Persone, luoghi e altre storie
Magazine
Books

Fotoricordo dallo spazio, ovvero “Come lanciare poveri cristi e fotocamere fuori dall’atmosfera”

23/02/2017
Fotoracconti

A cura di Pavlov Arnoldi

Fotoracconti è una rubrica che esercita la riflessione attraverso l’osservazione fotografica, cosa non da poco in una società non fotologica, bombardata da stimoli fotografici complessi e multiformi, che spesso non riesce a decifrare. Qui, nel caso vi interessasse l’argomento, una introduzione alla rubrica.

1 Yuri Gagarin, the first man in space, during his visit to France in 1963. Ria NovostiSettembre 1963: Jurij Gagarin, il primo uomo nello spazio, durante una visita ufficiale in Francia. Jurij eseguì un’orbita completa in un’ora e quarantotto minuti per poi esser catapultato fuori dall’abitacolo prima dello schianto a terra. Per potersi aggiudicare il primato mondiale i dati ufficiali riportarono un atterraggio in piena regola. La Vostok 1 fu la sua prima ed unica missione spaziale.

Era il 12 aprile 1961 quando un ventisettenne russo che viaggiava a 27.400 chilometri orari diede un occhio fuori dall’oblò ed affermò: “Non vedo nessun Dio quassù…”.

Se Jurij avesse portato con sé una macchina fotografica, ne avremmo avuto prova certa; ma mancando il comunicato audio negli archivi, sarebbero continuati ugualmente i dubbi sull’attribuzione della frase.

Dei presunti otto cosmonauti prima di lui, analogamente, non rimane traccia nei dati ufficiali.

2 may 5, 19615 maggio 1961: recupero dell’astronauta Alan Bartlett Shepard e della capsula Freedom 7 al termine della missione Mercury-Redstone 3. Con un semplice volo balistico durato quindici minuti e 22 secondi, Shepard è stato il primo cittadino statunitense a lasciare l’atmosfera.

Dopo essersi fatti le ossa con palle di alluminio e cagnolini, i russi mandavano in orbita poveri cristi in barba agli americani, che ancora cincischiavano con satelliti meteo e per telecomunicazioni.

Agli americani la corsa allo spazio stava certamente a cuore, ma in maniera differente. Per i russi, se una guarnizione in sughero comprometteva una delle loro bare volanti ed accidentalmente il cosmonauta moriva rantolando nell’etere, o si schiantava in fase di atterraggio, nessuno ne avrebbe saputo nulla.

Forse sarebbe uscito un comunicato di un qualche satellite di diverse tonnellate mandato in orbita, e perduto per motivi tecnici. Ovviamente senza equipaggio.

“Non vedo nessun Dio quassù…”. Se Jurij avesse portato con sé una macchina fotografica, ne avremmo avuto prova certa.

3 Komarov era un grande amico di Yuri Gagarin, il primo uomo nello spazio e eroe di fama mondiale24 aprile 1967: i resti del cosmonauta Vladimir Komarov, “l’uomo che andò a morire nello spazio”, recuperati dal sito dello schianto.

L’unico decesso ufficialmente riconosciuto dal programma spaziale sovietico fu dell’aprile 1967.

L’allora presidente Breznev voleva a tutti i costi raggiungere la tecnologia delle missioni Gemini americane -le quali dovevano riprendersi dal recente disastro dell’Apollo 1- e incoronare il tutto nel giorno del cinquantesimo anniversario della Rivoluzione.

Toccò al cosmonauta Vladimir Michajlovic Komarov il compito di pilotare il primo modello di Sojuz, ritenuto dagli stessi tecnici non idoneo al volo. Per quanti furono i reclami, Breznev fu irremovibile. Komarov non rifiutò l’incarico per salvare l’amico Yuri Gagarin, già eroe nazionale, nonché pilota di riserva per quella missione suicida.

