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Grattacieli e resilienza – Storie dall’Isola

04/12/2017
Reportage

A cura di Matilde Quarti

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Quando incontro Armando Forno, tra via Sebenico e via Volturno, nel cuore del quartiere Isola di Milano, c’è il sole tiepido di un autunno atipico. Il ritmo della vita, qui, è sonnacchioso. Pochi freelance cedono il passo ad anziani di ritorno dal panettiere o dalle poste, i ragazzini sono ancora a scuola e la maggior parte dei locali ha la serranda abbassata, apriranno verso le sei, quando il quartiere lentamente cambierà volto, i suoi abitanti torneranno a casa per cena o si attarderanno a bere un bicchiere di vino e verranno poco a poco sostituiti da gente venuta “da fuori”, oltre via Farini e il cavalcavia Bussa, oltre la stazione di Porta Garibaldi.

Deve far impressione, questo cambiamento sociale, al signor Forno, che è nato prima della Seconda guerra mondiale e ha visto l’Isola combattere con la miseria. Ma se cosi è, non lo dice. Alle nostre spalle, dove si affastellano l’uno sull’altro condomini, uffici e hotel, appena prima del grattacielo della Regione Lombardia, negli anni Quaranta c’era la Magna: prati incolti e orticelli che accoglievano le macerie dei bombardamenti del ’43.

Appena prima del grattacielo della Regione Lombardia, negli anni Quaranta c’era la Magna: prati incolti e orticelli che accoglievano le macerie dei bombardamenti del ’43.

“Era un quartiere operaio, non pericoloso come in molti sostengono”, spiega Armando Forno. Un quartiere di proletari che ogni giorno si riversavano nelle grandi fabbriche di via de Castilla: la Brown Boveri, il saponificio Heinemann, la Janecke, che produceva pettini. Un rione di lavoratori, insomma, che si fermavano a bere un bicchiere di vino ai trani, le osterie di quartiere, e in mezzo a cui capitava di trovare qualche ladruncolo di galline. Un rione separato dal centro della città, a sud, dal ponte in ferro che attraversava la ferrovia.

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L’anima di cui parla Forno è la stessa raccontata da Emma Rioli, che raggiungo al telefono perché oggi abita ad Arese. Isolana di nascita e da generazioni, mette a confronto la miseria della guerra con il cuore grande degli abitanti del quartiere. L’Isola che racconta è un’Isola di stenti: bambini terrorizzati dalle bombe, caseggiati popolari con un solo bagno per molti appartamenti posto all’esterno sul ballatoio, pochi fortunati con la stufa che accoglievano le altre famiglie per scaldarsi.

Un universo in cui, prima e dopo la guerra, i bambini giocavano a calcio in mezzo alla strada, o al gioco del mondo nei cortili delle case di ringhiera. Un piccolo mondo antico di appostamenti per vedere il ragazzino più bello del quartiere, che una volta incontrato in chiesa con il vestito buono non era più tanto affascinante. “C’era anche Berlusconi”, racconta ridendo la signora Rioli, ricordando che faceva parte anche lui del gruppo di ragazzini con cui giocava il giorno in cui si era presa una pallonata in faccia. In via Volturno ancora non si vedevano macchine perché gli abitanti del quartiere erano troppo poveri per potersene permettere una.

Un altro ricordo che a Emma Rioli è rimasto più nitido che mai è la scighera, una nebbia così fitta che una volta, quando era piccola, aveva seguito un’altra persona pensando fosse suo padre. Stavano andando al cinema, perché, in quel tempo pre-televisivo, l’Isola di cinema ne vantava ben tre (adesso tutti scomparsi): l’Iris in piazzale Archinto, il cinema Zara in via Garigliano e un terzo in via Farini. “E poi c’erano le proiezioni che Don Eugenio faceva nell’oratorio della Chiesa del Sacro Volto”, ricorda la Rioli.

