Persone, luoghi e altre storie
Eventi
Il Magazine
Abbonati

Il sogno di Tolstoj

Dal Magazine

A cura di Valerio Millefoglie

Fotografie di Michele Perletti

 
“Ti ringrazio per i quarantotto anni di vita onesta che hai passato con me e ti prego di perdonarmi tutti i torti che ho avuto verso di te, come io ti perdono, con tutta l’anima, quelli che tu hai avuto nei miei riguardi”. Nella notte del 28 ottobre 1910 lo scrittore russo Lev Tolstoj scrisse queste parole per la moglie, poi prese un treno di terza classe diretto in Crimea, lontano dalla vita aristocratica. Nel viaggio si ammalò di polmonite e la sua ultima stazione fu quella di Astàpovo. “Per una degna sepoltura” è il titolo di un articolo del Seminasogni, una rivista completamente scritta a mano. Felice, il suo fondatore, ha realizzato il sogno di Tolstoj.

Accompagnano il racconto le immagini scattate nella manifattura Aurora, di Torino. Dal 1919 una delle prime ditte di penne stilografiche in Italia.

seminasogni_millefoglie_1

I primi palombari dell’umanità non indossavano scafandri. S’immergevano negli abissi dei mari completamente nudi e per questo motivo erano chiamati anche “i naturali”. Pescatori di spugne e di perle, raggiungevano sino agli ottanta metri di profondità soltanto grazie alla volontà di apnea. Affiorarono per la prima volta su una pagina nel canto XVI dell’Iliade. La Palombara è il nome di un villaggio sulle colline di San Severino Marche, in provincia di Macerata. Ci sono cinque case. Quattro sono abbandonate, una è abitata da un uomo e da una donna, Felice e Letizia. La casa è anche la redazione de il Seminasogni, una rivista scritta completamente a mano. Il tavolo da lavoro è quello del pranzo e della cena. Si trova vicino a una grande stufa dentro cui viene cotto il pane. Dopo mangiato le pagine prendono forma grazie a penne, forbici, fogli e colla. D’estate la redazione si sposta su un tavolo che c’è sotto un porticato, in giardino. Non viene sparecchiato così le briciole diventano parte del racconto e germogliano fino a sera. La redazione è composta da Felice e da Letizia ma chi vuole può inviare il proprio articolo seguendo le indicazioni poste nell’indice, “Scrivilo su un foglio A4 lasciando un margine di 2 cm su tutti i lati. La scrittura dovrà essere compatta e leggibile a penna. Occupa bene tutti gli spazi in modo che più persone possano esprimersi nelle 28 pagine del giornale”.

La casa è anche la redazione de il Seminasogni, una rivista scritta completamente a mano.

Felice è originario di Galatina, in provincia di Lecce. A undici anni perde il padre, proprietario di un’osteria. A diciassette anni decide di lasciare la madre e gli altri otto fratelli; immagina una vita al di fuori dei confini abitati, in luoghi selvatici, dominati dalla vegetazione, non addomesticati dall’uomo. Oggi ha sessantuno anni e dal 2000 fa uscire il Seminasogni seguendo una cadenza meteorologica, “La rivista si fa quando piove”, racconta. Il resto del tempo, quando il tempo è bello, lo trascorre fuori a lavorare la terra. Sul numero 65, estate 2016, ci sono diverse citazione tratte da Il cammino della saggezza di Lev Tolstoj. Nella notte del 10 ottobre 1910 lo scrittore russo scrive queste parole alla moglie: “Ti ringrazio per i quarantotto anni di vita onesta che hai passato con me e ti prego di perdonarmi tutti i torti che ho avuto verso di te, come io ti perdono, con tutta l’anima, quelli che tu hai avuto nei miei riguardi”.  Sale su un treno di terza classe e scappa dalla famiglia e dalla vita aristocratica. E’ diretto in Crimea, in cerca della ricchezza della fede e della natura. Durante il viaggio si ammala di polmonite, il suo cammino s’interrompe alla stazione ferroviaria di Astàpovo. Nell’unica foto che lo ritrae a colori è seduto su una sedia di legno, nella sua tenuta di campagna chiamata Jàsnaja Polijàna, “radura serena”. Sullo sfondo s’intravedono tronchi d’albero. Il tessuto dei pantaloni è dello stesso verde del prato. Indossa una camicia blu sopra la quale si adagia una lunga barba bianca. Il suo volto è un blocco granitico, come quello di una statua in cima a una montagna. Ed è identico a quello di Felice, in una delle rare foto che si trovano sul web. Tolstoj e Felice potrebbero essere la stessa persona, solo che quest’ultimo è riuscito nella sua fuga. Felice è il sogno di Tolstoj.

