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I dottori dicono che sono un fenomeno – Giorgio Michetti, 105 anni

Persone

A cura di Nicola Feninno

Fotografie di Sergio Fortuna

Giorgio Michetti pittore

«Il clima di Viareggio è notato tra i più salubri. Qui infatti non sentiamo l’eccessivo freddo come in qualche altra città della Toscana, né il caldo soffocante dei luoghi poco ventilati. […] E dove si trova, se non qui, un numero assai grande di longevi non gravati in generale dalle tante afflizioni che accompagnano quasi sempre l’età cadente? Tu incontrerai infatti vecchi sani come lasche, allegri, e spesso anche in grado di lavorare nella tarda decrepitezza.»

(Guida manuale di Viareggio e dintorni, pubblicata nel 1893 da Claudio Michetti, nonno di Giorgio, di cui vi parliamo nelle prossime pagine)

I – PRESENTAZIONI

Bergamo. Via Bono 43. Riunione di redazione.
Irrompe un redattore.
Ci racconta di un quadro, l’ha trovato quasi per caso. La firma è ben leggibile: “G. Michetti.”

Veloce ricerca su Google. Primo risultato, Wikipedia: “Giorgio Michetti (Viareggio, 7 dicembre 1912) è un pittore italiano”.
Nessuna data di morte.
Raffiniamo la ricerca: un catalogo delle sue opere acquistabile su ibs, qualche segnalazione di mostre, un paio di tesi sui suoi affreschi, articoli di giornale su Giorgio Michetti che festeggia i suoi 103 anni – sì, è ancora vivo – un video di Youtube in cui lo si vede sfrecciare in bicicletta – è vivo e in forma – una pagina Facebook “dove insegna come disegnare senza saper disegnare”.

Decidiamo di partire per Viareggio.

C’è un amico che ha un birrificio lì. L’amico del birrificio è amico di Alberto, che è un professore di storia dell’arte: Giorgio Michetti lo conosce molto bene, ce lo può presentare.
Bussiamo. Entriamo nel suo studio.
In tre vasetti da omogenizzato per bebè ci sono i tre colori primari: il giallo, il rosso e il blu. Più il bianco in un altro vasetto. Stanno appoggiati su un cavalletto.
Questo è il suo metodo di lavoro:
«Mi preparo il telaio da solo. Ho qualcosa nella mente, ma di informe, confuso. Butto giù dei colori. E poi vado a cercare il quadro. Insomma: parto con un quadro astratto e finisco con uno figurativo. È divertente, no?»

Franca¹: «Che hai litigato con Picasso gliel’hai detto?»

1: Franca è un’amica di Giorgio, è una fotografa.

II – GIORGIO E I PRIGIONIERI AUSTRIACI

Giorgio è seduto alla sua scrivania. Ci invita a sederci di fronte a lui. Alle nostre spalle c’è un quadro, si riconosce la sua firma e la data poco sotto: 2015. È l’ultimo quadro che ha realizzato: ha provato a disegnare il suo primo ricordo nitido. Decidiamo di iniziare la nostra conversazione da lì.

palazzo paolina bonaparte viareggio piazza shelleyPalazzo Paolina Bonaparte

«Quando andava a fare il bagno, Paolina Bonaparte usciva nuda, e tutti i viareggini a dirsi oh, sta uscendo la Paolina, va a farsi il bagno! E correvano tutti lì; almeno, così si racconta, io mica c’ero!¹ Comunque la villa di Paolina aveva un grande giardino, cinto da un muro. Durante la prima guerra mondiale era diventato un campo di prigionia per i soldati austriaci. Era il 1917, io avevo 5 anni: è il primo ricordo che ho, ed è l’ultimo quadro che ho dipinto, qualche mese fa.

Si viveva nella strada, noi bambini, perché non c’erano le macchine, la strada era nostra, era il nostro mondo.

