che è la cronaca di questi tempi: ho cercato di cogliere dei temi, dei problemi, delle pulsioni che stanno di più nello spirito dei tempi, che riguardano l'epoca che stiamo vivendo.
- Lei dice appunto "adesso", come mai ha ritenuto necessario parlarne adesso?
- Perchè mi sembra che ci sia un bel tentativo in atto di mettere a repentaglio e comunque di mettere in discussione tutta una serie di battaglie, di diritti acquisiti, di visibilità buona delle donne; è un momento di crisi anche economica e in un modo più o meno sottile anche femminile, dal fatto che si tenti di smantellare il tempo pieno delle scuole, in clima di riduzione di insegnanti d'un tratto salta fuori il maestro unico, al maschile, che sarà un caso, ma lo sappiamo tutti che il 99% delle insegnanti nelle scuole elementari sono le donne; tutta una serie di tentativi, di aggiramento della 194, per carità poi non si parla di questo nello spettacolo, ma diciamo che ci sono tanti segnali, mentre se uno va a vedere il linguaggio che parliamo, la biologia stessa, quello che ci dice è che la specie vincente è quella delle donne, il cromosoma y ha non i giorni contati ma i secoli sì, si è dimezzato da quando è comparso nella specie dell'homo sapiens ed è destinato a estinguersi, il cromosoma x che è quello delle donne, se si guarda, si ripara da solo, qualcosa vorrà dire, ecco insomma, per cui, ho pensato di metterla su questo piano qua.
- Si inserisce allora all'interno di un dibattito femminista?
- No, non soltanto, assolutamente no. E’ chiaro che io abbia avuto una formazione di quel tipo, però, in realtà le citazioni che faccio sono appunto da poeti, da Virgilio a Ovidio a Rilke, appunto a Calvino, Marina Cvetaeva. Oppure appunto faccio osservazioni sul linguaggio; sintetizzo: come è che nel linguaggio che parliamo tutti i giorni, maschi e femmine, per definire tutto quello che è bravo buono positivo si usa la parola grama che è appunto figa e invece per definire tutto quello che è negativo si usa invece il suo opposto? Tra una figata e una cazzata, diciamolo, c'è un abisso. Lo diciamo tutti noi, però nessuno si rende poi veramente conto che questa è una dichiarazione più o meno conscia di quello che dicevamo prima, della superiorità delle donne, che le donne sono meglio..
- Mi viene in mente una domanda a proposito di questi temi forti, cosa ne pensa della pornografia? e penso a una scrittrice francese che ha descritto la sua esperienza nel cinema porno all’interno di un discorso di emancipazione al femminile. Crede che sia possibile un discorso di questo tipo?
- Non lo so, credo che ci sia sempre qualcosa di.. mi dispiace usare la parola deviante, ma
insomma, dipende dalla fruizione della pornografia, per come la vedo oggi normalmente è qualcosa in cui esiste lo sfruttamento e l’umiliazione del corpo in generale, non soltanto di quello femminile, credo perché non ne sono un’attenta esegeta e questo quindi non mi piace: scendo su un terreno più banale, ma non vedo nessuna forma di conquista e di parità nel fatto che ci sia lo spogliarello maschile e le donne possano fruire di quello, per carità può essere un gioco una volta nella vita, ma mi sembra che sia degradante esattamente come lo è lo spogliarello femminile per gli uomini; insomma mi sembra che ci sia dentro una mercificazione del corpo e della relazione sessuale che invece per me è qualcosa che ha un valore, una unicità, direi quasi una sacralità, che non ha nulla a che vedere con l’essere moralisti ma col difendere questa intimità preziosa.
- Per tornare più direttamente al suo lavoro, come ha deciso di escludere le compagnie teatrali e andare in scena sola?
- Mah, in palcoscenico sono da sola, il lavoro però è un lavoro comunque collettivo perché ho un regista, uno scenografo, uno che mi fa i costumi quindi c’è un grande lavoro collettivo; ci sono molti miei colleghi monologanti magari anche molto bravi che tendono a fare tutto da soli, io invece ho molto bisogno, come dire, di occhio esterno, di quinta, giocando sui termini dello sguardo da fuori.
- Infatti mi interessava chiederle come preparasse gli spettacoli, è comunque un lavoro di gruppo?