Tolstoj e Felice potrebbero essere la stessa persona, solo che quest’ultimo è riuscito nella sua fuga. Felice è il sogno di Tolstoj.

seminasogni_millefoglie_2

Le calligrafie degli autori dialogano con disegni in bianco e nero che provengono dal libro, “Il contadino e il suo mondo. I campi, gli animali, gli attrezzi, la vita di tutti i giorni”. La porta di un fienile si apre vicino alla frase, “La redazione non condivide sempre pienamente il contenuto degli articoli, pur pubblicandoli”. Un grappolo d’uva pende accanto alle parole, “In questi ultimi anni stiamo anche beneficiando di una piacevole invasione di fragoline di bosco”. Un giocoliere, un girovago e un mendicante che sembrano giungere dal mondo dei tarocchi, accompagnano l’articolo, “L’addensarsi dell’avere”. Una foto a tutta pagina viene spiegata nella didascalia, “Caro Felice, sarai curioso di vedere la mia casetta auto costruita e facilmente smontabile: eccotela. Ci vivo da cinque anni con piena soddisfazione, vieni a farmi visita con qualche semina sognatore”, firmato Mario.

“Dopo qualche anno che stavo qui alla Palombara mi sono accorto di essere riuscito a liberarmi dal sistema, avevo realizzato prepotentemente la mia aspirazione”. Racconta Felice. “Ciò che mi ha reso consapevole di questo fatto è stato che a un certo punto andavo al supermercato una volta al mese per prendere giusto due o tre cose, della carta igienica, dei limoni. Ho fatto la rivoluzione. Sostentandomi solo con la natura e le mie mani ho tolto potere al potere. Così è nata l’idea di una rivista che sia di collegamento tra le realtà agricole e i cittadini. Per far saper loro che ciò che covano dentro, e che pensano sia irrealizzabile, esiste. Il Seminasogni è un seme che incoraggia gli altri sognatori”.

Il Seminasogni è un seme che incoraggia gli altri sognatori”.

Negli anni la stampa della rivista è stata affidata a diverse copisterie: a Camerino, a Jesi, a un prete che usava la stampante della canonica. Un giorno all’ufficio postale di Castel del Prete, in provincia di Bologna, Felice chiede in prestito una spillatrice e trascorre l’intero pomeriggio a chiudere lì il giornale. La tiratura iniziale è stata di cinquanta copie, poi duecento ora non sa dare una stima esatta delle copie perché molti lettori, a loro volta, la fotocopiano e la fanno girare. La distribuzione avviene per posta, tramite abbonamento, e per mano durante dei mercatini di prodotti artigianali. “Dopo pochi numeri è sorto il desiderio da parte di alcuni lettori di potersi incontrare e stare insieme, così abbiamo cominciato a organizzare una serie di mercatini in cui ognuno porta prodotti in eccedenza e roba usata”, è nata così la Fierucola del Seminasogni.

