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Incontri ravvicinati con lo sri Italo Magos – fisico e sciamano

Persone

A cura di Marta Ribul

Fotografie di Davide Volpi

Italo Magos 7 copertina

Questa storia inizia nel lontano 1972, il dodicesimo giorno del dodicesimo mese dell’anno che correva. Il protagonista è un uomo di nome Magos. Potrebbe essere l’inizio perfetto per un racconto fantastico.

Italo Magos, classe 1934, vicentino di nascita, messo al mondo da padre di origine ungherese – rumena, irredentista (e così è stato deciso il suo nome), e da madre di origine ebraica – viennese. Irredentisti ante-litteram erano pure i nonni, tanto da darle il nome Italia nel 1905, mentre la città natale di Fiume diventerà italiana solo nel 1918.

Ci diamo appuntamento in una mite giornata di maggio, a casa sua, e mi scrive il giorno prima, via SMS: “confermo via X numero Y. Il numero si vede male sotto il gelsomino, ma il cancelletto verde ha un’alabarda vistosa di cui sono orgoglioso. Tutto restaurato con le mie mani”. Gelsomino e alabarda, si riconoscono facilmente in una delle zone più belle della “Bergamo bene”. Cresce la curiosità, perché di lui non so nulla, eccetto che deve essere stato un pezzo piuttosto importante nel mondo della scienza, che ha una macchina che si nota (è così che sono venuta a sapere di lui) e che da anni sembra aver mollato tutto per lo yoga. Cerco una sua foto su Google, giusto per avere una prima impressione: di età indefinita, vestito di arancione, con in testa una montagna di rasta (per la precisione 75 cm, come ho scoperto dopo qualche ora di chiacchierata).

PRIMO INCONTRO

“La mia rivoluzione culturale iniziò il 12 dicembre 1972, quando il mio maestro, Carlo Patrian – ora è morto (onore ad un maestro famoso) – lasciò che tenessi una conferenza dal titolo “La tendenza all’aumento e alla differenziazione della complessità dell’evoluzione è l’anima?” (Non si smetta di leggere perché si teme la complessità dell’argomento, ci sono volute ore di chiacchierata e ore di meditazione per riuscire a capirci qualcosa, nda). Parto da qui perché il momento di rivoluzione è quello che conta. Da quel momento è iniziata la mia rivoluzione, nonché riflessione, sull’esistenza, nella quale sono tre gli elementi che contano: materia, energia, informazione.

Italo Magos 5

Ho lavorato per quasi ventitré anni, dal 1956 al 1972 al centro di ricerche dell’ENEL, il Centro Elettrotecnico Sperimentale Italiano (CESI), voluto dal Professor Bottani, preside del Politecnico di Milano, che voleva che anche l’Italia avesse un posto d’onore nel mondo dell’elettrotecnica; dato che c’era disaccordo internazionale rispetto ad alcune scoperte e misurazioni, ma per il concetto dell’epistemologia non è accettabile che ci siano risultati differenti… Sai che cos’è l’epistemologia? – annuisco – ah lo sai? Ma che brava! (Questo diventerà il leitmotiv delle nostre chiacchierate, nda).

Dicevo, il Professor Bottani incaricò quindi l’ingegner Carrara di costruire il modello di un laboratorio che fosse, in tutto, un po’ più grande di quelli esistenti all’epoca, perché, sosteneva Bottani, ‘per essere qualcuno bisogna avere qualcosa in più degli altri’. E io fui uno dei primi dodici a iniziare a lavorarci, compresi direttore e portiere. Mi occupai prima di disegni, poi di montaggio, a seguire di progettazione di nuovi impianti definitivi più grandi, di cui quattro sono stati guinness mondiali: l’impianto di produzione di fulmini artificiali, la simulazione di condizioni atmosferiche che permettessero di riprodurre il temporale più potente in Europa e negli Stati Uniti, l’impianto per fare la nebbia… Anche se tutti gli amici mi hanno sempre deriso quando dicevo che studiavo il modo per fare la nebbia a Milano, e le esplosioni. (Ho volutamente tralasciato numeri e unità di misura perché non ne capisco nulla, si lascia al lettore la possibilità di approfondire, nda).