- È comunque un lavoro di gruppo, con un simpatico rivolgimento di ruoli curiosamente finisco per avere coautori che sono ‘sti maschi, c’è stato uno spettacolo un po’ di anni fa’ in cui erano veramente tanti ed è appunto come un rivolgimento di ruoli, nel senso che io decido qual è il tema, l’argomento classico di cui si vuole parlare, loro, soprattutto Massimo Cirri che è il mio collaboratore storico scrivono delle cose che mi affida completamente e che possono diventare pezzi di spettacolo, possono diventare immagine, possono diventare semplicemente uno spunto. C’è una grande fiducia ed è come se i miei coautori che sono appunto uomini facessero parte del dialogo rispetto a me, rispetto a quello che io metto in scena
- E se posso fare una domanda un po’ più tecnica, lei fa un lavoro attorale per preparare i personaggi oppure è una preparazione legata più al testo?
- Mah, io i personaggi non li interpreto, li cito, il mio è teatro di narrazione, quindi nei lavori non è questo, anche se in Othello, Amleto, Traviata ho avuto bisogno di caratterizzare facendo capire che in palcoscenico erano dei personaggi e cercavo una caratterizzazione, anche non cambiando d’abito, però è un lavoro che faccio all’interno del percorso narrativo, cioè io salgo sul palco come narratrice e all’interno di questa narrazione divento altre cose, però è sempre molto funzionale alla comprensione e al ritmo dello spettacolo.
- Una domanda alla Lella Costa intellettuale: lei che ha utilizzato anche la televisione come mezzo di comunicazione, ora alla vigilia delle elezioni regionali, cosa ne pensa della legge che impedisce il contradditorio in tv e chiude le trasmissioni di tribuna politica?
- Mah, in generale io penso che uno dei problemi profondamente radicati in questo paese che ogni volta che si crea, si creerebbe la necessità di dare una norma, quindi di mediare tra varie esigenze, magari di faticare, siccome è un lavoro complesso, in realtà si preferisce vietare. Questo è un paese in cui anziché crescere, i cittadini vengono perennemente considerati bambini alla scuola materna che vanno salvaguardati, come se non fossimo in grado di giudicare, come se non fossimo in grado di scegliere e questo però appunto mi sembra significativo per il caso che lei cita delle tribune elettorali, ma mi sembra molto più grave nel caso di una legge che non si riesce a fare cioè quella del testamento biologico, la legge 40 sulla fecondazione, in generale tutto ciò che attiene alle scelte personali e individuali, dove sarebbe giustissimo stabilire delle norme all’interno delle quali sancire dei protocolli di comportamento. Siccome è difficile, si preferisce e si sceglie regolarmente sempre di vietare e questa tendenza si sta palesando appunto anche in questi episodi che citava lei.
- Lei pensa che in questo discorso si possa inserire l’aggravante di una società non propriamente laica che subisce la presenza del Vaticano?
- Sicuramente; io credo che però sia un problema che esula dall’influenza direttamente religiosa, è proprio un tipo di esercizio di potere e di controllo che porta a questi tipi di tutela, ecco. Come se noi cittadini andassimo continuamente tutelati e mai messi nella condizione di giudicare autonomamente; sicuramente il Vaticano ci mette il suo bel carico da 11, ma credo che a volte ci si comporti così appunto a livello legislativo e decisionale a prescindere, addirittura a prevenire ulteriori ingerenze del Vaticano.
- In questo senso lei con la sua arte, con i suoi spettacoli, crede di fare controcultura?
- Mah, non lo so, credo che fare controcultura adesso sarebbe considerata un’impresa pressochè disperata, io faccio teatro e credo che nel teatro e sul palcoscenico il compito di chi ci sale sia proprio quello di allestire uno spettacolo che quindi abbia delle qualità di divertimento in senso etimologico, di intrattenimento, di fascinazione, di seduzione del pubblico; all’interno di quello io personalmente cerco di mettere dei contenuti ma credo che non si debba mai dimenticare il luogo deputato in cui eserciti il tuo mestiere. Se vuoi fare dei dibattiti, se vuoi fare dei comizi, dei proclami o se vuoi unicamente mandare dei messaggi, secondo me i luoghi dovrebbero essere altri.
- E come attrice-autrice, quale considera il suo battesimo artistico e qual è la sua caratteristica principale?