“Mi sono alzato piuttosto tardi e ho letto, ma non ho fatto in tempo a scrivere”, annota sul suo diario Lev Tolstoj il 24 marzo del 1851. Prosegue poi a elencare le cose fatte nelle ore successive al risveglio, “Dai Volkonskij sono stato innaturale e distratto e mi sono fermato fino all’una (dispersione, desiderio di emergere e debolezza di carattere)”. Conclude appuntandosi un’idea, scrivere un racconto dal titolo “Storia della mia giornata di ieri”. Il racconto non lo scriverà mai. Sfogliando però il Seminasogni, ancora una volta, sembra che Felice abbia portato a termine un’altra aspirazione di Tolstoj. La rivista è un diario d’autore, è il racconto di tutte le giornate di ieri di Felice. La copertina è di un cartoncino spesso, color seppia, e le pagine sono spillate a mano, aprendole si ha la sensazione di entrare in un universo privato. Ci si sente lettori di fortuna, capitati per caso su una storia segreta. A pagina 3 c’è “Storia della Palombara, Terza parte”. Comincia così: “Dopo quasi tre anni dal nostro arrivo, con l’acquisto della nuova terra, le cose sono alquanto cambiate, avevamo molto di più di cui prenderci cura, anche se non l’abbiamo mai coltivata tutta, in quanto per lo più fortemente scoscesa e invasa da vegetazione selvatica pioniera che cominciava già a trasformarsi in bosco”.

seminasogni_millefoglie_3

La prima parte dell’articolo Felice ha iniziato a scriverla ormai un inverno fa. A pagina 13 c’è un’autrice, Letizia, la donna che condivide la casa e la redazione della rivista con Felice. Il titolo del suo articolo è, “Cosa è la normalità?”, e comincia così: “Stasera ci sarà la notte bianca dei musei e Felice è stato invitato a dipingere a terra coi gessetti come faceva anni fa. Sembra che stia diventando normale non dormire la notte. Noi però abbiamo questa abitudine e abbiamo chiesto espressamente di iniziare presto per finire prima della mezzanotte”. Mentre Felice comincia a disegnare sul pavimento del chiostro di una chiesa San Pietro, Letizia descrive l’inizio di un matrimonio, “Gli sposi sono appesantiti dalla situazione, dalle vesti, dal vorrei essere in tutt’altro posto ma mi tocca. Lo sposo è il più rassegnato, gli tocca. Si vede che sta scomodo nel suo vestito ma è normale così. Normale? Sempre più ci costringiamo in situazioni assurde che definiamo normalità”. La cronaca dalla notte bianca si conclude all’ora di cena, quando inizia a girare un po’ di gente, “Il grande afflusso è previsto per il teatro dialettale, tema della recita le liti tra suocera e nuora. Come se anche questa fosse normalità. Chissà come andrà a finire alla sposa di oggi”.

Subito dopo, a pagina 15, Felice firma il pezzo: “Per una degna sepoltura, seconda parte”, il resoconto della sua esperienza all’ufficio comunale competente per chiedere informazioni a riguardo. Il suo desiderio infatti è di essere seppellito con la sola cassa di legno, “o come recitava la norma stessa da me citata: – in un lenzuolo di fibra naturale, o altro materiale biodegradabile”. Il pezzo è accompagnato dal disegno di un uomo coricato per terra, con lunghi capelli che si avvolgono ai cespugli e diventano un’unica chioma. Il sepolcro di Tolstoj è una bara verde, sull’orlo di un dirupo, nel giardino della sua casa. Non ha croce, né epitaffio. Sull’ultima pagina de il Seminasogni c’è la rubrica di annunci, “Per cambiare, scambiamo”. Felice racconta che funziona, “Se mi azzardo a chiedere un paio di scarpe, me ne arrivano tredici”.
Ed è proprio Felice a inviarmi sul telefono il testo di un annuncio da pubblicare a fine articolo: “Dopo quest’intervista c’è stato il terremoto. C’è qualcuno che può donarci una casetta di legno di piccole dimensioni, intorno ai 15 mq, preferibilmente usata, anche di una stanza sola, in zona Marche? Grazie”.

“Dopo quest’intervista c’è stato il terremoto”.