Gli ingegneri furono così obbligati a lanciare una navicella che presentava più di duecento problemi strutturali, con Komarov a bordo: una tragedia in atto unico, dove tutti i personaggi erano consapevoli del finale.

Gli americani una cosa simile, anche volendo, non potevano permettersela. Ecco cosa distingueva una federazione socialista da una democratica.

4 CCCP Leonov (4)18 marzo 1965: Aleksej Archipovic Leonov mentre lascia la capsula e compie la prima attività extraveicolare della storia, rischiando poi di restare chiuso fuori. In seguito ad altri virtuosismi per la sopravvivenza, Leonov e il compagno pilota Pavel Ivanovic Beljaev atterrarono in una pineta fra le nevi dei monti Urali, a 2.000 km dal luogo previsto per il recupero. Dopo due notti di campeggio nella taiga, la coppia venne recuperata: inutile dire che i bollettini ufficiali avevano da tempo trasmesso il successo di un rientro come da programma.

Gli Stati Uniti avevano i loro televisori con cui guardare le partenze dei razzi, e i razzi servivano per far funzionare quanti più televisori possibile. Satelliti telecomunicativi a stelle e strisce lasciavano la Terra, mentre Aleksej Leonov faceva sci nautico fuori dalla navicella Voschod 2, sfiorando per ben tre volte la tragedia.

L’immagine era importante per il Paese delle Libertà, e come da quaggiù le partenze venivano fotografate e filmate, ugualmente da lassù il satellite Discoverer 14 spiava la Terra e l’OSO-1 altrettanto faceva col Sole.

Gli Stati Uniti avevano i loro televisori con cui guardare le partenze dei razzi, e i razzi servivano per far funzionare quanti più televisori possibile.

5 fghj4 ottobre 1959: la missione sovietica Luna 3 fotografò per la prima volta nella storia l’emisfero nascosto del nostro satellite. Delle 29 foto scattate a 64.000 km dalla superficie lunare, riuscì a trasmetterne solo 17, con tre mesi di ritardo. Qui un’avvilente comparazione con l’immagine ottenuta cinquant’anni dopo dal Lunar Reconnaissance Orbiter, lanciato il 18 giugno 2009.

I russi avevano utilizzato fin da subito mezzi fotografici per documentare le loro imprese: dopo aver catturato il lato nascosto della Luna nel ’59, passarono all’istallazione di cineprese fisse all’interno degli abitacoli spaziali, prima a riprendere il pannello di controllo per assicurarsi le funzioni vitali di un ipotetico passeggero, poi a inquadrare direttamente il faccione cascato di Gagarin.

Ma ciò che stava al di fuori degli oblò durante il viaggio pareva quasi non interessarli.

Comunque sia, le loro attrezzature avrebbero registrato un’immagine di scarsa qualità, monocromatica, e un poco deprimente, ben lontana dall’azzurrezza meravigliosa subito notata da Gagarin appena raggiunta la quota.

6 John Glenn inside the Mercury-Atlas 6 Friendship 7 spacecraft during his historic mission to orbit the earth20 febbraio 1962: John Glenn si ritrae nella capsula Friendship 7 durante la missione Mercury-Atlas 6.

Gli USA, dal canto loro, registrarono per la prima volta il panorama spaziale nel dicembre 1960, corredando i lanci Mercury-1A e Mercury-2 con una speciale cinepresa, la Maurer 220-G, che registrò in time-lapse durante entrambi i voli. Ma fu solamente il 20 febbraio ’62 che raggiunsero l’Unione Sovietica spedendo in orbita John Glenn.

Poco prima di lanciarlo nello spazio, gli buttarono sulle gambe una Minolta Uniomat ribattezzata per l’occasione Ansco, così da non dover affrontare l’imbarazzo d’ammettere che in quella missione storica si erano portati dietro una macchina di fabbricazione giapponese. Per la prima volta nella storia, oltre a manovre dalla precisione inusitata, all’astronauta spettava anche la documentazione fotografica a mano libera.

