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Quasi un dio – Christo, la passerella e la tempesta

28/06/2016
>5 min
da Bergamo a Bergamo
a cura di Davide Gritti
foto di Marco Bellini e Linda Alborghetti

 
Floating Piers di Christo è l’evento del decennio. Un mix letale di bellezza, arte fine a sé stessa, egocentrismo, localismo, gigantismo e divertimento da transumanza. L’attesa ha generato campagne mediatiche patologiche. Ora che è diventato una realtà, la psicosi è degenerata ancora di più. Immaginiamo cosa succederebbe se la Sarneghera, devastante temporale a supercella, causasse un disastroso incidente.
 
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I
Il significato è nessuno

 

Quando nel 1958 Christo Vladimirov Yavachev aveva impacchettato oggetti di uso comune riflettendo sulla loro fragilità nomadica nell’opera Packages di certo non avrebbe immaginato di trovarsi, sessanta anni dopo, ingiustamente impacchettato in una cella del carcere di Canton Mombello a Brescia, il più sovraffollato d’Italia, in custodia cautelare per il reato di strage.

A parlare però è stato l’abominevole numero di morti nell’incidente occorso l’altroieri, 26 giugno, a Floating Piers e nella zona di Pilzone d’Iseo, il cui conteggio non ancora definitivo ha già superato le 1917 vittime del disastro della diga del Vajont. A parlare sono i muri di fototessere che ricoprono la sala d’attesa della stazione ferroviaria di Iseo, nuovo centro operativo della protezione civile. Il coro popolare, civile, di gente semplice, che si è levato straziato da ogni angolo d’Italia per chiedere che il colpevole sia assicurato alla legge, assordando le fievoli lamentazioni di rito della politica locale. Disperato è il tentativo di far ragionare, lamentando l’assoluta imprevedibilità di un evento climatico di tanta funesta intensità e l’assoluta innocenza dell’artista, colpevole soltanto di aver cercato di violare la natura, unendo un’isola alla terraferma, facendo camminare le persone sull’acqua.

Benché sensori e procedure di emergenza fossero state predisposte e rodate, nulla ha potuto l’uomo contro la Sarneghera, tempesta di eccezionale rapidità e squassante forza che in meno di mezz’ora ha quasi raso al suolo l’abitato di Pilzone e ribaltato la passerella. Sarneghera che, benché rara, già si è verificata nel passato con esiti modesti, ma con una tale intensità da saturare l’aria, annegando letteralmente chi si trovava al livello dell’acqua. Nata ogni volta, secondo la leggenda, dalla forza di due amanti che non si sono potuti amare in vita che si cercano, come forze primitive, tra i flutti del lago. Una fine che tragicamente ricorda proprio la pratica dell’impacchettamento per cui l’artista bulgaro è noto. Una prova maestosa ed eccezionale che getta un’ombra macabra sulla superficiale, frivola e temporanea opera dell’uomo.

I media, le istituzioni e importanti esponenti della cultura ufficiale stanno riproponendo quello che è stato ribattezzato “modello L’Aquila”, con maratone televisive, canzoni e mobilitazioni di piazza. Ma, diversamente da allora, non sembra funzionare. Mentre la macchina dei soccorsi vani continua da giorni a smuovere le macerie dell’abitato di Pilzone e ripescare cadaveri dal profondo lago, la macchina della disperazione quotidiana grida a gran voce e chiede giustizia umana per l’ira divina. Nella fiumana di dichiarazioni e interpretazioni, fa discutere l’intervento di Roberto Benigni cha ha paragonato l’accaduto all’ultimo viaggio di Ulisse del XXVI canto dell’Inferno e la proposta di Vittorio Sgarbi di annegare Christo per contrappasso. Voce fuori dal coro quella di Dario Fo che invita a riflettere sul paragone tra mille morti “per divertimento” e i 10 mila migranti morti nel Mediterraneo “per sopravvivere”.

