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Il Magazine

Il lavoro nobilita il robot

Dal Magazine

A cura di Martino Pinna

CTRL magazine #73 non potrà uscire, nella sua edizione cartacea, per mancanza di fondi. Il tema del numero sarebbe dovuto essere il lavoro (ironia della sorte). Non vogliamo far naufragare il progetto CTRL, e qui ti raccontiamo quello che abbiamo in mente. Qui invece puoi partecipare alla nostra campagna di crowdfunding, per aiutarci a sopravvivere.

Il pezzo che leggerai sotto è uno dei reportage previsti nel progetto del numero #73.

Sim Mom DEF

Dal 7 al 13 settembre 2017 si è tenuto a Pisa il primo Festival Internazionale della Robotica. Dai robot industriali ai robot chirurgici, dalla domotica ai convegni sulla roboetica, l’etica applicata alla robotica, fino al concerto del tenore Andrea Bocelli con un’orchestra diretta da un robot. Il racconto del nostro inviato, in un mondo dove i nostri colleghi sono automi.

“Uno degli scherzi dell’antropocentrismo: descrivere la fine della specie come implicante la morte della natura vegetale e animale, la fine stessa della Terra. La caduta dei cieli. Non esiste escatologia che non consideri la permanenza dell’uomo come essenziale alla permanenza delle cose. Si ammette che le cose possano cominciare prima, ma non che possano finire dopo di noi”. Guido Morselli, Dissipatio HG

Eva

Eva può partorire ogni giorno, più volte al giorno. È alta 175 centimetri, pesa 28 chili e si alimenta con una batteria da 5 volt. Le sue braccia sono preincannulate, hanno vene palpabili e gli accessi per le iniezioni endovenose.

Eva ha dei moduli uterini intercambiabili e la sua cervice in silicone può dilatarsi fino a 10 cm. Con questa luce non saprei dire di che colore sono gli occhi, ma scopro che le sue pupille possono essere normali, dilatate o costrette, e che un set da 6 occhi di SimMom (è il vero nome di Eva) costa circa 160 euro.

Eva respira e ansima: la sua frequenza respiratoria può variare da 0 a 60 respiri per minuto. Può anche pronunciare alcune frasi, lamentarsi, emettere suoni intestinali e la frequenza cardiaca del feto. All’occorrenza, grazie a dei serbatoi nascosti nel suo addome, può perdere sangue, urina o liquido amniotico. Eva ha una funzione di parto automatico. Può eseguire un parto normale, un parto podalico, il prolasso del cordone, l’inversione uterina o la rottura dell’utero. Il suo corpo è fatto di silicone e PCV, le giunture sono in alluminio, ottone e acciaio.

Può assumere le seguenti posizioni: supina, semi-sdraiata, a carponi, laterale, supina con le gambe appoggiate ai supporti, supina con le cosce spinte contro l’addome (posizione chiamata Manovra di Mc Roberts). Serve a ostetriche, infermiere e medici per allenarsi su situazioni impreviste e parti problematici in un ambiente realistico, monitorato e programmabile. Non c’è un limite di parti che Eva può compiere, la garanzia si può estendere anche dopo il secondo anno e, pagando, si può chiedere una manutenzione in loco due volte l’anno. La ditta costruttrice consiglia di lavare Eva con una soluzione delicata di sapone liquido e acqua e di pettinarle i capelli con una spazzola apposita per parrucche. Il suo busto può essere trasportato in una speciale valigetta simile a un trolley.

La ditta costruttrice consiglia di lavare Eva con una soluzione delicata di sapone liquido e acqua e di pettinarle i capelli con una spazzola apposita per parrucche.

Quando la vedo io è spenta, adagiata su un lettino e parzialmente coperta da un lenzuolo. Ha le gambe divaricate, la bocca è socchiusa e si intravedono i denti in vinile. Gli occhi sono spalancati, fissi verso il soffitto. Nonostante abbia la pancia gravida, tra le sue gambe c’è il neonato (il cui nome sul catalogo è BirthingBaby) con gli occhi chiusi e la bocca aperta, come se piangesse. Non può cambiare espressione: è costruito per essere costantemente appena nato, mentre altri modelli più evoluti possono cambiare occhi, piangere, singhiozzare o tossire, muovere il torso, simulare un attacco epilettico o la cianosi labiale (le labbra blu).