“L’impianto di produzione di fulmini artificiali, la simulazione di condizioni atmosferiche che permettessero di riprodurre il temporale più potente in Europa e negli Stati Uniti, l’impianto per fare la nebbia…”

Sono partito, quindi, dalla fisica, o meglio dall’interdisciplinarietà ad essa correlata e sono arrivato alla spiritualità. Perché quando si è in presenza di un fenomeno fisico estremo, dove c’è improvvisamente questione di tempo, spazio, temperatura estremi, si arriva a capire cose pazzesche, perché si è al limite del conoscibile e si è costretti a toccare limiti estremi della conoscenza. L’elettrotecnica è un campo in cui si entra senza avere sensori umani per comprenderla, perché la corrente ce l’abbiamo dentro; e comprendere una cosa che abbiamo dentro ma non percepiamo porta in un campo quasi esoterico. Li c’è stata la mia svolta”. Un fisico bestiale.

“Ho quindi deciso di dedicarmi alla spiritualità, intesa come altro modo di vedere e percepire la vita. Insegno yoga da quarant’anni, dal 1976, quando, dopo aver frequentato un corso di filosofia e uno di teosofia, ho iniziato a chiedermi cosa c’è d’altro nella nostra esistenza; con lo yoga, sai dove deriva la parola yoga? – scuoto la testa – deriva dal sanscrito, che è una lingua indoeuropea – annuisco – ah lo sai? Ma che brava! Yoga ha una radice comune con cum – iugo, quindi unisco, perché è questo che fa lo yoga, non cerca l’anima, ma aiuta a vivere in modo satfico. Lo yoga mi aveva quasi del tutto guarito dalle cefalee, perché ho avuto un’altra visione del mondo che non è tutte queste balle, si può dire?, cioè società, relazioni, consuetudini, abitudini, ma era cosa altra. Conosci i tre stadi, i guna? – faccio cenno di no con la testa –. I guna sono tre: stato tamasico, quello di colui che non trasforma, ma prende, quello di chi ha un QI < 80, sufficiente per campare; stato rajasico, di colui che trasforma la materia per sé e sottomette, per il quale il QI deve essere > 100; ed infine quello satfico, quello dei sadu, che possono andare in giro nudi perché hanno capito tutto (o quasi) e non hanno bisogno più di niente (o quasi)”.

Mi mostra un’immagine che racchiude quanto mi ha appena descritto, visto che sono del tutto digiuna di discipline orientali. Continua a raccontarmi la sua storia, dalla nascita al licenziamento fino alla decisione di insegnare yoga. Mi offre riflessioni sull’etimologia delle parole, sul fatto che ogni parola che inizia per ‘S’ richiama la santità, la sacralità, perché per ‘S’iniziano parole quali santo, sacerdote, sciamano, sole (e lui confessa di sentirsi un po’ sciamano, visto che è stato anche insignito del titolo di sri, illustre, durante uno dei suoi viaggi); ma non c’è soltanto la ‘S’, c’è anche la ‘M’ che porta nel cognome, con la radice ‘MA’ che si legge in MAhatma, MAgno.

Il nostro primo incontro si conclude così, con scoperte, da parte mia, interessanti sulla vita di un uomo che ha vissuto quasi un secolo, prendendo parte a scoperte scientifiche, movimenti politici, associazioni culturali. “Ma ti dico che non mi si deve credere, bisogna controllare e verificare, e solo allora qualcosa sarà tuo per sempre, anche se non ricorderai più chi te ne avrà parlato”.

SECONDO INCONTRO

Contrariamente a quanto mi aveva chiesto, non ho verificato la veridicità delle sue parole, non ho controllato i siti che mi ha elencato e nei quali lui compare, come “Yogaapaia”, “La vita continua” e “Barbe e Baffi”; lo farò alla fine di questa storia. Torno una settimana dopo nello stesso posto e lo trovo sul divano, ancora vestito con una maglia arancione, i capelli grigi raccolti in una coda bassa (i rasta non ci sono più, da un pezzo), barba e baffi minuziosamente curati, pantofole e una tazzina di caffè. Come la volta precedente la sua compagna ci lascia soli in soggiorno, perché sa che anche questa seconda chiacchierata andrà per le lunghe.

“Come ti ho detto la scorsa volta e come c’è scritto sul file che ti ho dato, è necessario alzare il proprio livello di momento in momento, per questo ho viaggiato, perché avevo una conoscenza locale, italiana, ma il primo passo per alzare il proprio livello è conoscere gli altri, il mondo. Sono stato in India nel 1980, per 40 giorni, tempo minimo necessario per un viaggio, se si hanno gli agganci giusti. Sono stato a Rishikesh, la città dei sapienti, in cui ogni anno il primo agosto i maestri di yoga attraversano il guado del Gange in piena, come rito simbolico e sacrificale, per Shiva; sono stato a Nuova Delhi alla sede centrale degli Hare Krishna, gestita da americani, e sempre a Nuova Delhi ho incontrato quello che oggi è il Dalai Lama, e ho capito che spesso nascono culture che servono per creare potere. È facile usare lo yoga un po’ per cultura, un po’ per sbatterlo in faccia alla gente.

