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La geometria del vento

27/11/2017
Persone

A cura di Giulia Callino

Flaminio Fracaroli è un geometra, aliantista e inventore dilettante di Montecchio Maggiore, Vicenza. Ha 77 anni. Ha brevettato una pala eolica ad uso domestico per ridurre consumi ed emissioni. Un modello unico al mondo, posizionato sul tetto della sua villetta. Siamo andati a trovarlo, per farci raccontare la geometria del vento.

Equazioni dell’aria

Aliante arcobaleno circolare Fracaroli

Quando cerco di contattare Flaminio Fracaroli per proporgli di incontrarci, al telefono mi risponde una voce di donna. Non sembra molto convinta della mia richiesta, ma mi passa il marito. “Parlo con il signor Fracaroli?”, “Fracaroli Flaminio”. Ascolta brevemente le mie domande, poi mi conferma quanto gli chiedo: la pala eolica a uso domestico che ha inventato e costruito personalmente è sul tetto di casa sua. In questo momento sta girando. Aggiunge però che non è ancora collegata all’elettricità e quindi lui non sa quanta energia possa produrre. Non è una storia conclusa, è meglio sentirci fra alcuni mesi. Mi lascia comunque una mail. Gli scrivo appena chiusa la chiamata, lasciando anche il mio numero di cellulare. Qualche ora dopo, ricevo via WhatsApp una fotografia, il numero è sconosciuto. “Rara fotografia di un arcobaleno circolare formatosi su nube cumiliforme in formazione a metri 5200 sopra Val d’Ultimo, vicino a Merano, a 18 gradi sotto zero, in novembre del 2015, ripresa dall’aliante che pilotavamo. È visibile l’ombra dell’aliante al centro dell’arcobaleno – Esso arcobaleno con l’ombra giustamente si spostava man mano che noi ci spostavamo. È stato bellissimo – Sono Flaminio Fracaroli”.

“Esso arcobaleno con l’ombra giustamente si spostava man mano che noi ci spostavamo. È stato bellissimo – Sono Flaminio Fracaroli.”

Incontro Fracaroli a casa sua il lunedì successivo, nell’area industriale di Montecchio Maggiore, provincia di Vicenza. L’abitazione si individua facilmente già da alcune centinaia di metri: la sua girandola di turbine e lamiera rotea silenziosamente sul tetto, anche se non si sente un alito di vento. È una bella giornata. Per strada non c’è nessuno a parte qualche raro furgone, che scompare rapido fra capannoni e piccole rotonde, in un paesaggio dai pensieri asfaltati.

“Questa è un’area artigianale. E si sta da papi. Perché sinceramente al sabato e alla domenica c’è un silenzio di tomba. C’è qualche camion che passa, ma a bassa velocità, perché devono caricare e scaricare. Perciò, praticamente, è un’area tranquilla”.

Fracaroli mi accoglie nell’ampio studio al piano terra di una villetta su più piani attigua all’ennesimo capannone, in questo caso il suo. Contro il muro, vicino alla finestra, un armadio a vetri in legno raccoglie i volumi di varie enciclopedie. Su una scrivania, un modellino dell’Amerigo Vespucci apre la rotta a una serie di coppe dorate.

“Una minima parte. Mio figlio è stato due volte campione mondiale di kick boxing”. Lo spiega orgoglioso, sorridendo nei piccoli occhi azzurri. “Questo è l’ufficio del mio bisnonno. Io abito all’ultimo piano. Adesso c’è mio figlio, dal 2013 ho sospeso la mia attività e ho passato tutto a lui. Ho sempre fatto acquedotti, gasdotti e fognature. Deve sapere che io ho anche un vizio, l’unico forse: quello di volare con l’aliante. Dopo aver preso il brevetto a Vicenza sono andato a Bolzano, dal ’92 volo sempre lì. Ho volato anche ieri, tanto per darle un’idea”.