Lo richiamo e mi racconta, “Eravamo in casa. Stavamo per mangiare, o per finire di mangiare. C’è stata la prima scossa ma il problema è stata la seconda scossa. Pioveva veramente forte, una pioggia torrenziale. Entrava acqua in casa dal soffitto. Bisognava essere fuori subito. Siamo entrati in macchina, una Renault in cui non si abbassano neanche i sedili, e abbiamo cercato di dormire. Le case ballavano, la terra tremava sotto i piedi, abbiamo visto cadere una colata di pietre. Mi sono ricordato di una tenda che mi avevano regalato, ora stiamo dormendo lì, ma fra poco arriverà il freddo. Siamo fuori dal tempo, in un’altra dimensione, in un tempo diverso, sospesi tra una scossa e l’altra. Sospesi come in realtà dovremmo sentirci tutti i giorni, perché la precarietà è la condizione di noi esseri umani”.

Il numero d telefono di Felice è questo 338 8685427

Chi volesse contribuire anche con un aiuto economico per i lavori strutturali al tetto e alla casa, può farlo inviandoli sulla carta Postepay n. 4023.6609.3567.0754 intestato a Colaci Rosario.

seminasogni_millefoglie_4

VITA NERO SU BIANCO

Nel 1919 a Torino, Isaia Levi, finanziere e commerciante di tessuti, apre la Fabbrica Italiana Penne a Serbatoio Aurora. Ancora oggi la sirena della fabbrica suona ogni giorno per indicare l’inizio e la fine dei turni di lavoro. Abbiamo visitato Aurora, fra le più antiche aziende italiane produttrici di penne stilografiche, e abbiamo chiesto a tutto il personale qual è la frase più importante che hanno scritto nella loro vita.
Eccole.

L’atto di nascita dei miei figli.

Oggi ho scritto una lettera d’amore a mio figlio, una dedica sulla prima pagina del libro The Secret di Rhonda Byrne: “Ciao vita mia, vorrei che leggessi questo libro…”. Al posto dei puntini avrei voluto scrivere “per cambiarti la vita”.

Per gli ottant’anni di mio padre gli ho scritto una lettera per dirgli che è il mio eroe.

Nel 2003 ho firmato il permesso di soggiorno.

Non posso dire l’atto di matrimonio perché non è stato importante.

La parola più importante che ho scritto è in realtà un numero, il 17. Torna sempre nella mia vita, torna per esempio nelle bolle di lavoro che correggo, o quando chiedo “Quanti pezzi sono?” e mi rispondono, “17”. L’ho anche giocato al casinò di Saint-Vincent. Ho vinto.

Scrivo diari dall’adolescenza. Quello più importante è del 2003, sulla costa ho scritto il titolo, “L’inizio”. Quell’anno sono rinata.

Mia sorella m’invia a ogni compleanno un biglietto di auguri, li ho conservati tutti in una scatola. Per quello dei cinquant’anni mi ha scritto, “Sei importante”.

Le persone si siedono qui per provare le penne, è un piccolo reparto di prove calligrafiche, c’è chi mette la sua firma e chi invece, come un musicista, ha scritto delle note musicali.

“Le tue tenere manine”, è un passaggio di una poesia che mi ha dedicò mio padre quando ero piccola. Fu incarcerato ingiustamente per omicidio, dopo due anni infatti lo liberarono. Mia madre mi portava ai colloqui, mi sollevava e mi dava in braccio a lui. Abitiamo lontani, mia madre è morta e vorrei scrivergli una lettera per dirgli che anche se ho quarant’anni, ho sempre bisogno di lui.

Nel giorno in cui hanno diagnosticato a mia madre l’alzheimer le ho scritto una lettera, per ricordarsi di me.

Nel 1997 avevo venti anni e ho disegnato la mia prima penna, sotto ho scritto Talento, il nome della penna.

Al mio matrimonio il Sindaco mi passa la penna e mi dice, “Firmi qui”. Gli rispondo, “Non ci penso nemmeno. Non con quella penna”. Prendo la mia stilografica e gli dico, “Della vita so poco ma alcune cose le so, e la mia famiglia fa penne da una vita”.

Ho pensieri importanti, non parole. Non tutto si scrive.

seminasogni_millefoglie_5

Hai letto una delle storie di copertina di CTRL#69, scopri le altre storie e come abbonarti al magazine cartaceo.