Giocavamo dalla mattina alla sera. I prigionieri si arrampicavano sul muro della villa, si affacciavano, si mettevano a cavalcioni e giocavano con noi: era già 3 anni che eravamo in guerra, già c’era sentore che stava per finire, non avevano convenienza a scappare.
La nonna mi diceva: portagli qualcosa da mangiare a quei poveretti. Si presumeva che non fossero trattati poi mica tanto bene. E questa è la storia del quadro. Tra i bambini che ho dipinto, ce n’è uno che non sta facendo proprio niente è seduto da una parte; quello che si è distratto da tutto, io sarei quello lì, sono assente anche alle piccole cose che succedevano dietro le mie spalle. Poi se vi devo raccontare tutta la guerra non la finiamo più: è stata lunga e brutta, la prima guerra mondiale. La seconda fu più brutta. Quando arriverà la terza qui dentro non ci rimane più nessuno!»

1: Paolina Bonaparte (1780-1825) era sorella di Napoleone. La villa di Viareggio fu il suo luogo di ritiro dopo la morte del fratello e venne edificata nel punto in cui – secondo la leggenda – il mare restituì il corpo di Shelley, il poeta, morto a Viareggio in seguito a un naufragio.

III – UN FENOMENO

Giorgio Michetti nasce a Viareggio il 7 dicembre 1912.
Quell’anno, il 15 aprile, il Titanic è affondato. Giovanni Giolitti è presidente del Consiglio dei Ministri per la quarta volta.

Il padre di Giorgio, Ulisse, è un farmacista. Il primo lavoro di Giorgio, è un lavoro di grafica. Committente: il padre, appunto. Lui aveva 12 anni. Si trattava di riprodurre sull’etichetta dell’acqua antisterica¹ un santino della Madonna dei Sette Dolori, adoratissima dai viareggini.

La madre di Giorgio si occupa di lui e dei suoi sei fratelli: Mario, Anna, Umberto, Iolanda detta Lola, Vittorio e Pia. Giorgio frequenta le elementari e le medie a Viareggio. I suoi ricordi di questo periodo riguardano soprattutto le estati: uno dei passatempi preferiti dei ragazzini di Viareggio era fissare l’orizzonte; appena si scorgeva un veliero di ritorno da un lungo viaggio ci si tuffava in acqua, gli si andava incontro a nuoto. Arrivati sotto murata i marinai li facevano salire a bordo: ed era una festa, il primo saluto della loro terra. Poi i ragazzini salivano le scalette del sartiame, raggiungevano i pennoni e si esibivano in tuffi da 10/15 metri.

Il 1929 è l’anno della prima mostra di Giorgio, a Castiglioncello (questa ve la raccontiamo dopo). E anche l’anno del suo primo amore, Bice, e della prima volta che ha fatto l’amore – ma non con Bice – a Bologna, con la figlia della padrona della pensione universitaria dove alloggiava il fratello Mario.
Il 1931 è l’anno che Giorgio ricorda come l’ultimo della sua giovinezza felice. Muore il padre. La farmacia, dopo poche settimane, viene assegnata per concorso. Tutta la famiglia si sposta sul lago di Garda, a casa del fratello Mario che lì ha ottenuto un posto come medico. Qualche mese dopo Giorgio è a Moncalieri, Torino, per frequentare la scuola per giovani ufficiali. Si distinguerà per la sua abilità nel realizzare caricature; prezzo: tre sigarette a caricatura.

Finita la scuola, Giorgio viene assegnato al V Reggimento Fanteria, di stanza a Pistoia. Parte, con tanto di nuova uniforme. Arriva alla stazione di Pistoia. Gli si fa incontro un Sergente Maggiore. Cambio di programma: l’Italia ha dichiarato guerra all’impero d’Etiopia.² Si parte per l’Africa, in assetto da guerra. Giorgio torna con una decorazione al valor militare:

Il sottotenente 83esimo Reggimento Fanteria, Giorgio Michetti, fu Ulisse, da Viareggio (Lucca). Comandante di plotone fucilieri in posizione, fatto bersaglio in modo speciale dal nemico che tentava un aggiramento, con sommo sprezzo della vita si esponeva per seguirne le mosse e dirigeva il fuoco del suo reparto sventandone l’intenzione. Esempio non comune di spirito di sacrificio.
Selaclacà 29 febbraio 1936 – XIV

È il 1936 quando torna a Peschiera. Gli piace dipingere sul lungolago. Ma ha bisogno di soldi: trova impiego presso i depositi del genio militare. Diventa protocollista. Noia e riluttanza agli orari e all’ambiente chiuso. Poi diventa disegnatore meccanico. Noia e riluttanza agli orari e all’ambiente chiuso, che cerca di combattere facendosi mandare spesso in trasferta di lavoro.