BirthingBaby invece deve solo entrare e uscire da Eva, nient’altro. Durante il parto sono collegati tra loro tramite un cavo trasparente che termina nella placenta. Vorrei assistere al parto automatico ma sono arrivato troppo presto, posso solo prendere qualche depliant illustrativo, scattare qualche foto e sfiorare un piede di Eva. Le sfioro le caviglie, ha delle viti. Una ragazza le inserisce del liquido lubrificante, forse per fare qualche prova: la cosa mi incuriosisce, ma mi sembra di spiare una visita ginecologica, dunque mi allontano.

Robo

Robo non ha un apparato riproduttivo e a dire il vero nemmeno un nome. Robo-barman è come l’ha chiamato la stampa locale, ma potrebbe essere anche una barwoman. Difficile dirlo, dato che non solo non ha un apparato riproduttivo ma non ha nemmeno una faccia, un corpo e una voce. Robo ha solo un braccio e una mano. Anzi: Robo è un braccio e una mano. Il braccio è come un braccio industriale da catena di montaggio, la mano è nata come modello di protesi avanzata per testare algoritmi di controllo. Ad esempio afferrare oggetti, controllare la forza esercitata e rilasciarli al momento giusto. Tutte operazioni che possono essere utili in molti momenti della giornata, ma soprattutto per preparare un cocktail. Robo ne sa preparare quattro: Negroni, Spritz, Campari Orange e un analcolico.

robo barman DEF

Io lo vedo preparare un Campari Orange in poco più di due minuti, un po’ lento, ma senza versare una sola goccia e con le quantità esatte di ogni componente. Funziona così: il cliente sceglie il cocktail da uno schermo, Robo si mette in movimento e con la mano afferra il bicchiere giusto. Sa dove si trova perché conosce la posizione. Se qualcuno sposta il bicchiere, Robo non è in grado di afferrarlo. Ma se tutto va bene e nessuno intralcia il suo lavoro, Robo solleva il bicchiere e lo riempie di ghiaccio, lo appoggia su un punto preciso del bancone, si volta verso le bottiglie e afferra quella dell’alcolico scelto. Poi, con un gesto sorprendentemente elegante e preciso versa il liquido nel bicchiere e ripete l’operazione con tutti gli altri componenti necessari al miscuglio alcolico.

Quando ha finito spinge il bicchiere sul bancone e con un gesto indica che il cocktail è pronto. Con un’alimentazione elettrica continua, e con qualcuno che sostituisca le bottiglie vuote, Robo può andare avanti a preparare cocktail all’infinito, o almeno fino al deterioramento delle sue parti. Non ha bisogno di pause, e non sbaglierà mai per stanchezza o distrazione, perché può ripetere gli stessi movimenti, sempre uguali, miliardi di volte.

Nao

Nao ha fatto il portiere d’albergo, ha cucinato, ha ballato e giocato a calcio. Pratica il Tai-Chi, gioca a Tetris e sa disegnare. Può fare un po’ di tutto. In Italia viene usato soprattutto nelle scuole come una specie di insegnante di sostegno. A quanto pare è particolarmente adatto all’insegnamento delle materie tecniche e scientifiche. In alcuni ospedali lavora con gli autistici: i suoi movimenti semplici e prevedibili rendono più facile l’interazione rispetto agli altri educatori. Si ricarica in tre ore e può restare acceso dai 60 a 90 minuti, dipende dall’intensità dell’utilizzo. Nel manuale si consiglia di tenerlo lontano dagli animali, in particolare dai cani, ma ovviamente c’è chi ha preso questo consiglio come una sfida.

Nao ha fatto il portiere d’albergo, ha cucinato, ha ballato e giocato a calcio. Pratica il Tai-Chi, gioca a Tetris e sa disegnare.

Ci sono diversi esperimenti dove Nao interagisce con i cani, che più che aggredirlo sembrano confusi e non sanno come comportarsi, soprattutto quando Nao li chiama per nome e offre loro da mangiare. Nao ha sensori tattili e di pressione, dunque se toccato, lo percepisce. Se ad esempio gli si poggia una mano sulla spalla, può voltarsi e guardare nel punto in cui è stato toccato. Parla e capisce 19 lingue: ceco, danese, tedesco, inglese, finnico, francese italiano, giapponese, coreano, polacco, portoghese, spagnolo, svedese, russo, turco, arabo, brasiliano, cinese. Per farsi capire da Nao bisogna usare frasi brevi e chiare, parlare lentamente e senza esitazioni. Se non capisce quello che dite, bisogna ripetere la frase oppure riavviarlo.