Per la prima volta nella storia, oltre a manovre dalla precisione inusitata, all’astronauta spettava anche la documentazione fotografica a mano libera.

7 aurora 7 dfgr24 maggio 1962: panorama fotografato a mano libera da Scott Carpenter durante la missione Mercury-Atlas 7. Il volo ebbe anche risvolti scientifici, come l’osservazione dell’emissione luminosa dell’atmosfera -ben visibile nella foto- e la formazione di particelle di ghiaccio sull’esterno del veicolo spaziale. I calcoli per il rientro si scoprirono errati, e la capsula Aurora 7 atterrò a 300 km dalla nave addetta al recupero: a Scott non restò che attendere qualche ora in ammollo nell’Oceano Atlantico.

Nonostante la 35mm fosse caricata con una Kodak colore, e John Glenn fosse un esperto fotoamatore, tornò a casa con foto che lasciavano alquanto a desiderare. Diffidando della produzione nipponica, si passò allora ad un apparecchio tedesco. Era un Robot Recorder 35, un modello speciale per documentazione del 1955, senza mirino e con l’avanzamento della pellicola automatico, col quale l’astronauta Scott Carpenter dovette fare i conti.

A quanto pare i risultati furono più soddisfacenti, poichè usarono una variante dello stesso modello anche nella missione successiva: cercando di catturare fenomeni luminosi in condizioni di scarsissima luce, montarono sulla macchina tedesca un obiettivo degli anni ’30, suo connazionale, progettato per uso cinematografico.

Obiettivo che ironicamente a suo tempo i tedeschi avevano concesso anche ai sovietici, che lo produssero nelle loro fabbriche leningradesi.

8 walter schirra and Deke Slayton (L), and Gordon Cooper, practices using a Hasselblad 500C like the type he flew on Mercury-Atlas 8 in October 1962.Ottobre 1962: Walter Schirra con una Hasselblad 500C, come quella che porterà con sé nella missione Mercury-Atlas 8. Donald “Deke” Slayton e Gordon Cooper si stanno chiedendo come mai il collega porti due orologi da polso. Se qualcuno di voi lo sa glielo faccia sapere.

Ma ecco che Walter Schirra, astronauta fotoamatore designato per la missione Mercury-Atlas-8, abituato alle immagini prodotte dalla sua Hasselblad, suggerì ai responsabili dell’attrezzatura fotografica di passare al medio formato, quantomeno per avere immagini a grana più fine e maggiormente ingrandibili. Fu così che la NASA mandò qualcuno giù in città ad acquistare al primo negozio fotografico che incontrasse una Hasselblad 500C uguale a quella usata da Schirra.

La macchina venne così spacchettata e subito smembrata pezzo per pezzo. Fu rimontata senza specchio reflex, vetro di messa a fuoco, mirino a pozzetto, flaps ausiliari, venne modificata la leva d’avanzamento rapido e tolta tutta la vulcanite di rivestimento. Ora, anche se poco bella da guardare, la macchina meglio rispondeva alle esigenze astronautiche, specie quelle riguardanti il peso ridotto. Oramai inebriati dall’idea di un formato pellicola più grande del classico 35mm, commissionarono ad una ditta californiana un dorso su misura caricabile con pellicola da 70mm, potendo così scattare più dei 12 fotogrammi ordinari.

Le immagini ottenute da quel frankenstein furono di qualità sei volte superiore ad ogni macchina 35mm finora adottata: da allora l’azienda fotografica svedese fu un partner fisso per ogni missione spaziale americana.

9 von braun disney1954: Von Braun, da sempre ossessionato dall’idea di mandare persone su Marte, esibisce un modello di astronave passeggeri al fianco di Walt Disney durante la collaborazione per dei film educativi sullo spazio.

Se i russi avevano ingegneri con la precisione di un carrista a Stalingrado, gli americani potevano contare sulla precisione di un barone nazista: Wernher Magnus Maximilian von Braun, scienziato, ingegnere, ufficiale SS, nonchè abile musicista.

