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Photo killed the museum star

26/07/2017
Fotoracconti

A cura di Pavlov Arnoldi

Fotoracconti è una rubrica che esercita la riflessione attraverso l’osservazione fotografica, cosa non da poco in una società non fotologica, bombardata da stimoli fotografici complessi e multiformi, che spesso non riesce a decifrare. Qui, nel caso vi interessasse l’argomento, una introduzione alla rubrica.

1 Marilyn Monroe (Serigrafie di Andy Warhol, 1967)-Prendendo una foto pubblicitaria per il film Niagara scattata da Gene Korman, Andy Warhol fa di un’attrice simbolo un’interminabile serie di serigrafie, oramai icona di se stesse.

Quando il mondo non era ancora entrato nel sistema di puntamento di quella bomba atomica che fu l’esplosione della fotografia, una rappresentazione figurata era pressoché unica. Vi erano i copisti, certo (non nel senso amanuense del termine, anche se in effetti c’erano anche loro), ma di norma un disegno, quadro o scultura, poteva esser visto in un luogo specifico, e in quel luogo soltanto. Poteva esser trasportato, spostato, donato, e la sua unicità viaggiava con la sua stessa materialità. Non si poteva osservare uno stesso lavoro in due posti differenti contemporaneamente. Quando qualche soldato napoleonico si portava a casa un souvenir ritagliato da qualche sfondo rinascimentale, quel paesaggio veniva perduto; quando il fanatismo di qualche inquisizione o di un uomo coi baffetti ordinava la distruzione di tele ed opere d’arte, queste smettevano d’esistere. Vero è che Van Gogh abbellì le pareti della sua stanza con stampe importate dal lontano Giappone, ma dovette andare ad Amsterdam per poter ammirare Hals e Rembrandt.

Ed ecco che nasce la fotografia, e insieme alle foto di gruppo dei secessionisti viennesi, abbiamo le riproduzioni monocromatiche di Medicina, Filosofia e Giurisprudenza di Klimt, lavori che oggi possiam vedere solo grazie a tale duplicazione, visto che gli originali perirono quarant’anni dopo in un incendio doloso. Insomma, con l’avvento della macchina fotografica, l’unicità dell’opera d’arte venne perduta.

2 Auguste Belloc. Nude. c. 18581858, Auguste Belloc dà un contegno artistico alle sue fotografie erotiche.

La moltiplicazione di un’immagine ne permette molteplici collocazioni, mettendola in relazione e comunicazione con ambiti diversi. Se oramai nessuno si stupiva più nell’imbattersi in una pala d’altare fra le stanze di un museo, certo non si poteva dire altrettanto quando potevi ritrovarne una sua fotografia appesa alla parete di un cesso. La magia di un Monet può venir letteralmente soffocata dall’odore e dall’ambiente asettico della sala d’attesa di un dentista. Se, inoltre, selezioniamo il canale Arte di un televisore, possiamo ammirare i più celebri capolavori fra i pizzi di nostra zia, la foto della prima comunione e la tappezzeria floreale; o ancora fra i dorsi colorati di una collezione di dvd, dei vasi oblunghi dell’IKEA ed una lampada a forma di sfera d’indubbia utilità. E se vogliamo comprarne uno nuovo? Ecco che al negozio possiamo ammirare decine e decine di vertiginosi grandangoli della Cappella Sistina, in pareti di caleidoscopici movimenti: l’arte ora come prova tangibile (o meglio, visibile) di tal risoluzione e di tal bilanciamento RGB.

La magia di un Monet può venir letteralmente soffocata dall’odore e dall’ambiente asettico della sala d’attesa di un dentista.

3 Man Ray – Le Violin D'Ingres – 19241924, Le Violin D’Ingres: Man Ray cita La bagnante di Valpinçon (o La grande bagnante).