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Le parole di Flaminio cominciano a spostarsi nel campo della geometria, mentre mi introduce gradualmente alla sua invenzione. Parte dal volo, quasi sempre in solitaria fino allo scorso anno, ora – a settantasette anni – diventato di coppia “perché mi piace volare con quelli più esperti di me”. Accompagna con le mani quello che menziona, disegnandone i confini con gesti garbati e precisi.

Il luogo dove gli venne l’idea di sviluppare una pala eolica in grado di generare energia sufficiente per i consumi domestici fu al raccordo d’uscita da Trento Nord, dopo aver bevuto un caffè al punto di ristoro.

“Per uscire c’era una turbina eolica ad asse verticale. Un bel diametro, sei o sette metri. E girava anche velocemente. Sono stato lì ad ammirarla. Ma la volta successiva l’ho vista ferma. Allungando gli occhi, ho visto che le pale erano fisse, saldate ai bracci che le sostenevano. Se fossero state in grado di orientarsi secondo la direzione del vento, il rendimento sarebbe stato senz’altro migliore. Nel corso della mia vita da imprenditore, ho sempre guardato di produrre il massimo con la minor fatica. Ho fatto il manovale, l’escavatorista, il saldatore, avevo la patente da camion. E ho sempre studiato come migliorare le attrezzature acquistate. Ho registrato tre brevetti, questo qui sarebbe il quarto”.

Chiedo a Flaminio se anche le altre invenzioni abbiano a che vedere con la passione per il vento. La parola passione sembra confonderlo. Riconosce che gli piace volare. I suoi primi voli furono da autodidatta, a bordo di aerei fatti in casa, ma la spinta propulsiva si trova da un’altra parte.

“È chiedersi il perché delle cose. Trovare giustificazioni sul motivo per cui avvengono e andarci a fondo. È un’educazione che ho avuto ancora da mio padre. Il giorno in cui non si impara niente è un giorno perso: è il suo basilare, me l’ha sempre detto. Ho sviluppato un taglia-asfalto automatico che mi ha permesso di pagare il capannone soltanto con i noleggi ai terzi. E con un brevetto di rulli, producevo il doppio di quello che producevano i miei concorrenti. Ho sempre verificato il come, il perché, il quando delle cose. E così, andando a volare mi sono chiesto: ma perché quelle pale non possono orientarsi secondo il vento?”.

“È un’educazione che ho avuto ancora da mio padre. Il giorno in cui non si impara niente è un giorno perso: è il suo basilare, me l’ha sempre detto.”

La domanda diventa l’equazione che Flaminio prova a risolvere non appena va in pensione: “Al tempo dovevo sostenere la famiglia. Dal 2013 ho avuto il tempo di mettermi davanti al computer e disegnare. E sono riuscito a trovare un sistema meccanico che permette che le pale siano sempre rivolte in direzione del vento, orientando un certo piatto. Ci vuole un motore e c’è un sensore, una banderuola che si muove e comunica per via elettronica al motore da che parte arriva il vento, così da posizionare il piatto sempre nella maniera esatta. Senta, non riesco a spiegarmi senza disegni. Saliamo in salotto, vorrei farle vedere la tecnica”.

In caso di incontro col vento

Quattro anni fa, Flaminio è stato operato al femore. Percorriamo le quattro rampe di scale con regolarità e cautela. A parte un paio di scarponi fuori dalla porta, sembra una tromba delle scale condominiale, destinata al passaggio di molte persone.

L’appartamento ha un ampio ingresso, a casa non c’è nessuno. Flaminio mi invita ad accomodarmi ad un grosso tavolo e scompare in un secondo ufficetto, dove non mi fa entrare per via del disordine. Torna poco dopo con un raccoglitore ricolmo di fogli stampati a computer.

“Questa è un’assonometria. Si parte dal concetto di schizzo, dando delle misure ipotetiche, per arrivare al tridimensionale, così i vari oggetti vengono verificati. Per esempio, perni che devono passare in certi fori e devono avere un certo gioco. A quel punto, si può partire in bidimensionale con pianta, prospetto, vista laterale. E se devo far vedere il mio progetto a qualcuno, glielo mostro tutto che si muove”.