Nel 1938 viene mandato ad Aidussina, uno dei primi paesi della Slovenia: c’è da collaudare una grossa partita di tavole d’abete dello stabilimento Rizzatto. Liliana è la figlia del proprietario. Lui s’innamora di lei. Lei ricambia. E diventerà sua moglie: ma questo accadrà 25 anni dopo; in mezzo c’è un litigio furibondo, Giorgio che decide di partire di nuovo per l’Africa, questa volta da civile, e prima di partire decide di promettersi in sposo a Laura, una ragazza di Viareggio. In mezzo c’è Giorgio che dall’Africa scrive ancora una volta a Liliana e lei che le risponde: “Mi sono fidanzata e mi sposerò a settembre”. Lui torna e si sposa con Laura, hanno una figlia, Maria Franca, che nasce il 10 giugno 1942. Poi nasce anche Claudio, dopo l’armistizio del 1943, mentre Laura e Giorgio sono rifugiati tra i monti di Camaiore. Lui disegna Pinocchio (anche questa ve la raccontiamo dopo) e fa qualche soldo verniciando persiane. Poi la guerra finisce e durante la ricostruzione si mette a disegnare insegne, poi insegne al neon, poi arredamenti, sono gli anni del boom, la moglie apre una boutique, lui la aiuta disegnando modelli di abiti, hanno la terza figlia, Simonetta. Poi Laura si ammala, un tumore al seno. Muore nell’agosto del 1960.

Giorgio raccoglie il suo ultimo respiro nella camera da letto, le chiude gli occhi, chiama i figli, riesce soltanto a dire: “Salite. La mamma è morta.”

bagni balena viareggioBagni Balena, Viareggio

Pochi mesi dopo Liliana è a Prato; non si vedono da quel 1938; lei lo chiama; lui le racconta la storia di quegli anni. Prendono due appartamenti sullo stesso pianerottolo. Si innamorano di nuovo. Decidono di trasferirsi a Milano. Si sposano il 5 dicembre 1963. Hanno pochi soldi. Il loro viaggio di nozze è una gita a Viareggio: devono consegnare 3500 cartoncini pubblicitari alla concessionaria FIAT. Giorgio inizia a dedicarsi unicamente alla pittura a partire dal 1965. Arrivano i primi riconoscimenti importanti. Liliana è un’agente formidabile. La loro casa si trasforma in uno studio. Lui espone in tutta Italia, in Germania, in Francia. In Svizzera ha particolare successo e apre uno studio anche a Lugano. Nell ’89 Liliana si ammala, un tumore. Giorgio annota:

Mentre scrivo queste annotazioni sulla mia esistenza Liliana è nell’altra stanza, ammalata; è nel suo letto, pallida in volto, respira con difficoltà. Saprò presto della gravità del suo male, subdolo, inesorabile, orribile, disumano.
È la fine per lei e per me. Liliana se n’è andata; e anch’io mi sento morire.
Che senso ha tutto questo?
A che serve vivere ancora?
La mia storia finisce qui.
Le lacrime, il dolore, la solitudine non si raccontano.

La nota risale al 24 luglio 1990.
Venticinque anni fa.

1: Rimedio, non modernamente scientifico, contro l’isteria.
2: L’imperatore d’Etiopia, al tempo, era Hailé Selassié, considerato dagli aderenti al rastafarianesimo come Nuovo Messia e seconda incarnazione di Gesù.

