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Fotoracconti – Introduzione

27/04/2016
Fotoracconti

Foto-racconti è una rubrica che esercita la riflessione attraverso l’osservazione fotografica, cosa non da poco in una società non fotologica, bombardata da stimoli fotografici complessi e multiformi, che spesso non riesce a decifrare.

“Perché li stai disegnando invece di fotografarli come tutti gli altri?”
Alzo gli occhi dal taccuino e scopro che il sorvegliante mi osserva incuriosito. Per qualche secondo non so proprio come iniziare a rispondergli, poi cerco di spiegare come la riproduzione manuale implica un’osservazione e uno studio dei dettagli che la fotografia ‘da smartphone’ generalmente non permette, o quantomeno non incoraggia. “E poi, della foto di un’incisione che te ne fai? [Stavo disegnando un’incisione, nda] L’andrai mai a riguardare, se già non la stavi guardando davvero quando l’avevi davanti?”. Il custode mi sorride ma intuisco che non mi ha compreso. “Comunque complimenti, sei proprio bravo! Eh, il disegno è una passione”; si congeda, ed io ho la certezza che di quel che ho detto non ha recepito nulla.

Robert Mapplethorpe -African Daisy (1982)Robert Mapplethorpe -African Daisy (1982)

Uscito dall’edificio devo ancora capire se sentirmi lusingato o in pena per l’attuale umanità.
La questione in realtà non è disegnare invece di fare fotografie (io vivo per la fotografia!), bensì osservare invece di fare fotografie; o ancora, per esser più corretti, osservare a prescindere, sempre e comunque.

Specialmente, osservare le fotografie, essendo queste il mezzo principale con le quali oggi viaggiano le informazioni. Siamo circondati da fotografie e immagini e veniamo bombardati quotidianamente dai messaggi che contengono. Anche se spesso non le sappiamo leggere davvero. Questo accade perché le nostre scuole ci insegnano, da bambini, a leggere l’alfabeto ma non le immagini. E non ci resta che l’autodidattica. Ma chi ne ha voglia? E tempo? Sembra assurdo, ma quasi tutti si dimenticano che ciò che stanno guardando non è in realtà l’oggetto, ma una sua rappresentazione, e che quindi il significato che ne cogliamo non è legato all’oggetto ma al suo strumento rappresentativo.
Per esempio, un fiore come tale non ha alcun significato: è l’organo riproduttivo delle piante angiosperme, ma nel momento in cui noi ne facciamo una rappresentazione (che sia una fotografia, un disegno, un quadro, un film) esso acquista un determinato significato e ci trasmette qualcosa. Ed è il fotografo, in questo caso, a decidere come e cosa farci vedere del fiore, attraverso delle scelte tecniche.

Anche la forma in cui ci viene comunicata una fotografia ha una certa rilevanza. Guardare un’immagine su di un francobollo è differente dal guardare un cartellone pubblicitario. È una questione di percezione, di dimensione, ma vale per tutti gli aspetti di una foto: il contrasto, il tipo di carta o di altro supporto fotografico, ecc. Certo, se da un lato il fotoritocco ci offre una vastissima gamma di scelta, non appena decidiamo di stampare e di dare concretezza alla nostra foto le scelte si riducono a un paio di carte e nulla più. Ma una forma non vale l’altra: quella che è la nostra esperienza sensoriale.
Ad esempio: la maggior parte delle esposizioni fotografiche oggi è composta da gigantografie; e spesso non ci si pone la domanda se una gigantografia sia il mezzo più efficace per quel determinato soggetto.

Insomma, sembra ovvio che osservare un quadro dal vero (con tutta la sua materialità) sia diverso dal guardare la sua riproduzione su di un libro d’arte; ma non ci sembra altrettanto ovvio con una stampa fotografica e la sua riproduzione su di un monitor.