6_Winter

Sulla grandezza di Don Eugenio Bussa – del cui nome adesso resta un cavalcavia che collega l’Isola ai locali di corso Como – concordano tutti i vecchi abitanti del quartiere. “Insegnava ad avere la forza per combattere la vita”, dice Emma Rioli, “a essere onesti e dignitosi”.

Don Eugenio, della cui memoria si occupa l’omonima associazione di cui Armando Forno è l’appassionato presidente, è ricordato soprattutto per aver sfollato in Val Brembana decine e decine di ragazzi, figli di operai e parrocchiani, e di aver nascosto tra loro bambini ebrei, partigiani, e perseguitati politici ricercati da Wermacht e fascisti.

Anzi, senza dover uscire da Milano, davanti all’oratorio del Sacro Volto, all’angolo tra via Sebenico e via Borsieri, se ne sta uno stanco Ferruccio Parri che al calar della notte scende a fumare una sigaretta, protetto dal favore delle tenebre e degli antifascisti del quartiere.

Gli abitanti dell’Isola, d’altronde, hanno la testa dura di chi è abituato a battersi per le proprie idee. Lo si intuisce guardando il confine sud, dove la ferrovia si inabissa per lasciare spazio al Bosco Verticale di Stefano Boeri, a piazza Gae Aulenti con i suoi grattacieli e a un parco che, una volta finito, dovrebbe unire il palazzo Unicredit a Melchiorre Gioia. Un grosso rettangolo che dagli anni Cinquanta a oggi ha visto susseguirsi piani regolatori e progetti abortiti, luna park e vecchie fabbriche in disuso occupate o demolite.

Quella che si apre è la prima stagione delle nuove lotte: comitati di quartiere e occupazioni scongiurano interventi invasivi e salvano l’Isola.

Se si parla di PRG per le strade dell’Isola, per esempio, chiunque capisce che ci si sta riferendo al Piano Regolatore Generale approvato nel 1953, che avrebbe stravolto il quartiere per trasformarlo in un centro direzionale. Ma le cose sono andate per le lunghe, protraendosi per oltre un decennio. È alla fine degli anni Sessanta, infatti, che viene proposto lo sfratto di ottomila isolani per fare spazio a edifici amministrativi. Quella che si apre è la prima stagione delle nuove lotte: comitati di quartiere e occupazioni scongiurano interventi invasivi e salvano l’Isola. All’inizio degli anni Settanta si può fantasticare una nuova stagione di benessere dalla ruota panoramica dello scalcinato Luna Park delle Varesine, dove sorgerà il nuovo parco.

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Insomma, dalle lapidi in memoria di antifascisti e partigiani, alle lotte contro il PRG, le storie che vengono raccontate in Isola sono spesso di contesa e di riscatto, anche nelle battaglie, come quella degli isolani contro i grattacieli, che sulla carta sono state perse. Per averne la certezza dobbiamo ascoltare Mariette Schiltz, artista lussemburghese arrivata in Isola nel 1997. Quello di cui si è innamorata è stato un quartiere in eterno mutamento, un luogo dalle molte anime, che nei decenni delle contestazioni ha visto le case riempirsi di studenti e di immigrati, oltre ai vecchi abitanti, ovviamente, con i loro bambini che ancora giocavano in strada come nel dopoguerra.

È Mariette che, con il marito Bert Theis e un gruppo di artisti, ha occupato il piano superiore di un vecchio stabile industriale, un tempo parte di un’altra delle grandi fabbriche di De Castilla, la Siemens Electra. Il gruppo era quello di Isola Art Center e lo spazio, qualche anno più tardi, avrebbe invaso le news dei quotidiani locali: si parla della Stecca degli Artigiani. Oggi, uno sgombero e tante demolizioni dopo, passeggiando per via De Castilla si può vedere un edificio cubico con una scalinata che scende nel futuro parco, è la Stecca 2.0, dove si trovano mercatini dell’artigianato e ciclo-officine, ma che della vecchia esperienza ha mantenuto solo il nome.