Ma se possiamo visitare la National Gallery comodamente seduti sulla poltrona del nostro salotto, attraverso un documentario in tv, o, meglio ancora, una visita virtuale (ora sempre più realistica grazie, per esempio, a visori 3D), cosa rende la vera visita più significativa? Certo, per quanto il visore sia un luogo piuttosto claustrofobico, dubito che qualcuno possa accusare una sindrome di Stendhal in virtual reality…

Ma per quanto la fisicità materica di spatolate e dripping abbia un suo peso, la pochezza di un originale a confronto con milioni di stampe in cartoline e poster a pochi soldi è una questione già sollevata con l’invasione di bimbetti dai grandi occhioni nel mercato USA degli anni Sessanta. Ecco quindi che l’importanza di un’opera è nel suo essere originale, ma non più in quanto unico, bensì in quanto “l’originale della copia”. Se le persone sgomitano per vedere la Gioconda, non è certo perché non la conoscono nei minimi dettagli.

Il suo significato principale non è più ciò che essa esprime, ma ciò che essa è. Ed ecco come il valore di un’opera deriva ancora di più dalla sua unicità, la sua rarità.

E qui entrano in scena critici, esperti, e il mercato d’arte in generale. Un falso, che sia di un virtuoso del pennello come Han van Meegeren o sia di tre studenti livornesi armati di Black & Decker, diviene un originale a tutti gli effetti non appena un esperto ci mette la firma. Questo può essere il danno dell’esperto. Il danno del mercato può essere di gran lunga più atroce.

4 Jan Saudek -Walkman1990, Walkman: Jan Saudek che cita Velázquez.

Per quanto falso possa essere, un Elmyr de Hory non sfigura esposto al fianco di un originale, poiché l’eccezionale tecnica lo rende bello e affascinante al pari del compagno; per il mercato, invece, ciò può non aver importanza: ciò che conta è il suo valore in soldoni. Se per far acquistar valore a un’opera, al critico d’arte servono parametri e documentazioni, al mercato occorre solo qualcuno che sia disposto a pagarla tanto, proprio perché è “un’opera d’arte”. Un po’ come la tulipomania, che con la sua windhandel (letteralmente: commercio del vento) sconvolse l’economia dell’intera Olanda settecentesca – e che sessant’anni dopo rigermogliò in Turchia, innescando una rivolta che mise fine ad un intero regno -, nel mercato d’arte odierno può ancora vigere “la teoria del pazzo più grande”.

L’importanza di un’opera è nel suo essere originale, ma non più in quanto unico, bensì in quanto “l’originale della copia”.

The Rhine II 1999 Andreas Gursky born 1955 Presented by the Friends of the Tate Gallery 2000 http://www.tate.org.uk/art/work/P78372Rhen II, del tedesco Andreas Gursky, al secondo posto fra le fotografie più care al mondo. Battuta dalla celebre casa d’aste Christie’s nel 2011 per 4,3 milioni di dollari, è una veduta del Reno lunga tre metri e mezzo per un metro e novanta. In realtà si tratta di una conversione in digitale di un suo scatto su pellicola risalente al 1999, ritoccato a rimuovere “elementi di disturbo” come fabbriche e passanti con cani a passeggio.

Non a caso la fotografia più cara al mondo è stata fatta da un paesaggista dai colori iper-saturi che non ha mai studiato fotografia e al quale non interessa l’arte in generale. Il suo nome è Peter Lik, è australiano e a dicembre del 2011 s’è aggiudicato il primo posto vendendo uno scatto dell’Antelope Canyon dell’Arizona – del quale non ho proprio cuore di parlarvi – all’incredibile prezzo di 6,5 milioni di dollari (circa 5 milioni di euro). Di una banalità sconvolgente, è una delle migliaia di foto del genere che intasano le ricerche Google immagini. Citando un articolo di Jonathan Jones sul The Guardian: “Se questa è la fotografia fine art più preziosa della storia, Dio aiuti la fotografia fine art.”

Comunque non stupiamoci troppo: a quanto pare perfino il primo ministro russo Dmitrij Medvedev può vantare un suo scatto nella top ten. Una sua veduta aerea del Cremlino di Tobolsk è stata venduta a un’asta di beneficenza nel gennaio 2010 per la bellezza di 1.750.000 dollari.