Italo Magos

Sono poi stato al Kivalaiadana ashram, un ospedale-monastero il cui direttore era un ingegnere meccanico e maestro di yoga, e lì ho imparato a lavorare sulla respirazione, perché inspirare è caricare energia, espirare è scaricare le tensioni; e più vado avanti più mi accorgo di quanto sia importante, questo scrivilo perché ci tengo. Poi ho incontrato delle donne lebbrose: anche quello può essere un no-problem; e a quel punto ho capito che non sarei potuto restare in India come un fuggiasco, ma tornare a dire alla gente che c’è qualcosa da fare per vivere bene la vita.

Dopo l’India ci sono stati altri viaggi di ricerca antropologica, in Algeria, guidato dal maestro di danze maghrebine El Hadi, durante il quale ho avuto modo di vedere i Tuareg del deserto ballare danze rotanti, che servono per mettere alla prova il saggio, l’anziano. La rotazione è presente in ogni danza, perché stimola la mente e allo stesso tempo mette in difficoltà. Se al termine della rotazione il patriarca mantiene l’equilibrio, rimane centrato ed è in grado di parlare significa che ha un cervello capace di autocontrollo ed è ancora una valida guida”.

“Sono poi stato al Kivalaiadana ashram, un ospedale-monastero il cui direttore era un ingegnere meccanico e maestro di yoga, e lì ho imparato a lavorare sulla respirazione, perché inspirare è caricare energia, espirare è scaricare le tensioni.”

Gli chiedo se l’abbia sperimentato anche lui. Si alza e inizia a ruotare su se stesso. All’improvviso si ferma, immobile. E in quel momento realizzo che quell’uomo minuto, con una vita fantastica e quasi magica, che cattura l’attenzione con il suono delle parole più che con le parole stessa, ha 82 anni.

“Sono stato in Brasile alla ricerca della santeria e ho partecipato ad un rito in un posto magico, in cui officiava una sacerdotessa vestita da fata, scortata da un uomo vestito da cavaliere e non appena ha iniziato a fischiare e schioccare le dita, sono andato in trance, insieme al mio compagno di viaggio: un medico”.
Puoi spiegarmi che cos’è?, gli chiedo.
“È uno stato in cui sei tutto e niente, di vuoto e pieno totale, in cui non ti importa più di niente e sei tutto e in cui interpreti meglio l’esistenza”. Lo lascio continuare.

“Sono stato a Cuba e anche lì sono stato iniziato ad una divinità da una santera locale che mi ha messo al collo la sua collana, ballando al ritmo di tamburi forsennati e bevendo rum. Io no, sono astemio. Per vivere questi momenti bisogna immergersi, come in tutte le cose. Nel 1994 sono andato in Cina insieme al giornalista Bertolasi e, scortati da una guida-controllore del governo cinese, siamo saliti sul Thai Shan, la montagna sacra (non a caso torna la ‘S’, nda). Abbiamo praticato il Ci Kung, letteralmente la manipolazione dell’energia per farla propria, perché bisogna scoprire cosa sia l’energia che ognuno ha dentro di sé e imparare a gestirla: può distruggere o far crescere. E sulla cima di quella montagna abbiamo visto sorgere il sole, alle 4 e 50, mentre soffiava un vento gelido. Un vento simile, che dava alla testa, l’ho sentito sul Monte Olimpo, quando ho scoperto un’incisione arrugginita che recitava “Caverna di Apollo”, un buco nella parte rocciosa, fatto ad imbuto, dal quale sgorgava un filo di acqua e al cui centro stava una miniatura di una chiesa ortodossa, che si poteva attraversare carponi. Ho idea che nel mondo ci siano punti particolari, che ispirino una sorta di psichismo.