“È stato un processo molto violento di cancellazione della memoria”, dice Mariette con il suo lieve accento tedesco, riferendosi alla grande piazza sopraelevata e al complesso di grattacieli che si affacciano sulla sua fontana. Un processo violento ma lungo, iniziato nel 2001, quando nel quartiere hanno cominciato a circolare i primi progetti dei grattacieli. È stato quello il momento in cui Mariette e Bert hanno deciso di fondare OUT, l’Ufficio per la Trasformazione Urbana, in cui semplificavano i disegni per renderli alla portata di tutti e far capire i futuri cambiamenti agli abitanti del quartiere.

7_Stecca

È in questo periodo che nascono una serie di gruppi, da Isola Art Center, al comitato di quartiere I Mille, all’associazione dei genitori della scuola Confalonieri. Tutti hanno come obiettivo scongiurare i nuovi lavori e portare delle proposte alternative di miglioramento dell’area. Mariette e Bert invitano artisti da ogni parte del mondo a esporre le loro opere nel quartiere, sono anni di grande fermento culturale, oltre che politico, e l’azione combinata dei gruppi riesce a cambiare alcuni progetti, ma non a impedire che la Stecca venga demolita.

Dai giornali è stata dipinta come un luogo di perdizione, ma in verità la Stecca non ha mai creato nessun disagio agli abitanti del quartiere. Ne è sicura Sandra Hiralal, che ha poco più di trent’anni ed è nata e cresciuta in via Alserio. Il resto è storia passata, difficilmente visibile ad occhi esterni.

Il resto è storia passata, difficilmente visibile ad occhi esterni.

I racconti dell’Isola degli anni Novanta di Sandra non sono però quelli di un luogo idilliaco, ma di un quartiere difficile con forti sacche di malavita. Un quartiere buio, dove tornare a casa con disagio la sera, e dove il principale centro di aggregazione era la Chiesa del Sacro Volto. E poi Bob Caselli, il negozio di fuochi d’artificio all’angolo tra via Dal Verme e via Cola Montano, dove i giorni prima di Capodanno si formavano code lunghe tutto il marciapiede. “Ci sono tornata un paio di anni fa e non c’era nessuno, mi è sembrato assurdo!”, dice con quella che giurerei sia una smorfia di sdegno.

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Mi narra, tra un bicchiere di Valpolicella e un Montepulciano, una leggenda di quartiere, che riguarda un palazzo di via Pollaiuolo, di fronte a quello che oggi è il Wasabi, un locale piccolo piccolo e con un’ottima selezione musicale. Un palazzo, dice, completamente abitato da famiglie filippine, l’unica italiana era quella di un suo compagno di classe. Da un giorno all’altro, però, le famiglie filippine sono scomparse: si mormora sfrattate senza pietà da una perfida Martina Colombari, nuova proprietaria dell’edificio.

Gli unici posti per uscire erano il Frida, storico locale di via Pollaiuolo, e la Pergola. La Pergola, centro sociale alle spalle di piazzale Archinto, occupato nel 1989 e sgomberato e demolito nel 2009, è un altro luogo che per Sandra è stato raccontato male, nonostante fosse perfettamente inserito nel tessuto sociale dell’Isola. E poi il Nord Est, certo, il bar che vicino al Blue Note in via Borsieri faceva (e fa), come recita un graffito vicino all’entrata, “jazz a prezzi popolari”. Il primo locale – aperto al posto di una macelleria – a non essere il solito “baretto” di quartiere. Gli altri locali che Sandra ricorda sono la Nuova Idea, discoteca gay tra via Melchiorre Gioia e la nuova Regione Lombardia, e il Binario Zero, vicino a piazzale Fidia, un bar su più piani dalle atmosfere londinesi. Pochi posti di aggregazione, dunque, e giovani faccendieri che entravano sgommando in oratorio con il Booster d’ordinanza.

Nel centro dell’Isola, alla fine, è tutto molto vicino, l’oratorio è proprio a pochi metri da piazzale Archinto, dove sbuca anche via della Pergola: del vecchio centro sociale non c’è traccia, al suo posto dietro un cancello si vede un condominio moderno, costruito pensando a certe case di ringhiera. In realtà, di ringhiera ha poco: grandi vetrate al posto delle anguste finestre di inizio Novecento, e balconi lussureggianti di piante.