IV – GIORGIO E PICASSO

«Quando vivevo a Milano andavo spesso a Parigi in macchina – avevo degli amici lì – ma non sempre pigliavo la via più breve. Ero anche membro della Società dell’Anisette: un liquore fatto con l’anice. L’associazione faceva opere di beneficienza in giro per il mondo, non so se esiste ancora. Fu una bella cerimonia d’investitura. Ti piazzano lì in piedi su un palchetto. Viene il capo. Accanto al capo c’è un cameriere con un vassoio e sopra un bicchiere di anisette. Te lo devi bere d’un fiato e dire una frase, non mi ricordo, una cosa tipo “buonissimo!”. Quella volta invece dovevo andare a un’investitura al Teatro des Invalides, mi avevano nominato membro dell’Academie des Arts, Sciences et Lettres. Una bella cerimonia, ma meno divertente.
Ero con Liliana e ci siamo detti: ce la prendiamo comoda, facciamo la costa Azzurra, poi pian piano saliamo su. Bene.

Vediamo un bel castello, parcheggiamo per fare una sosta. Era aperto. Ci affacciamo. E chi ci troviamo dentro? Picasso!

In quegli anni – doveva essere il 1971 o il 1972 – lui viveva in Costa Azzurra e spesso prendeva possesso di alcuni castelli per dipingere. Chiediamo: “È permesso, maestro?” Lui mi fa un segno come a dire: venite avanti. Io gli stringo la mano e mi presento, mi sembrava doveroso: “È un piacere conoscerla, sono un pittore anch’io.”
E lui mi risponde: “Je m’en fout.”¹
Guardo Liliana: e questo chi si crede d’essere!
Mi faccio un giro per il castello, guardo un po’ le sue cose e poi lo saluto: “Au revoir! Moi aussi je m’en fout!”²
E Liliana: “Ma cosa ti metti a dire?”. E io: “Abbi pazienza, chi è? È Picasso, è un uomo come me, no?” Pareva che fosse il padreterno, invece era Picasso.»

1: “Me ne fotto.”
2: “Arrivederci. Anch’io me ne fotto!”

V – GIORGIO E LE PULCI PENETRANTI

Dopo la guerra in Abissinia, sono tornato in Africa da civile. Avevamo pochi soldi in famiglia, e c’era mia madre da aiutare. Così un giorno mio fratello Mario mi propone di tornare in Etiopia. Pareva che fosse l’America, che ci fossero miniere, petrolio. Invece non c’era niente. Stavamo alle sorgenti del Nilo Azzurro. Vivevamo nelle capanne, eravamo una ventina di italiani a pochi passi da un villaggio di tremila negri¹: se ci avessero voluto fare la festa, ci avrebbero impiegato un attimo. Invece si stava volentieri insieme.
Il problema erano le pulci penetranti, loro le chiamavano chigoe. Entravano dalle piante dei piedi, passavano attraverso le calzature, e poi iniziavano a lavorare dentro, a mettere le uova e provocavano delle ulcere terribili, che riuscivano a risalire fino alle ginocchia. Ho visto delle cose terribili! Così la sera ci si faceva aiutare da uno del posto, che con una spilla e un ago ti tirava via ’ste pulci.

Quando decisi di tornare in Italia – ero stanco, non ce la facevo più – feci prenotare l’aereo che mi portava sulla costa, ad Assab, dove c’era una nave che partiva per Napoli. Mi dissi: quasi quasi una pulce me la porto a casa, così la faccio vedere agli amici! Quindi, quella sera niente spulciamento. La mattina arrivo ad Assab, salgo sul piroscafo, ma dopo 2 o 3 giorni non sento più prurito. Porca miseria! Vado in infermeria. Dico: “Senta io devo avere qualche cosa” – non volevo dirgli della cretinata che stavo facendo – “forse qualche pulce sotto il piede, sa inavvertitamente, nella fretta di partire”. Allora l’infermiere: “Sì, effettivamente… Però è morta”. No! Io volevo portare la pulce, sarebbe stata una cosa eccezionale. Forse se partivo con l’aereo ce la facevo, ma non c’era ancora la linea aerea. Sai, sono quelle fesserie che si fanno da giovani.»

1: Non è razzismo. Normalmente, uno nato nel 1912 dice “negri” e non “neri”.