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Dal suo pensionamento a oggi, Fracaroli ha ridisegnato il suo progetto cinque volte. Dalla cartella spuntano tantissimi disegni, sezioni come radiografie di un corpo immaginato al software AutoCAD. Quando gli chiedo se li abbia realizzati lui, restituisce una risposta ponderata: “È la scuola che ci ha insegnato bene come si disegna”.

Ma la risposta è sì, a settantasette anni si è avvicinato al programma da autodidatta e ha imparato a usarlo da solo, trovando nel mouse il suo nuovo parallelografo. Il geometra del vento si prepara a illustrarmi il funzionamento della sua invenzione: “Ho pensato a un sistema che orienti al massimo la pala rispetto alla provenienza del vento, permettendo di partire a una minor velocità, due metri e mezzo circa al secondo. Mi segua. Oggi ne impara di nuove”.

Fracaroli comincia a descrivere tutti i possibili casi di incontro fra il vento e una pala fissa: la fuga dell’aria a destra e sinistra quando incontra la pala a novanta gradi, l’ipotesi di controvento sfavorevole che lo porta a immaginare l’incontro di forze orarie e antiorarie come una somma algebrica, alla ricerca della formula che ne massimizzi il rendimento. Con una mano simula le pale, con l’altra insiste sul foglio come a mimare una corrente, mentre angoli retti e assi verticali prendono vita nelle sue dita in corsa fra parabole ed ellissi dei disegni. Ha tutto molto chiaro, lo descrive senza sosta e, a un certo punto, deve interrompersi e fare un sospiro rumoroso, perché si accorge che non sta più respirando. Mi rivolge un’occhiata veloce e apre un piccolo sorriso che chiede pazienza.

“Con la mia invenzione, se do un errore di novanta gradi al piano di orientamento, in tutti i casi il vento trova le pale simmetriche e la turbina non gira né a destra né a sinistra. Lo posso frenare, proprio nel momento in cui invece le altre pale devono bloccarsi, perché la forza centrifuga esagerata potrebbe rompere tutto. Mentre io, regolando questo sfasamento, posso prendere ugualmente la velocità che mi serve per attivare il generatore. Regolando il rendimento della mia turbina, posso gestire il vento”.

“Mi segua. Oggi ne impara di nuove.”

Si sente un rumore di chiave nella toppa e nella stanza entra Ivana, la moglie di Flaminio, accompagnata da un grosso husky. Ci presentiamo, poi lei sparisce in cucina. Ogni tanto riappare discreta per spostarsi silenziosamente da una stanza all’altra. Chiedo a Flaminio come l’abbia conosciuta. “Facevo allacciamenti a Montebello, ci siamo incontrati a un festino organizzato da amici conosciuti lì. Avevo ventitré anni, a venticinque ci siamo sposati. Qualche giorno fa abbiamo festeggiato cinquantadue anni di matrimonio. Allora dico, andiamo a mangiare fuori, prendiamo una torta con i figli. Ma era lunedì, era tutto chiuso. È finita facendoci gli auguri davanti a una tazza di caffelatte”.

Ivana, che in questo momento sta accendendo il camino, è diretta responsabile del brevetto di volo conseguito da Flaminio: “Vedevo gli altri volare con un Leonardino, si usava prima dei deltaplani. Ala di Rogallo, in un vecchio 007 se ne vedeva uno. In pratica era un aereo che si costruiva in casa con un motore della DAF oppure della Citroën. Ho provato a volare con quello e sono caduto. Non mi sono fatto niente, ma mia moglie mi ha detto fatti la patente di aliante, di primo grado, di secondo grado, di jumbo, di quello che vuoi ma tu lì il culo non ce lo metti più su. Ho mantenuto la parola”.