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In piazzale Archinto sta calando la sera, è l’orario dell’aperitivo, la trattoria di Luca, che apre a pranzo, chiuderà tra poco, e la piazza si sta già riempiendo di persone, perlopiù molto giovani, che tireranno tardi nei due bar che restano aperti fino alle due.

“L’età media si è abbassata molto”, mi dice Algiag Gaber guardando fuori dalla vetrina del suo negozio di vestiti, una macchia di colore incastrata in mezzo ai bar. Ha visto, negli ultimi anni, variare chi la frequenta in base ai cambi di gestione dei locali e di prezzo dei cocktail. Algiag si ricorda della piazza, che frequentava già negli anni Novanta: “Qui era una terra di nessuno, si usciva al Frida o in . E comunque arrivarci era difficile, l’Isola era davvero isolata, o prendevi la macchina o dovevi fare il giro della città con la circolare. Dovevi venirci apposta, non ci capitavi per caso”.

Algiag vede gli effetti del rinnovamento del quartiere dalla clientela dei bar: prima c’erano sempre le stesse persone, giorno dopo giorno, ognuna con i suoi orari e le sue idiosincrasie. Adesso c’è un via vai continuo, ma nonostante questo la piazza, per Algiag, continua ad essere una sorta di terra nessuno, anche se in un senso differente da prima.

Il ricambio di abitanti degli ultimi cinque anni e l’improvviso afflusso di “gente da fuori” non ha permesso il ricostituirsi di un’unica anima di quartiere. Ci sono le mamme della scuola di via Dal Verme, che fanno giocare i bambini in piazza tutto il pomeriggio, ci sono i vecchi isolani e i nuovi trenta-quarantenni appena trasferiti, ci sono i commercianti e i ristoratori, ci sono gli ex dai centri sociali e ci sono quelli che vengono solo per mangiare e bere e poi scappano via. “Tutti vogliono venire a vivere in Isola perché è come stare in un paesino, però poi ognuno si fa i fatti suoi e non c’è cura”.

“Tutti vogliono venire a vivere in Isola perché è come stare in un paesino, però poi ognuno si fa i fatti suoi e non c’è cura.”

Saluto Algiag, che si pronuncia con entrambe le g dolci, e la lascio chiudere il negozio, che si è fatto tardi: fuori l’atmosfera è decisamente cambiata. Dalla metropolitana ai ristoranti di via Borsieri è tutto un cercarsi, un brulicare, se ci fosse l’acqua saremmo sui Navigli.

Al bar Bah, in via Porro Lambertenghi, un paio di mamme si attardano per uno spritz e una coppia più giovane ride con la cameriera al bancone. Più avanti, al Carrefour, c’è ancora coda alle casse: single e coppie giovani, ma anche qualche anziano.

L’Isola, d’altronde, è così: un quartiere stratificato e resiliente, un quartiere che non rinasce mai ma si evolve sempre. Immaginando di guardare il quartiere dall’alto di uno dei nuovi grattacieli si possono intuire tutte le anime dell’Isola: gli antifascisti nascosti nelle cantine del patronato e i bambini trasportati fuori Milano nei camion delle balle di cotone; la banda del bandito Ezio Barbieri, che nel ’45 scappava nel dedalo di cortili delle case di ringhiera e i delinquentelli in motorino degli anni Novanta; gli occupanti del convento delle Suore d’Egitto che si oppongono al PRG e gli artisti che cercano di recuperare le loro opere prima della demolizione della Stecca; la signora che con un carrello della spesa carico di semi nutre tutti i piccioni di piazzale Archinto e la nebbia, che ancora scende, anche in mancanza di cinema.
 

*Tutte le fotografie sono tratte dal libro “Fight Specific Isola”, Isola Art Center, Archive Books, Berlino.