Nao DEF

Lo vedo accovacciato su un tavolo espositivo, tra fotocopie e depliant pubblicitari. Gli occhi sono spenti, la testa è leggermente china di lato e dalla nuca parte un cavo collegato a un computer portatile. Quando viene acceso si alza e dice “Ognak gnouk” e “gnouk gnouk” quando viene spento. Ha vari microfoni in grado di captare i suoni intorno a lui e due casse stereo ai lati della testa, dunque la sensazione è che parli dalle orecchie. Non può vedere al buio, ma ha due sonar che gli permettono di individuare gli ostacoli e stimare la distanza tra sé e gli altri oggetti, anche mentre è in movimento.

Se cade, si rialza da solo. Prima di toccare terra mette le braccia davanti per proteggersi dall’urto. Poi usa le braccia per risollevarsi, senza aiuto, abbastanza velocemente. A volte, quando cade, chiede scusa per l’errore. Può stare anche sdraiato a terra, sia a pancia in su sia a pancia in giù. È anche possibile stringergli la mano, ma solo se è stata installata l’app apposita. Nao può lavorare solo in spazi chiusi e quando dev’essere trasportato all’esterno va inserito nella sua scatola. Guarda, non puoi passare un po’ più tardi? Non riesco a farlo partire, mi dice una ragazza che di lavoro fa la neuropsichiatra ma che ora sta armeggiando con cavi, computer e Nao.

Un’anziana signora

I ròbot non possono sostituire gli esseri umani, sento dire da qualcuno. Sono nati per collaborare con gli esseri umani, ma non per sostituirli, mi spiega un ingegnere che ha partecipato alla costruzione di tre robòt badanti. Una signora si inserisce nella conversazione e dice di essere preoccupata che i robòt possano sostituire gli esseri umani. No signora, dico io, i robòt non possono sostituire gli esseri umani, giusto? Chiedo all’ingegnere una conferma, lui annuisce e ripete: no, i ròbot non possono sostituire gli esseri umani.

No signora, dico io, i robòt non possono sostituire gli esseri umani, giusto?

La signora fa la professoressa ed è interessata all’argomento, va di stand in stand, di tavolino in tavolino, a parlare con tutti gli espositori, perché mi voglio informare, spiega: sono venuta qua per vedere e capire a che punto è la robotica, dov’è arrivata, dove può arrivare. Dice di aver visto un video dove un robòt insegnava in una classe coreana – Corea del Sud, ovviamente! aggiunge – ed è rimasta sconvolta. L’idea che un robòt prenda il suo posto come insegnante la ripugna, ma non tanto per me, dice, io vado in pensione, ma penso ai ragazzi, ma le pare possibile?

Doveva vedere questo robòt coreano: i bambini ubbidivano, pendevano dalle sue labbra. Il robòt diceva fate così, loro facevano così, il robòt diceva fate cosà, loro faceva cosà, una cosa impressionante, per carità: ma lei ce li vede i nostri ragazzi? Sa che fine farebbe il robòt in una delle nostre classi multietniche con 30 ragazzi scatenati? Intanto i ròbot badanti sono fermi in fila, alle spalle della signora, come grossi aspirapolveri con delle vaghe fattezze umanoidi disegnati da bambini.

Da Vinci

È nato per collaborare con le persone, partiamo da questo presupposto, mi dice la rappresentante, perché i ròbot non possono sostituire gli esseri umani. Da Vinci possiede quattro braccia robuste che terminano in minuscole estremità simili a delle forbicine. Può sbucciare un acino d’uva e poi rimettere la buccia al suo posto suturandola con un filo chirurgico. Può anche fare una barchetta di carta, costruire puzzle, assemblare macchinine giocattolo ma il suo vero lavoro si svolge in sala operatoria: viene usato principalmente nella chirurgia urologica, ad esempio per gli interventi alla prostata, dai chirurghi che lo guidano attraverso una consolle.