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Flaminio scoppia a ridere. “Eravamo fuori di testa, robe da matti. Andando a volare abbiamo capito che più si è in alto, più si è al sicuro. A una certa quota, se trovo una termica dove sia possibile atterrare posso uscire dal cono di sicurezza del decollo per raggiungerne uno dove si possa atterrare. Ho amici che partono, vanno in Lombardia, tornano, vanno in Austria. Fanno mille chilometri al giorno, stando su sei o sette ore. Il mio massimo è stato otto ore e tre minuti, parlo di vent’anni fa. Come quota, nel novembre di due anni fa sono arrivato a 5.200 metri. Però vent’anni fa ne avevo fatti 5.500 senza ossigeno”.

Mentre attraversa la sala in cerca di tre tazze per un tè, Ivana non dice niente, sorride leggermente. Quando sta tornando in cucina, commenta piano con un paziente “Leonardino”, come se le piacesse la parola.

L’emozione parabolica

Negli ultimi anni, la pala eolica ha occupato buona parte dei pensieri e degli investimenti di Flaminio: “Bussole, boccole, boccolette. Me la sono costruita completamente io, ho lavorato tutto l’inverno scorso. E poiché non esistono macchine piegatrici capaci di creare questa sagoma, ho realizzato io l’attrezzatura per poterla schiacciare. Bisogna fare tutto provvisoriamente – all’improvviso, le sue dita si raccolgono intorno a un oggetto invisibile e piccolissimo, che sembra molto attento a non fare cadere – come il sarto che prepara il trapunto e dopo cuce in maniera definitiva”.

Flaminio è certo che la pala giri secondo la sua progettazione, perché ha iniziato a farlo non appena l’ha montata sul tetto piano della sua casa, una vasta terrazza circondata da colli su tutti i lati, alta abbastanza per dimenticare i magazzini e i capannoni tutto intorno. Non sa però in che misura la pala sia effettivamente in grado di convertire il vento in energia, perché le turbolenze nello sviluppo del sistema elettronico di gestione dei giri della turbina hanno reso impossibile sapere se possa effettivamente funzionare.

“Bisogna fare tutto provvisoriamente, come il sarto che prepara il trapunto e dopo cuce in maniera definitiva.”

Dopo essersi affidato, senza risultati, a una ditta di robotica locale, Flaminio tenta l’accesso a contributi erogati dalla Provincia di Bolzano, che ottiene, ma a una condizione. “Hanno stabilito che devo assumere un operaio per tre anni. È chiaro che non posso farmi carico di una cosa del genere”. Fuori sta per tramontare il sole. Flaminio non nasconde un po’ di avvilimento: “abbiamo ragionato in famiglia: andremo comunque avanti con le nostre forze. I figli mi hanno detto che mi daranno una mano. E vedremo cosa nascerà”. Chiedo a Flaminio se, nel pensare la sua invenzione, sia stato motivato anche da ragioni di carattere ambientale. Ci pensa alcuni secondi, risponde lentamente: “Cerco sempre di lasciare un buon futuro ai figli. Ma in forma spontanea, che neanche me ne accorgo. Io la turbina l’ho fatta domandandomi perché non si potesse migliorare”.

Al cospetto del vento

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Attraverso la portafinestra, usciamo a vedere la pala. L’aria si sta facendo fredda e fa brillare una moltitudine di pomi cachi accatastati su un tavolone di plastica bianco. Vista da sotto, la pala emana un alone sacrale e alluminato. Le pale girano piano, non si percepisce un rivolo di vento. Dopo i racconti di Flaminio sembra di salire al cospetto di una regina dei venti, che non a caso smette dispettosamente di girare.

Per raggiungere la terrazza più alta, ci arrampichiamo su una ripida scala a chiocciola. Flaminio si entusiasma e comincia a descrivere le varie parti della pala, indicandole a una a una. Ogni tanto, si sincera con qualche domanda che abbia capito a quale componente si sta riferendo, in particolare per quelle più piccole.