Italo Magos 1

Ma sono ancora due gli aspetti di cui voglio che tu parli: il caos e la morte. È curioso che secondo i greci, gli indiani, gli egizi e la scienza l’origine di tutto sia il caos. Questo è cambiamento continuo e continua distruzione; è entropia. Il caos è l’opposto di quell’ordine che religione e filosofia hanno cercato di imporre; è negazione di tutto e anche il suo contrario, cioè doppia negazione, che è ordine e vita che si riproduce per breve tempo in condizioni rare (come sulla nostra terra). Ma per capirlo bisogna sbattersi e trovare le fessure nel caos. E proprio perché il principio e la fine di ogni cosa è il caos che bisogna in ogni momento alzare il proprio livello, perché, credo – ma ricorda che non mi si deve credere – finché hai delle cose da fare non puoi morire. E con lo yoga e i miei studi cerco e credo di essere utile a qualcuno, cercando di far capire in che direzione andare. Fare del bene fa bene, e quello che conta è stare bene con il prossimo più che con se stessi. Per cui se si aiuta qualcuno a capire come alzare il proprio livello e fare in modo che questo qualcuno cerchi di capire, la vita continua perché quanto si è detto o fatto rimarrà attraverso quella persona. Questo è il paradiso. E l’esperienza più grande sarà la morte”.

TERZO INCONTRO

Ho chiesto a Italo di poterci incontrare una terza ed ultima volta, così da continuare a meditare su quanto mi ha raccontato fino a questo momento e su alcune pagine da lui scritte in un testo di parapsicologia. Così come le sue parole sembrano essere infinite, anche le domande che avrei da fargli; ma non credo ci sia tempo a sufficienza per dilungarmi. Lascio che il terzo incontro sia il momento in cui si esibisca per il pubblico, io, Davide che mi accompagna per immortalare qualche istante e i pochi o tanti curiosi che, passando per strada, gli rivolgono un’occhiata curiosa o di disprezzo.
“C’è altro che vuoi sapere?”
“Il mandala della tua casa a Villa d’Adda”, rispondo.
“Allora il mandala che sto costruendo ha un diametro di 12 metri, con delle metafore al suo interno: due cani di guardia, un pozzo con la luna che cambia le fasi realizzata con un faro con una lampada a led, e la metafora della luna indica che noi alterniamo alti e bassi; si vedono il fior di loto che è il fiore sacro in India perché rappresenta la capacità di emergere dalla palude, il quadrato che rappresenta la ragione, il triangolo simbolo delle emozioni e la spirale per trovare il proprio centro. C’è l’acqua, che è sorgente di vita, il fuoco che è energia e materia. Intorno la terra che alimenta i fiori di vari colori. Adesso il progetto è quello di far salire il livello di ciascuno, ora – ricordi? – alza il tuo livello ora, una volta arrivato al centro. Quindi sto progettando una salita su un albero, su cui costruire una casetta.

“Il mandala che sto costruendo ha un diametro di 12 metri, con delle metafore al suo interno: due cani di guardia, un pozzo con la luna che cambia le fasi realizzata con un faro con una lampada a led.”

Il mandala è il labirinto, le caverne, che esistono nella storia dell’uomo da tempi ancestrali, recuperati dai neandertaliani, con i quali abbiamo tratti di DNA in comune. Il mandala è un oggetto di meditazione. Anche se molte persone non hanno idea della differenza tra meditazione e concentrazione. La sai la differenza? – la sua compagna dalla cucina lo ammonisce bonariamente ricordandogli che non deve essere lui a fare domande – la concentrazione è l’analisi limitata ad un oggetto e ad un tempo sempre più piccoli, la meditazione è concentrazione prolungata, in espansione, in cui confronti tutte le cose e le idee tra loro”.

Italo Magos 4

Finito il tempo delle domande, si dà il via allo spettacolo. È Italo a guidare Davide su come fare le foto, con quale luce, in quale posizione, perché fra le numerose cose che ha fatto in vita è stato anche fotografo e aiuto regista. Italo indossa l’abito bianchi dei dervisci, con tanto di cappello, ha un bastone con intarsi simbolici. Non solo in casa, anche per strada, in quella zona così esclusiva della “Bergamo bene”. Chi è costretto a passarci accanto guarda stupito quest’uomo con barba, baffi e capelli bianchi, che ruota su se stesso dentro il suo abito. I più coraggiosi chiedono che cosa rappresenti. “È la danza dei dervisci, che esistevano prima dell’Islam, prima della divisione fra sciiti e sunniti”.

“Interessante”, commentano. E lui continua a danzare, ruotando, e ad abbracciare alberi perché, come ha scritto, “in tutti i tempi, in tutti i luoghi, in tutte le culture, qualcuno è riuscito a stare bene”. Lui c’è riuscito, credo.