VI – GIORGIO E PIRANDELLO

bagnante spiaggia viareggioBagnante sulla spiaggia di Viareggio

Tutto merito della mia avversione per la matematica!
Era l’estate del 1929, avevo 17 anni e frequentavo il liceo artistico a Roma, quell’anno scolastico era appena finito: ero stato rimandato in matematica. Se non passavo l’esame a ottobre, significava bocciatura.
Così mio padre mi spedì in punizione a Castiglioncello, da mio zio Guglielmo, che aveva anche lui una farmacia. Il paese era piccolo, niente Viareggio d’estate, niente amici; in cambio un insegnante di matematica, che era un ingegnere della Solvay di Rosignano.¹ Tutto perfetto, per mio padre; una tragedia per me, pensavo. Invece andò diversamente: il mare era bellissimo, c’era una costa a conca che scendeva fino alla Caletta, con la spiaggia di sassolini e i gabbiani. Diventò il mio luogo preferito per dipingere, e dipingevo tutti i giorni, m’intestardivo, era difficile restituire quell’aria, quel mare, quell’atmosfera con la materia densa del colore. Trovai anche una ragazza: si chiamava Bice e fu il mio primo amore. E fu a Castiglioncello, quell’estate, che feci la mia prima mostra.

Merito di mio zio: gli misero a disposizione la Casa del Fascio. Io restavo lì seduto in un angolino tutto il giorno: era la prima volta che facevo una mostra, e avevo una paura matta dei giudizi.

Un giorno si avvicina questo ometto col pizzo, mi guarda e mi fa: “Dov’è il pittore?”. Sono io. “Non è possibile” dice “questa è una pittura da grandi!”.

E se ne va, così, col suo seguito di sette o otto persone. Era Pirandello, capitava che girasse in quelle zone d’estate.
Fu la critica più breve e più importante della mia vita.

1: La Solvay è un’industria chimica. Nel 1917 Ernest Solvay acquistò dei terreni nel comune di Rosignano, fondando una fabbrica e una città giardino per i suoi operai: Rosignano Solvay. Il litorale di Rosignano è oggi noto per le sue spiagge bianche. Sembra un paradiso tropicale: invece è tra i 15 siti più inquinati del Mediterraneo. Il bianco deriva dagli scarichi di carbonato di calcio della Solvay.

VII – GIORGIO, I NAZISTI E PINOCCHIO

«Nel 1943 fui richiamato alle armi, ero un ufficiale e l’8 settembre ero di servizio alla stazione Radio di Coltano. Giunse la notizia dell’armistizio, io ero lì col mio plotone e un maresciallo dei carabinieri. Nel giro di un minuto ci eravamo trasformati da alleati a nemici dei tedeschi, con la differenze che noi eravamo un esercito di poveretti, armati malissimo e loro – i tedeschi – erano una corazzata che imperversava dalla Sicilia alle Alpi.
Ci misero 5 ore ad arrivare anche lì, a Coltano. Però io lo venni a sapere prima. Dissi ai miei: “Ragazzi, lasciate tutte le armi qui per terra, mettetevi più in borghese che potete e andatevene a casa”. Io nascosi una bicicletta in un cespuglio, mi misi in borghese anch’io e rimasi col maresciallo ad aspettare i tedeschi. Che non tardarono: sbucarono 5 o 6 camionette. Loro scendono tutti armatissimi, con i mitragliatori spianati e i fucili. Sembrava che andassero all’assalto di uno stato: ma c’eravamo solo io e il maresciallo dei carabinieri. Arriva il tenente, urla: “Dove sono i soldati?” E il maresciallo gli risponde: “Se ne sono andati e hanno lasciato qua le armi”. Poi mi vede seduto da una parte, coi calzoncini corti.
“E questo qui chi è?”
“No un mio amico che è passato a trovarmi.”
“Via! Via!”
Oh, mi ha cacciato via! Non me lo feci ripetere due volte: presi la bicicletta e tornai a casa. Ero salvo! Ma Viareggio era stata sfollata d’autorità dai tedeschi, avevano minato tutta la spiaggia, perché pensavano che gli americani sarebbero sbarcati lì. Ho preso mia moglie Laura, e mio figlio, e abbiamo iniziato a vivere scappando qua e là. Mi ero portato una scatolina piccola, con degli acquerelli e un pennello. Un contadino mi ha regalato della carta da lettere. E una notte mi è venuto in mente di illustrare Pinocchio su quelle carte, per passare il tempo.»