Descrive quello che c’è, seguendo con il dito la direzione dello snello palo centrale e delle pale grigie, ma soprattutto commenta quello che non c’è, progettandone di nuovo la forma con le mani e collegandola idealmente alle altre componenti della sua creazione, che osserva come se si aspettasse di vederla attivarsi da un momento all’altro e avesse già ricevuto responso dalla centralina meteorologica che sta aspettando per rilevare il vento e capire se l’esperimento sia conveniente o meno.

Comincia a delineare i paesaggi in cui immagina la sua pala e il discorso vira fra le brezze di valle e le brezze delle montagne, sorvola le pianure di grano e il verde delle colline, osservate dall’alto per evidenziarne le diversità di riscaldamento. Poi torna dolcemente verso il Trentino.

“Mi vanto di essere un geometra dell’Istituto Fontana di Rovereto. Io sono veronese, nato a San Pietro in Cariano, Valpolicella. Mio padre era diventato geometra a Padova, ma voleva che prendessi il diploma con gli stessi insegnanti di un professionista che conosceva. Lo stimava molto, diceva sempre che era un grande topografo e che per diventare tale dovevo andare nella sua stessa scuola. E dal ’53 al ’58 mi ha mandato in pensione a Rovereto. Senza avere tante palanche, era comunque un libero professionista. Ero il più piccolo della classe. E lì ho incontrato il professor Collorio: il primo giorno, per una materia come la trigonometria, ci disse di non comprare libri di scuola. Partiva sempre dal principio che le cose bisogna capirle, perché devono derivare da un ragionamento matematico. E che non si deve imparare a memoria niente, se non le tabelline o poche altre cose basilari. Se non ci veniva in mente qualcosa, si doveva sempre essere in grado di ricavarlo. Con quel sistema lì, è andata la mia vita”.

“Se non ci veniva in mente qualcosa, si doveva sempre essere in grado di ricavarlo. Con quel sistema lì, è andata la mia vita.”

A questo punto, la vista dalla terrazza si è fatta bellissima, scie e cumuli di nuvole addosso alla scala cromatica del tardo pomeriggio. Flaminio inizia a indicarmi tutto quello che abbiamo intorno: le Valli del Pasubio, il gruppo del Sella, Recoaro, la Valle del Chiampo, Lonigo, il castello di Sarego. “Verona, signorina, sta oltre quelle luci laggiù”.

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Iniziamo entrambi a sentire freddo. Chiedo se ricordi ancora il primo volo, lui sorride e non risponde subito. “Me lo ricordo sì. È stato un 24 di agosto. Di che anno bisognerebbe deciderlo, ma mia figlia aveva dodici o tredici anni. Le avevo promesso di portarla a volare. Siamo andati sul Cima Posta con Ziche, un pilota che conoscevo. In quell’occasione, Ziche mi disse che nel pomeriggio era disponibile un aliante, un biposto, e mi propose un giro con lui. Abbiamo fatto un volo di trenta minuti sopra Thiene. Eravamo a quattrocentocinquanta metri in testa pista e lui chiese via radio l’autorizzazione per un radente, io non sapevo cosa fosse. A quattrocento metri dalla pista picchiò interamente, poi fece un raccordo. Abbiamo fatto l’intera pista a 250 chilometri orari e a circa due metri dal suolo”. Chiude improvvisamente gli occhi e lo sento fischiare acuto fra i denti. Dietro le palpebre chiuse, come fosse ancora in volo con Ziche. “Un fischio! Dopo ha cabrato e siamo risaliti, per atterrare poco dopo. Ma in quella cabrata c’era qualcosa di anomalo, sentivo qualcosa in faccia e capivo di avere la bocca aperta. Ma non riuscivo a chiuderla, non mi si alzavano le braccia perché pesavano il doppio, il triplo. Dopo quel volo, o mi facevo il brevetto o non avrei volato mai più” .

Il sole sta calando. Sentiamo il rumore attutito e crescente di un elicottero in avvicinamento.

“Questo qui penso sia il mio amico” esclama forte il geometra dell’aria. Si volta verso le colline, tenendosi alla pala con una mano. Aspetta, guardando in su.