Quando, nel maggio del ’45, si consegnò insieme al suo team di scienziati alle truppe statunitensi, a queste poco importava che sapesse suonare Bach e Beethoven a memoria: avevano fra le mani l’ideatore e costruttore dei temibili V2 tedeschi.

Portato nella terra delle opportunità, gli fu sbiancato il passato, assegnato una villetta privata, oltre a dieci anni come direttore del più grande centro di ricerche NASA: il Marshall Space Flight Center, adibito ai sistemi di propulsione per le missioni spaziali, come il Saturn V per i lanci Apollo.

Due anni prima che Stanley Kubrick facesse lanciare da una scimmia una tibia nello spazio, la missione Gemini 10 lo anticipò con una delle Hasselblad griffate NASA.

10 Gemini 4 1965-3 giugno 1965: tre mesi dopo i russi, Edward White compie la prima attività extraveicolare USA. durante la missione Gemini 4. La foto -scattata dall’abitacolo dal collega James McDivitt con una Hasselblad 500C- mostra perfettamente una 35mm Zeiss Ikon Contarex Special -per l’occasione modificata per l’utilizzo con i guanti della tuta- montata sul telaio della pistola a propulsione progettata per gli spostamenti fuori dal modulo.

Due anni prima che Stanley Kubrick facesse lanciare da una scimmia una tibia nello spazio, la missione Gemini 10 lo anticipò con una delle Hasselblad griffate NASA.

Giugno 1966: l’astronauta Michael Collins -futuro pilota del primo allunaggio della storia- doveva recuperare una piastra per documentare l’impatto di micro-meteoriti dall’esterno del satellite Agena, oramai alla deriva dopo l’interruzione della missione Gemini 8 e l’abortita manovra d’aggancio della Gemini 9. Al secondo tentativo riuscì ad aggrapparsi al satellite e a smontare la piastra, ma durante l’operazione la sua piccola Hasselblad Super-grandangolare sfuggì alla presa e lentamente si avviò verso il nulla. Nel quale tuttora fluttua indisturbata.

Le prime pagine dei giornali scandinavi strombazzavano il primo satellite svedese, mentre Victor Hasselblad commentò l’evento puntualizzando che l’ancoraggio della fotocamera non era di loro produzione. Dal canto suo la NASA riferì che Collins si lasciò sfuggire un “maledizione!”, minimizzando l’imprecazione che venne lanciata nell’etere quel giorno.

11 Apollo 15 In 1540M above, the triumvirate of craters, Archimedes30 luglio 1971, Apollo 15: a 1540 metri sopra i crateri di Archimede, Aristillus e Autolycus al limite orientare del mare di Imbrium, prima d’atterare fra i monti Hadley.

Gli americani si trovarono così bene con l’attrezzatura prodotta dagli svedesi, che appaltarono alla Hasselblad interi corredi fotografici appositamente progettati e costruiti per le loro missioni spaziali.

La NASA mirava anche alla documentazione fotografica di esperimenti scientifici fuori atmosfera, nonché alla mappatura della Terra e della Luna, e questo richiedeva un’attrezzatura altamente affidabile, in grado di funzionare senza batterie di alimentazione e componenti elettrici -i quali difficilmente avrebbero fatto il loro lavoro con temperature fra i -180° e i +114° centrigradi.

Occorrevano macchine capaci di sopportare alte accellerazioni di gravità, di funzionare nel vuoto assoluto e resistere alle radiazioni trasportate dai venti solari, le quali avrebbero velato l’emulsione fotografica e comprosso così le fotografie. La Hasselblad fu all’altezza di questo ed altro ancora.