In questo clima assolutamente mai visto nella storia dell’Italia Repubblicana, non stupisce la decisione del gip di Brescia di disporre la custodia, pur in assenza di gravi indizi di colpevolezza ed esigenze cautelari. Lo stesso pericolo di fuga è da escludersi, dal momento che l’artista bulgaro ha rifiutato l’elicottero messogli a disposizione dalla famiglia Beretta, proprietaria dell’Isola di San Paolo e facilitatrice della passerella. La limitazione della libertà del più libero degli artisti è, nel tentativo della giustizia bresciana, un modo per limitare l’esplosione delle proteste e delle ritorsioni contro il mondo dell’arte che si stanno verificando in questi giorni: l’incendio della galleria Gamec di Bergamo che ha perso buona parte della sua collezione permanente e la distruzione parziale del complesso di Santa Giulia a Brescia, attaccato da picconi e martelli. L’arte sembra essere diventata il nuovo male assoluto.

Il movimento NoArt, costituitosi all’indomani dell’incidente, promette un’escalation contro ogni forma di arte contemporanea.

La rabbia ha colpito lo stesso entourage del wrap-artist, con l’aggressione di due operai specializzati bulgari, parte del team che ha costruito la passerella, gambizzati nella hall del loro albergo di Iseo. Dall’altro lato la custodia è quindi senz’altro anche un modo di assicurare a Christo una incolumità che sul territorio italiano non può essergli garantita. La sua figura, circondata da un alone di mito e celebrazione, evoca ormai la rabbia collettiva.

L’avvocato newyorkese di Christo ha diffuso nella serata di ieri un comunicato stampa in cui l’artista si dichiara vicino alle vittime per questo strazio che nessuna parola umana può anche solo spiegare e racconta di aver seguito la burrasca dalla finestra della sala da pranzo di villa Beretta sull’Isola di San Paolo. “Quando per mesi non mi avete chiesto altro che il significato e il senso di Floating Piers, io vi ho sempre risposto che non ve ne era nessuno. Ora che mi chiedete il senso di questa immane tragedia non ho che la stessa risposta, nessuno”.

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II
Tre uomini in barca (per non parlar dell’ISIS)

 
Il vecchio Vega rosso sembra un motoscafo giocattolo radiocomandato dall’alto mentre zigzaga tra i lussuosi Acquariva e Rivarama, ancora bellissimi e costosissimi anche se ribaltati e squarciati, in balia delle onde. Alcuni dei loro proprietari, impazziti dalla paura, si sono chiusi in coperta, consegnandosi alle profondità del lago in una camera ammobiliata con classe, con uno spumante di Franciacorta in fresco.

In assenza di un qualsiasi panorama, completamente oscurato dal ciclone e dai cumulonembi circostanti, il motoscafo e i suoi guerriglieri del terrore si dirigono alla cieca verso nord seguendo la costa, lontano dall’epicentro della Sarneghera. Da quell’angolo di lago arrivano grida e clacson di motoscafi, squarci di tela gialla che ricoprivano la passerella ed i camminamenti sulla terraferma. Il nord significa Lovere, Lovere significa la casa-base, la casa-base significa liberarsi delle bandiere nere, partire subito e sparire. Approfittare dell’attenzione rivolta all’incidente per raggiungere la Francia o il Belgio.

All’altezza di Riva di Solto il cielo e il lago tornano ad essere due cose separate, come Allah ha voluto.

Ciascuno, come un rito che non gli è stato insegnato nei campi di addestramento, getta le armi in acqua. Il gorgoglio del ferro nell’acqua li sveglia dall’incubo, la battaglia di Lepanto non deve esser stato qualcosa di molto diverso. La relazione del dipartimento di coordinamento dei servizi segreti del Marzo 2016 parlava espressamente di cellule attive e interessate alle grandi arterie dei trasporti, come l’alta velocità. Se l’attacco si fosse fatto non sarebbe stato un successo, il 26 giugno 2015 era stato il giorno dei 30 turisti sulla spiaggia di Sousse, del decapitato di Lione, della moschea di Kuwait City, di Mogadiscio. L’attenzione era troppo alta, non avrebbero superato lo sbarramento di Polizia, non avrebbero raggiunto la passerella, al massimo avrebbero ucciso qualche poliziotto. Questa fissa degli anniversari era deleteria da un punto di vista strategico, ma i capi avevano detto che si doveva fare oggi. Il primo vero attentato terroristico in Italia, sventato dall’alto. Dalla mano di qualcuno, quasi un dio.