Da Vinci surgical arm DEF

La rappresentante mi dà un depliant che sfoglio mentre parliamo. In una pagina intitolata “La sana rivoluzione” ci sono tre immagini. La prima è una foto in bianco e nero di una sala operatoria con decine di chirurghi disordinatamente ammassati intorno al paziente, e questa foto ha la didascalia “ieri”. Poi c’è una foto a colori, ben contrastata, con un ambiente pulito e tranquillo, due chirurghi che usano il robòt Da Vinci e altri due che semplicemente assistono e controllano, e sotto questa foto c’è scritto “oggi”. Nella terza c’è un disegno dove con pochi tratti è rappresentata una sala operatoria vuota, con sole macchine, nessun chirurgo e nemmeno il paziente: c’è un tavolo operatorio vuoto e la scritta “futuro in corso”.

Yumi, Bocelli e la grande orchestrazione umana

Bocelli has a wonderful voice and he is a wonderful, wonderful man. Amazing, aggiunge qualcuno. Ma la vera star della serata non è il tenore Bocelli. È il direttore d’orchestra: Yumi. Yumi è una macchina da palcoscenico. La bacchetta si muove e l’orchestra inizia a suonare. I movimenti sono fluidi, eleganti, armonici. La mano destra, quella della bacchetta, compie delle rotazioni simili a quelle di un vero polso. Quando suonano le prime le note dell’aria “O mio babbino caro” di Puccini vedo uno strumento molto moderno, Yumi, che dirige strumenti rimasti invariati da secoli, come i violini. Per suonare un violino in un’orchestra ci vogliono almeno 10 anni di studio. Yumi ha imparato i movimenti per dirigere pochi minuti di musica in 17 ore di preparazione.

Yumi robot DEF

Yumi però non sente la musica. Se ad esempio un violinista svenisse durante l’esecuzione, Yumi non se ne accorgerebbe e continuerebbe a dirigere l’aria così come l’ha imparata. Se ci fosse un allarme di qualche tipo e il teatro si svuotasse improvvisamente, Yumi resterebbe solo sul palco a dirigere “O mio babbino caro”, nel silenzio assoluto. Se ad esempio scoppiasse un incendio, il teatro si svuoterebbe tra urla di paura e sirene d’allarme, ma Yumi terminerebbe l’esecuzione avvolto dalle fiamme, con l’involucro di plastica che lentamente si scioglierebbe colando sul palco.

Yumi però non sente la musica.

Se l’umanità sparisse di colpo e degli esploratori alieni arrivassero sul pianeta Terra vuoto, disabitato, troverebbe due braccia che compiono strani gesti all’interno di un teatro, al centro di un palco, davanti a decine di sedie vuote. I gesti non sono immediatamente decodificabili, ma si noterebbe una certa ripetitività, schemi, gesti ricorrenti, la regolarità del ritmo: la funzione Puccini / OMioBabbinoCaro dura circa 3 minuti, e l’ordine dei gesti, il ritmo e la durata complessiva, sono diversi dalla funzione Mascagni / IntermezzoCavalleriaRusticana eseguita poco dopo e dalla routine Verdi / LaDonnaÈMobile.

Stasera però non succede nulla: l’umanità non scompare, l’orchestra suona correttamente, il soprano pure, i fotografi scattano tutti la stessa foto tutti nello stesso momento, e dai palchi intorno si affacciano centinaia di smartphone, come quello della giornalista a fianco a me, da cui sto seguendo la scena. Finita l’aria il pubblico applaude, la bacchetta resta ancora un attimo sospesa in alto mentre il pubblico continua a battere le mani, poi Yumi lentamente si ricompone, riportandosi alla posizione iniziale. Fatta la sua parte, e preso l’ennesimo applauso, Yumi viene spento, il carrello viene spostato di nuovo in un angolo, e lì resterà fino alla fine.
 

Hai letto uno dei reportage previsti nel progetto del #73. Dello stesso numero puoi leggere:

– “Quell’autobus chiamato speranza”, il racconto del viaggio sul bus che da Salerno a Genova porta aspiranti infermieri verso un concorso pubblico.
– “Casa dolce fabbrica“, il racconto di una giornata di lavoro domestico, di chi fa la “sbavatura” a mano delle guarnizioni in gomma, sul divano di casa.
– Intervista al professor Donato Antonio Grasso, mirmecologo, scienziato delle formiche.
– “Per una storia della cucina italiana“, la nascita di un’identità nazionale a tavola.
Annadurai e la sua “Amazing Auto”, la storia vera di un risciò dei sogni dentro una graphic novel.