- Mah, autrice lo sono diventata quando ho iniziato a scrivere per me, prima campavo, traducevo, mi arrabattavo. Sicuramente la mia vocazione al teatro è stata non tardiva, ma abbastanza: ero grande, andavo all’università. Avevo fatto altre esperienze prima e il fatto di aver avuto probabilmente questa formazione molto legata alla letteratura: ho fatto il liceo classico, poi lettere, mi ha anche portato a tentare questa strada dell’essere attrice-autrice, non l’interprete che si mette a disposizione di un regista, di un progetto, insomma essere autrice di tutto il progetto, poi per il tecnico delle collaborazioni ci sono, ma il propormi già con uno spettacolo, magari anche minimo come è stato agli inizi di cabaret, eppure già fatto, ecco, forse è questa la mia caratteristica principale. Non mi sono mai proposta come interprete pura, ma sempre con un progetto mio che mi ha anche dato questa notorietà, questa riconoscibilità in cui contano anche probabilmente le cose che cerco di dire, insieme ad altro: il modo, la forma in cui cerco di darle.
- Nonostante questo, nonostante questa sua autonomia artistica, lei considera di avere un padre o una madre putativi? Qualcuno che l’ha iniziata al teatro?
- Io credo di avere, come tutti in questo mestiere, rubato, assorbito molto da quelli che considero per contrasto i più grandi, che sono da Franca Valeri a Walter Chiari, al teatro di Peter Brook che apparentemente non c’entra niente con il mio ma che ha un modo di far vivere in scena gli attori che mi assomiglia moltissimo, al teatro di Arianne Mushkin, il teatro del silenzio degli anni 70, il teatro della gente morta di Kantor, anche se poi non è qualcosa che ho fisicamente messo però è stata la mia formazione. Non credo in questo senso di potermi definire né figlia né erede di qualcuno in particolare.
- Una domanda da mentore, visto che questo è un giornale per e di giovani: che consiglio darebbe ai ragazzi che creano realtà indipendenti come ha fatto un po’ lei e come stiamo cercando di fare noi con questo giornale?
- Mi rendo conto che è un periodo durissimo da questo punto di vista e che è molto difficile riuscire ad acquisire una visibilità, a portare l’attenzione sul proprio lavoro. Penso che sia giusto, importante, provarci con tutte le energie, anzi credo che sia molto importante nella vita riconoscere le proprie vocazioni, i propri talenti; credo anche però che si debba, nei confronti di se stessi, darsi un limite di tempo, magari decidere di dedicare a questa ricerca, a questo tentativo un certo numero di mesi, di anni se si può, ma nel contempo non rischiare di diventare professionisti dei seminari o dilettanti per sempre, anche se, magari, dover rinunciare a queste aspettative, a questo desiderio non vuole necessariamente dire che non si ha talento per farlo: oggi il talento non viene sempre premiato, anzi, a volte non si riesce neanche a riconoscerlo, però è una cosa che mi fa molto rabbia, per cui mi vien da dire che se si riesce a tenere duro, più si riesce a farsi sentire e vedere, più è prezioso per se stessi ma anche per il mondo.
- Lei ha collaborato con Michele Serra per quel bellissimo giornale che è stato Cuore.
- Sì, è stata un’esperienza bellissima. Noi, io, ho un po’ di pudore a parlare di queste cose perché mi rendo conto di aver vissuto degli anni molto intensi, molto ricchi da questo punto di vista, in cui si poteva davvero creare, inventare, sognare, in cui riuscivi persino a fare un mestiere che corrispondeva perfettamente a quel che volevi fare e dire nella vita. E ho un po’ di pudore a parlarne perché mi rendo conto che oggi, ahimè, è molto diverso.
- E non ha trovato delle isole felici, magari anche fuori dall’Italia o forse qualcosa che manca e che tutti dovrebbero vedere, per riportare un po’ di quell’energia?
- Io credo che quando si è giovani, soprattutto bisognerebbe essere il più possibile onnivori e andare a esplorare diverse realtà, vedere tutto quello che passa, perché così si possono assorbire cose e devo dire che in Italia passano molte cose, magari bisogna un po’ andarsele a cercare. In questo momento, ma è uno scoramento mio individuale, mi verrebbe da dire a chi può di andarsene da questo paese, perché è un paese che offre talmente poco, è umiliante proprio nei confronti dei talenti, della creatività, dell’intelligenza, della cultura, dello studio serio, magari.. già restare.. magari andare per tornare
- E l’ultima domanda un po’ semplice ma per giocare con le parole: se ha una parola o una frase a cui è affezzionata come la frase di Adriano Sofri che ho visto ha sul bauletto dei trucchi
- Sì, è vero e ci sono parole a cui sono affezionata e tutto sommato credo che la parola ironia sia quella che non solo mi assomiglia di più, ma mi sembra anche un buon modo di cogliere il mondo, c’è una citazione che ho trovato da poco di Romain Gary e che dice “insomma facciamo una dichiarazione di dignità” e mi sembra una frase bellissima.