12 NASA -Hasselblad SWC Eugene Cernan, visibilmente provato per lo stress della missione, immortalato dal compagno d'avventura Thomas Stafford3 giugno 1966: Un poco mosso, Eugene A. Cernan viene fotografato dal compagno di viaggio e pilota Thomas P. Stafford durante la missione Gemini 9A. La distanza fra i due era di un paio di spanne, ma il supergrandangolo dà respiro alla scena. Era l’esordio spaziale per l’Hasselblad SWC e il suo Zeiss Biogon 4,5/38, obiettivo grandangolare a ridottissima distorsione.

Il 1968 (l’anno prima dell’allunaggio americano) diede i natali a due macchine spaziali che avrebbero fatto la storia: la Lunar Surface Hasselblad Super Wide Camera, ed una versione modificata ad hoc della Hasselblad 500EL con avanzamento motorizzato.

Entrambe furono costruite seguendo indicazioni e suggerimenti degli astronauti stessi, cosa che le rese più maneggevoli e immediate possibili.

Nonostante la Lunar Surface Camera venne concepita appositamente per lo sbarco sulla Luna -come il suo nome lascia ben intendere- nessuno dei venticinque esemplari prodotti scese mai fisicamente sul suolo lunare. Il suo grandangolo era in grado di fotografare l’equipaggio all’interno delle capsule spaziali nonostante lo spazio a dir poco ridotto; inoltre una speciale piastra sul piano focale trasformava la macchina in un apparecchio metrico.

13 During the Apollo 16 mission,23 aprile 1972: Charles Duke dell’equipaggio Apollo 16 lascia sulla Luna una foto ricordo della propria famiglia. L’atronauta in borghese, con la moglie Dorothy e i figli Charles e Thomas sono tuttora congelati nel tempo, in una busta di plastica a 384.400 km dalla superficie terrestre.

Fu invece la sua sorella Hasselblad EDC (Electric Data Camera) ad immortalare la passeggiata di Armstrong e il primo pic nic lunare del 20 luglio 1969, ma non tornò per raccontarlo. Infatti, tutte le 12 fotocamere complessivamente portate sulla Luna durante le missioni, vennero lasciate lì: gli astronauti tornarono soltanto con i magazzini porta-pellicola, così da ridurre il peso complessivo del modulo e permettersi di portare a casa qualche manciata di roccia lunare.

Qui una gallery mozzafiato sulle fotografie delle missioni Apollo by Hasselblad.

Tutte le 12 fotocamere complessivamente portate sulla Luna durante le missioni, vennero lasciate lì.

14 identified by a Soviet journalist as Grigoriy Nelyubov, one of the top cosmonautsPrima e dopo la cura: in seguito identificato come Grigoriy Nelyubov, uno dei primi venti cosmonauti selezionati nel marzo 1960, qui sparisce da una foto di gruppo insieme al capo del programma spaziale sovietico Sergej Korolyov. Nelyubov fu uno dei piloti di riserva delle missioni Vostok; in seguito all’espulsione dal programma per comportamento scorretto, si è suicidato nel ’66. La sua esistenza è stata tenuta segreta fino alla fine degli anni ottanta.

La fotografia è considerata un linguaggio universale, incapace di mentire, prova concreta di un qualcosa che c’è e che è vero. E se gli americani eran bravi a immortalare i propri astronauti ed elevarli a moderni eroi, i russi erano eccellenti nel farli scomparire dalle foto ufficiali.

Ogni qualvolta una missione sovietica andava storta, qualcuno si suicidava o riferiva certi suoi pensieri non proprio in linea con l’ortodossia imperante, magicamente scompariva da qualsivoglia documentazione. E come la colomba deve per forza di cose ricomparire dopo il trucco per convincere gli scettici, ecco spuntare per famigliari e conoscenti lettere d’addio, nuove documentazioni compromettenti, storie e testimonianze che ora danno allo scomparso qualcosa di losco e poco convincente.

Astronauti ed ufficiali sparivano dalle fotografie senza lasciare vuoti o domande: gli sfondi erano nuovamente riempiti, le ombre continuate, i selciati ridistribuiti. Ecco la magia rossa, signore e signori…