VIII – GIORGIO E LA BARCA A VELA

«Quando lavoravo per il genio militare a Peschiera – era il ’41– capitava di fare la scorta sui treni che trasportavano materiale bellico. Mi capita un trasporto a Taranto. Dico al comandante: “Posso andare io?” “Sì sì”. Per lui era indifferente, bastava che ci andasse qualcuno. A Taranto c’erano i Cantiere Tosi, facevano gli scafi per i sommergibili. Mi dissi: quasi quasi mi presento che mi piacerebbe trovare lavoro qua!
“Che studi ha fatto?”, mi dicono lì ai Cantieri
“Liceo artistico.”
“Non c’è posto per lei!”
“Mi metta alla prova no?”
Arriva il capotecnico, mi mette davanti un bullone e io lo riproduco alla perfezione, con tanto di misure. Mi assumono come disegnatore meccanico, ma mi facevano fare di tutto. C’era una manifestazione contro gli inglesi? E loro “Michetti, mi faccia un cartello contro gli inglesi!”, e poi vignette, volantini…di tutto.
Ma a me soprattutto piaceva la barca a vela. Il cantiere aveva un circolo ricreativo sul mare, poco distante: una meraviglia. Non ci andava mai nessuno, perché era pericoloso: Taranto era un obiettivo importante e tutti i giorni era sotto bombardamento. Un giorno non avevo nessuna voglia di lavorare, allora vado dal direttore del cantiere: “Senta ingegnere non mi chiami oggi perché sono occupato agli scali”. Vado dall’ingegnere degli scali: “Senta, non mi chiami perché sono dal direttore”. Poi dal capo tecnico, uguale: “Guardi non ci sono oggi, sono dall’ingegnere capo, è una cosa riservata”.

Così sono libero, vado al circolo, piglio una barca a vela e inizio a veleggiare sotto i bombardamenti. Non ho mai pensato alla morte, nemmeno in Africa: comandavo un plotone e mi sono morti una ventina di ragazzi intorno, nella battaglia di Selaclacà. Ma io dirigevo il traffico del combattimento, così, mi sembrava di sfilare tra un proiettile e l’altro.»

IX – SALUTI

Lo studio di Giorgio è in via San Francesco 76. Se si cammina per 300 metri si raggiunge piazza Manzoni. C’è un parcheggio, ma oggi è vuoto. C’è la banda, c’è il sindaco di Viareggio. C’è un platano, recintato da un nastro tricolore. Discorso del sindaco che ringrazia tutti.

C’era già un platano, qui, un tempo. In questa piazza s’incontravano i giovani marinai in attesa d’imbarco. E c’erano le ragazze che rammendavano le vele, si chiamavano velaie. I marinai prima di partire, incastravano ramoscelli di mirto nelle fessure della corteccia del platano. Al ritorno, se si era fortunati, si ritrovava la propria amata sul molo con un ramoscello di mirto. Una promessa d’amore. Poi il platano l’hanno tagliato. Oggi ce n’è uno nuovo. Il sindaco taglia il nastro e svela una targa:

piazza manzoni viareggio platanoPlatano in piazza Manzoni, Viareggio

Agli amori nati in questa piazza / Al mirto lasciato in pegno e conservato con cura. / A quei marinai che intrepidi sfidavano le onde e / alle giovani donne che con coraggio li aspettavano sul molo. / A Viareggio: alla sua storia.

Padre Elzeario, del convento di Sant’Antonio, benedice la piazza. Dopo poche ore il platano al centro del parcheggio è circondato dall’abbraccio delle automobili in sosta.

Prima di andarcene dallo studio di Giorgio gli abbiamo fatto un’ultima domanda. Qual è la cosa più bella che hai fatto nella vita?

«Che domanda che mi ha fatto! E qual è la roba più bella che ho fatto io? Non so. Come faccio a sapere qual è la cosa più bella che ho fatto. Non saprei. Dovrei pensarci una notte intera. Ci penso questa notte, poi domani mattina prima che partite ve lo dico.»